Castello di Sarre. Il Re Stambecco e la Fata Paradisia

C’era una volta, non molto tempo fa, un giovane sovrano appassionato di montagna. La sua passione era talmente forte che sempre più spesso lasciava il grande palazzo di città per recarsi tra i suoi amati monti, dove sentirsi finalmente libero in mezzo a quella grandiosa natura.

Il viandante sul mare di nebbia (C. D. Friedrich, 1818)
Il viandante sul mare di nebbia (C. D. Friedrich, 1818)

Con gli anni era riuscito a costruire una dimora solo per sé, dove potersi rifugiare quando desiderava trascorrere del tempo in solitudine.

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Era un castello in pietra, arroccato su un promontorio affacciato sul fiume e circondato di prati e vigneti. Nel mezzo della facciata rivolta verso le valli dominate dal Gran Paradiso, il giovane re aveva fatto innalzare una torre altissima che utilizzava come osservatorio per scrutare, col binocolo, le vallate selvagge che si aprivano a sud, davanti ai suoi occhi, ricche di camosci e stambecchi.

Il giovane amava moltissimo quegli animali: agili, veloci, fieri, imprendibili, capaci di saltare tra le rocce e quasi di volare sugli strapiombi montani. Inizialmente, anche seguendo le orme del padre, vi si era avvicinato con la voglia di cacciarli. Poi, però, aveva cambiato approccio: ora il suo obiettivo era quello di catturarli e tenerli tutti per sé nel grande parco annesso al castello. Non voleva ucciderli, ma averne a disposizione in gran numero e magari trasferirne alcuni nella vasta tenuta di famiglia per impressionare ospiti e amici.

Fu così che ben presto cominciò ad organizzare vere e proprie spedizioni, avvalendosi anche dell’aiuto e delle conoscenze della gente delle valli, per stanare, inseguire e catturare il maggior numero di bestie, cuccioli compresi. Purtroppo in breve tempo la sua passione lo divorò trasformandosi in una vera e propria malsana ossessione.

Il parco non era né sufficiente né adatto ad ospitare un così elevato numero di animali che, oltretutto, privati della libertà, soffrivano, si ferivano e spesso rifiutavano il cibo lasciandosi morire.

Queste catture, che non di rado avvenivano anche con ferocia e che avevano stimolato l’avidità di molti contadini del posto che vi vedevano una fonte di guadagno, provocarono l’allarme tra i branchi di camosci e stambecchi che iniziarono a diminuire e a migrare oltre confine. Una simile situazione, alla fine, risvegliò la potente fata Paradisia, protettrice di quelle vallate:” Chi, chi osa avventurarsi nelle mie terre oltraggiandole a tal punto? Chi ha osato offendermi devastando i branchi delle montagne?”.

Il giovane re non sapeva di aver causato una simile ira e presto sarebbe stato punito; Paradisia lo stava solo aspettando al varco!

Una notte di luna piena egli decise di inoltrarsi tra le rocce di una vallata selvaggia per tentare di individuare nuovi rifugi, tracce, segni lasciati dal passaggio degli animali. Ad un certo punto si ritrovò nel bel mezzo di una morena: attorno a lui solo massi, pietre instabili e rocce scivolosissime. La luna venne oscurata dalle nubi, in lontananza il rombo sordo di un temporale in arrivo; poi, un bagliore accecante come un lampo squarciò le tenebre. Una voce, una specie di eco che rimbalzava accentuato dal vento. Una voce di donna lo chiamava, ma lui era incapace di muoversi:” Emanuele, come hai osato?! Chi ti ha dato il diritto di depredare le mie terre e rapire i miei camosci e i miei stambecchi imprigionandoli nel tuo castello?”.

Il giovane re, ripresosi dall’iniziale spavento, rispose:” Chi sei? Come sai il mio nome? Queste sono le mie terre, non le tue! Io qui sono il re! Se hai coraggio, mostrati!”.

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La notte si illuminò e dalle rocce emerse una figura di donna. Alta, dai lunghi capelli scuri abbigliata di vesti bianche, luminose come la neve adornate da diademi di stelle alpine, fiori e cristalli. Il suo apparire fu accompagnato da uno scroscio di cascate e dal correre di camosci tra le rocce. Accanto a lei, come se fosse un cane da guardia, immobile, uno splendido esemplare di stambecco dalle corna lunghissime: i suoi occhi gialli lo fissavano fieri e severi.

“Eccomi. Non ho certo paura di te, uomo. Io sono la signora di queste valli sin dalla notte dei tempi, voluta qui da Madre Natura, Dea Suprema, e non riconosco la tua autorità. So perfettamente chi sei e so che per alcuni uomini sei un re, ma queste, ripeto, sono le mie terre e tu le stai oltraggiando! Io sono la Fata Paradisia, colei che ha dato il nome alla grande montagna e alle vallate che ne dipendono”.

Emanuele, sebbene ancora intimorito, azzardò:” Come? Una fata? Ma per favore, non prenderti gioco di me! Come ti permetti, piuttosto? Attendo le tue scuse!”.

In tutta risposta Paradisia alzò un braccio e il gigantesco stambecco saltò in un baleno su Emanuele; un vortice luminoso e… il giovane sovrano era scomparso!

“Ma, ma… cosa mi sta succedendo? Dove sono? Che strano… che razza di posto è questo? Ma, non… non… riesco ad alzarmi, non capisco…”.

“Emanuele”, lo richiamò Paradisia, “avvicinati al lago e osserva!”.

Lo stupore fu immenso, la meraviglia indescrivibile! Emanuele era senza parole:” Cosa… chi… cosa mi hai fatto? In quale oscuro incantesimo mi hai intrappolato?”. Emanuele era… uno stambecco! Lo stesso magnifico esemplare che accompagnava Paradisia, ora era lui!.

“Ma scusa, camosci e stambecchi non sono forse la tua più grande passione? Ora sei uno di loro! Anzi, sei l’esemplare più bello, più fiero e più ambito di tutte le valli… ora vivrai come loro! Ma attento…”

“Attento? E a cosa? Forse mi hai davvero fatto un favore… Non mi troveranno più e il trono se lo prenderà qualcun altro! Io potrò vivere libero tra le montagne, capo branco!”.

“Ripeto, giovane re, stai attento! Guardati da quelli come te… superbo re Stambecco!”. E, dette queste parole, la fata scomparve tra le cascate.

I giorni di Re Stambecco scorrevano sereni; gli sembrava di essere stato stambecco da sempre. La quota, la libertà, arrivare dove altri non potevano… l’agilità, l’assenza di paura del vuoto e delle pendenze. Il branco ormai lo seguiva e lo riconosceva come suo capo, il grande Re Stambecco!

Foto: In punta di piedi...di Troise Carmine-Washi www.flickr.com/photos/troise/
Foto: In punta di piedi…di Troise Carmine-Washi http://www.flickr.com/photos/troise/

Ma, presto, l’avvertimento di Paradisia non tardò a dimostrarsi fondato. Cacciatori! Tanti, armati fino ai denti, senza scrupoli, si avventuravano sù per la vallata. erano anticipati da gruppi di avidi battitori incaricati di stanare gli animali e farli uscire allo scoperto in modo che fosse più facile colpirli o che cadessero nelle trappole o nelle fauci dei cani!

E lui, che ben conosceva le tattiche e le strategie dei cacciatori, cercava in ogni modo di guidare il branco, di mettere in salvo i più deboli, le femmine gravide, i più giovani… Finché, ahimé, non fu proprio lui a restare colpito! Venne ferito ad una zampa e, fuggendo, inciampò e se ne ruppe una seconda. I cacciatori lo raggiunsero e, mentre i loro cani gli abbaiavano addosso mostrando i denti affilati, venne legato senza troppi complimenti e buttato su un carro.

“Visto che bestione? Che corna! E’ splendido! Ci faremo un sacco di soldi! Portiamolo al signore del castello, ci ricompenserà profumatamente!”.

Il giorno dopo, mezzo stordito dal dolore, riconobbe l’ingresso del… suo palazzo! L’avevano portato lì, a casa sua! Ma, chi era il nuovo padrone se lui non vi aveva più fatto ritorno? I pensieri e le domande si affollavano nella mente del giovane re.

Giunto nel parco che ben conosceva, udì una voce stranamente famigliare:”Caspita ragazzi! Complimenti! Un esemplare magnifico! Che bellezza… solo che me lo avete azzoppato! Cosa me ne faccio? Al massimo potremmo dargli il colpo di grazia e imbalsamarlo! Comunque vi pagherò lo stesso, sebbene meno del dovuto! Era stato chiaro: animali sani, non in queste condizioni!”.

Emanuele era incredulo… quella voce… era la sua! Si voltò e si riconobbe! Lui era lì, era quello di sempre… ma com’era possibile? No! Non voleva essere ucciso! No!

Venne lasciato per la notte in una gabbia all’esterno; il giorno dopo avrebbero proceduto con l’imbalsamazione. Emanuele-Re Stambecco pianse amare lacrime. In quell’istante capì tutto il male che aveva fatto e ora… ora avrebbe fatto la stessa fine di molti animali da lui catturati feriti. Forse era giusto così, ma possibile che non vi fosse un modo per rimediare?

Ormai rassegnato ad attendere la sua fine, stremato si addormentò. In un sonno tormentato, pieno di sogni incredibili, gli apparve lei, Paradisia: “Emanuele, giovane Re, ora comprendi perché mi hai offeso? Vedo, sento che il tuo pentimento è sincero e so che d’ora in poi proteggerai i miei animali ma senza togliere loro la libertà, anzi garantendo loro una libertà più sicura! Ora alzati, vai, liberali tutti e scappa! Fuggi con loro!”.

Emanuele si alzò, le sue zampe erano miracolosamente guarite! Balzò in mezzo ai suoi compagni e, spronandoli, riuscì a guidarli verso la salvezza, verso le valli selvagge dalle quali erano stati strappati.

“Maestà! Maestà! Presto, alzatevi! Gli animali sono scappati! E’ incredibile… ma com’è stato possibile?! Maestà… non ce n’è più nemmeno uno! Neanche lo stambecco zoppo!”, urlò un servitore angosciato quella mattina di buon’ora.

Emanuele con estrema calma, si alzò. Si affacciò verso il parco e con soddisfazione vide che gli animali erano tornati liberi. “E’ giusto così!”. Il servitore, già pronto all’ira del re, non credeva alle sue orecchie!

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“E’ davvero giusto così! Fai chiamare dei maestri scultori, capaci di lavorare il gesso. Dì loro che studino una straordinaria decorazione per le sale più importanti del castello! Il tema saranno i camosci e gli stambecchi! Voglio dei loro simulacri e riproduzioni praticamente ovunque! Il più possibile simili al vero. E fai recuperare anche quelle confezionate in  passato da animali veri: che sia dato loro opportuno risalto! Chiunque, anche in futuro, dovrà restare a bocca aperta! E questo castello sarà unico nel suo genere!” E il re uscì dalla stanza.

Guardando verso le valli pensò: “Nobile fata Paradisia, presto mi adopererò per donare a te e al tuo popolo una grande dimora al sicuro dalle brame degli uomini. Puoi fidarti! Io sono il Re Stambecco!”.

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Castello di Issogne. Il Signore dello specchio e il castello dei sogni

Vittorio aveva 8 anni. Finalmente quell’estate i suoi genitori avevano esaudito un suo desiderio: una vacanza in montagna, in Valle d’Aosta!

Da tempo infatti Vittorio era affascinato da quelle alte montagne coperte di neve e ghiaccio, dai boschi (a suo dire pieni zeppi di fate e folletti), dai camosci, gli stambecchi, le aquile… e dai castelli! Sì, dai castelli: misteriosi, magici, luoghi speciali dove ascoltare e vivere storie fantastiche, dove sognare dame e cavalieri!

La montagna in estate… finalmente! Vittorio era entusiasta!

Le cose da fare e da vedere erano tantissime, ma Vittorio aveva insistito per cominciare dai castelli! Complice un tempo incerto, i genitori avevano acconsentito!

Fénis innanzitutto, per quella sua atmosfera così “draculesca”, come diceva Vittorio. A seguire: via per Issogne! Arrivati all’ingresso, purtroppo un cartello avvisava che per un improvviso black out quel pomeriggio il castello sarebbe stato chiuso… “Oh no!”, esclamò Vittorio deluso. “Non preoccuparti”, lo rassicurò la mamma, “è momentaneo. Lo vedrai domani! Visto che è ora di pranzo ci fermiamo qui, ok?”.

Ma dopo un po’ Vittorio si annoiava a star seduto; “Mamma, papà, vado qui fuori davanti al castello a giocare col pallone!”. “Va bene, ma stai attento e non combinare guai!”.

Immaginando Vittorio (da parentingoc.com)
Immaginando Vittorio (da parentingoc.com)

Vittorio, talentuoso mini calciatore, si divertiva a palleggiare e a fingere di dribblare fortissimi avversari. Tira, calcia, rimpalla… e il pallone finisce in una siepe altissima vicina al muro di cinta del castello.

Vittorio si mette a cercarla. Intanto guarda da fuori quell’austero edificio:” Mmmmh, però, che grigio che è! E’ così diverso da Fénis, mah… speriamo che dentro sia meglio! Ma dov’è finito il pallone, mannaggia?!!”.

Ad un certo punto, individuata la palla, si infila nel folto del cespuglio (no!! Anche le ortiche!!) e… nota uno spiraglio di luce. Proprio così, nascosta da quell’enorme siepe c’era un piccola porta di legno! Era socchiusa e.. la curiosità troppo forte!

“Non combinare guai!”, gli aveva detto  la mamma, e per un attimo Vittorio fu sul punto di lasciar perdere, ma…

No, quella porta lo chiamava, ma sì, dai, giusto una sbirciatina!

“Oooooohhh, aiutooo!!”. Vittorio era caduto da un muro come un sacco di patate! Ma dov’era finito?! Un pò stordito, con un graffio sul braccio e un ginocchio sbucciato si guardò intorno.

“Che meraviglia!”. uno splendido giardino pieno di fiori e alberi da frutta si apriva davanti ai suoi occhi. Un giardino ben curato con le siepi perfettamente tagliate, quasi disegnate. Nel mezzo due alberi più alti e rigogliosi degli altri attrassero la sua attenzione: uno era un melograno (anche nel giardino dei nonni ce n’era uno), l’altro invece, con curiose foglie seghettate,Vittorio non sapeva cosa fosse.

Intorno le pareti di cinta erano ricoperte di pitture colorate con finte colonne e statue. Poi, nel rialzarsi nota un luccichio: c’è qualcosa che brilla laggiù, tra le ortensie… Vittorio si avvicina: uno specchio, non grande, ma splendidamente lavorato, uno di quelli col manico, brillava abbandonato nei fiori.

“Che bello! Chissà chi lo ha perso… a mamma piacerà moltissimo!”. Aveva appena fatto in tempo a metterselo in tasca che alle sue spalle un vocione rauco gridò:”Ehi tu, ragazzino! Chi sei? Che ci fai qui? Come sei entrato? E in che modo strano sei vestito?”.

Vittorio spaventato si girò: un omone grande e grosso, con l’armatura e un coltellaccio in mano lo fissava minaccioso.

“Ora verrai con me! Ti affido a qualche donna che ti sistemi e ti cambi e poi te ne vai! Non è posto per te!”. Vittorio non riuscì nemmeno a protestare che una mano nerboruta lo stava trascinando via dal giardino senza troppi complimenti.

Quel soldato era davvero strano e le armi erano, diciamo, “insolite”. E poi parlava in un modo, quasi incomprensibile! Vittorio lo capiva abbastanza, ma usava comunque delle parole, come dire, “vecchie”… “ma che lingua è? Sembra francese ma…boh…!”.

“Ragazzi, guardate chi ho trovato nel giardino!”, tuonò l’omone, “che buffo ‘sto ranocchietto secco secco e guardate che vestiti indossa!”. La compagnia esplose in una fragorosa risata. Vittorio era stato portato in una sala piena di guardie che, però, si stavano riposando e giocavano ad un gioco simile agli scacchi. Tutti lo fissavano e ridacchiavano. Le armi erano appese al muro; gli elmi appuntiti erano stati lucidati da poco e quegli uomini indossavano bizzarre divise tutte colorate.

Lunette - Corpo di guardia (L. Acerbi)
Lunette – Corpo di guardia (L. Acerbi)

“Ma… dove sono?”, chiese ad un certo punto Vittorio con un filo di voce. “Come dove sei?! Sei entrato come un ladro e non sai nemmeno dove sei? Non prenderti gioco di me, sai, rospetto, altrimenti ti spedisco fuori a calci! Ora sù, fuori di qui!”

Il soldato prese Vittorio per un braccio e lo trascinò fino al mercato accanto. “Donna, questo strano ragazzino curiosava in giardino. Mi ha già fatto perdere troppo tempo. Prenditelo, lavalo e mettigli addosso abiti decenti. Poi, che se ne vada! Ah, fallo mangiare: è secco come un chiodo! Tsè, i soliti accattoni!”.

Vittorio era completamente disorientato e guardando quella donna dall’aspetto rassicurante e dolce, chiese nuovamente: “Ma dove sono? Io… sono caduto… credo di essermi perso, signora!”.

La donna rimase colpita dall’educazione del ragazzino, non pensava fosse un mendicante. “Piccolo, sei nel castello di Issogne, nobile dimora di Sua Eccellenza il Priore Giorgio di Challant. Vieni, sù, accompagnami a fare la spesa, che ti prendo qualcosa da mangiare.

Vittorio era ammutolito, non sapeva più cosa pensare. Ma la sua indomabile curiosità e la fervida immaginazione lo spinsero a “stare al gioco” e a seguire quella donna che disse di chiamarsi Clarice e di essere una cuoca del castello.

Una fila di colorate botteghe piene zeppe di cibo e mercanzie varie era presa d’assalto da vari avventori; come prima cosa Clarice lo portò dal salumiere e lo chiamò in un modo strano: “pizzicagnolo”. Che nome buffo, lo faceva ridere… Prosciutti, salami, carni essiccate; e grandi forme di formaggio di montagna dal profumo penetrante. Vittorio adorava i formaggi e volle assaggiarlo. Che bontà! Clarice gli disse che veniva prodotto in montagna quando le mucche salivano ai pascoli alti e che questo che si vendeva al mercato del castello era in assoluto il migliore. Sul bancone anche un enorme pane di burro… così grandi Vittorio non ne aveva mai visti!

Lunette - Pizzicagnolo (L. Acerbi)
Lunette – Pizzicagnolo (L. Acerbi)

Clarice si fermò un attimo a chiacchierare con una sua amica che se ne stava seduta davanti ad una ruota e lavorava del filo di lana… “Cosa fa?”, chiese Vittorio. “Come cosa fa..!! Ma da dove salti fuori, tu?! Sta filando! Mah… che rospetto insulso che sei… Presto, seguimi!”.

Eccoci davanti alla bottega del macellaio, o del fornaio? Boh, sta di fatto che i due stavano insieme nello stesso negozio. Proprio in quel momento uscivano dal forno fragranti pagnotte a forma di cappello… che acquolina! Che impressione però quella bestia squartata appesa sopra il bancone! C’era anche un cagnolino che cercava di rubare qualche salsiccia… che buffo!

Lunette - panettiere e macellaio (L. Acerbi)
Lunette – panettiere e macellaio (L. Acerbi)

“Muoviti che mi serve del cavolo!”, sbottò Clarice. “Cavolo?!! Puah! Io lo odio!” esclamò Vittorio. “Cosa?! Sei davvero strano! Guarda che col cavolo io preparo zuppe fantastiche! Ci metto dentro il pane vecchio, un pò di cipolla, del formaggio e…”, “No, per carità! Cavoli, cipolle, pane vecchio… io non la mangio questa roba!”. Clarice fissò Vittorio interrogativa. “Ah, il signorino. E si può sapere cosa mangi?!”. “Beh, .., patate… pomodori… e vado matto per l’ananas e le banane!”.

Lunette - panettiere e macellaio (L. Acerbi)
Lunette – panettiere e macellaio (L. Acerbi)

“Ma che razza di roba è mai questa?! Da quale oscura e remota contrada provieni? Io davvero non ho mai sentito questi nomi… sei forestiero oppure pazzo? Ah, forse sei il nuovo giullare per far divertire i nipoti di Sua Eccellenza?”.

“Ma, come, signora Clarice, non ha mai visto una patata né un pomodoro?!”. Clarice sbuffò e rispose:”Senti, ascoltami bene, inizio a stancarmi delle tue burle. Cavoli, cipolle e rape. Zitto o stai a digiuno!”.

Per fortuna vendevano anche mele e fichi…

“Ah, signora Clarice, mi scusi, che alberi sono quelli in mezzo al giardino? Uno è un melograno, giusto?”; “Beh, qualcosa allora conosci… sì, l’altro invece è una quercia! Non vedi com’è grande e robusta?!”

Che strano, pensò Vittorio, insieme al fruttivendolo c’era anche il calzolaio! E quanto lavoro che aveva! C’era la coda:”Signora Clarice, ma tutti che si fanno riparare le scarpe… non possono comprarsele nuove? Ai saldi costano meno…”; “Ai cosa? E dove sarebbe questo luogo? E poi, scarpe nuove! Tu sei matto, ragazzino! Quando c’è chi le ripara è già tanto!”. Clarice era sempre più sconvolta…

Andarono poi dallo “speziale” (altro nome mai sentito…); “Ah, ma sì! E’ una specie di erborista-farmacista! Ora ho capito”. Vittorio rimase incantato da tutti quei bei vasi con le erbe, messi in bella mostra sugli scaffali. Gli fece un po’ pena, però, un poveretto malconcio seduto a pestare nel mortaio.

Lunette - Lo speziale (L. Acerbi)
Lunette – Lo speziale (L. Acerbi)

Ad un certo punto un improvviso fermento. Tutti escono dalle botteghe e si radunano nel cortile. Si apre il portone principale e… ” Stai composto! C’è Sua eccellenza il Priore!”.

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Eccolo, Giorgio di Challant, seguito da un codazzo di sacerdoti, segretari e servitori. Fermatosi venne raggiunto da un gruppo di uomini che avevano smesso apposta di lavorare: sembravano muratori, imbianchini… qualcosa di simile.

Vittorio capì che Sua Eccellenza era venuto per verificare lo stato di avanzamento dei lavori e per prendere accordi coi capi delle maestranze. Clarice gli spiegò che bisognava realizzare la nuova decorazione pittorica del cortile: quel luogo andava abbellito, arricchito, nobilitato! Quel luogo avrebbe dovuto esprimere tutta la potenza della famiglia Challant!

Vittorio capì che il Priore non era soddisfatto delle proposte fatte e che sarebbe stato lui a dare tutte le indicazioni del caso. Curioso di vederlo da vicino, con un balzo Vittorio raggiunse la prima fila. Clarice tentò invano di acciuffarlo ma le scappò un urlo. Sua Eccellenza si voltò di scatto “Che succede? Cos’è questo trambusto?”.

La povera Clarice, mortificata, si inginocchiò per scusarsi e prese Vittorio per un orecchio strattonandolo. Il Priore, quasi divertito, si avvicinò al ragazzino studiandolo nei minimi particolari.

“Che insolita foggia d’abito. Chi sei?”. “Mi chiamo Vittorio, signor Giorgio… io… ecco…”. “Molto bene, Vittorio, orsù dunque seguimi. Per prima cosa devo recarmi dal sarto a scegliere una stoffa adatta al mio nuovo mantello da viaggio. Il signor Arnaud saprà consigliarmi per il meglio!”. Vittorio lo seguì: quell’uomo lo aveva immediatamente colpito, era impossibile non obbedirgli. Restò stupito dalle decine di stoffe colorate che Arnaud, il sarto, srotolò davanti al Priore; e che forbici enormi aveva!

Lunette - drappiere e sarti (L. Acerbi)
Lunette – drappiere e sarti (L. Acerbi)

“Bene, piccolo Vittorio, ora fatti dare una lavata. Ti aspetto dopo i Vespri nella stanza dalle colonne di cristallo”, e Sua Eccellenza scomparve tra le arcate scure del portico.

Dopo essersi fatto spiegare da una rassegnata Clarice cosa fossero i “Vespri” ed essersi sistemato, Vittorio raggiunse la sala dove era atteso. Una sala grandissima, ricoperta di affreschi… con colonne di cristallo e di marmi colorati dietro cui si aprivano strani paesaggi da fiaba!

Sala bassa (L. Acerbi)
Sala bassa (L. Acerbi)

Sul fondo, seduto su una specie di trono in legno scolpito, Giorgio di Challant lo aspettava.

Bene Vittorio, infine sei arrivato. Ti stavo aspettando, sai? E so che qui al castello hai trovato un oggetto che mi appartiene ma che avevo perduto”. Lì per lì Vittorio non capì e negò. “Sii sincero, Vittorio, quell’oggetto sa riflettere il vero e tu ora lo stai nascondendo.”

Vittorio comprese e tirò fuori dalla tasca lo specchio trovato in giardino. “Vedi che lo avevi tu? Lo immaginavo. Quando la luna sarà alta e la sua luce illuminerà il cortile, scenderai in giardino con me!.

E così avvenne. Sua Eccellenza si fece dare lo specchio e, quando la luce lunare inondò il cortile, egli puntò lo specchio al cielo. Un raggio argenteo fortissimo rimbalzò sullo specchio e si perse nelle profondità del pozzo che sembrava acceso dall’interno.

Giorgio invitò Vittorio a guardarvi dentro. Inizialmente vide la superficie dell’acqua che brillava muovendosi in piccole onde. Poi, improvvisamente, l’acqua si fermò e nel mezzo si aprì un varco. Giorgio mise un braccio intorno alle spalle del ragazzino, salirono sull’orlo del pozzo e saltarono.

Vittorio stranamente non aveva paura, ma chiuse gli occhi. Dove sarebbero finiti?!

“Eccoci! Apri gli occhi, piccolo”, lo rassicurò Sua eccellenza, “sei nel mondo oltre lo specchio, nel regno dei miei sogni…”.

Vittorio sgranò gli occhi: il giardino era lo stesso del castello, ma i due alberi, il melograno e la quercia, erano fusi in un’unica pianta e non erano più veri alberi… erano di metallo scintillante e dai loro rami sgorgava acqua purissima che si riversava in una splendida vasca ottagonale.

30 - Fontana del Melograno

Le pareti interne del cortile erano rivestite di specchi enormi che riflettevano e amplificavano la meravigliosa corte fiorita. Ad un certo punto, dai portici, su cui (notò Vittorio) era raffigurato il mercato esattamente come lo aveva visto lui quella mattina), uscì una folla di bambini. Maschietti e femminucce, tutti a coppie, in fila ordinata, si tenevano per mano. Indossavano abiti fatti come stemmi.

“Vedi Vittorio”, disse il Priore, “i bimbi vestiti d’argento e di rosso con la banda nera appartengono alla mia famiglia, gli Challant. Gli altri a famiglie nobili ed importanti con cui ci siamo uniti o ci alleeremo per consolidare e rafforzare il nostro potere.”

La schiera di bimbi si fermò al centro del cortile e, dopo aver bevuto dall’albero doppio, si specchiarono sulle pareti che, come per incanto, si rivestirono dei colori e dei disegni dei loro abiti.

22 - Cortile Issogne

Vittorio era ammutolito anche se avrebbe avuto mille domande… “Ora puoi andare, ragazzo. Grazie a te ho potuto usare lo specchio, vedere nella mia anima e realizzare i miei sogni. Ora so cosa devo fare in questa mia amata dimora!”. E il nobile Giorgio si dissolse lentamente nel bagliore dello specchio.

“Vittorio! Vittorio! Svegliati! Dai, che stamattina finalmente vedrai il castello di Issogne! Forza, alzati!”. La mamma lo stava chiamando. “Ma come”, pensò, “ma allora era tutto un sogno?! Ma com’è possibile… sembrava vero!”.

Arrivati al castello, Vittorio cercava con gli occhi la siepe che nascondeva la porticina, ma non c’era nulla. Ecco, toccava a loro, la visita guidata stava per cominciare.

Senza fiato! Così rimase il piccolo Vittorio una volta entrato nel cortile! C’era tutto… Ah, ecco Clarice la cuoca! E i soldati, lo speziale, il cane del macellaio… quei grandi formaggi… sì, esattamente come nel sogno!

Però, mancava qualcosa: le pareti erano rossicce, purtroppo molto deteriorate dal tempo, i colori degli stemmi erano quasi del tutto scomparsi! La guida disse che in origine vi era dipinto “Le Miroir des enfants” per i discendenti di casa Challant. “Lo sapevo”, pensò Vittorio, “Lo specchio! Sua eccellenza ha fatto raffigurare quello che avevamo visto nello specchio!”.

Si avvicinò al pozzo ottagonale sormontato dal doppio albero che lui conosceva bene. Peccato non zampillasse più acqua. Un velo di malinconia scese sul volto di Vittorio e istintivamente guardò nel pozzo. Ma cosa c’era là, in fondo? Un bagliore, un oggetto rifletteva la luce; aguzzò la vista e provò a scattare una foto migliorando la luce.

Lo specchio! Ma certo! Era proprio lo specchio del nobile Giorgio!

“Ehi ragazzino, ti stai annoiando? Sù, vieni con noi, ti stiamo aspettando! Cercherò di raccontarti qualche storia più curiosa…”. Vittorio riconobbe la voce della guida; si voltò, seppur contro voglia, e… guardò attentamente quell’uomo. Sul cartellino che aveva appeso al collo c’era il suo nome: Giorgio!

“Ti stavamo aspettando, piccolo Vittorio… immagino tu abbia voglia di visitare il nostro castello, vero?”, gli disse la guida. “Certo!”, rispose il ragazzo, “è un castello bellissimo, pensi che proprio stanotte l’ho sognato! E’ davvero il castello dei sogni!”.

 

Amici, ho voluto chiamare il bimbi Vittorio, in omaggio a Vittorio Avondo, che nel 1872 acquistò il castello di Issogne, lo restaurò e lo donò allo Stato. Proprio nell’estate 2018 sono stati aperti al pubblico, in un’ala del castello, i suoi appartamenti.

Ringrazio quindi mio marito, Leonardo Acerbi, per le splendide foto che corredano questo racconto.

Stella

 

 

 

 

 

 

Martino. Quel santo-soldato che attraversò la Valle d’Aosta

“No, proprio no… Questa vita non fa per me. Non ce la faccio più! Prima o poi dovrò decidermi e prendere una decisione radicale, definitiva!”. Questi e altri pensieri affollavano la mente del giovane soldato che, pensieroso e solitario, si aggirava in sella al suo cavallo lungo le mura della città di Samarobriva, importante città commerciale e militare della Gallia Belgica. Era novembre. Un vento freddo carico di umidità soffiava da giorni, incessante, da nord, dalla terra di Albione, portando con sè un forte odore di mare. Quel giorno una pioggia battente stava imperversando sulla città. Il terreno era già una distesa fangosa.

Stretto nel suo caldo mantello di lana il giovane soldato si accorse che stava perdendo sensibilità alla punta delle dita dei piedi e delle mani. “Che freddo… forse è meglio rientrare all’accampamento. Magari riesco a riflettere anche seduto accanto al fuoco, anziché continuare a gelare qui fuori!”.

Ad un tratto uno strano fagotto attirò la sua attenzione. Un groviglio di poveri cenci, un paio di gambe seminude magrissime e di braccia quasi scheletriche: un uomo, in evidente stato di sofferenza, se ne stava rannicchiato contro le mura, vicino alla porta d’ingresso della città. Il giovane soldato si avvicinò. L’uomo, sui trent’anni ma apparentemente più vecchio, ebbe giusto la forza di alzare gli occhi cerchiati da profonde occhiaie viola verso di lui; socchiuse le labbra, come volesse parlare, ma non ne aveva la forza. Da quel misero cencio consunto con cui tentava di ripararsi dai rigori del clima, probabilmente un vecchio sacco sdrucito, estrasse una mano ossuta e la tese verso il giovane a cavallo.

Costui non indugiò oltre. Scese dal destriero, decisamente meglio bardato del poveretto a terra, e con un colpo netto di spada tagliò a metà il suo caldo mantello invernale di lana cotta per condividerlo con l’uomo sfinito dal gelo e dalla fame. Glielo posò delicatamente sulle spalle e lo chiuse. Passò una mano amica su quel volto e pronunciò parole di conforto.

SanMartinoEIlPovero

Quegli increduli occhi incavati improvvisamente si accesero: lacrime di commozione illuminarono lo sguardo azzurro di quel poveretto che riuscì ad alzarsi, ad accennare un inchino e baciare la mano generosa che gli aveva mostrato pietà e carità.

Felice, il giovane soldato rientrò al campo. Ma quell’incontro aveva fatto scattare qualcosa di molto particolare dentro di lui. Mentre rientrava alla sua tenda, sapeva che da quel momento la sua vita sarebbe cambiata.

“Martino! Martino! Ma dov’eri finito?!”. La voce squillante di Marcello, suo amico da sempre e compagno d’arme, lo ridestò.

Il giovane ebbe come un sussulto. “Martino… questo è il mio nome. Mi venne dato da mio padre, il valoroso comandante della legione di stanza nella Colonia Claudia Savariensium, nella lontana provincia di Pannonia. Lì vidi la luce. Un padre autoritario, severo, esigente. Un padre che vedeva in me un grande guerriero, un valoroso soldato al servizio di Roma, quale lui per tutta la vita era stato e con sommo onore. Mi ha cresciuto così, secondo la sua volontà, avviandomi al mestiere delle armi. Avviandomi al culto del dio Mithra, dio nato dalla roccia, figlio del Cielo e della Terra; avevo già assistito a diversi Misteri, ma qualcosa di non spiegabile mi impediva di sentirmi parte di quel gruppo, di quel culto del quale, invece, lui era da sempre un fervente seguace, un adepto, uno di quelli che erano ormai giunti oltre la sesta porta, quella di Giove, la porta bronzea. Ne restava solo una, la settima, quella di Saturno, per raggiungere il grado iniziatico maggiore.

E l’ho sempre seguito, lungo le infinite strade dell’Impero, ad ogni angolo del mondo, in province sconosciute e terre straniere. Ho passato l’infanzia nei pressi della città di Ticinum (che, mi pare, oggi voi chiamate Pavia), e sempre al seguito di mio padre ho viaggiato in buona parte delle province continentali del grande Impero di Roma.

Cammino

Ed eccomi qui, ora, non più soldato di Roma ma al servizio di Cristo Gesù. Ripenso a quell’episodio accaduto alle porte di Samarobriva… un episodio che mi ha segnato per sempre. Dopo aver abbandonato l’esercito non ho più avute notizie di mio padre. So che la legione ha fatto ritorno in Pannonia. Il vescovo Ilario mi ha battezzato e ora mi sento un uomo nuovo! Ho deciso di tornare a Sabaria, dai miei genitori: voglio condividere con loro questa mia nuova condizione. Voglio che anche loro conoscano la fede in Cristo e vengano battezzati. Mio padre sarà sicuramente un osso molto duro e del resto è ancora profondamente offeso con me… ma con mia madre credo di avere margine di riuscita…

In questo inverno gelido in cui mi vedo costretto a viaggiare, eccomi in questa valle prima a me sconosciuta. Ho superato quasi per miracolo il colle dell’Alpis Graia scendendo fino al villaggio di Ariolica tra infiniti pericoli e rischi. Una natura impervia, infida, seppur dotata di un suo fascino inspiegabile. Il mio passato nell’esercito mi ha temprato; sono rotto a tutto! Ma queste montagne non state affatto semplici da superare.

Da Ariolica, dove ho riposato e mi sono ben rifocillato, ho guadagnato il fondovalle insieme ad alcune guide locali, in gruppo con alcuni mercanti. Ho visto paesaggi straordinari dove il genio militare romano ha saputo realizzare opere incredibili pur di arrivare ad ottenere una strada degna di questo nome. Le strade dell’impero… sono uno degli elementi che han fatto la potenza di Roma!

Anche in queste terre di confine, strette da gole vertiginose tra rocce, strapiombi e torrenti impetuosi, circondate da boschi impenetrabili, la strada romana è un punto di riferimento, una certezza.

Eccomi ad Augusta Praetoria: la vedo in lontananza, con le sue mura e le sue torri. Ne ho sentito parlare sin dalle terre galliche, come di una città bellissima, ricca, vivace, ma che da alcuni anni a questa parte soffre di un progressivo declino. La gente che la abitava se ne sta allontanando, non sentendosi più così sicura come una volta. Le scorribande di popoli stranieri stanno iniziando a farsi sempre più violente e ripetute. Eppure l’imperatore Costantino solo alcuni decenni fa ha proceduto ad un vasto intervento di monitoraggio e manutenzione delle arterie stradali, anche di questa via che collega la Transpadana alle Gallie, un asse viario decisamente strategico!

Ma ormai la sera è vicina, le ombre della notte si allungano rapidamente e il freddo è già pungente. Mi fermerò in questo sobborgo alla periferia occidentale della città; vedo un gruppo di case, una fattoria. Vedo che ci sono luci, proverò a chiedere ospitalità.

“Ma cosa fate in giro a queste ore? Chi siete? Andate via! Non abbiamo nulla, siamo povera gente! Quel poco che avevamo ci è stato portato via, o dai barbari o dalle tasse dell’imperatore! Andate via! Cercate alloggio in città piuttosto!”.

La voce che aveva risposto al suo bussare dalla fattoria era nervosa, concitata… Martino provò a spiegare chi era, che non voleva nulla se non un pagliericcio e un tetto per la notte e che avrebbe pure pagato per quella generosità! Ci volle tutto l’impegno per convincere l’uomo ad aprire la porta, ma alla fine ci riuscì.

“Che Dio sia con voi, fratello”, salutò Martino. “Dio? E quale? Giove? Mithra? Asclepio? Ercole? o forse qualche misterioso dio egiziano? Come lo chiamano… Serapide?.. ne avete talmente tanti… ma nessuno che mostri un pò di bontà e di carità nei confronti della povera gente!”, esclamò l’uomo visibilmente contrariato.

“L’unico Dio, fratello. Il Dio della Carità, dell’amore e della condivisione”. L’uomo lo fissò perplesso. Non capiva quelle parole né mai le aveva sentite… “Mah, cos’è un culto nuovo? Una nuova bugia? Ah, sì… quello autorizzato e ufficializzato da Costantino, giusto? Noi siamo gente semplice, gente che vive nei campi e si spacca la schiena tutti i giorni! Noi siamo legati alle nostre antiche tradizioni, quelle che ci hanno insegnato i nostri padri e i padri dei nostri padri, da sempre”.

Martino lo ascoltava con grande attenzione e interesse, senza sbottare o mostrare fastidio. L’uomo se ne accorse e gli diede fiducia. “Ma voi, chi siete? Da dove venite?”. Martino allora gli raccontò della sua vita, dei suoi lunghissimi viaggi, dei tanti posti che aveva visto e del perché stava tornando in Pannonia. Colui che lo aveva accolto in casa infine si presentò: “In città mi chiamano Darius, ma il mio vero nome è Daro, il figlio della quercia”. E fu così che, davanti al fuoco e con un piatto di zuppa, giunse infine il sonno ristoratore.

La mattina dopo Martino si svegliò di ottimo umore, pronto a ripartire. Chiamò l’uomo che lo aveva ospitato, ma in casa non c’era nessuno. Uscì. Davanti a lui si stendeva un’ampia campagna ondulata; in lontananza, verso sud, il baluginare del fiume e, all’orizzonte, le due altissime vette che dominavano la valle. La notte aveva lasciato un velo di ghiaccio su ogni cosa. Ad un tratto udì delle voci provenire da un campo più a nord. Si incamminò in quella direzione. un gruppetto di uomini e donne era raccolto intorno ad una grande quercia. Tutti mormoravano. Una nenia incomprensibile, quasi una melodia, si diffondeva nell’aria.

“Martino, buongiorno! Vieni, unisciti a noi!”. Il suo ospite lo stava chiamando. Martino venne quindi presentato alla piccola comunità, evidentemente incuriosita e in parte non priva di sospetto.

“Vieni Martino. Qui siamo tutti parenti, amici, sodali. Qui siamo tutti eredi dell’antico popolo di queste montagne. Quel popolo capace di muoversi veloce sugli strapiombi rocciosi anche nel buio più nero. Quel popolo che adorava le rocce, il cielo, gli alberi. Un popolo molto antico in grado di vivere in simbiosi perfetta con la natura senza bisogno di stravolgerla e piegarla alle sue necessità. Questo luogo, che ai più appare come un povero grappolo di catapecchie fuori dalla bella Augusta Praetoria, è in realtà un luogo sacro. Vedi questa grande quercia? ha centinaia di anni, è qui da sempre, dal tempo del non-tempo, da quando il Mito era Storia. E’ la nostra memoria, il simbolo della nostra identità”.

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Martino era rapito dall’eloquio appassionato di Daro; voleva capire, conoscere. Tuttavia non voleva rinunciare alla sua missione e iniziò col raccontare loro dell’episodio del mantello tagliato e delle visioni che ne seguirono. Di come tutto questo aveva cambiato la sua vita e il suo destino.

La gente di Daro lo ascoltava, capiva che Martino era un uomo buono e non era lì per far loro del male.

“La tua storia è bella e toccante, Martino. Questo tuo dio ti ha scelto, ti ha mandato messaggi importanti. Ma noi non lo abbiamo ancora incontrato. Per noi ciò che conta è il cielo stellato sopra le nostre teste, la madre terra che ci nutre, l’eterno ciclo di vita e di morte rappresentato dallo scorrere eterno delle stagioni e dal girare degli astri. In molti hanno già tentato di distruggere questa quercia. Invano. Noi siamo disposti a difenderla con ogni mezzo. Questo albero, Martino, affonda le sue radici assai in profondità. Noi conosciamo questo terreno, lo coltiviamo e sappiamo i tesori che racchiude. Questo terreno ogni tanto ci restituisce frammenti di grandi pietre piatte, alcune hanno persino un volto! E la grande quercia sorveglia queste pietre e gli spiriti che le abitano. Questo è un luogo diverso da tutti gli altri, Martino. I Romani ci hanno impiantato una delle loro necropoli; qui nulla può essere costruito senza il volere degli antichi dei. La quercia lo impedisce. Qui c’è la nostra città perduta, sai?

“Ma, come si chiama questo luogo, Daro?”, chiese Martino.

“Gli abitanti della città lo chiamano Cordelianum. Per noi sarà sempre Cordela, la città degli antenati, la città delle grandi pietre“.

“Nessuno ne ha mai scritto perché la nostra tradizione è quella di raccontare a voce e memorizzare. Nostro compito sarà proprio quello di non perdere mai questa memoria, ma anzi di tramandarla ai nostri figli, nipoti, discendenti. Sono tempi assai duri, questi caro Martino, ma noi non demorderemo. La gente che vuole ascoltare la voce delle pietre si sta rarefacendo. L’angoscia di questo volgere di anni, la crisi dell’autorità imperiale, le continue migrazioni di popoli sconosciuti e spesso nemici, non aiutano questo genere di ascolto ma piuttosto la ricerca di una via di fuga, spesso solo un abbaglio temporaneo. Noi invece abbiamo deciso di cercare rifugio nel nostro passato, nelle nostre credenze, e le proteggeremo ad ogni costo”.

Martino decise di fermarsi in quel sobborgo ancora un pò. Da una parte Daro era uomo saggio e amava stare ad ascoltarlo, ad imparare; in quel piccolo popolo Martino ritrovava persino briciole di quella antica religione che ricordava praticata nelle campagne della Pannonia e della Gallia, ma che nessuno gli aveva mai spiegato davvero. Dall’altro gli sembrava di essere tornato a Siccomario, il modesto villaggio alla periferia di Ticinum dove aveva trascorso gli anni tra infanzia e adolescenza. Eh, già… proprio una vita in periferia la sua. E lì, alle porte occidentali di Augusta, stava riscoprendo una volta di più sebbene in modo ancora diverso, tutto il senso e il valore di quel suo “essere in periferia”. La sua missione erano le periferie, lì doveva stare! Lì serviva la sua parola.

Quella sera Daro condusse Martino in visita ad una donna molto anziana, considerata la saggia del clan. La donna aveva infatti espresso il desiderio di conoscere personalmente questo insolito viaggiatore che si muoveva da est a ovest attraverso l’impero. E soprattutto che aveva storie così diverse da raccontare!

“Prego, entrate pure”. La voce della donna era sottile ma profonda; Martino si accorse subito che riusciva a toccare le corde dell’anima. Quando la vide restò colpito da quello sguardo indagatore, quegli occhi di cui non si vedeva la fine, dal taglio affilato e incorniciati da ciglia ancora lunghe e nerissime nonostante l’età.

” Io sono Maricca. Molte lune sono passate da quando aprii per la prima volta gli occhi al mondo. Ho visto molte cose. E sento che tu sei un uomo buono, venuto a portarci importanti novità”. Martino era ammaliato. Raccontò a Maricca la sua storia; ad un certo punto lei gli disse: “Ho visto queste cose. E so che quanto dici corrisponde a verità. Tu vuoi far conoscere la tua fede e questo è legittimo. Ma fallo con rispetto, in punta di piedi. Non distruggere le tradizioni degli antichi. Noi non siamo spiriti malvagi e siamo disposti ad ascoltarti. Qualcuno potrà e vorrà seguirti da subito; altri no, ma probabilmente i loro figli o i loro nipoti, sì. Sarà il tempo a decidere”.

Martino era senza parole. Quella donna sembrava conoscerlo molto più di quanto non credesse…

Quella stessa sera il piccolo popolo di Daro e Maricca si radunò alla luce di un grande falò vicino alla quercia secolare; erano venuti ad ascoltare Martino. E il giovane soldato di Cristo parlò loro della sua fede, del messaggio di salvezza, di resurrezione, di vita eterna. E si rese presto conto che quegli stessi concetti non erano poi così lontani dalle loro credenze. Erano un’altra forma dell’eterno ciclo di vita-morte-rinascita. Martino cercò quindi di adottare una strategia già spesso utilizzata in passato dai Romani: il sincretismo. Una parola difficile, certo, ma che racchiudeva una profonda saggezza.

Martino cercò di utilizzare sapienti parallelismi, andando ad illustrare innanzitutto i punti di contatto tra le due fedi e spiegando loro che, in fin dei conti, il suo Dio era rintracciabile nella natura stessa. Il popolo di Cordela però non capiva come potesse essere uno solo vista la molteplicità di aspetti del mondo naturale… e non capiva come il figlio di un Dio avesse potuto decidere di morire per gli uomini anziché salvarli direttamente intervenendo in maniera più… “divina”, appunto. Ma Martino provò a spiegare loro che la divinità del gesto era proprio quello: morire per mostrare che si sarebbe risorti.

Alla fine Martino si trattenne a Cordela per diverso tempo; il tempo necessario ad imbastire, autorizzato dalla saggia Maricca, una sala di adunanza nella quale sarebbe stata esposta una croce. Questa sala venne costruita intorno alla grande quercia, a voler rappresentare l’incontro dei due mondi, senza danneggiare minimamente la quercia naturalmente!

La partenza fu dolorosa. Martino avrebbe tanto voluto fermarsi, ma non poteva! La sua missione lo avrebbe portato ad attraversare terre sconfinate fino a tornare in Pannonia per poi ritornare ancora…avanti e indietro per portare la novella del Signore.

CONTRO IL DIAVOLO SULL’ANTICO PONTE

Attraversò così tutta la valle Baltea seguendo l’efficientissima strada romana delle Gallie, incontrando uomini, villaggi, soldati; superando torrenti, orridi, paludi…

Sempre ricorderà la sua tappa nel villaggio sulle sponde del torrente Lys… un incontro decisamente “diabolico”. Al suo arrivo vide che solo una traballante passerella in legno univa le due sponde dell’impetuoso torrente Lys il cui transito si rivelava sempre pericoloso, ancor di più quando il corso d’acqua era gonfio e rabbioso per le troppe piogge o per lo scioglimento delle nevi. Ma la popolazione aveva bisogno di passare, e di farlo spesso…Mercanti, contadini, pellegrini, soldati…in tanti dovevano superare l’imprevedibile Lys e quella maledetta passerella spesso mieteva vittime innocenti.

Approfittando di questo bisogno, il Maligno si era insinuato nella comunità e accontentò la popolazione costruendo, nell’arco di una notte, un ponte meraviglioso: alto, solido, possente. Un ponte che sicuramente avrebbe saputo contrastare le onde di piena del Lys. Ma in cambio chiese una ricompensa importante: un’anima. Almeno una. E sarebbe stata di colui che per primo sarebbe transitato sul “suo” bellissimo ponte. E anche per gli abitanti di Pont-Saint-Martin, l’aiuto di Martino si rivelò fondamentale. Fu lui a far passare, per primo, sul ponte, un cagnolino; e quindi fu l’anima della bestiola ad essere “sacrificata” per salvare la gente del posto.

Insomma: storia, fede e leggenda si mescolano perfettamente ancora oggi nel Carnevale di Pont-Saint-Martin dove il nome stesso del paese si deve ad un ponte del I secolo a.C., costruito dal genio romano sulla via verso le Gallie, tuttora splendido e utilizzato.

Ponte romano di Pont-Saint-Martin (da www.guideaostawelcome.it)
Ponte romano di Pont-Saint-Martin (da http://www.guideaostawelcome.it)

Alcuni anni dopo Martino si trovò a ripassare da Cordela. Trovò ancora Daro, assai anziano e malato, divenuto guida spirituale del gruppo che aveva abbracciato la parola di Martino. Purtroppo non trovò Maricca che, nonostante l’ascolto e la comprensione, non aveva voluto abbandonare la fede degli avi, ma che volle farsi seppellire sotto un cumulo di pietre appena all’esterno della sala “comune”.

Anche in quell’occasione Martino si fermò alcuni giorni con loro e, quasi fosse un miracolo, nonostante si fosse agli inizi del mese di Samhain, in quei tre giorni pareva di essere in primavera! Quell’uomo, ex soldato di Roma, era destinato alla santità! Di lì a breve divenne l’acclamato vescovo di Tours, l’illustre apostolo delle Gallie!

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Da quella volta sono trascorsi molti secoli. E molte cose sono cambiate. L’antica Cordela, rimasta sepolta dallo scorrere del tempo e dagli eventi, è tornata a far parlare di sè e al suo nome ha unito il ricordo di Martino: Saint-Martin-de-Corléans!

Saint-Martin-de-Corleans

La sala assembleare voluta da Martino e Daro fu trasformata nel Medioevo in una piccola chiesa col suo campanile; e così la potete trovare ancora oggi.

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Chissà se lì sotto ancora resistono le antiche radici della grande quercia…. probabilmente, sì!

Sicuramente quella che oggi chiamiamo Area Megalitica è un luogo dove poter vivere e toccare l’ancestrale e potente rivelazione della sacralità.

 

Stella

Castel Savoia di Gressoney-Saint-Jean. La regina solitaria e il principe cacciatore

In un tempo lontano, la gente che abitava nel piccolo borgo raccolto intorno all’antico ponte di San Martino era solita mettere in guardia i viaggiatori o i mercanti intenzionati ad inerpicarsi nella rocciosa ed angusta vallata solcata dall’impetuoso torrente Lys.

Dicevano, infatti, che gli spiriti della Natura abitavano quel territorio e che non ammettevano estranei! Nessuno poteva entrare, altrimenti non avrebbe fatto ritorno, oppure ne sarebbe tornato completamente pazzo, ossessionato da incubi e visioni.

Narravano che in quella vallata persino il sole faticava a penetrare, che le rupi erano erte e scoscese, i burroni e le gole terribili, i boschi scuri e fittissimi, il torrente inoltre era governato da una strega volubile e capricciosa, la ninfa Lysia, che spesso causava inondazioni e piogge tremende.

Chiunque avesse tentato di avventurarsi in quella vallata stretta e scura, sarebbe stato vittima di frane, slavine, vortici improvvisi di un vento capace di sradicare gli alberi. Raccontavano che la valle fosse popolata da gnomi malefici e Troll spaventosi che impedivano a chiunque di accedervi: erano infatti chiamati ad assolvere un compito molto molto importante. Ma quale?

Lassù, in alto, oltre l’invalicabile barriera delle rupi e dei gorghi, si diceva che si aprisse, come un miraggio, un luogo splendido, di ammaliante bellezza.

Un luogo dalla Natura rigogliosa ed incontaminata che andava protetto ad ogni costo e soprattutto andava difeso dagli uomini. Era il regno della misteriosa ed inafferrabile Edelweiss, la regina solitaria.

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Nessuno l’aveva mai vista, né lei del resto lo avrebbe permesso, ma già le antiche leggende parlavano di questa regina di straordinaria bellezza, una regina senza tempo e senza età, che viveva da sola in un meraviglioso castello di cristallo costruito apposta per lei dalle fate della grande montagna rosa e dagli elfi dei boschi.

Questa dimora candida, opalescente e brillante si ergeva maestosa nel mezzo di un bosco di pini e abeti che la proteggeva col suo intrico di rami e felci e che, talvolta, poteva persino innalzarsi all’improvviso per renderla invisibile. Quando i raggi del sole riuscivano ad intercettare le alte torri e le guglie appuntite del palazzo, queste risplendevano e brillavano come se fossero fatte di ghiaccio trasparente.

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La regina Edelweiss era figlia di quel luogo, ne era l’anima, e sua missione era difenderlo da tutto e da tutti. Aveva sempre vissuto da sola; le bastava parlare con gli alberi e gli animali della sua valle. Si narra che lei stessa potesse persino prenderne la forma, se voleva, per muoversi con maggior libertà e, addirittura, avvicinarsi agli uomini per studiarli da vicino senza destare sospetti. Unico elemento immutabile era il suo colore: che fosse donna, fiore, volatile o quadrupede era sempre di colore bianco-argento simile alla pallida luce della Luna.

Dicono non avesse neppure bisogno di un compagno, che non si fosse nemmeno mai innamorata, anzi: guai se fosse stata vista! Per il malcapitato sarebbe stata la morte, oppure sarebbe stato immediatamente trasformato in un animale o in una pianta del suo incredibile e variopinto giardino.

E così era sempre stato nei secoli, finché…

Finché un’arcana ed inaspettata congiuntura astrale cui neppure Edelweiss poteva sottrarsi non fece cambiare il clima della vallata. Gli inverni iniziarono a diventare sempre più miti e brevi mentre le estati calde portavano il sole ad attardarsi più a lungo sulla conca e a rendere più fertili i terreni zuppi d’acqua. Si dice fosse assai abbondante un’erba in particolare, assai nutriente, il crescione, molto amata dagli animali ma apprezzata anche dagli uomini.

Edelweiss non si preoccupò. Quello era e restava comunque il suo regno; bastava adattarsi alla nuova situazione dettata dalla Grande Dea, Madre Natura. Non sapeva, però, che non sarebbe più stata sola.

Il costante rialzo delle temperature, infatti, aveva aperto dei colli e dei passaggi sulla grande montagna rosa; transiti mai utilizzati ma che erano stati individuati da uomini provenienti da nord. Uomini coraggiosi, caparbi, abituati alla fatica, al freddo, alle difficoltà. Uomini che avevano dovuto lasciare la loro terra natia per cercare nuove terre e nuove possibilità di commercio. Uomini capaci di muoversi con agilità sulle montagne e in grado di adattarsi anche alla natura più severa. Erano i Walser!

Edelweiss venne presto avvisata dalle fate che gruppi di Walser stavano passando il confine e stavano penetrando nel suo territorio. Questa notizia la fece letteralmente infuriare.

Iniziò a scatenare le forze della natura poste sotto il suo controllo rovesciando fulmini e tempeste, grandinate e gelate, provocando frane di massi enormi, deviando torrenti che così andavano ad allagare pascoli e sentieri. Ma niente! Nulla riusciva a fermare questi uomini! Anzi, più lei devastava i loro carichi e i loro rifugi, più ne arrivavano a dare supporto…

Edelweiss decise allora di lasciarli un po’ in pace, di permettere loro di insediarsi in modo da colpirli quando si sarebbero sentiti più tranquilli abbassando le difese; questo avrebbe causato loro ancora più danni.

Intanto aveva avvolto il suo castello in un incantesimo che lo rendeva invisibile ed inavvicinabile. Il bosco intorno era cresciuto a dismisura e gli alberi erano duri come pietra in modo da non poter essere tagliati.

Ma i Walser riuscirono comunque a costruire un bel villaggio in mezzo ai campi e Edelweiss dovette riconoscere che ertano davvero degli ottimi falegnami, abili carpentieri e sagaci agricoltori.

Di notte, sotto forma di gatto, o di civetta, si avvicinava alle case per spiarli e individuare i loro eventuali punti deboli.

Aveva capito che questa gente aveva un capo: era giovane, un ragazzone alto e robusto, con la barba e folti capelli castani. Un bel paio di occhi verdi illuminavano un viso squadrato, dalla mandibola volitiva e dalla pelle abbronzata. Aveva capito che questo giovane e carismatico capo era il loro principe e si chiamava Louis.

Immagine tratta da gognablog.com-paysage à manger
Immagine tratta da gognablog.com-paysage à manger

Il popolo obbediva disciplinato agli ordini di questo principe che aveva già incaricato alcuni coetanei coraggiosi di perlustrare la vallata e di cercare di individuare una strada che conducesse verso sud, nel fondovalle. Nulla lo spaventava e spesso lui per primo guidava gli esploratori.

Edelweiss capì ben presto che Louis sarebbe riuscito ad aprire il varco. Era forte, agile, veloce e saggio nel prendere le decisioni, conosceva la natura e sapeva evitare i pericoli. Quando poi riuscì a trovare la strada diretta a sud, Edelweiss decise che doveva fermarlo! Ad ogni costo!

Se quella strada fosse diventata sicura e nota, la “sua” valle sarebbe stata invasa dagli uomini e lei non poteva permetterlo.

A Louis erano giunte le voci e le leggende sulla regina solitaria e molti dei suoi non nascondevano un certo timore. Nessuno poi voleva avvicinarsi al grande bosco; lo ritenevano stregato e alcuni sostenevano fosse infestato da spiriti e oscure presenze. Ma Louis era troppo curioso. “Questa ora è la mia terra!”, sosteneva, “e devo conoscerne ogni angolo. Se davvero esiste questa regina misteriosa, che abbia il coraggio di mostrarsi e venirmi a parlare! Io sono qui e ci resterò!”.

“Quell’arrogante sbruffone! Ma non sa con chi ha a che fare. Ora ha davvero superato il segno! La mia vendetta non tarderà! Io, regina Edelweiss, tornerò presto ad essere l’unica Signora di questo luogo!”. L’ira della regina era incontenibile; Louis andava tolto di mezzo!

Edelweiss iniziò a rendergli la vita sempre più difficile, causandogli innumerevoli sventure: la perdita del raccolto, un devastante incendio, i campi allagati, una terribile epidemia sul suo bestiame… ma niente! Louis era sempre supportato dall’affetto dei suoi compaesani; non c’è che dire, erano un popolo decisamente forte ed unito!

“Ah sì, eh… Louis?! Ma io non mollo, sai? Anzi, ti colpirò dritta dritta nei tuoi desideri…” e la regina escogitò il suo piano.

Sapeva, infatti, che la più grande passione di Louis era la caccia. Spesso lo aveva spiato e seguito, sotto forma di animale, per vederlo in azione, capirne le strategie, coglierne anche gli errori. E aveva capito che il suo più grande sogno era quello di catturare (non di uccidere!, tutti i cacciatori sanno che porterebbe male!) uno stambecco bianco.

Animale raro, prezioso, superbo e solitario che, si diceva, viveva sui picchi rocciosi più isolati ed irraggiungibili.

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Edelweiss decise così di trasformarsi in un magnifico stambecco bianco e iniziò a solleticare la curiosità di Louis: si faceva vedere, talvolta scendendo persino vicino alla sua baita, lo faceva avvicinare per poi improvvisamente fuggire e scomparire. Lo seguiva persino nei sogni e tanto fece finché non divenne un’ossessione.

Lo stambecco bianco si era impadronito dell’animo di Louis che ormai si dedicava solo a quello trascurando la sua gente e i suoi lavori abituali. Divenne irascibile, scontroso… dalle prime luci dell’alba fino a notte suo chiodo fisso era quell’animale! Tanto che ormai alcuni pensavano fosse diventato pazzo; altri iniziarono a nutrire sospetti verso di lui e a mettere in giro la voce che non fosse più adatto ad essere il capo.

“Molto bene”, pensava Edelweiss, “sto per raggiungere il mio obiettivo”.

Una sera, quasi all’ora del tramonto, Louis ancora si aggirava tra le rocce alla ricerca dello stambecco: ” Sono sicuro! L’ho visto! E’ passato lassù!”. Edelweiss giocava con lui e continuava ad apparirgli, un pò qui e un pò lì. E lo stambecco saliva, saliva, sempre più in alto, saltando agilmente tra gli strapiombi e le pareti scoscese fino a raggiungere il limite delle nevi.

Ma Louis, sebbene stanco e disorientato, non voleva fermarsi. E lo seguiva, lassù, dove la sola luce lunare non può bastare, dove la neve ed il ghiaccio si fanno nemici ingannevoli e fatali.

“Eccolo! Ora sarai mio!”. Sì, lo stambecco era lì, immobile, a pochi passi da lui! Louis con un balzo si lanciò sull’animale per afferrarlo, ma… sotto di lui si aprì un baratro! Louis precipitò nel vuoto ghiacciato fino a fermarsi su un ripiano.

Ferito, sanguinante, una gamba e qualche costola rotte, ma ancora vivo. Guardò verso l’alto gridando e chiedendo aiuto. Lo stambecco si affacciò sul crepaccio, fissandolo.

Ad un certo punto l’animale si dissolse in un vortice di neve brillante e al suo posto apparve lei, Edelweiss. La regina non gli staccava gli occhi di dosso. Louis credette di essere ormai spacciato, vittima di incubi e visioni.

Ma quando improvvisamente la ebbe accanto, ne restò affascinato. Lei, dal canto suo, decise di risparmiare la vita a quel giovane uomo che, nonostante tutto, l’aveva colpita col suo carattere forte, la sua sana testardaggine e la temerarietà.

“Sono Edelweiss, regina di questa valle. Credo tu sappia di avermi offesa”.

“Ora capisco tutto”, le rispose Louis con l’ultimo filo di voce che gli restava, “ti chiedo perdono, ma se vorrai uccidermi, lo capirò”. “No, non ti voglio uccidere. Ma se accetterai di essere trasformato in uno stambecco bianco, ti lascerò vivere accanto a me, per sempre! Ti renderò immortale.”

Louis riflettè. “No, non posso. Perdonami regina Edelweiss, ma a questo punto finiscimi! Io sono il principe Louis. E il mio popolo ha bisogno di me. Spero, anzi, che mi accetti ancora dopo che l’ho così a lungo trascurato…sempre che tu mi consenta di fare ritorno…”

La regina rimase colpita: quell’uomo avrebbe preferito la morte pur di non rinunciare alle sue responsabilità.

Louis, da parte sua, doveva riconoscere che Edelweiss era davvero bella come si diceva. Che non era solo fantasia. E che gli stava proponendo di stare con lei, diventando immortale!”

I loro occhi si incrociarono a lungo in un silenzioso dialogo che parve durare ore. Louis non avrebbe mai dimenticato quel viso bianco come la neve, quei grandi occhi neri senza fine e quella lunga chioma corvina che si confondeva con le ombre…

Al mattino si risvegliò nel suo letto. Era a casa sua e sembrava non fosse successo nulla. Nessuno si ricordava nienteGli dicevano che era stato colto da una febbre altissima, che neanche il dottore era riuscito ad abbassarla e che per ben due settimane era stato a letto in preda ai deliri. Nominava sempre lo stambecco bianco e chiamava la regina Edelweiss.

Rimessosi in forze, Louis decise che avrebbe trovato Edelweiss: quella donna, o fata o strega che fosse, gli era entrata dentro e non poteva più stare senza di lei! Avrebbe voluto rivederla almeno una volta…

Affrontò con passo deciso la salita che portava al bosco che tutti dicevano “stregato”, il bosco dove avrebbe dovuto ergersi il palazzo della regina. Stranamente (o forse no) non fu per niente difficile addentrarsi in quella fitta foresta; Louis aveva quasi l’impressione che gli alberi si aprissero al suo passaggio. Giunse infine ad una radura illuminata dal sole. Lì, al centro del prato, un giovane stambecco bianco lo guardava, immobile.

“Regina Edelweiss, Edelweiss, sei tu, vero?! Sono venuto da te! Voglio che stiamo insieme. Edelweiss, non mi riconosci? Sono Louis!”. Ma lo stambecco, dopo averlo guardato a lungo, improvvisamente con un balzo fuggì. Non era Edelweiss… quello era davvero lo stambecco bianco! Ma Louis, ormai, non era più interessato e non tentò neppure di rincorrerlo o di seguirlo. Non fece nulla. Si accasciò in mezzo alla radura, si prese la testa tra le mani e pianse.

Poi, notò che il prato intorno a lui iniziò a riempirsi di minuscole stelle alpine, argentate e vellutate. Louis si alzò mormorando ” Edelweiss, amore mio…”.

Dai bordi del prato si sollevarono delle mura bianchissime, quasi madreperla. Louis si ritrovò magicamente all’interno di uno splendido castello le cui torri si innalzavano al cielo in un gioco di guglie arditissime. Lui era lì, in piedi, stranito, nel centro di un immenso salone. Ad un certo punto, da un incredibile doppio scalone elicoidale scese lei: Edelweiss.

“Eccoti Louis, sei qui… sei venuto a cercarmi… e per me hai rinunciato al vero stambecco bianco, tuo grande desiderio!”.

“Sei tu, Edelweiss, il mio più grande sogno. Vorrei tanto diventasse realtà!”.

“Lo diventerà. E questa sarà nei secoli la dimora del nostro amore! Qui tutto dovrà parlare di noi, Louis. Per te rinuncio alla mia immortalità. Non sarò più una fata. Sarò una donna, pur sempre regina, ma del tuo cuore”.

E da quel momento il castello fu visibile e accessibile a tutti. La valle intera, dalla grande montagna rosa fino all’antico ponte di San Martino, festeggiò le nozze tra Edelweiss, un tempo regina solitaria, e Louis, il coraggioso principe Walser.

 

Questo racconto è dedicato a Castel Savoia, alla splendida valle del Lys e all’amore taciuto e sventurato, tra la regina Margherita di Savoia e il barone Luigi Beck Peccoz. Un profondo affetto ed una comunanza di sentimenti univa Margherita al barone alpinista; nella realtà ciò non è stato, ma sicuramente sappiamo che qui, tra queste montagne e in questo castello, così fiabesco e femminile, Margherita si sentiva davvero se stessa.

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Anche stavolta un GRAZIE speciale all’amico Enrico Romanzi (www.enricoromanzi.it) per la suggestiva foto di copertina.

Stella

 

Castello di Fénis. Lo stregone mutaforma e il bosco degli inganni

Un’altra splendida giornata di sole illuminava la verde valle Baltea. Era già autunno inoltrato, ma quell’inizio di novembre aveva tutto il sapore di un gradevole strascico d’estate. Il grande fiume, gonfio e rumoroso, solcava fiero la distesa di campi e prati nel suo lungo viaggio verso le ampie pianure. Gli uomini erano felici e il piccolo borgo rumoreggiava di vita e feste campestri.

Ma purtroppo quella felicità era destinata ad interrompersi assai presto. Nessuno si sarebbe mai aspettato quello che stava per accadere…

Alcune notti prima, sulle vette ricoperte di roccia e neve, un malvagio signore assetato di potere aveva usato il suo sapere e le sue conoscenze per appropriarsi di una magia potentissima e da lungo tempo dimenticata: la magia oscura delle comete a otto punte.

Quel perfido signore, nel suo rifugio perso tra i ghiacci, aspettava solo la notte giusta, la notte in cui sopra quelle montagne sarebbe passata la magica cometa capace, se imprigionata, di dare un potere immenso, di dare la quasi totale invulnerabilità.

Eccola, finalmente! La volta celeste, prima nera ed impenetrabile, improvvisamente rifulse di bagliori dorati, di fiamme e di lunghe scie di polvere di stelle.

“Eccola! Sei qui! Ora sarai mia!”. Il malvagio signore raggiunse un picco di roccia e da lì, urlando un’antica formula, aprì il suo immenso mantello nero e si gettò nel vuoto al passare della cometa.

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Un fulmine di fuoco squarciò le tenebre. Un boato riecheggiò nella valle. Il grande astro a otto punte si gonfiò e si rimpicciolì; divenne una spirale, poi una specie di labirinto pentagonale fino a diventare un punto brillante all’orizzonte. La potente cometa era stata catturata. Un falco, con una stella d’oro al collo, volteggiava riempiendo il buio di acute e ripetute strida.

Era Kymarion, signore delle tenebre e delle nebbie, terribile e crudele mutaforma la cui magia ingannava gli uomini e li rendeva suoi schiavi facendoli cadere nell’oblio.

Da quel momento la valle venne avvolta da una fitta, fredda e nera coltre di nubi; Kymarion volava sulle terre e sui villaggi cambiando il suo aspetto a seconda di chi incontrava. Egli, infatti, era in grado di capire immediatamente quale fosse il più grande sogno o desiderio di una persona; lo incarnava e così attirava il malcapitato nelle spire risucchiandone la linfa vitale per sempre. E la sua forza aumentava giorno dopo giorno. Uomini, ma anche animali e vegetali: Kymarion poteva annientare tutto e di ogni cosa assumere la forma. Poteva anche trasformarsi in esseri mostruosi, in creature generate dagli incubi o dalle paure…

La valle si trasformò ben presto in un luogo tetro e desolato, battita da una pioggia ioncessante che poteva solo diventare neve, ghiaccio, fango.

Kymarion alla fine placò il suo volo scegliendo un luogo dove fissare la sua dimora. Era quello in origine un posto bellissimo, dove ampi prati scendevano dolcemente verso il fiume. Lì, circondata da fiori e meleti, sorgeva un’antica torre merlata di brillante cristallo cinta da altissime mura che, si diceva, fosse la dimora dei Saggi e dei Sapienti.

La lotta fu terribile e, ahimé, la furia diabolica di Kymarion ebbe la meglio. Gli abitanti del vicino villaggio vivevano nel terrore e nella diffidenza; avevano paura di tutto, ogni cosa o persona poteva, in realtà, essere Kymarion.

La dimora turrita dei Saggi venne trasformata in un palazzo oscuro, inespugnabile, circondato da un bosco stregato abitato da sinistre presenze, spiriti maligni, fantasmi spaventosi… Una vera cortina di alberi neri dai rami intricatissimi e dalle grosse radici da cui la nebbia non scompariva mai.

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I poveretti che per caso vi si avventuravano, ignari, credendo di vedere un loro caro, un parente, un amico, oppure il loro bestiame o ancora pentole colme d’oro e gioielli, vi si addentravano senza farne mai più ritorno.Uomini, donne, persino bambini: Kymarion non faceva preferenze… tutti gli servivano per nutrirsi e aumentare il suo potere.

Qualcuno aveva tentato di ucciderlo, ma questo era un errore! Kymarion era invulnerabile grazie al suo potente talismano: la stella d’oro a otto punte da cui non si separava mai, qualsiasi forma prendesse! Fino a che…

Un giorno giunse alla locanda del villaggio un giovane soldato. Veniva da nord, da molto lontano, da una grande isola oltre il mare. Disse di chiamarsi Giorgio. Era molto bello, Giorgio, dai folti capelli biondi e gli occhi azzurri come il mare. Dopo dolorosi fatti di sangue che lo avevano coinvolto, aveva deciso di partire per ritrovare se stesso, per ritrovare la pace, per redimersi. Per questo motivo si era messo in viaggio affrontando un percorso lungo e assai pericoloso che, se Dio avesse voluto, lo avrebbe portato fino a Roma, se non addirittura fino a Gerusalemme: questo cammino era chiamato Via Francigena.

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Dopo aver oltrepassato con grande fatica l’alto valico Pennino si rifocillò fortunatamente nell’ospizio voluto dal saggio Bernardo, uomo santo e coraggioso che aveva sconfitto l’essere oscuro che infestava quei monti tempo addietro.

Giunto nella piana, dopo alcune ore di marcia, venne bloccato da una terribile tempesta di grandine, proprio nei pressi del villaggio vicino al bosco infestato. Ma Giorgio non lo sapeva.

Entrato nella locanda, subito ebbe tutti gli occhi addosso e l’oste lo redarguì, invitandolo a partire l’indomani stesso. Altri gli spiegarono per filo e per segno che quello era un luogo maledetto, gli dissero del bosco “mangia-uomini”, del palazzo nero e di Kymarion.

Giorgio non riuscì a chiudere occhio. Quei racconti lo avevano turbato, eppure c’era qualcosa che gli diceva di non partire, di restare lì, che avrebbe potuto fare qualcosa per quelle brave persone, anche se non sapeva come…

La mattina dopo la tempesta era cessata; un freddo pungente avvolgeva la valle e la nebbia bassa si infilava tra gli alberi e le case. Stava per uscire quando venne chiamato da qualcuno. Si guardò attorno e subito non vide nessuno. La sala sembrava vuota.. “Sei tu Giorgio, il cavaliere pellegrino?”. Giorgio notò allora una figura: un uomo, avvolto in un pesante pastrano grigio e con uno strano copricapo a cono, se ne stava seduto in un angolo e lo guardava.

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Giorgio, sulla difensiva, si avvicinò. L’uomo aveva una lunga barba rossiccia, capelli crespi dello stesso colore e penetranti occhi chiari, quasi color ghiaccio. “Ti aspettavo, cavaliere”, gli disse.

“Ma, ci conosciamo forse? Chi sei?”, chiese Giorgio. “Ora mi conoscerai, cavaliere. L’importante è che tu ti sieda e ascolti quanto ho da dirti!”, sentenziò l’uomo dal cappello a cono.

“Devi sapere che io, e i miei antenati prima di me, viviamo in questo luogo da sempre e per secoli lo abbiamo protetto. Purtroppo l’arrivo del malvagio Kymarion, uno stregone-guerriero, un abile ed imprevedibile mutaforma, un ingannatore senza scrupoli, ci ha colto di sorpresa! Nulla abbiamo potuto perché il suo potere deriva dalla grande cometa a otto punte che lui ha imprigionato in un talismano che tiene sempre al collo! Si è impossessato della nostra dimora e l’ha protetta circondandola con un bosco stregato i cui incantesimi annullano le volontà umane. Kymarion sa agire anche sull’inconscio, penetra nei pensieri, nei sogni, nei desideri… sa illudere, sa incantare e così attira a sé gli uomini… per sempre! Quella che era la torre della saggezza e della sapienza, è diventata la triste dimora del maligno… Ma tu puoi aiutarmi! Le profezie della fata Everda me lo avevano indicato. E io ti stavo aspettando!”.

Giorgio aveva ascoltato ogni parola con estrema attenzione. Era allibito, frastornato… Ma chi era costui? Un povero pazzo? Un visionario? Un mago? Lui non sapeva cosa pensare, eppure… eppure c’era qualcosa nello sguardo fermo e limpido di quell’uomo che lo aveva convinto a dargli ascolto! Tanto, pensò, non aveva nulla da perdere!

“Ma almeno mi dici il tuo nome?”, chiese Giorgio. L’uomo lo guardò e rispose “Non ancora, lo saprai al momento opportuno! Ora seguimi, come prima cosa dobbiamo consultare nuovamente la fata delle acque smeraldine”.

Giorgio, interrogativo e perplesso decise comunque di seguirlo e aiutarlo in questa assurda vicenda. Nel bardare il cavallo, il suo sguardo venne attratto da una bellissima fanciulla bionda che stava attingendo acqua al pozzo. La poveretta era intirizzita dal freddo, aveva le mani congelate e non riusciva a tirare sù il secchio. Ci stava impiegando troppo tempo e perciò venne sgridata dal suo padrone che la trattò malissimo lì, davanti a tutti. Giorgio non esitò e intervenne in sua difesa. La giovane, imbarazzata, lo ringraziò; i loro occhi si incrociarono e fu subito amore. La fanciulla dai grandi occhi nocciola aveva rapito il suo cuore e, di ritorno, l’avrebbe cercata per portarla via con sé.

“Allora ragazzo, ti ci vuole ancora molto?!”. L’uomo “senza nome” lo stava richiamando all’ordine con insistenza. Giorgio saltò in sella e i due partirono verso la grotta delle acque smeraldine per consultare la fata Everda. Entrati in un fitto bosco verde-oro, dove il freddo non c’era e la natura sembrava immune ai malefici di Kymarion, Giorgio notò con grande stupore che le acque del torrente erano di un turchese talmente brillante da sembrare finto e che le rocce tutt’intorno erano di colore viola! Ma che strano posto era mai quello? Tuttavia era pervaso da una piacevole sensazione di serenità.

Giunsero infine davanti ad un anfratto che si apriva nella roccia dal quale usciva l’acqua. L’uomo “senza nome” lo invitò a seguirlo e i due entrarono nella grotta camminando nel torrente. Il sentiero si faceva sempre più buio, rischiarato solo dal riverbero dell’acqua. Poi l’uomo “senza nome” si fermò in corrispondenza di uno slargo dove l’acqua formava una specie di piscina.

“Mostrati splendida e saggia Everda! Ti invochiamo. Abbiamo bisogno del tuo aiuto e dei tuoi consigli!”. L’uomo “senza nome”, sempre stretto nel suo pesante mantello grigio, evocò la fata che, in un abbagliante chiarore color smeraldo, sorse dalle acque e si offrì ai loro occhi.

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“Oh cavaliere pellegrino, Giorgio, giunto qui da terre remote, che tu sia il benvenuto. Ti stavamo aspettando. Solo insieme a te sarà possibile scacciare Kymarion, vero Fenisio?!, disse la fata guardando l’uomo dalla barba rossa.

“Fenisio, allora è questo il tuo nome?!”, esordì Giorgio. L’uomo lo guardò:”Sì, Giorgio. La mia stirpe deve tornare in possesso del palazzo e di queste terre, altrimenti la rovina dilagherà!”.

“Bene valoroso Giorgio. Ora segui attentamente le mie indicazioni, o per te, come per molti prima di te, sarà la fine! Sulle sponde del mio torrente smeraldino nasce un’erba: è molto speciale! I suoi fiori sono piccoli e viola; trovala, raccogline cinque steli e portali con te! Appena prima di entrare nel bosco incantato che circonda il castello di Kymarion, mangiala! E’ l’erba-bussola! Grazie a lei saprai vedere tra le nebbie, saprai trovare il giusto percorso e, soprattutto, saprai resistere alle allucinazioni e alle visioni che creerà lo stregone mutaforma!”.

Dette queste parole, la fata Everda si inabissò.

Giorgio e Fenisio non persero tempo. Raccolsero i cinque steli (“uno per ogni lato delle mura”, gli spiegò Fenisio) e si diressero verso il bosco stregato.

Già nei pressi la natura era assai diversa; il paesaggio era nudo, brullo, bruciato dal freddo e divorato dal ghiaccio. Una densa cortina di nebbia si parò improvvisamente davanti a loro. Per un attimo Giorgio ebbe paura e lo sfiorò l’idea di rinunciare. Ma Fenisio capì i suoi dubbi, si avvicinò e, abbracciandolo come un padre, lo incoraggiò.

“Giorgio, io da solo non posso entrare… ho bisogno di te! Non avere timore; io sono al tuo fianco. La fata Everda ci sostiene e ci proteggerà. Tu devi solo magiare l’erba-bussola. Stai saldo, mi raccomando, perché Kymarion proverà ad incantarti non appena metterai piede nel bosco!”.

L’erba-bussola aveva uno strano sapore, come di aceto… Giorgio però, anche se disgustato, la mangiò. Subito gli sembrò che lo strozzasse, ma poi… poi i suoi occhi si aprirono e, come un gatto, si accorse che poteva vedere distintamente nelle ombre e nella nebbia. Davanti a lui si illuminò un vero e proprio sentiero che si infilava nella boscaglia.

Fenisio si levò il cappello a cono dal quale uscì un fascio di luce. “E’ la luce della Sapienza, Giorgio. Ci aiuterà a vincere e riconoscere le illusioni maligne”.

E le illusioni non tardarono ad arrivare. Forzieri colmi di ricchezze. Armature brillanti. Cibo in straordinaria quantità. Persino la visione di Roma e di Gerusalemme. Nulla! Su Giorgio non avevano effetto! Fino a che Kymarion non gli si presentò nelle vesti della splendida fanciulla vista al pozzo. Sembrava lei… era lei! E gli chiedeva aiuto perché si era persa e aveva paura. Ma Fenisio gli gridò “Giorgio! Guarda i suoi occhi! I suoi occhi!!”

Giorgio si sforzò di scrutare quel volto e si rese conto che gli occhi erano rossi, ardenti come dei bracer! Non erano i dolci occhi nocciola che ricordava! Si scagliò quindi contro la finta ragazza urlando a pieni polmoni e agitando la spada!

Kymarion allora, vistosi scoperto, si trasformò in tutti i peggiori e più orripilanti mostri mai esistiti. Ma Fenisio parlava a Giorgio”Non mollare! Sono solo illusioni, Giorgio! E’ il buio della mente che genera questi mostri! Coraggio! Non sono veri!”.

Fenisio aveva ragione. Giorgio si ricordò anche di un altro importante consiglio: non bisognava assolutamente uccidere Kymarion colpendolo a morte con un’arma perché era invulnerabile. Per annientarlo occorreva impossessarsi del talismano, della stella a otto punte!

Kymarion infine si trasformò in un drago gigantesco, terribile: sputava fuoco e braci ardenti e con la lunga coda squamata sferrava colpi violentissimi.

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Giorgio gli si avvicinò e, con coraggio e intelligenza, a sangue freddo, riuscì con la punta della spada a spezzare la catena che reggeva il talismano e che il drago portava al collo. Kymarion, nel trasformarsi in questa terribile bestia, aveva dimenticato di coprire l’amuleto con qualche artificio e lo aveva lasciato bene in vista. Un errore che gli costò caro!

Non appena Giorgio gli ebbe sfilato la stella, il drago cominciò a contorcersi e a ripiegarsi su se stesso. La terribile creature assunse decine di forme diverse fino a tornare ad essere Kymarion. Lo stregone urlava e si dimenava furiosamente finché iniziò ad infuocarsi ed incenerirsi.

Dopo un ultimo lampo accompagnato da un assordante boato, di Kymarion non restò che un mucchietto di cenere.

Di colpo la nebbia si dissolse, la luce squarciò l’oscurità e il nero palazzo tornò ad essere un magnifico castello cinto su cinque lati da alte mura merlate. Il bosco incantato svanì lasciando il posto a prati baciati dal sole.

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Fenisio fece cenno a Giorgio di seguirlo. Superate due cortine di mura, accedettero in un cortile splendidamente decorato, cuore del castello. Lì Fenisio aprì finalmente il suo mantello: apparve una ricca decorazione multicolore a rombi che rivestiva tutte le pareti.

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“Grazie nobile Giorgio. Hai eliminato il drago stregone e ci hai restituito la nostra dimora. Il tuo ricordo rimarrà impresso nei secoli e il tuo atto di coraggio verrà raffigurato qui, nel nostro castello”.

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Uno straordinario affresco apparve proprio in cima allo scalone principale. Giorgio il cavaliere, il drago e la dolce fanciulla, che poi Giorgio portò davvero via con sé.

 

Dette queste parole, Fenisio si fece spirito e la sua immagine si impresse su una parete del piano nobile, insieme a quelle dei suoi antenati, dei Saggi e dei Sapienti protettori del palazzo.

E il magico talismano?

Una voce portata dal vento disse: ” Là dove la luce accede e il volto di Giorgio si vede, dove la fluida geometria verso settentrione invita, un astro di pietra a otto punte addita“.

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Provate anche voi, dunque, muovendovi sulle orme del prode Giorgio, ad entrare nel magico castello di Fénis e, una volta entrati, a ritrovarvi l’affresco di Giorgio che uccide il drago, l’enigmatico volto di Fenisio e, infine, il magico amuleto: un’antica cometa dall’immenso potere, una misteriosa stella a otto punte, impressa per sempre nella pietra, nel cuore della nobile dimora…cercatela!

 

Stella

Anche per questo racconto, un grande GRAZIE all’amico fotografo Enrico Romanzi per la suggestiva immagine di copertina.

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Castello di Verrès. Il segreto delle miniere e la principessa dei nani

In un tempo lontano, quella valle dolce e verdeggiante era abitata da uomini felici ed operosi; era popolata di animali di ogni tipo e ricca di una natura florida e rigogliosa che dava fiori, legno, erbe e frutti in abbondanza.

In quel tempo lontano, però, quella valle ridente non era abitata solo da uomini e animali; le sue viscere nascoste erano attraversate da una miriade di cunicoli, labirinti e pertugi. Quell’intrico impenetrabile di gallerie sotterranee era il regno del piccolo popolo, era il regno dei Nani. Costoro, abili ed infaticabili minatori, conoscevano a memoria ogni gola, ogni anfratto, ogni vena di minerale del sottosuolo. I Nani erano i detentori di un’antica sapienza: coltivavano i minerali e li estraevano con notevole maestria. Ma non solo, vivendo nel ventre della Madre Terra, ne curavano con amore e dedizione la linfa vitale regolando, da lì sotto, i frutti delle diverse stagioni. Il popolo nano sin dalla più remota notte dei tempi, custodiva nelle profondità del suolo i semi dei frutti primordiali e, unitamente alla lavorazione dei metalli, si occupava delle trasformazioni e delle mutazioni della Natura. Il buon funzionamento del “mondo di sotto” si sarebbe infatti rispecchiato nell’armonia del “mondo di sopra”. E sì, perché là sotto, nel mondo buio delle miniere, i Nani erano soliti dire “Noi vediamo gli alberi non dalle chiome ma dalle radici, ed è da lì che traggono la vita!”.

I Nani insomma erano dei saggi maestri nell’individuare le materie prime, nel cavarle, nel selezionarle, nel trasformarle e.. nel metterle anche al servizio degli uomini, quando ciò veniva richiesto coi modi opportuni e col dovuto rispetto.

L’intesa tra Nani e uomini era così andata avanti in pace per secoli, fino a che…

Non giunse al potere un nuovo re, il malvagio Gotofredo. Giunto dalle vette del Tramonto, appoggiato da signorotti riottosi in cerca di facile guadagno e visibilità, Gotofredo era riuscito a ricevere in feudo la valle delle miniere di cui, ahimè, e non per caso, conosceva le infinite ricchezze.

Arrivato nel fondovalle fece immediatamente costruire un accampamento alla foce del torrente Fiordacqua e, adocchiata un’altura ben protetta, ordinò che vi si innalzasse una torre fortificata.

I Nani non misero molto tempo a capire che qualcosa era cambiato. La valle era percorsa giorno e notte da orde di soldatacci che approfittavano dei “sopralluoghi” per fare razzia nei villaggi, depredare, saccheggiare, distruggere e rapire fanciulle indifese. Quello era il triste biglietto da visita di re Gotofredo.

I Nani, popolo solitamente pacifico ma terribile se provocato, iniziarono ad attuare stratagemmi grazie alla loro perfetta conoscenza del territorio scatenando frane, deviando il corso dei torrenti, aprendo improvvise voragini che inghiottivano la soldataglia.

Gotofredo ne fu presto molto irritato e cercò di scovare i rifugi dei Nani inviando esploratori e mercenari nei boschi di notte. Ma tutto si rivelava inutile… Inoltre i Nani riuscivano regolarmente a bloccare o sabotare la costruzione della nuova torre fortificata perché quello, per loro, era da sempre un luogo strategico e sacro. Lassù, se lo volevano, potevano affacciarsi sul fondovalle. Lassù vi era la grande porta del regno sotterraneo, quella che consentiva l’accesso all’immensa sala del trono e ai depositi segreti, ma solo in pochi, anche tra gli stessi Nani, sapevano come e quando farla apparire per entrarvi.

Le cose purtroppo andavano sempre peggio. Re Gotofredo, accecato dall’odio verso i Nani, si vendicava sugli abitanti inermi della valle e, mosso dalla volontà di trovare e sterminarli, cercò alleati oltre le montagne, nella terra degli Agauni, di cui, si diceva, non sempre c’era da fidarsi!

Di fatto l’alleanza, supportata essenzialmente da reciproci interessi, non poggiava su solide basi e iniziò a vacillare sin da subito. Nella valle nessuno si fidava più di nessuno e la stessa Natura languiva, irrigata più dal sangue versato che dall’acqua. Nessuno coltivava né allevava gli animali. E i Nani si erano infine rinchiusi nei loro cunicoli negandosi agli uomini. Purtroppo il negarsi dei Nani, portava con sé il negarsi di Madre Natura e la valle presto mutò il suo aspetto diventando sempre più arida e brulla.

Re Gotofredo decise di scatenare una guerra totale anche contro gli Agauni e la valle si trasformò in un unico, triste e desolato campo di battaglia. Gotofredo aveva 5 figli maschi e i 4 più grandi, assai simili al terribile padre, erano impegnati in battaglia o in ambasciate finalizzate a tessere oscure trame politiche. Solo il più piccolo, Giovanni, era diverso.

Lui odiava le guerre. Certo sapeva usare la spada, ma solo se a fin di bene, non così per gratuita sete di potere e ricchezze. Era in conflitto continuo col padre che più volte aveva tentato di farlo rinchiudere in un monastero per toglierselo dai piedi. Ma la madre fortunatamente era sempre intervenuta facendosi forte della sua ricchissima dote con cui poteva tranquillamente ricattare l’avido marito.

Un pomeriggio, verso il tramonto, dopo l’ennesimo litigio col padre, esausto Giovanni si allontanò da casa in cerca di pace. Era molto preoccupato per l’inqualificabile condotta paterna, ma ancor più per le precarie condizioni di salute dell’amata madre. Se fosse morta, lui si sarebbe ritrovato solo, “in pasto agli squali”. Camminando camminando, ad un certo punto si rese conto che si era fatto buio e aveva perso l’orientamento. Dov’era? Vedeva le luci del villaggio in basso, nel fondovalle, ma ormai non era più in grado di scendere: aveva completamente smarrito il sentiero.

“Poco male”, pensò, “tanto laggiù a nessuno importa un bel niente di me! Speriamo solo che mamma non peggiori e che quel finto medico da strapazzo non le dia qualche strana medicina!. Vorrà dire che per questa notte mie compagne saranno la luna e le stelle- Il buio, almeno, copre l’orrore di questa valle”.

Giovanni si sdraiò sull’erba, chiuse gli occhi e si lasciò cullare da un dolce alito di vento. Ad un certo punto si accorse di un penetrante profumo di erbe aromatiche e fiori accompagnato da un fruscio sempre più vicino ed insistente.

“Chi va là? Chi c’è che si nasconde vigliaccamente nell’ombra?! Mostrati e combatti da uomo!”. Silenzio. Poi si vide come circondato da tante fiammelle color verde smeraldo che baluginavano, quasi giocavano intorno a lui.

“Oddio”, si disse, ” fuochi fatui! Questo luogo è infestato di spettri!!”. Tentò di fuggire ma il buio fitto gli impediva di muoversi nella giusta direzione e temeva che un solo passo falso lo avrebbe fatto precipitare nel vuoto.

All’improvviso le fiammelle si fermarono e si unirono a formare un’unica figura dal profilo umano. Dalla luce verde si staccò una ragazza: non molto alta, anzi, bassina. Era più piccola di lui, che già non era tra gli uomini più alti… ma…bellissima! Un vero incanto! Il viso soprattutto era splendido e vi brillavano due occhi azzurro-verdi dal taglio allungato, ipnotici!

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“Buonasera, giovane uomo”, gli disse con voce soave, “non avere paura. Sono Palasina, la figlia di Gorgoscuro, il re dei Mani di questa vallata e di Evanzia, la ninfa del torrente Fiordacqua che nella nostra lingua chiamiamo appunto Evanzio. Sono venuta perché ho sentito la tua sofferenza. Conosco il tormento del tuo animo e sento che potrei aiutarti. Tu sei molto diverso dalla maggior parte degli uomini che da alcuni mesi ormai percorrono questa terra, prima così florida e felice!”.

Giovanni era impietrito.Non gli usciva neppure mezza parola di bocca. Poi iniziò a raccogliere i pensieri e disse: ” Ti saluto Palasina. Ma, spiegami, come puoi… come hai fatto a… come mi hai trovato…Ci siamo per caso già incontrati?”

Palasina sorrise. “Oh Giovanni, voi uomini sapete così poco del piccolo mondo. Ma noi, Nani, ninfe, fate… noi siamo ovunque! Possiamo rimpicciolirci quanto vogliamo, anche mutare forma e aspetto se necessario. Inoltre noi sentiamo, percepiamo ogni vibrazione della Natura, ogni suo muto lamento e necessità. So che tu sei diverso. Solo tu puoi salvare questa valle!”.

Giovanni faticava a credere a quanto la ragazza gli stava dicendo. Temette si trattasse di stregoneria, di un ennesimo stratagemma di suo padre, di un inganno… Ma Palasina gli disse:” Giovanni, so cosa stai pensando e so come dimostrarti il contrario. Interverrò domattina. Ora ti accompagno fino al limitare del villaggio. Solo una cosa devi fare: stai sempre accanto a tua madre!”.

Dopo una notte insonne nella quale, tuttavia, credeva di aver sognato come mai gli era successo prima, Giovanni con le prime luci dell’alba si recò da sua madre e, tenendole forte le mani, si sedette accanto a lei. La madre, sfiancata dalla malattia, non riusciva nemmeno più a parlare, ma il suo sguardo gli diceva più di tanti lunghi discorsi.

Allo scoccare delle 12, la porta della stanza si aprì e comparve la cameriera di fiducia che disse: ” Messer Giovanni, è arrivata un’erborista del villaggio mandata dal parroco. Vuole vedere sua madre. La faccio entrare?”

Giovanni, stupito, acconsentì. Per fortuna suo padre non c’era! Entrò una donnina piccola ed esile, già in età avanzata, avvolta in un pesante mantello verdescuro tenuto allacciato da una fibbia in oro e ambra a forma di spirale. La donna alzò il viso e si abbassò il cappuccio. Nonostante l’età fosse molto diversa, Giovanni riconobbe subito quegli occhi verde-azzurri dal taglio affilato. E riconobbe la voce! Era lei: Palasina!

L’erborista si avvicinò a sua madre, le toccò la testa, il petto, i polsi, la pancia e le anche. Dopo lievi massaggi circolari che, a detta della madre, sprigionavano un insolito calore, spalmò sul bacino della donna un impiastro di erbe recitando alcune preghiere in una lingua sconosciuta. “Molto bene Messer Giovanni, ho finito. Stasera faccia bere a sua madre un infuso di malva e tiglio. Nel giro di due giorni starà meglio”. E l’anziana donna se ne andò.

Nessuno si ricordava di averla vista entrare né uscire; nemmeno la cameriera! Nessuno nel villaggio la conosceva, meno di tutti il parroco!Eppure…dopo due giorni la madre era guarita!

Re Gotofredo manifestò un’incredula, finta, felicità. Quella sera stessa Giovanni tornò sull’altura dove aveva conosciuto Palasina. Quando il buio fu fitto e la notte profonda, lei apparve. Non disse una sola parola, ma sorrise. Giovanni provò l’impulso di abbracciarla. Dopo un lungo indescrivibile bacio, Palasina lo prese per mano invitandolo a seguirla. “Ma devi chiudere gli occhi!”.

“Bene Giovanni, puoi riaprirli ora!”. Giovanni si ritrovò sulle sponde di un piccolo lago illuminato dalla luna che sembrava volentieri specchiarsi in quelle fredde e limpide acque appena increspate dal vento dei monti circostanti. Tutt’intorno pascoli e distese di fiori avvolti dalla luce argentea del plenilunio.

“Benvenuto nella mia dimora: questi piccoli laghi di montagna dove per fortuna non è ancora arrivata la follia di tuo padre. Benvenuto nel regno liquido di Palasina, principessa dei Nani, figlia di re Gorgoscuro.. che tra poco conoscerai! I laghi, per noi del piccolo mondo, sono vere e proprie porte, sono dei luoghi di passaggio e di comunicazione tra il mondo di sopra e il mondo di sotto. Ovviamente questi passaggi magici si aprono solo se noi lo vogliamo!”

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Improvvisamente nel centro del lago si formò un vortice da cui uscì un uomo. O meglio, un Nano! Basso, certo, ma molto muscoloso e dall’aspetto autoritario. Il viso squadrato avvolto da lunghi e folti capelli e barba biondo-rame. Re Gorgoscuro era arrivato! Sul mantello la stessa fibbia in oro e ambra a forma di spirale.

I tre parlarono tutta la notte, una notte che sembrò non finire mai! Re Gorgoscuro dimostrò di conoscere assai bene il cuore di Giovanni e manifestò grande preoccupazione per la sorte della vallata. Occorreva privare re Gotofredo del potere. Giovanni, però, non voleva che morisse: bisognava che si pentisse. Ma come?

Fu così che re Gorgoscuro trovò una soluzione. ” Tuo padre potrà riprendere i lavori della torre sulla rocca ma sarà chiamato a rispettare alcune regole che un vecchio architetto saggio gli elencherà. Staremo a vedere…”

L’indomani Giovanni si svegliò nel suo letto, come se nulla fosse successo. Accanto a lui, sul cuscino, la fibbia a spirale… Giovanni ebbe la certezza di non aver sognato! Allo scoccare delle dodici, l’araldo annunciò a re Gotofredo l’arrivo di un capomastro che voleva parlargli. Il re convocò anche i suoi figli, Giovanni compreso.

Ma certo! Quei capelli, quella barba, quella voce… Era re Gorgoscuro sotto mentite spoglie! ” Re Gotofredo, grazie per avermi ricevuto. Mi è giunta voce che desiderate da tempo erigere una torre fortificata sulla vetta rocciosa che domina il fondovalle, ma che diversi incidenti ve l’hanno finora impedito. Bene, se ascolterete i miei suggerimenti, riuscirete a realizzare il vostro progetto!”.

“Ah, dite vecchio? E quanto mi costeranno i vostri consigli?”. Già con questa prima reazione, accompagnata dalle risate sguaiate dei quattro figli maggiori, re Gotofredo aveva cominciato male, molto male!

” Per prima cosa voi e i vostri quattro valorosi figli maggiori dovrete recarvi sulla rocca portando con voi tutti gli attrezzi, i materiali e il necessario per creare le fondamenta. Sappiate però che per prima cosa dovrete prosciugare uno stagno drenandone le acque verso i campi senza sprecarle ed evitando che le rane che vi vivono muoiano.

“Coooosa?! Voi siete pazzo! Io non mi sporco le mani in questi lavori da servo! Dirò ad altri di farlo!”. Intervenne Giovanni:” Padre, visto che finora coi metodi tradizionali, non vi siete riuscito, perché non tentare?”.

Re Gotofredo non parve convinto e i figli grandi non avevano nessuna voglia di faticare… Tuttavia il giorno successivo si misero in marcia come indicato, ma vollero che anche Giovanni andasse con loro! Una volta sul posto il re e i quattro figli maggiori iniziarono ad impartire ordini a Giovanni che, in silenzio, cercava di fare tutto ricordandosi però delle indicazioni del vecchio capomastro.

“Scava! Scava!”, gli urlava il padre, ” sono sicuro che quassù c’è l’ingresso alle miniere dei Nani! Quel vecchio di ieri sera non mi ha persuaso! Secondo me qui sotto da qualche parte c’è l’oro di queimaledetti!”. I fratelli iniziarono a scavare alla rinfusa, mossi solo dal desiderio di trovare l’imbocco delle miniere. Giovanni tentò più volte di fermarli e farli ragionare, ma fu inutile. La sommità della rocca era stata violata e scavata in ,aniera selvaggia! -Ignorarono anche lo stagno che venne sfondato e riempito di terra; le rane fuggirono, molte vennero persino uccise per gioco! Giovanni iniziò ad urlare, a piangere, ma i fratelli lo aggredirono.

Improvvisamente al centro della rocca si aprì un buco che presto si riempi d’acqua. L’acqua continuava ad aumentare e inghiottì re Gotofredo e i quattro figli sciagurati. Tutto tremava. Madre Natura si stava ribellando! Giovanni, spaventato, aspettava la sua fine.

Ma quella specie di terremoto finì. Giovanni aprì gli occhi e vide che tutto era tornato come prima. Anche lo stagno era di nuovo al suo posto e cinque grossi rospi gracidavano rumorosamente! “Ecco Giovanni, ti presento tuo padre e i tuoi fratelli!”. Giovanni so voltò e incrociò il sorriso della dolce Palasina.

La guardò interrogativo. “Sì, Giovanni, amore mio, quei cinque rospi sono proprio loro. Hanno ignorato le indicazioni di mio padre, anzi, peggio: volevano sventrare la montagna! Non meritano nulla! Non moriranno, ma vivranno in eterno da rospi! Forse da animali capiranno meglio il valore e l’importanza della natura!”.

Giovanni riconobbe che Palasina aveva ragione. La abbracciò e le dichiarò il suo eterno amore, ma… Palasina piangeva; comparve re Gorgoscuro che disse: “Giovanni, cuore d’oro, tu avrai per sempre l’aiuto del mio popolo e di quello della mia sposa Evanzia. Ma con rammarico non posso permettere che mia figlia sposi un umano: ciò non è consentito dalla nostra legge! Lei potrà starti vicino, in varie forme e modi, ma non potrete più vedervi così né diventare marito e moglie! Ora sarai tu a guidare gli uomini della vallata e potrai risollevarli dalla miseria riportando pace e armonia. Io stesso ti aiuterò! Solo fino alla prossima luna nuova potrai stare con Palasina, poi lei cesserà di apparirti.”

La decisione di re Gorgoscuro era inappellabile e Palasina lo sapeva. Nei giorni che rimasero, i due giovani erano sempre insieme. Spesso si rifugiavano sui laghi lassù, in alto, incastonati tra i monti. Giovanni si dimostrò un sovrano giusto e magnanimo, la valle presto tornò a fiorire. E la torre sulla rocca?

Giovanni non volle mettervi mano; andava quasi ogni giorno a vedere i rospi per accertarsi che stessero bene, ma lasciò il compito al suo primogenito: Ibleto.

Fu lui a costruire per primo la grande torre fortificata sulla cime dell’altura rocciosa a strapiombo sul fondovalle. Al centro del cortile interno fece creare un magnifico pozzo sul cui fondo, pare, sarebbe rimasto lo stagno coi rospi. Visto dall’aslto del magnifico scalone ad archi rampanti, dà quasi l’impressione di un vortice, simile al rincorrersi delle gallerie sotterranee. Quella fortezza, sobria ma raffinata, rispecchiava la sua personalità e le ultime volontà di suo padre Giovanni.

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Ibleto ebbe sempre l’aiuto dei Nani e del popolo del fiume Evanzio. Ancora oggi nella valle i cantastorie narrano di quel giovane innamorato della principessa Palasina che, pare, gli diede comunque un figlio, il suo primogenito: Ibleto, che sin dalla nascita ha indossato una certa fibbia d’oro e d’ambra…

Si narra anche che, in certe notti di luna piena, affacciandosi sulla bocca del grande pozzo si oda gracidare e che, nelle stanze, si possa scorgere il profilo di una soave e splendida fanciulla, Palasina, la principessa dei Nani.

Protagonista di questo racconto è il castello di Verrès, ma non solo: protagonista è l’intera Valle di Ayas, con le sue leggende, le sue vette, i suoi laghi e, naturalmente, le sue miniere! Venite a scoprirla, in Valle d’Aosta!

 

Ringrazio anche stavolta l’amico Enrico Romanzi per la splendida immagine di copertina.

Stella

 

 

 

Sarriod de La Tour. Le fate gemelle e il forziere gigante.

La vita nella valle scorreva lenta e tranquilla. Il fluire delle stagioni e l’avvicendarsi delle costellazioni segnavano le occupazioni contadine, sempre uguali, ineluttabili. Gli abitanti del piccolo borgo aggrappato alla roccia e circondato di viti erano felici di questa rassicurante quotidianità e i frutti della terra erano per loro la più grande soddisfazione.

Ma non era così proprio per tutti. C’era un giovane che non riusciva a digerire quella monotonia. No, lui avrebbe voluto di più! In realtà nemmeno lui sapeva esattamente a cosa aspirasse, ma stava di fatto che quelle quattro case, quelle quattro mucche e quelle solite facce gli stavano stretti.

E poi non andava d’accordo con nessuno! Rimasto orfano ancora in fasce, era stato cresciuto da un’anziana del paese che tutti additavano come strega (in fondo era solo una brava erborista molto più intelligente di tante “brave donne” angeli del focolare, ma si sa… la lingua della gente spesso non conosce freno né misura!). E proprio come lei, anche per lui le dicerie e gli sfottò erano all’ordine del giorno! Non solo per quel suo carattere strano, per le sue bizze, per quell’insana tendenza a ficcarsi sempre nei guai e a spiare nelle case degli altri, ma anche per quel suo non felicissimo aspetto fisico che gli era valso il soprannome di “grillo”. Eh sì, purtroppo quelle gambe e quelle braccia eccessivamente lunghe e magre montate su un tronco tozzo e squadrato, sormontato a sua volta da un testone veramente troppo grande con quella buffa bocca larga… beh… pareva proprio un grillo! In più, se si considera che di voglia di faticare non ne aveva (nonostante, quando decideva di impegnarsi, fosse un ottimo falegname!) e che trascorreva gran parte delle sue giornate a bighellonare in giro nei campi strimpellando la sua vecchia ghironda e cantando, beh.. un Grillo fatto e finito!

E anche con le ragazze non andava bene…figuriamoci! Bruttino, tendenzialmente arrogante, un po’ “grezzo” e senza un lavoro…tutte gli stavano alla larga!

Fu così che una notte si alzò di scatto dal letto, prese due cose indispensabili, la sua ghironda e se ne andò di casa. Basta, quel villaggio noioso che non lo capiva non era il suo posto!

Ad un certo punto, nel cuore di una notte che più scura non si può, smarrito il sentiero, si accorse di essere giunto sulle scoscese rive di un fiume impetuoso; le sue acque gonfie e turbolente rumoreggiavano e biancheggiavano sbattendo contro le rocce. Grillo era stanco, aveva fame e, non neghiamolo, aveva anche paura. Si sedette sul bordo del fiume e per tranquillizzarsi si mise a suonare canticchiando sommessamente.

Dopo pochi istanti gli parve di udire delle voci, una sorta di controcanto… voci femminili, soavi, leggere. Smise di suonare e ascoltò con attenzione. Nulla. Riprese a suonare fissando l’acqua.

Ecco, ancora quelle voci! Fissò l’acqua e dalla spuma argentea gli parve di vedere levarsi dei bagliori cangianti: subito sembravano due trote iridescenti, poi, no, due creature con testa di donna ma coda di pesce, no..ecco: erano due luminose ragazze. Pensò ad allucinazioni. E invece, no! Davanti ai suoi occhi presero forma due splendide fanciulle che cantavano in un modo difficile da descrivere. Voci angeliche. Una coppia di giovani donne dai lunghissimi capelli talmente chiari da sembrare fili di luce lunare, con una pelle quasi trasparente, magnifiche vesti intessute col brillìo delle onde e degli enormi occhi azzurri dalle mille sfumature; occhi maliardi, che potevano ipnotizzare per sempre un uomo.

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Spiriti? Sirene? Silfidi? ” Buonasera giovane amico, benvenuto sulle nostre acque, sei un gradito ospite. La tua musica ci ha risvegliato e la tua voce ci ha stupite. Siamo le fate del fiume, le fate gemelle, e siamo felici della tua compagnia”.

Grillo era rimasto immobile, non riusciva neppure a sbattere le palpebre, le due gemelle erano perfettamente identiche e parlavano all’unisono, come se fosse una voce unica. Una voce suadente e ammaliante, capace di stordirti.

Le due fate uscirono dal fiume e si sedettero accanto a Grillo instillando in lui la sensazione del sentimento d’amore, della passione che diventa presto vera e propria dipendenza. Grillo prese ad andare ogni notte in quel luogo, una sorta di rada ai piedi di una balza di roccia strapiombante, raggiungibile dopo aver superato campi in pendenza e un’enorme ghiaione. Grillo era convinto di amare smodatamente le due sorelle che, almeno lui lo credeva, sembravano ricambiarlo entrambe in ugual misura. Finalmente si sentiva apprezzato, lusingato, considerato!

Dopo alcune notti, però, le fate iniziarono a chiedere a Grillo prove del suo amore, pena l’abbandono e la maledizione di una vita raminga e senza affetto. Grillo senza esitazione si disse pronto a superare per loro qualsiasi prova.

“Molto bene. Allora per prima cosa portaci la trota più grossa e bella e colorata che esiste in questo fiume. Ma attento, non è una trota qualsiasi: è una trota magica e colui che riuscirà a pescarla diventerà l’uomo più ricco al mondo!”.

Grillo si mise in marcia e perlustrò il fiume dalla sorgente alla foce, perlustrò ogni suo affluente e, alla fine, riuscì a stanare il grosso pesce nascosto sotto alcuni ripari di roccia, in un luogo di piscine naturali color verde smeraldo. Catturata la trota, tutto baldanzoso la portò alle fate aspettandosi grandi ricompense.

Ma le due, non soddisfatte, capricciose com’erano, chiesero a Grillo altre prove. Inizialmente vollero che portasse loro il più grande noce esistente nella valle, un noce capace di dare frutti tutto l’anno e dalla cui corteccia stillava un olio profumato, introvabile altrimenti.

Grillo girò in lungo e in largo, ma alla fine riuscì a trovarlo, cresciuto non si sa bene come quasi sull’orlo di un precipizio. Ci vollero ben 3 giorni per tagliarlo e trasportarlo fino a valle.

Ma le fate sirene non erano ancora soddisfatte e diventavano sempre più volubili.

Gli chiesero di catturare il grande stambecco bianco tricorno che viveva sulle vette dei monti. Grillo, comunque assai tenace e totalmente plagiato dalle fate, ci riuscì anche stavolta seppur dopo oltre un mese di ricerche e appostamenti.

Le due fate, che in fondo, ormai stufe, speravano solo di liberarsi di lui, gli chiesero quindi di costruire, in una sola notte, una torre possente ed altissima sull’orlo della ripida balza rocciosa che strapiombava sul fiume, proprio lì dove loro vivevano, perché volevano finalmente dimorare in un castello. Se non ci fosse riuscito, per lui sarebbe stata la fine!

Questa volta Grillo era disperato; il luogo era pressoché inaccessibile e lui non era per niente un bravo muratore: non ce l’avrebbe mai fatta!

Si sedette sulla riva del fiume e scoppiò a piangere disperato chiedendo al cielo che gli inviasse un aiuto, un segno…

Ad un certo punto notò un vortice al centro del fiume che diventava sempre più ampio e turbinoso; si sollevarono onde altissime ed una violenta raffica di vento scosse gli alberi. Grillo dovette tenersi ad una roccia per non cadere in acqua…

Ecco che dalle profondità del fiume si alzò un gigante: simile al dio Nettuno, si erse dall’acqua un uomo alto quasi tre metri, con la barba blu scura e i lunghi capelli bagnati simili a piante palustri. Indossava un corta tunica color dell’acqua e si appoggiava ad un bastone di legno tutto intagliato ancora più alto di lui.

“Grillo, anche tu, con la tua ingenuità e la voglia di arricchirti in fretta, sei caduto vittima di quelle due terribili fate sirene! Sono furbe e malvagie, e ti hanno fatto credere di amarti e di agire per il tuo bene, ma non è così! Sono qui per aiutarti. Ma dovrai obbedirmi ed eseguire i miei ordini, altrimenti sarà peggio per te!”.

Grillo, attonito ed incredulo, si mise subito al servizio di questo omone immenso che, in quella stessa notte, lo aiutò a costruire una torre solida e bellissima esattamente nel punto indicato dalle fate. Quando le due se ne accorsero, irritate, tentarono di penetrare nella torre per distruggerla, ma il gigante intervenne prontamente: le catturò in una rete incantata e le rinchiuse in un forziere magico.

Quindi aiutò Grillo a riportare al loro posto la trota magica, il grande noce e lo stambecco bianco dai tre corni. Grillo era sereno, finalmente si sentiva appagato dalle sue buone azioni. Il gigante era buono con lui e gli chiedeva di aiutarlo ad ingrandire sempre più la torre per farla diventare un castello vero e proprio. In più gli ordinò di iniziare a scolpire delle figure di legno molto particolari di cui lui gli dava i disegni: dovevano essere fatte esattamente in quel modo e, una volta realizzate, doveva lasciargliele fuori dalla porta della sua stanza privata.

Inizialmente Grillo obbedì senza alcun problema. Poi, però, la sua indole ribelle e curiosa, allergica alla monotonia, ricominciò a fare capolino in lui. Grillo si chiedeva come mai il gigante non voleva farlo entrare in quella stanza… chissà cosa nascondeva, chissà quali ricchezze vi conservava… e comunque non era giusto perché era lui l’abile intagliatore, era lui a scolpire quelle figure alla perfezione e non poteva nemmeno entrare ma restare come un cane fuori dalla porta!

Il gigante si accorse che Grillo stava cambiando. Aveva capito e decise di metterlo alla prova. Gli disse che da quella sera avrebbe potuto entrare nella sua stanza in sua assenza e lasciare le statuine sul tavolo.

Grillo era soddisfatto e lusingato di questa tanto attesa novità. Entrò e si ritrovò in una grande stanza… vuota! Sì, completamente vuota! Al centro un enorme tavolo e sopra di esso un forziere: un forziere gigante come il suo proprietario, magnifico, interamente rivestito di bizzarre figure ad altorilievo. Un vero capolavoro!

Per alcune sere Grillo si attenne ai patti: lasciava le sculture sul tavolo e se ne andava. Ma non c’era niente da fare; la sua natura curiosa e impicciona emerse ancora.

“Chissà cosa nasconde in quel forziere! Chissà quali splendidi tesori che vuole tenere solo per sé! Ed io che sono un bravo e zelante artigiano non vengo neppure pagato! Non è giusto! Devo aprire quel forziere!”.

Grillo provò a cercare la serratura, ma non ve ne era traccia! Possibile? Prese allora un grosso piede di porco e iniziò a forzare in corrispondenza del coperchio. Niente! Gettò il forziere a terra e tentò di romperlo con violenza. Ad un certo punto gli parve di udire delle voci provenire dall’interno della cassa. Voci a lui note… ma certo! Erano le fate del fiume!

“Grillo, Grillo, amato Grillo, per favore aiutaci! Il perfido gigante ci ha catturate e ci tiene segregate qui dentro dove è buio e fa freddo! Grillo, ripeti ciò che ti diciamo per tre volte, poi gira tre volte su te stesso e batti per tre volte a terra prima il piede sinistro poi il destro. Solo così il forziere magico si aprirà!”.

“Siamo sorelle, le fate gemelle, siam le più belle, luce di stelle. Siamo sirene e dal fiume proviene un potere incantato che il gigante ha rubato”.

Grillo obbedì e, finita la formula, improvvisamente tutto intorno a lui prese a girare, il forziere si aprì e, oltre alle due sirene, ne uscirono mostri, demoni, spiriti, esseri deformi e creature sconosciute. In un frastuono insopportabile, Grillo si trovò circondato da questi esseri mentre le due sorelle si prendevano gioco di lui ridendo a squarciagola. Il poveretto invocò l’aiuto del gigante. Una luce azzurra fortissima entrò dalle finestre e, nella sua immensità, apparve il gigante. Agitando il suo altissimo bastone intagliato ingaggiò una lotta con le sirene e le altre creature uscite dal forziere. Dopo scontri indescrivibili, per fortuna il gigante ebbe la meglio.

I mostri e le varie creature vennero trasformate in figure di legno e intrappolate per sempre sul soffitto della stanza che, successivamente, venne battezzata “Sala delle Teste”.

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Le due terribili fate sirene furono trasformate in dipinti e immobilizzate nei muri della cappella, sorvegliate in eterno dallo sguardo divino.

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E Grillo? Grillo venne punito per la sua intemperanza e, trasformato in un essere buffo e ridicolo, imprigionato anche lui nel muro della cappella, proprio in mezzo alle due fate sirene, la sua ossessione. Lì sconterà la sua pena col compito di proteggere quel luogo dal malocchio e dalle invidie.

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E il gigante? Lui prese dimora all’esterno della cappella, in modo da proteggere e controllare per sempre quel castello che, sapeva, sarebbe appartenuto per secoli ad una famiglia potente.

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Un castello fatato, insolito, apparentemente disordinato, ma che racchiudeva un fascino tutto particolare.

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Quel castello esiste ancora! E’ il castello Sarriod de La Tour a Saint-Pierre, in Valle d’Aosta. Sarete in grado di ritrovare Grillo, le fate, il gigante e i vari esseri usciti dal magico forziere?

 

 

Ringrazio l’amico Enrico Romanzi per la splendida foto che ho usato come copertina. Sarriod de La Tour visto dal basso, dal fiume, forse dal luogo dove vivevano le due fate sirene…

Stella

Châtelargent. La sconfitta del drago

In quella fertile vallata solcata dal fiume e trapuntata di borghi, tutti vivevano felici e in prosperità.

Una felicità che, però, ad un certo punto infastidì il perfido Signore dei Ghiacci. L’eccessiva serenità degli uomini lo disturbava e alla fine si destò dal suo remoto eremo ghiacciato, in un luogo avvolto da miti e paure, lassù disperso tra le più alte vette dei monti, lassù dove mai nessuno aveva osato salire.

Il terribile Signore dei Ghiacci iniziò a scendere a valle, sempre di più, distruggendo gli alpeggi, i pascoli, le erbe ed i fiori; cristallizzando i boschi in un silenzio gelato ed impenetrabile. La sua lunga ed inesorabile discesa giunse fino nel fondovalle rivestendo i campi, i frutteti e le case di un freddo velo di ghiaccio.

Gli uomini, increduli e disorientati da quell’inverno improvviso ed inatteso, si videro costretti ben presto a vivere rinchiusi nelle loro dimore, accanto al fuoco. Dovettero interrompere il lavoro nei campi e gli armenti presto non ebbero più cibo e molti si ammalarono. Non appena qualcuno tentava di uscire e coltivare almeno un orto d’inverno con cavoli e porri, il freddo si faceva più pungente ed insopportabile.

Ma il Signore dei Ghiacci non era ancora soddisfatto e, prese le forme di un enorme drago bianco, si appollaiò su un promontorio di roccia allungato nel fiume, un passaggio cruciale del fondovalle, da dove avrebbe potuto controllare meglio i movimenti degli uomini.

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Su quell’altura rocciosa egli si creò un antro, simile alla bocca di un vulcano, nel quale si ritirava durante il giorno per poi uscirne col favore delle tenebre.

Da quando la Bestia si era trasferita vicino ai borghi, ogni notte era sempre più scura; persino la luna e le stelle ne avevano paura.

L’enorme drago bianco, con un raccapricciante e sordo boato, scuoteva le viscere della terra e, dispiegando le sue immense ali d’argento si alzava in volo dalla sua rocca e volava sulla vallata sputando lame di ghiaccio e vortici di neve.

Molti prodi cavalieri e manipoli di uomini avevano tentato di ucciderlo, salendo fino alla sua tana per coglierlo in fallo. Ma, ahimé, nessuno di loro aveva mai più fatto ritorno.

Ad un certo momento, però, il drago annoiato si stufò di perseguitare gli uomini e decise di scendere negli abissi della montagna per dormire un po’, lasciando su di loro l’incantesimo della neve e del freddo eterno.

In quel periodo qualche viaggiatore aveva ricominciato a muoversi, seppur con estrema cautela. Ma nessuno, nessuno osava più salire su quella rocca rivestita di ghiaccio tanta era la paura che la bestia se ne accorgesse e si risvegliasse.

Finché una sera non capitò alla locanda del villaggio un personaggio strano, molto particolare. Arrivava d’Oltralpe ed era riuscito a transitare con una compagnia di mercanti di formaggi dal Col del Nivolet. Mentre si riscaldava mangiando una ciotola di zuppa fumante, non poté fare a meno di ascoltare i suoi vicini di tavolo. Parlavano concitatamente di un drago spaventoso, di decine di cavalieri e prodi guerrieri morti sbranati, di giovani fanciulle ingoiate e di centinaia di vacche e pecore inghiottite da questo mostro orribile ed invincibile.

Lo straniero prima di ritirarsi nella sua camera chiese maggiori informazioni all’oste che, impallidito di colpo, aveva persino paura di parlarne e si rifiutò di soddisfare le sue richieste.

Mentre saliva la scala, però, venne fermato da una ragazza, la figlia dell’oste. Bellissima, dai lunghi capelli neri e dal viso diafano in cui splendevano due grandi gemme scure e profonde, impreziosite da ciglia di velluto. La ragazza prese da parte il giovane e curioso ospite straniero e gli raccontò tutta la storia del drago di ghiaccio, impossibile da stanare e sconfiggere, e lo invitò ad andarsene appena possibile e lasciare quelle terre sventurate.

Lo straniero, che rispondeva al nome di Jacques, ascoltò con grande attenzione le parole della fanciulla, di cui peraltro credeva di essersi innamorato al primo istante e, una volta in camera, si affacciò alla finestra per studiare la zona. Da lì infatti poteva vedere quell’altura maledetta e il fiume sottostante. Il giorno dopo, con la luce, si aggirò nei dintorni e cercò di capire da che parte si poteva salire in cima col minor rischio di caduta e restando sottovento affinché la bestia non percepisse odori umani troppo vicini.

Nell’arco di 3 giorni elaborò un piano e andò per i villaggi a cercare alleati e complici. Certo non fu semplice, ma con la promessa di un cospicuo pagamento, riuscì a reperirne una decina.

Ma chi era questo Jacques? Era forse un misterioso cavaliere? Un principe? Un valoroso condottiero? O forse un mago?

Niente di tutto ciò! Jacques era… un capomastro! Sì, avete capito bene: era un abile muratore, anzi, molto di più, potremmo dire un architetto. Colto, intelligente ed astuto, Jacques illustrò alla sua squadra un progetto che lasciò tutti increduli e senza parole.

Durante il giorno riuscirono a salire sull’altura e ad erigere, tutt’intorno alla voragine ghiacciata, il basamento di una torre circolare. E già questo era un sorprendente elemento di novità perché nella vallata erano abituati a torri quadrate, di foggia diversa.

Jacques era rapido e preciso, e con notevole perizia riuscì a guidare i suoi uomini che, nell’arco di appena una settimana costruirono quella torre insolita avvalendosi di artifici e marchingegni che mai prima di allora avevano visto.

Nei villaggi intanto la notizia si era diffusa, rimbalzando di bocca in bocca sempre più ricca di dettagli impressionanti. Tutti credevano che Jacques, quello strano giovane dai capelli rossi, fosse completamente pazzo!

Solo lei, la figlia dell’oste, sapeva che quel piano avrebbe funzionato. Un piano frutto dell’ingegno e non della violenza non poteva fallire. Jacques sapeva che non gli sarebbe mai mancato il suo supporto.

Ed ecco giunse il momento di passare all’azione. Gli uomini, in piena notte, si recarono sul posto, accesero decine di grandi falò intorno alla bocca dell’abisso e vi gettarono dentro braci e torce.

La pioggia di fuoco e il calore improvviso, uniti all’assordante strepito degli uomini, risvegliarono il grande drago bianco. Un rumore sordo, profondo e minaccioso, salì dalle viscere della roccia e scosse la vallata.

Ad un certo punto un abbagliante chiarore argenteo si levò dalla voragine; una luce bianca e tagliente, accompagnata da vortici di neve e raffiche d’aria ghiacciata che risalivano nel volume cilindrico della torre. Gli uomini volevano fuggire, e qualcuno di fatto lo fece, ma Jacques disse loro di non muoversi e di osservare con attenzione.

Il drago infine si mosse. Il suo fiato gelido e le sue strida iniziarono a riempire l’aria. Ma non poteva sapere che il suo antro aveva l’accesso occupato da una torre. La belva era molto grossa e credette che, spingendo, l’avrebbe distrutta. Ma quella torre racchiudeva un segreto: mastro Jacques l’aveva concepita come una doppia elica e più il drago spingeva per salire, più l’artificio della torre a vite lo spingeva verso il basso.

La battaglia fu lunga; ci volle una notte intera prima che la bestia venne sconfitta e bloccata nelle più profonde cavità della montagna. Si narra che il suo possente dorso crestato continuò a spingere fino a che non si trasformò in roccia a contatto col calore del sole, tornato a splendere finalmente sulla valle, con forma simile a quella di mura merlate che dalla sommità si spingevano fin quasi a tuffarsi nel fiume.

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Il drago di ghiaccio era stato sconfitto per sempre.

La festa nella vallata fu grande e si protrasse per giorni e notti. La natura era tornata a risplendere e dare frutti. Gli uomini erano di nuovo felici e avevano ripreso i loro lavori consueti.

Fu così che, una sera, Jacques e Maria, la figlia dell’oste, si dichiararono il loro reciproco amore e convolarono a nozze nell’antica chiesa del paese, “stranamente” mai toccata dal furore del drago.

L’impresa del giovane capomastro savoiardo ebbe immediata fama tanto al di qua che al di là delle Alpi. Jacques ricevette infine una chiamata molto importante: fu convocato addirittura dal re d’Inghilterra che gli commissionò numerose torri e castelli nella sua terra.

Jacques e la giovane sposa si trasferirono quindi in Gran Bretagna dove lui, noto come master James, inanellò un successo dietro l’altro,sia come valido architetto che come… dragon hunter!!

Allora, vi va di vedere da vicino la torre dove master James ha imprigionato il feroce drago d’argento? Sì?! E’ in Valle d’Aosta, a Villeneuve: è il castello di Châtelargent! 

 

Ringrazio di cuore l’amico Enrico Romanzi che mi ha consentito di utilizzare uno dei suoi magnifici scatti come immagine di copertina.

 

 

 

 

“Là dove c’era l’erba…” lungo via Saint-Martin-de-Corléans ad Aosta. Passeggiata nel tempo verso un luogo senza tempo.

“Là dove c’era l’erba ora c’è… una città-aaa”; credo che questo refrain vi sia noto… chi non ha mai cantato o anche solo ascoltato questo famosissimo brano del grande Adriano Celentano?

Presentato a Sanremo nel 1966, subito non riscosse grande successo, anzi, una canzone che si faceva portavoce di una problematica socio-ambientale all’epoca pareva “stonata” tra le note più famigliari tipicamente festivaliere di fiori, amori e cuori sospirosi.

E invece, il pubblico la premiò! E ancora oggi risulta quanto mai attuale, non è vero?

Ebbene, accompagnati dall’inconfondibile voce nasale del “ragazzo della via Gluck”, oggi vorrei portarvi con me in passeggiata lungo via Saint-Martin-de-Corléans, un’arteria decisamente trafficata che ai più risulta sgradita e sgradevole; insomma, mi potreste dire, ci sono così tante belle passeggiate da fare sia in città che fuori, e tu proprio qui ci vuoi portare?!

Allora, un piccolo passo indietro.

Non nego che anch’io non abbia mai visto questa strada in maniera tanto “amichevole”: marciapiedi stretti o “a macchia di leopardo”, palazzoni, rumore, auto che sfrecciano di continuo, rumori, lavori di varia natura, pochi negozi “accattivanti”… sì, ecco, non certo un luogo adatto al quieto passeggiare… Eppure…

Sarà che da quando sono uscita dall’ospedale, percorro questa via 2 volte a settimana per andare alla “Ex Maternità” a fare la mia buona riabilitazione.

Sarà che spesso ad accompagnarmi è mio suocero, l’arch. Alessandro Acerbi, classe ’41, che ogni volta mi racconta storie e aneddoti di un’Aosta che non c’è più, o che forse aspetta solo di essere ritrovata, conosciuta e raccontata.

Sarà che tutti i suoi racconti mi hanno incuriosito al punto da andare a cercare i due volumi dell’arch. Giuseppe Nebbia dedicati all’Aosta moderna e contemporanea per approfondire alcuni aspetti e verificare certi dettagli.

E infine, sarà che vorrei tanto che questa strada così ricca di testimonianze riuscisse a rivivere e ad essere percorsa a piedi per accompagnare aostani e non fino a quel luogo speciale, anch’esso in buona misura incompreso e criticato sebbene ricco di storia e di opportunità; quel luogo senza tempo, oltre il tempo, in cui lo scorrere dei millenni ha cristallizzato le pieghe più intime del vivere umano: l’Area Megalitica di Saint-Martin-de-Corléans.

Perciò, via, si parte! Cominciamo dall’incrocio tra via Martinet, viale Ginevra e, sulla sinistra, via SMdC (d’ora in poi la abbrevio così che mi viene più rapido… inoltre tenete conto che al momento scrivo solo con la sinistra quindi, abbiate pazienza..). Proprio qui sorge, incombente e monumentale, Palazzo Stella, progettato dallo studio del famoso architetto milanese Giò Ponti, cui si deve anche il palazzo del Cral Cogne, nei primi anni ’50.

Esattamente di fronte l’Ospedale “Umberto Parini”, voluto dall’Ordine Mauriziano in sostituzione del precedente edificio situato in piazza Deffeyes, dove ora si eleva Palazzo regionale. Il complesso nacque su campi prima occupati, a ovest, dalla cascina Bibian, e a est dalle propaggini settentrionali dell’area cimiteriale di Santo Stefano, utilizzata fino all’attivazione del nuovo cimitero monumentale realizzato alla periferia occidentale del capoluogo, progettato dall’arch. Egisippo Devoti e inaugurato il 6 novembre 1930.

Un’area di sepoltura quella lungo viale Ginevra, un tempo evidenziata dall’oratorio goticheggiante di Saint-Jean-de-Rumeyran ( situato all’incirca dove oggi c’è la pensilina dei bus) e che, alla luce delle più recenti indagini archeologiche, affonda le sue radici assai prima del “secolo breve” o delle epoche medievali. La nota e discussa sepoltura sotto tumulo di pietre del cosiddetto “guerriero celtico” si data infatti alla Prima Età del Ferro, ma altri ritrovamenti rimanderebbero persino alla precedente Età del Rame. Tuttavia non è questa la sede per addentrarci in cantiere, anche perché saranno gli archeologi che vi lavorano a darne notizia quando lo riterranno opportuno. Lasciamo perciò momentaneamente da parte il risuonare dei carnyx celtici e torniamo tra presente e recente passato.

L’ospedale, dicevamo. Progettato nel ’39, venne inaugurato nel ’41 e terminato nel ’42. Un impianto netto, sobrio e geometrico, di puro stile razionalista, sebbene la forma quasi a spirale possa conferirgli un movimento ulteriore, per alcuni baroccheggiante, per altri quasi futurista. Orientato secondo l’asse eliotermico garantiva il massimo soleggiamento, ulteriormente amplificato dai grandi terrazzi e ben arieggiato grazie alle notevoli altezze interne. Pare che in origine vi fosse la volontà di creare non solo un semplice ospedale, ma un centro specializzato nella cura della tubercolosi.

Procediamo fino all’angolo con via Monte Solarolo dove, sul lato sud, sorge il poderoso ed elegante Palazzo Lucchini, uno dei primi condomini della città, eretto nel 1948.

Continuiamo fino alla rotonda davanti alla banca BNL; sul lato opposto della strada,al civico 72, notiamo un raffinato villino anteriore agli anni ’30 dall’entrata sottolineata da una coppia di leoni ed impreziosita da un triplice livello di portico frontale.

Ecco, d’ora in poi immaginiamoci di essere nei primi anni del XX secolo arrivando al massimo agli anni ’50 quando l’originaria strada sterrata che attraversava campi, orti e giardini, venne poi trasformata in un asse stradale di moderna concezione adatto al nuovo traffico veicolare e funzionale al progressivo ed inesorabile sviluppo urbano di un’Aosta operaia e militare.

Militare, appunto. Una città ritenuta strategico baluardo al di qua delle Alpi sin da epoca romana, tra la fine dell’Ottocento e gli anni ’40 del Novecento vide ancor più enfatizzata questa sua marziale identità con la costruzione, a più riprese, delle caserme e dei quartieri annessi.

Cominciamo per correttezza e completezza dalle caserme Beltricco e Testafochi, oggi rimodellate per essere trasformate in villaggio universitario, affacciate su Piazza della Repubblica (amichevolmente nota come “Piazza della Lupa”), un tempo Piazza d’Armi del Plot, su cui svetta la Casa Littoria, terminata nel 1938.

Il nucleo primigenio è l’edificio intitolato ad Aldo Beltricco, costruito al centro dell’area militare in questione tra il 1886 ed il 1887, giocato sul contrasto, sia materico che cromatico, delle modanature in mattoni e delle larghe specchiature in intonaco.

Il complesso della Testafochi prevedeva , oltre all’edificio principale aperto sulla piazza tuttora esistente, anche due corpi laterali ( le palazzine Zerboglio e Urli) distrutte per lasciare il posto ad altrettanti edifici di gusto contemporaneo che ospiteranno le future aule ed alloggi universitari.

Tornando su via SMdC, ai civici 85-87, troviamo le caserme “Cesare Battisti”, il cui corpo principale si data al 1939. Altra emblematica testimonianza dell’anima militare di Aosta, l’Aosta che diede appunto il nome al valoroso battaglione alpino, unica Medaglia d’Oro nella Grande Guerra: ” Ca cousta l’on ca cousta, Viva l’Aousta !(Monte Solarolo, 25-27 ottobre 1918).

Sul lato opposto della via, al civico 86, si erge un’elegante palazzina a 3 piani con balconcini sfalsati e tetto a padiglione anteriore agli anni ’30.

Proseguendo, al civico 132, occhieggia tra gli alberi, isolata in un giardino come una gemma preziosa, Villa Brezzi. Progettata dalla Società Ansaldo nel 1919 e in seguito realizzata negli anni 1922-24 in concomitanza della realizzazione del Quartiere Operaio denominato poi “Cogne”, era destinata ai massimi dirigenti della Cogne Acciai Speciali. Un fabbricato allo stesso tempo elegante ed austero, mosso da avancorpi, logge e bay-window, ancora dotata di una portineria collocata all’ingresso. Venne soprannominata dagli Aostani “Villa Brezzi” dal cognome dell’allora direttore degli stabilimenti Cogne, l’ing. Brezzi. Oggi è la sede della sezione valdostana dell’ANA.

Superiamo quindi la zona delle caserme fino a raggiungere la rotonda di via Monte Grivola. Qui sorge un’altra graziosa abitazione di inizio Novecento: Villa Silva. Restaurata recentemente conserva la poesia e la leggiadria del suo aspetto originario, ulteriormente rievocato dai cantonali in bugnato a contrasto con la tonalità pastello dell’intonaco e la nitida geometria delle specchiature; bella e particolare l’apertura semicircolare della lunetta superiore.

Continuando a passeggiare arriviamo nella zona “Gagliardi” dove si trovano la “Casa Gagliardi”, palazzina d’abitazione al civico 236, a 4 piani, sempre con balconcini sfalsati con belle balaustre in ferro battuto e notevole tetto a padiglione. Poco oltre l’edificio noto come “ex clinica Gagliardi”, costruita sempre negli anni ’30 e attiva come struttura sanitaria generica sin dai primi anni ’40. Rimase in funzione, anche come succursale della Maternità (che verrà realizzata a breve distanza nei primi anni ’50) fino all’inizio degli anni ’80 quando poi chiuderà.

Giungiamo quindi all’incrocio con Viale Conte Crotti, intitolata al conte Edoardo Giovanni Crotti di Costigliole, nato in quel di Saluzzo (CN) il 21 ottobre 1799. Appartenente ad una tra le più antiche famiglie nobili della zona, secondogenito del conte Alessandro intendente generale di Nizza (dal 1819) e di Marianna de La Chavanne, savoiarda. Un viale chi si nomina spesso, ricco di attività commerciali e con negozianti ed imprenditori dal vivace spirito di iniziativa. Sicuramente una zona che meriterebbe maggiore attenzione e che potrebbe trarre giovamento,così come l’intero quartiere di SMdC, dalla presenza dell’Area Megalitica coperta più vasta d’Europa!

Inoltre forse non tutti sanno che si viale Conte Crotti prospetta un condominio progettato dall’arch. Carlo Mollino, realizzato tra 1951-53, che riprende, seppure in senso orizzontale anziché verticale, le peculiarità della “Casa del Sole” a Breuil-Cervinia.

Ma prima proviamo a conoscere più da vicino questo conte Crotti, la cui bella cappella funeraria di famiglia si erge al centro dell’antico Cimitero di Sant’Orso distinguendosi per il suo ricercato stile goticheggiante di fine Ottocento.

Avviato alla carriera militare ed entrato assai giovane nel Liceo imperiale di Genova, ne uscì sottotenente, effettivo dal 21 giugno 1815. Luogotenente dal 1819, capitano dal 1825, direttore dei cadetti all’Accademia militare di Torino, abbandonerà la carriera militare nel 1839 con il grado di maggiore. Il 28 luglio 1838 re Carlo Alberto gli aveva conferito motu proprio il titolo di conte, trasmissibile ai discendenti maschi. Acquistò dal cognato conte Passerin d’Entrèves una tenuta sul promontorio di Beauregard presso Aosta, stabilendovisi nel 1850: vi esplicherà notevoli opere caritative e s’impegnerà nella locale amministrazione rendendosi portavoce di un ambiente fortemente tradizionalista e clericale. In Aosta fondò una Société de bon secours per abolire la mendicità ed il vagabondaggio: annessa alla collegiata della città, l’opera cadrà in seguito alla soppressione di quella per le leggi ecclesiastiche piemontesi del 1854. Venne inoltre nominato direttore dell’Ospizio di Carità e ne ottenne il patrocinio di Vittorio Emanuele che nel 1857 lo insignì di medaglia d’oro (“Al conte Edoardo Crotti di Costigliole, saggio e zelante amministratore d’Istituti di beneficenza”). Affiancò quindi il vescovo Mons. A. Jourdain nell’istituzione dell’asilo Principe Amedeo ( ancora visibile il busto del conte Crotti sulla facciata della scuola dell’infanzia in via Anfiteatro, 1). A più riprese fu membro del Consiglio comunale di Aosta e nel 1857 fu eletto come deputato di Quart al Parlamento Subalpino.

S’impegnò a fondo per rappresentare alla Camera la situazione valdostana perorando la costruzione della ferrovia Ivrea-Aosta o, in alternativa, il miglioramento della strada nazionale attraverso la vallata: ne faceva dipendere la rivitalizzazione di quella economia, in specie dell’industria mineraria e dei traffici con Francia e Svizzera: ottenne il voto favorevole della Camera il 30 luglio 1870, al termine di un lungo dibattito e malgrado l’opposizione dei ministri dei Lavori pubblici e delle Finanze.

Morì adAosta il 25 settembre 1870.

Ecco dunque comparire sulla nostra destra il grande fabbricato oggi denominato “Ex Maternità”, dove i primi vagiti si son fatti sentire fino alla metà degli anni ’80, quando poi tale destinazione passò al Beauregard, nato invece originariamente come istituto geriatrico. Le forme sobrie, le grandi finestre a luci multiple e gli avancorpi dall’andamento semicircolare rimandano agli anni ’50, periodo cui risale anche il Dispensario Antitubercolare di via G. Rey.

Superate le scuole medie “E. Martinet” ecco apparire il monumentale complesso dell’ Area Megalitica, giocato su forme che vogliono staccarsi dall’ambiente circostante proprio per sottolineare la presenza di qualcosa di diverso e di molto speciale. Forme taglienti, spezzate, che interrompono il presente per accompagnare, quasi come su una nave spaziale, in un inatteso viaggio nel più remoto passato. Forme lucide, vetrate, riflettenti e trasparenti che vogliono appositamente attrarre la luce che, sia diurna che notturna, si rivela componente fondamentale ed imprescindibile all’origine del sito e dei suoi allineamenti, vere forme “ponte” tra cielo e terra.

Un complesso diverso, è vero, ingombrante, è vero, strano e poco famigliare (almeno per noi e per le nostre famigliari latitudini socio-geografiche), ma decisamente particolare, comunque capace di colpire e destare stupore e curiosità. un complesso che racchiude il cuore neolitico e non solo di Aosta, della Valle, finanche delle Alpi nord-occidentali: difficile, forse oscuro, “misterioso”, ma per questo assolutamente stimolante.

Tuttavia non così elevato ed invadente da oscurare la bellezza, tanto essenziale e semplice quanto emozionante, della vicina cappella romanica intitolata a San Martino, ricca di storia e pregna di significati, tra fede, leggende e folklore.

Dagli enigmatici reperti dell’Area Megalitica fino alla chiesetta di Saint Martin per poi approdare all’altra inattesa verticalità tronco-piramidale della cosiddetta “Pagoda”, la nuova chiesa parrocchiale del quartiere, per un vero e proprio viaggio nella storia e nella spiritualità a cavallo tra cielo e terra, tra mondo dei vivi e Aldilà sulle tracce del passaggio del “soldato di Cristo”, dell’ “Apostolo delle Gallie”, San Martino appunto.

Un santo che attraversò più volte l’Europa del IV secolo d.C. e il cui Cammino, la Via Sancti Martini, lungo ben 2500 km, unisce l’attuale Ungheria (terra natale di Martino) alla Francia, a Tours, dove fu vescovo e dove riposano le sue spoglie. Un Cammino dal 2005 dichiarato, come la Via Francigena, Itinerario Culturale d’Europa, e che attraversa anche la Valle d’Aosta raggiungendo la Francia dal colle del Piccolo S. Bernardo. E ad Aosta passa esattamente da qui, dal quartiere di Saint-Martin-de-Corléans!

Ebbene, che altro dire se non che “Là dove c’era l’erba, ora c’è…” una zona di Aosta tutta da scoprire, passo dopo passo, con sguardo attento, curioso, privo di pregiudizi ma desideroso di capire.

Via Saint-Martin-de-Corléans, una nostra “via Gluck” dove fortunatamente non è rimasto solo cemento muto e sterile, ma, anche al di là di forme architettoniche poco comprensibili a prima vista, un importante e pluristratificato capitolo della nostra storia, cittadine e regionale.

Non ho messo foto (ringrazio di cuore gli amici Luciano David e Sandra Moschella per la bella immagine di copertina!) perché, nonostante le abbia fatte, mi piacerebbe che chi legge questo mio post, provasse ad andare di persona, attraversasse la città davvero a piedi, con calma, per trovare ciò di cui parlo e, magari, inviarmi foto e darmi informazioni aggiuntive o suggerirmi altri spunti interessanti!

Era aperta campagna.

In epoca preistorica immaginatevi innanzitutto il fiume, la nostra Dora Baltea, più grande, vasta, com ampie zone paludose; e poi terreni in pendenza e piccole “motte” di origine glaciale da cui dominare il paesaggio. Un tempo in cui questo luogo venne scelto come area prima sacra e poi anche funeraria. Un luogo speciale dunque, non credete?

In epoca romana solcata dall’arteria nord-occidentale diretta al passo dell’Alpis Graia con aree cimiteriali, ville rustiche, fattorie, campi coltivati. Poi l’epoca medievale, un primo piccolo agglomerato di casupole, la cappella lungo la strada.

E poi l’inarrestabile scorrere dei secoli, la progressiva crescita della città, il moltiplicarsi delle sue funzioni e l’inspessirsi del suo tessuto socio-culturale.

Era aperta campagna. Immaginatevi tra fine Ottocento e anni Trenta la bellezza di questi villini di famiglia, non distanti dalla città ma circondati da giardini, orti e campi. Villini isolati splendenti nelle loro eleganti architetture, segno di un raffinato vivere campestre.

E poi quella stretta strada sterrata si allarga e diventa sempre più trafficata: carri, carrozze, diligenze, auto…sempre di più! E’ “la città che sale”, che cresce, che si muove, che si nutre di se stessa. Ma nulla è scomparso per sempre… cercatelo “là dove c’era l’erba!”.

Stella

 

Palmira, splendida “sposa del deserto”. Racconto di un viaggio che (ancora) non ho fatto

Questo che vi scrivo col cuore a mille è un post diverso dal solito. Non è un archeoracconto. E non è neppure un suggerimento di viaggio ispirato da qualcosa che ho fatto davvero. E’ uno sfogo, un urlo rappreso tra le sabbie di quel deserto oggi così martoriato. E’ un sogno, un desiderio: quello di visitare la Siria, magica ed antica terra dove l’uomo ha iniziato a lasciare le sue tracce sin dal periodo Paleolitico con la cultura detta “di Giabrud”.

Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila ho viaggiato moltissimo nel Mediterraneo. Mi sono riempita gli occhi con le sontuose e possenti rovine di Leptis Magna, di Dougga e di Sabratha. Ho potuto salire gli scalini del teatro cretese di Gortyna. Mi sono emozionata tra i colonnati di Gerasa e persa tra le enigmatiche tombe rupestri di Petra. E ancora la Turchia, con le sue scenografiche città terrazzate e i paesaggi struggenti di millenaria bellezza. Ma per varie ragioni non son mai riuscita a fare un viaggio in Siria, cosa che invece avrei sempre voluto.

Una terra strategica, porta d’accesso per il deserto d’Arabia ma anche per le importanti vie carovaniere che si spingevano verso Oriente con carovane cariche di spezie, tessuti preziosi, gioielli e profumi. Città carovaniere ammantate di fascino come Palmira, la splendida sposa del deserto, che diede i natali a cotanta regina: Zenobia la straordinariamente bella, colta e coraggiosa sovrana, moglie di Odenato, che osò sfidare la potenza di Roma.

Palmira, un nome che trasuda poesia, una sorta di lontana armonia d’Oriente riecheggiata dai venti e dalle fluide dune del deserto. Quella platea, cioé quella lunghissima via colonnata al cui centro si apre, come un respiro, la famosa piazza ovale con arco tetrapilo (distrutto!) e con quell’originale, inusuale, esotico arco di snodo a pianta triangolare! E quel gioiello che era (purtroppo dobbiamo usare l’imperfetto) il teatro, anch’esso distrutto!

Te la immagini, evanescente sogno di colonne e fregi arricciati, persa tra le atmosfere opalescenti dell’alba o accesa dalle luci infuocate del tramonto. Da sempre, sin dai tempi del liceo, un mio grande sogno.

Dicono sia un viaggio non semplice quello per Palmira; occorre dragare, nel senso letterale del termine, uno scomodo e sgradevole tratto di deserto ghiaioso e polveroso per raggiungere un bivio (che definirei drammatico): a sinistra Palmira, a destra Bagdad.

Un brivido, un timore che scorre sotto pelle anche standosene a casa… e si procede verso questa città fatata persa nella storia e minacciata dal più oscuro presente che a fatica si possa (sebbene non si voglia) immaginare. Palmira, simbolo di un Paese, di un popolo.

Dicono che all’alba il sole sembri levarsi più lentamente del solito su questi resti carichi di magia, quasi a volerli vedere più da vicino, a volerli accarezzare con la sua luce rosea e dorata, quasi a voler lui per primo, ogni giorno, assistere a questo spettacolo color ocra ritagliato contro un cielo che da lilla si fa blu e poi ancora più blu, come i lapislazuli che adornavano le dame palmirene.

Credo che aver visto Gerasa (oggi in Giordania) in parte mi aiuti. Mi aiuti a ritrovare quei colori, quei profumi, quelle sfumature… ma anche quelle persone: i venditori di acqua, di thè aromatizzato al cardamomo, di tappeti e di kefiah. Quei volti di donne dai profondi occhi scuri ammantate in colori sgargianti che fugacemente mostrano denti bianchissimi aprendosi in un sorriso di saluto e di benvenuto. Quei visetti sempre un pò arruffati di dolcissimi bimbi dagli immensi occhi neri, felici di farsi scattare una foto e ricevere una caramella o un chewing-gum o magari, perché no, qualche moneta… Vivo il ricordo di una bimba che all’epoca avrà avuto suppergiù 3 anni, dal profilo dolce, le lunghe ciglia nere, protetta da un cappellino rosa con la visiera che la faceva sembrare una bambola di porcellana brunita… Lei era felice e serena; giocava coi ninnoli che la madre proponeva ai turisti e ci fissava curiosa. Vorrei che anche oggi tutti i bimbi di Siria fossero come era lei quel pomeriggio: felici, sereni e curiosi, non travolti da un orrore indescrivibile troppo più grande di loro…

Petra-bimba

Dichiarata patrimonio dell’Umanità nel 1980, oggi vituperata e violentata come la sua stessa gente. Una terra dove oggi, ahimé, le stelle stesse si nascondono, la luna stessa si nasconde, per fuggire all’incubo. Ma è una terra fiera, resa nei secoli potente dalla sua geografia e dalla sua storia, culla dell’umanità neolitica europea, culla delle prime civiltà di villaggio e dell’idea stessa di città se pensiamo a siti come Ugarit e Tell Ramad, o come Hama sull’Oronte. Per non parlare di Ebla, città egemone dal punto di vista economico e culturale sin dall’Età del Bronzo. Città in perenne bilico tra difficili e fragili equilibri fra le diverse potenze mesopotamiche, ambita da potenze straniere, ma sempre rialzatasi e nuovamente arricchitasi.

La poderosa fortezza di Dura Europos, fondata da Seleuco I Nicatore sui resti di un preesistente insediamento semitico, “padre” della dinastia dei raffinati sovrani Seleucidi in posizione dominante sulla riva destra dell’Eufrate. E se pensate che proprio qui è stata identificata una delle primissime chiese cristiane (!!), datata alla metà del III secolo d.C. Una città piazzaforte, baluardo strategico contro i temibili e temuti Parti, ma che vide nel 165 d.C. la vittoria trionfante dell’imperatore Lucio Vero. Siamo su una linea di frontiera, di presidio delicatissimo; un presidio sempre presente ma mimetizzato tra le sabbie e tra le sinuosità di una raffinata sequenza di fortezze e punti di avvistamento basata sulla mobilità delle truppe, delle merci e dei mercanti. Strade quasi a volte impercettibili, ma stabili e conosciute. Percorsi camaleontici ma battuti. Non certo una “muraglia cinese”, ma un limes fluido ed elastico, ancor più di quello africano, fatto di veri e propri fasci di strade ritagliate tra le oasi e le ingannevoli dune.

I Seleucidi. Una potenza ellenistica che, dopo periodi di straordinaria ricchezza e dopo aver fondato decine di floride colonie tra cui citerei Antiochia sull’Oronte, Apamea e Laodicea, si sono dedicati a rendere prestigiosa, elegante e raffinata questa terra. Un’attività edilizia irrefrenabile, costosa e monumentale; commerci fiorenti. Templi grandiosi. Puro spettacolo. Finché giunsero all’inevitabile scontro con Roma che si risolse con la sconfitta subita da Antioco III da parte di Lucio e Publio Cornelio Scipione prima alle Termopili e poi a Magnesia sul Sipilo nel 189 a.C.La Siria divenne provincia imperiale romana.

E quella che i Seleucidi chiamarono Beroea e che noi oggi conosciamo come Aleppo, antica e fulgida “capitale del nord”, non lontana dal confine con la Turchia. Una delle città più antiche del mondo, abitata ininterrottamente dall’XI secolo a.C. e dichiarata Patrimonio dell’UNESCO dal 1986. Un territorio da sempre strategico, a metà strada tra il mare e l’Eufrate; un centro da sempre cosmopolita in quanto città carovaniera dove si incrociavano mercanti e milizie provenienti da ogni angolo del Mediterraneo così come dalle più remote terre d’Oriente. Una città gioiello, in filigrana di pietra grigia, oggi quasi del tutto rasa al suolo da una furia cieca e senza scrupoli.

 

Vorrei citare un passo delle memorie di viaggio redatte dallo storico dell’arte Cesare Brandi (1906-1988) e apparso per la prima volta nel volume “Città del deserto” del 1958:

“Su quella vegetazione contenuta ma violenta, il cielo si tendeva come gonfiato dal vento. La città assurda e straordinaria, che godé di una potenza quasi inconcepibile – arrivò sino all’Egitto – era riapparsa, porto asciutto di sabbia per le dondolanti navicelle dei cammelli, emporio di merci lontane. Tutto il panorama, nel suo perimetro antico, s’abbracciava con un’occhiata, il Tempio di Bel, e la Via colonnata, l’Agorà, il Teatro: tutto era chiaro come in un plastico, e invece stava sotto gli occhi nella sua realtà e per un’estensione che non si riusciva a definire, perché non c’era una misura reciproca fra i monti e le colonne.”

E quindi? Cos’è questo post? Un viaggio impossibile? No! Un viaggio che si auspica sia di nuovo fattibile e che questa terra magnifica torni a risplendere nel ricordo del suo glorioso passato e in omaggio a Khaled Asaad, eroico direttore del sito archeologico di Palmira che per non rivelare i luoghi in cui aveva nascosto i reperti più preziosi è stato barbaramente ammazzato. Per lui è stato chiesto il Nobel.

Un viaggio che tutti potremo fare quando finalmente le stelle torneranno a sorridere da dietro la cortina di polvere che le ha oscurate. Quando quei bimbi innocenti torneranno a guardare il mondo sereni e curiosi e, coi visetti puliti e sorridenti, potranno diventare adulti con la voglia di cambiare il mondo!

Stella