San Martino. Quel santo-soldato che attraversò la Valle d’Aosta

“No, proprio no… Questa vita non fa per me. Non ce la faccio più! Prima o poi dovrò decidermi e prendere una decisione radicale, definitiva!”. Questi e altri pensieri affollavano la mente del giovane soldato che, pensieroso e solitario, si aggirava in sella al suo cavallo lungo le mura della città di Samarobriva, importante città commerciale e militare della Gallia Belgica. Era novembre. Un vento freddo carico di umidità soffiava da giorni, incessante, da nord, dalla terra di Albione, portando con sè un forte odore di mare. Quel giorno una pioggia battente stava imperversando sulla città. Il terreno era già una distesa fangosa.

Stretto nel suo caldo mantello di lana il giovane soldato si accorse che stava perdendo sensibilità alla punta delle dita dei piedi e delle mani. “Che freddo… forse è meglio rientrare all’accampamento. Magari riesco a riflettere anche seduto accanto al fuoco, anziché continuare a gelare qui fuori!”.

Ad un tratto uno strano fagotto attirò la sua attenzione. Un groviglio di poveri cenci, un paio di gambe seminude magrissime e di braccia quasi scheletriche: un uomo, in evidente stato di sofferenza, se ne stava rannicchiato contro le mura, vicino alla porta d’ingresso della città. Il giovane soldato si avvicinò. L’uomo, sui trent’anni ma apparentemente più vecchio, ebbe giusto la forza di alzare gli occhi cerchiati da profonde occhiaie viola verso di lui; socchiuse le labbra, come volesse parlare, ma non ne aveva la forza. Da quel misero cencio consunto con cui tentava di ripararsi dai rigori del clima, probabilmente un vecchio sacco sdrucito, estrasse una mano ossuta e la tese verso il giovane a cavallo.

Costui non indugiò oltre. Scese dal destriero, decisamente meglio bardato del poveretto a terra, e con un colpo netto di spada tagliò a metà il suo caldo mantello invernale di lana cotta per condividerlo con l’uomo sfinito dal gelo e dalla fame. Glielo posò delicatamente sulle spalle e lo chiuse. Passò una mano amica su quel volto e pronunciò parole di conforto.

SanMartinoEIlPovero

Quegli increduli occhi incavati improvvisamente si accesero: lacrime di commozione illuminarono lo sguardo azzurro di quel poveretto che riuscì ad alzarsi, ad accennare un inchino e baciare la mano generosa che gli aveva mostrato pietà e carità.

Felice, il giovane soldato rientrò al campo. Ma quell’incontro aveva fatto scattare qualcosa di molto particolare dentro di lui. Mentre rientrava alla sua tenda, sapeva che da quel momento la sua vita sarebbe cambiata.

“Martino! Martino! Ma dov’eri finito?!”. La voce squillante di Marcello, suo amico da sempre e compagno d’arme, lo ridestò.

Il giovane ebbe come un sussulto. “Martino… questo è il mio nome. Mi venne dato da mio padre, il valoroso comandante della legione di stanza nella Colonia Claudia Savariensium, nella lontana provincia di Pannonia. Lì vidi la luce. Un padre autoritario, severo, esigente. Un padre che vedeva in me un grande guerriero, un valoroso soldato al servizio di Roma, quale lui per tutta la vita era stato e con sommo onore. Mi ha cresciuto così, secondo la sua volontà, avviandomi al mestiere delle armi. Avviandomi al culto del dio Mithra, dio nato dalla roccia, figlio del Cielo e della Terra; avevo già assistito a diversi Misteri, ma qualcosa di non spiegabile mi impediva di sentirmi parte di quel gruppo, di quel culto del quale, invece, lui era da sempre un fervente seguace, un adepto, uno di quelli che erano ormai giunti oltre la sesta porta, quella di Giove, la porta bronzea. Ne restava solo una, la settima, quella di Saturno, per raggiungere il grado iniziatico maggiore.

E l’ho sempre seguito, lungo le infinite strade dell’Impero, ad ogni angolo del mondo, in province sconosciute e terre straniere. Ho passato l’infanzia nei pressi della città di Ticinum (che, mi pare, oggi voi chiamate Pavia), e sempre al seguito di mio padre ho viaggiato in buona parte delle province continentali del grande Impero di Roma.

Cammino

Ed eccomi qui, ora, non più soldato di Roma ma al servizio di Cristo Gesù. Ripenso a quell’episodio accaduto alle porte di Samarobriva… un episodio che mi ha segnato per sempre. Dopo aver abbandonato l’esercito non ho più avute notizie di mio padre. So che la legione ha fatto ritorno in Pannonia. Il vescovo Ilario mi ha battezzato e ora mi sento un uomo nuovo! Ho deciso di tornare a Sabaria, dai miei genitori: voglio condividere con loro questa mia nuova condizione. Voglio che anche loro conoscano la fede in Cristo e vengano battezzati. Mio padre sarà sicuramente un osso molto duro e del resto è ancora profondamente offeso con me… ma con mia madre credo di avere margine di riuscita…

In questo inverno gelido in cui mi vedo costretto a viaggiare, eccomi in questa valle prima a me sconosciuta. Ho superato quasi per miracolo il colle dell’Alpis Graia scendendo fino al villaggio di Ariolica tra infiniti pericoli e rischi. Una natura impervia, infida, seppur dotata di un suo fascino inspiegabile. Il mio passato nell’esercito mi ha temprato; sono rotto a tutto! Ma queste montagne non state affatto semplici da superare.

Da Ariolica, dove ho riposato e mi sono ben rifocillato, ho guadagnato il fondovalle insieme ad alcune guide locali, in gruppo con alcuni mercanti. Ho visto paesaggi straordinari dove il genio militare romano ha saputo realizzare opere incredibili pur di arrivare ad ottenere una strada degna di questo nome. Le strade dell’impero… sono uno degli elementi che han fatto la potenza di Roma!

Anche in queste terre di confine, strette da gole vertiginose tra rocce, strapiombi e torrenti impetuosi, circondate da boschi impenetrabili, la strada romana è un punto di riferimento, una certezza.

Eccomi ad Augusta Praetoria: la vedo in lontananza, con le sue mura e le sue torri. Ne ho sentito parlare sin dalle terre galliche, come di una città bellissima, ricca, vivace, ma che da alcuni anni a questa parte soffre di un progressivo declino. La gente che la abitava se ne sta allontanando, non sentendosi più così sicura come una volta. Le scorribande di popoli stranieri stanno iniziando a farsi sempre più violente e ripetute. Eppure l’imperatore Costantino solo alcuni decenni fa ha proceduto ad un vasto intervento di monitoraggio e manutenzione delle arterie stradali, anche di questa via che collega la Transpadana alle Gallie, un asse viario decisamente strategico!

Ma ormai la sera è vicina, le ombre della notte si allungano rapidamente e il freddo è già pungente. Mi fermerò in questo sobborgo alla periferia occidentale della città; vedo un gruppo di case, una fattoria. Vedo che ci sono luci, proverò a chiedere ospitalità.

“Ma cosa fate in giro a queste ore? Chi siete? Andate via! Non abbiamo nulla, siamo povera gente! Quel poco che avevamo ci è stato portato via, o dai barbari o dalle tasse dell’imperatore! Andate via! Cercate alloggio in città piuttosto!”.

La voce che aveva risposto al suo bussare dalla fattoria era nervosa, concitata… Martino provò a spiegare chi era, che non voleva nulla se non un pagliericcio e un tetto per la notte e che avrebbe pure pagato per quella generosità! Ci volle tutto l’impegno per convincere l’uomo ad aprire la porta, ma alla fine ci riuscì.

“Che Dio sia con voi, fratello”, salutò Martino. “Dio? E quale? Giove? Mithra? Asclepio? Ercole? o forse qualche misterioso dio egiziano? Come lo chiamano… Serapide?.. ne avete talmente tanti… ma nessuno che mostri un pò di bontà e di carità nei confronti della povera gente!”, esclamò l’uomo visibilmente contrariato.

“L’unico Dio, fratello. Il Dio della Carità, dell’amore e della condivisione”. L’uomo lo fissò perplesso. Non capiva quelle parole né mai le aveva sentite… “Mah, cos’è un culto nuovo? Una nuova bugia? Ah, sì… quello autorizzato e ufficializzato da Costantino, giusto? Noi siamo gente semplice, gente che vive nei campi e si spacca la schiena tutti i giorni! Noi siamo legati alle nostre antiche tradizioni, quelle che ci hanno insegnato i nostri padri e i padri dei nostri padri, da sempre”.

Martino lo ascoltava con grande attenzione e interesse, senza sbottare o mostrare fastidio. L’uomo se ne accorse e gli diede fiducia. “Ma voi, chi siete? Da dove venite?”. Martino allora gli raccontò della sua vita, dei suoi lunghissimi viaggi, dei tanti posti che aveva visto e del perché stava tornando in Pannonia. Colui che lo aveva accolto in casa infine si presentò: “In città mi chiamano Darius, ma il mio vero nome è Daro, il figlio della quercia”. E fu così che, davanti al fuoco e con un piatto di zuppa, giunse infine il sonno ristoratore.

La mattina dopo Martino si svegliò di ottimo umore, pronto a ripartire. Chiamò l’uomo che lo aveva ospitato, ma in casa non c’era nessuno. Uscì. Davanti a lui si stendeva un’ampia campagna ondulata; in lontananza, verso sud, il baluginare del fiume e, all’orizzonte, le due altissime vette che dominavano la valle. La notte aveva lasciato un velo di ghiaccio su ogni cosa. Ad un tratto udì delle voci provenire da un campo più a nord. Si incamminò in quella direzione. un gruppetto di uomini e donne era raccolto intorno ad una grande quercia. Tutti mormoravano. Una nenia incomprensibile, quasi una melodia, si diffondeva nell’aria.

“Martino, buongiorno! Vieni, unisciti a noi!”. Il suo ospite lo stava chiamando. Martino venne quindi presentato alla piccola comunità, evidentemente incuriosita e in parte non priva di sospetto.

“Vieni Martino. Qui siamo tutti parenti, amici, sodali. Qui siamo tutti eredi dell’antico popolo di queste montagne. Quel popolo capace di muoversi veloce sugli strapiombi rocciosi anche nel buio più nero. Quel popolo che adorava le rocce, il cielo, gli alberi. Un popolo molto antico in grado di vivere in simbiosi perfetta con la natura senza bisogno di stravolgerla e piegarla alle sue necessità. Questo luogo, che ai più appare come un povero grappolo di catapecchie fuori dalla bella Augusta Praetoria, è in realtà un luogo sacro. Vedi questa grande quercia? ha centinaia di anni, è qui da sempre, dal tempo del non-tempo, da quando il Mito era Storia. E’ la nostra memoria, il simbolo della nostra identità”.

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Martino era rapito dall’eloquio appassionato di Daro; voleva capire, conoscere. Tuttavia non voleva rinunciare alla sua missione e iniziò col raccontare loro dell’episodio del mantello tagliato e delle visioni che ne seguirono. Di come tutto questo aveva cambiato la sua vita e il suo destino.

La gente di Daro lo ascoltava, capiva che Martino era un uomo buono e non era lì per far loro del male.

“La tua storia è bella e toccante, Martino. Questo tuo dio ti ha scelto, ti ha mandato messaggi importanti. Ma noi non lo abbiamo ancora incontrato. Per noi ciò che conta è il cielo stellato sopra le nostre teste, la madre terra che ci nutre, l’eterno ciclo di vita e di morte rappresentato dallo scorrere eterno delle stagioni e dal girare degli astri. In molti hanno già tentato di distruggere questa quercia. Invano. Noi siamo disposti a difenderla con ogni mezzo. Questo albero, Martino, affonda le sue radici assai in profondità. Noi conosciamo questo terreno, lo coltiviamo e sappiamo i tesori che racchiude. Questo terreno ogni tanto ci restituisce frammenti di grandi pietre piatte, alcune hanno persino un volto! E la grande quercia sorveglia queste pietre e gli spiriti che le abitano. Questo è un luogo diverso da tutti gli altri, Martino. I Romani ci hanno impiantato una delle loro necropoli; qui nulla può essere costruito senza il volere degli antichi dei. La quercia lo impedisce. Qui c’è la nostra città perduta, sai?

“Ma, come si chiama questo luogo, Daro?”, chiese Martino.

“Gli abitanti della città lo chiamano Cordelianum. Per noi sarà sempre Cordela, la città degli antenati, la città delle grandi pietre“.

“Nessuno ne ha mai scritto perché la nostra tradizione è quella di raccontare a voce e memorizzare. Nostro compito sarà proprio quello di non perdere mai questa memoria, ma anzi di tramandarla ai nostri figli, nipoti, discendenti. Sono tempi assai duri, questi caro Martino, ma noi non demorderemo. La gente che vuole ascoltare la voce delle pietre si sta rarefacendo. L’angoscia di questo volgere di anni, la crisi dell’autorità imperiale, le continue migrazioni di popoli sconosciuti e spesso nemici, non aiutano questo genere di ascolto ma piuttosto la ricerca di una via di fuga, spesso solo un abbaglio temporaneo. Noi invece abbiamo deciso di cercare rifugio nel nostro passato, nelle nostre credenze, e le proteggeremo ad ogni costo”.

Martino decise di fermarsi in quel sobborgo ancora un pò. Da una parte Daro era uomo saggio e amava stare ad ascoltarlo, ad imparare; in quel piccolo popolo Martino ritrovava persino briciole di quella antica religione che ricordava praticata nelle campagne della Pannonia e della Gallia, ma che nessuno gli aveva mai spiegato davvero. Dall’altro gli sembrava di essere tornato a Siccomario, il modesto villaggio alla periferia di Ticinum dove aveva trascorso gli anni tra infanzia e adolescenza. Eh, già… proprio una vita in periferia la sua. E lì, alle porte occidentali di Augusta, stava riscoprendo una volta di più sebbene in modo ancora diverso, tutto il senso e il valore di quel suo “essere in periferia”. La sua missione erano le periferie, lì doveva stare! Lì serviva la sua parola.

Quella sera Daro condusse Martino in visita ad una donna molto anziana, considerata la saggia del clan. La donna aveva infatti espresso il desiderio di conoscere personalmente questo insolito viaggiatore che si muoveva da est a ovest attraverso l’impero. E soprattutto che aveva storie così diverse da raccontare!

“Prego, entrate pure”. La voce della donna era sottile ma profonda; Martino si accorse subito che riusciva a toccare le corde dell’anima. Quando la vide restò colpito da quello sguardo indagatore, quegli occhi di cui non si vedeva la fine, dal taglio affilato e incorniciati da ciglia ancora lunghe e nerissime nonostante l’età.

” Io sono Maricca. Molte lune sono passate da quando aprii per la prima volta gli occhi al mondo. Ho visto molte cose. E sento che tu sei un uomo buono, venuto a portarci importanti novità”. Martino era ammaliato. Raccontò a Maricca la sua storia; ad un certo punto lei gli disse: “Ho visto queste cose. E so che quanto dici corrisponde a verità. Tu vuoi far conoscere la tua fede e questo è legittimo. Ma fallo con rispetto, in punta di piedi. Non distruggere le tradizioni degli antichi. Noi non siamo spiriti malvagi e siamo disposti ad ascoltarti. Qualcuno potrà e vorrà seguirti da subito; altri no, ma probabilmente i loro figli o i loro nipoti, sì. Sarà il tempo a decidere”.

Martino era senza parole. Quella donna sembrava conoscerlo molto più di quanto non credesse…

Quella stessa sera il piccolo popolo di Daro e Maricca si radunò alla luce di un grande falò vicino alla quercia secolare; erano venuti ad ascoltare Martino. E il giovane soldato di Cristo parlò loro della sua fede, del messaggio di salvezza, di resurrezione, di vita eterna. E si rese presto conto che quegli stessi concetti non erano poi così lontani dalle loro credenze. Erano un’altra forma dell’eterno ciclo di vita-morte-rinascita. Martino cercò quindi di adottare una strategia già spesso utilizzata in passato dai Romani: il sincretismo. Una parola difficile, certo, ma che racchiudeva una profonda saggezza.

Martino cercò di utilizzare sapienti parallelismi, andando ad illustrare innanzitutto i punti di contatto tra le due fedi e spiegando loro che, in fin dei conti, il suo Dio era rintracciabile nella natura stessa. Il popolo di Cordela però non capiva come potesse essere uno solo vista la molteplicità di aspetti del mondo naturale… e non capiva come il figlio di un Dio avesse potuto decidere di morire per gli uomini anziché salvarli direttamente intervenendo in maniera più… “divina”, appunto. Ma Martino provò a spiegare loro che la divinità del gesto era proprio quello: morire per mostrare che si sarebbe risorti.

Alla fine Martino si trattenne a Cordela per diverso tempo; il tempo necessario ad imbastire, autorizzato dalla saggia Maricca, una sala di adunanza nella quale sarebbe stata esposta una croce. Questa sala venne costruita intorno alla grande quercia, a voler rappresentare l’incontro dei due mondi, senza danneggiare minimamente la quercia naturalmente!

La partenza fu dolorosa. Martino avrebbe tanto voluto fermarsi, ma non poteva! La sua missione lo avrebbe portato ad attraversare terre sconfinate fino a tornare in Pannonia per poi ritornare ancora…avanti e indietro per portare la novella del Signore.

CONTRO IL DIAVOLO SULL’ANTICO PONTE

Attraversò così tutta la valle Baltea seguendo l’efficientissima strada romana delle Gallie, incontrando uomini, villaggi, soldati; superando torrenti, orridi, paludi…

Sempre ricorderà la sua tappa nel villaggio sulle sponde del torrente Lys… un incontro decisamente “diabolico”. Al suo arrivo vide che solo una traballante passerella in legno univa le due sponde dell’impetuoso torrente Lys il cui transito si rivelava sempre pericoloso, ancor di più quando il corso d’acqua era gonfio e rabbioso per le troppe piogge o per lo scioglimento delle nevi. Ma la popolazione aveva bisogno di passare, e di farlo spesso…Mercanti, contadini, pellegrini, soldati…in tanti dovevano superare l’imprevedibile Lys e quella maledetta passerella spesso mieteva vittime innocenti.

Approfittando di questo bisogno, il Maligno si era insinuato nella comunità e accontentò la popolazione costruendo, nell’arco di una notte, un ponte meraviglioso: alto, solido, possente. Un ponte che sicuramente avrebbe saputo contrastare le onde di piena del Lys. Ma in cambio chiese una ricompensa importante: un’anima. Almeno una. E sarebbe stata di colui che per primo sarebbe transitato sul “suo” bellissimo ponte. E anche per gli abitanti di Pont-Saint-Martin, l’aiuto di Martino si rivelò fondamentale. Fu lui a far passare, per primo, sul ponte, un cagnolino; e quindi fu l’anima della bestiola ad essere “sacrificata” per salvare la gente del posto.

Insomma: storia, fede e leggenda si mescolano perfettamente ancora oggi nel Carnevale di Pont-Saint-Martin dove il nome stesso del paese si deve ad un ponte del I secolo a.C., costruito dal genio romano sulla via verso le Gallie, tuttora splendido e utilizzato.

Ponte romano di Pont-Saint-Martin (da www.guideaostawelcome.it)
Ponte romano di Pont-Saint-Martin (da http://www.guideaostawelcome.it)

Alcuni anni dopo Martino si trovò a ripassare da Cordela. Trovò ancora Daro, assai anziano e malato, divenuto guida spirituale del gruppo che aveva abbracciato la parola di Martino. Purtroppo non trovò Maricca che, nonostante l’ascolto e la comprensione, non aveva voluto abbandonare la fede degli avi, ma che volle farsi seppellire sotto un cumulo di pietre appena all’esterno della sala “comune”.

Anche in quell’occasione Martino si fermò alcuni giorni con loro e, quasi fosse un miracolo, nonostante si fosse agli inizi del mese di Samhain, in quei tre giorni pareva di essere in primavera! Quell’uomo, ex soldato di Roma, era destinato alla santità! Di lì a breve divenne l’acclamato vescovo di Tours, l’illustre apostolo delle Gallie!

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Da quella volta sono trascorsi molti secoli. E molte cose sono cambiate. L’antica Cordela, rimasta sepolta dallo scorrere del tempo e dagli eventi, è tornata a far parlare di sè e al suo nome ha unito il ricordo di Martino: Saint-Martin-de-Corléans!

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La sala assembleare voluta da Martino e Daro fu trasformata nel Medioevo in una piccola chiesa col suo campanile; e così la potete trovare ancora oggi.

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Chissà se lì sotto ancora resistono le antiche radici della grande quercia…. probabilmente, sì!

Sicuramente quella che oggi chiamiamo Area Megalitica è un luogo dove poter vivere e toccare l’ancestrale e potente rivelazione della sacralità.

 

Stella

Castello di Montmayeur. Un oscuro signore per il goth-tale di Halloween

In vista di #Halloween, “festa” che personalmente non amo e non “pratico” ma che comunque, vuoi o non vuoi, stimola la mia già “delirante” (!!) immaginazione, voglio rendere omaggio a uno tra i castelli meno noti e più misteriosi della Valle d’Aosta: Montmayeur, in comune di Arvier.

Non un “archeo-racconto” cui vi ho abituati (quello comunque arriverà…ho già in testa lo storyboard!), ma un volo immaginario e immaginifico sulle labili tracce di questo misterioso signore, la cui ombra sinistra permea e ammanta il severo profilo roccioso di questa torre sospesa sul baratro…

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La casa sua il signore di Baux

l’ha costruita sui sassi…

La casa sua il signore di Baux

l’ha costruita sui sassi…

Passi di mille cavalieri

segnano i suoi sentieri,

vegliano dall’alto nella notte

gelidi i suoi pensieri…

I versi della nota ballata di Angelo Branduardi ben si adattano ad illustrare questo luogo e lo spettro immanente del suo antico signore.  Una musica fiera e solenne, ritmata da un progressivo aumentare di percussioni aiuta ad immaginare l’avanzata dei cavalieri in sella ai loro destrieri; una lunga fila di armigeri pare risalire l’impervio sentiero che conduce alla sommità di un’altura isolata, dal fascino sinistro. Siamo all’imbocco della Valgrisenche, una delle vallate più selvagge della Valle d’Aosta. Una vallata dai fitti boschi e dagli interminabili inverni che divide questo estremo lembo d’Italia dalla vicina Tarentaise francese. Prestando attenzione, si possono ancora udire, tra i ruderi, le voci, le grida, i rumori degli antichi abitanti scomparsi… Scomparsi, forse, in una sola notte di luna nera, improvvisamente, misteriosamente… e di loro non si seppe più nulla. Solo l’estrema ferocia attraversò i secoli, vestita di leggende e fantasmi figli della notte.

A GUARDIA DELLA SEVERA VALGRISENCHE

Da Arvier si imbocca la strada che, con ampi e frequenti tornanti, si inerpica fino ad arrivare al bivio per Grand Haury, un piccolo villaggio dove il tempo pare essersi fermato. Lassù, in alto, ecco apparire l’austero profilo della torre-mastio, risalente al XIII secolo. Pare uscita da un fosco racconto medievale questa struttura fortificata posta in cima ad uno sperone roccioso con pareti a strapiombo; una posizione estrema, isolata, inquietante.

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OSCURE LEGGENDE

Ancora oggi infatti si narra del signore di questo maniero: un uomo perfido e astuto, dalla ferocia inaudita. Un vero e proprio “nido di avvoltoi” circondato da cupe leggende, così viene descritto in numerose cronache ottocentesche, trasudanti di “dark Romantic”: si racconta di nemici uccisi, sgozzati, decapitati, mutilati e poi gettati nel baratro dall’alto della torre.

Secondo una leggenda, intorno al 1450, un conte di Montmayeur che, in lite con un cugino, era stato ritenuto colpevole dal tribunale di Chambéry, con un pretesto invitò nella sua dimora il presidente della giuria del tribunale, Guy de Feissigny; lo fece accomodare, certo, ma per…decapitarlo!. La sua testa fu quindi recapitata ai giudici di Chambéry, come “documento che mancava al processo”. Per sfuggire alla cattura il conte di Montmayeur sarebbe fuggito sulle montagne e di lui non si seppe più nulla.

Montmayeur: Uno scabro castello “primitivo”, ossia essenziale, composto da una torre circondata da mura, ben difese e arroccate in una posizione da cui si poteva vedere tutto senza essere visti. Montmayeur: una torre fatta di rocce, dello stesso color della roccia, a tratti quasi invisibile, tanto bene è mimetizzata… talvolta la si potrebbe persino credere una “torre fantasma”.

Montmayeur nacque così e tale è rimasto. Mai un rimaneggiamento, mai un adattamento… una postazione militare, lassù, in cima ad un tremendo salto nel vuoto avvolto dai boschi.

Un maniero militare, cristallizzato… quasi che, ad un certo punto, i suoi stessi proprietari siano fuggiti e mai più nessuno vi abbia fatto ritorno se non, come narrato da alcuni, le streghe della vallata nelle notti di luna nera….

Un signore terribile, quello di Montmayeur, che mostra suggestive affinità con un altro, noto e feroce signore: quello di Baux!

SOGNANDO LA FUGA DEL SIGNORE DI BAUX

I Baux: una potente famiglia feudale che, nel X secolo, si stabili’ al limite delle Alpilles, in un altopiano quasi incastrato tra le Alpi e i Pirenei, edificando sulle rocce un imponente castello, arroccato sul ciglio di un dirupo, tanto maestoso da diventare parte delle rocce stesse e da dominare l’intera vallata.

Il castello di Les-Baux-de-Provence (provence-pays-arles.com)
Il castello di Les-Baux-de-Provence (provence-pays-arles.com)

Roccia su roccia, il castello di Les-Baux-de-Provence lascia letteralmente senza fiato! La fortezza degli impavidi principi-guerrieri: coraggiosi al limite della sfrontatezza, ambiziosi, arroganti, forti, senza scrupoli e spesso senza pietà.

Per quasi cinque secoli i Signori di Baux riuscirono a difendere il loro dominio, capaci di tenere testa a re, imperatori e pontefici. Tanto forti e orgogliosi da dichiararsi discendenti di Baldassarre, uno dei tre Re Magi;  non a caso, per ricordare i loro reali e mistici natali, il loro stemma era rappresentato come una cometa bianca in campo rosso. Tanto impavidi e fieri da essere definiti dal poeta Mistral “Stirpe di aquile, mai vassalli”.

Les Baux de Provence
Les Baux de Provence

La loro storia è una lunga ed impetuosa catena di guerre, sangue e tradimenti. Una corte comunque colta, ricca e raffinata fino a quando la morte di Alix, ultima principessa della stirpe, farà estinguere il mondo dei Baux.

A metà del 1300 il visconte Raymond de Turenne diventò tutore della giovane nipote Alix de Baux, ultima principessa della città-fortezza.

Il visconte causò una guerra civile che lacerò la fama di Les Baux, soprattutto a causa della sua crudeltà. Chiamato ‘flagello della Provenza’, costringeva i prigionieri a buttarsi dal castello nel vuoto dei burroni, per semplice divertimento (stesso “hobby” del signore di Montmayeur… quest’ultimo però più sanguinario!).

Per eliminarlo, il re di Francia e il papa – per i quali Raymond aveva peraltro in precedenza combattuto – ingaggiarono dei mercenari, che però devastarono numerosi territori non coinvolti nello scontro senza riuscire nel loro intento: Raymond de Turenne riuscì comunque a scappare facendo perdere completamente le sue tracce!

Si narra che i Baux scomparvero nell’arco di una sola notte e che, già il mattino seguente, il castello era distrutto. E parrebbe anche che i Baux divennero i “Del Balzo” e giunsero nel Sud Italia al seguito di Carlo d’Angiò, insediandosi tra Campania, Abruzzo e Puglia.

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E’ bello immaginare che la fortezza valdostana possa quasi essere la traccia di questa fuga, la testimonianza di un rifugio segreto, seppur transitorio, nel cuore di monti inaccessibili.

Del resto ben diceva il canonico Bethaz parlando della sua terra: «A Valgrisenche on y va ni par mer ni par terre, mais par rocs et par pierres››.

Stella

UNICORNI … mai più senza? Dipende dai DINOSAURI!

Allora, alzi la mano chi, negli ultimi 3 anni almeno, non ha avuto modo di incrociare da qualche parte o sotto qualunque forma, un UNICORNO!

Dai più abituali pupazzi di peluche all’abbigliamento.

peluches

Dalla cartoleria ai bijoux, passando da scarpe, accessori, tazze, piatti, biancheria varia, complementi d’arredo… fino ad una casa vera e propria completamente dedicata al mitico animale! E’ la Unicorn House in centro a Milano, inaugurata per la Design Week 2019!

Unicorn House-Milano
Unicorn House-Milano

calamite, gadgets di ogni forma, materiale e dimensione… per continuare con giochi impensabili ispirati alla bava o al muco, per carità brillantinoso, glitterato, iridescente e profumato del mitico animale FUN-tastico!

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Una “Unicorn-Mania” incontenibile, esplosa anche nel look con acconciature e tinte per capelli (e barbe) di sicuro effetto!

unicorn-myonebeautifulthing
unicorn-myonebeautifulthing

Il make-up? Da vera Lady Unicorn on the rainbow! Un trionfo di toni pastello, iridescenze, sapienti sfumature, glitter e decorazioni “a tema”.

 

E del cibo? Vogliamo parlare del tanto trendy (ma, a parer mio, stucchevolissimo) “unicorn FOOD”?!

Unicorn cake (nerdy nummies)
Unicorn cake (nerdy nummies)

Torte arcobaleno con orecchie e corno a vite in pasta di zucchero multicolore. Dolcetti, biscotti, cioccolatini, fino ai macarons unicornizzati!

Unicorn-Macarons (Rosanna Pansino)
Unicorn-Macarons (Rosanna Pansino)

E degli (improbabili…) “unicorn-toast” che diciamo? Fette di pancarré spalmate con varie creme di “formaggio” dai colori pastello cosparsi di stelline e paillettes … edibili?

Unicorn food toasted bread with colorfur cream cheese
Unicorn food toasted bread with colorfur cream cheese

Sandwich, cocktails, gelati, cereali, snack! Fino all’incredibile “Unicorn Frappuccino”: una miscela di latte e sciroppi super colorati che cambiano colore alla bevanda a seconda di come la mescoli… mamma mia…

Unicorn Frappuccino-Junk banter
Unicorn Frappuccino-Junk banter

Mah, sarà anche di grande tendenza, ma personalmente resto scettica… Chissà se era proprio questo il genere di “gusto” cui pensava la raffinata “Dame à la Licorne” raffigurata nel ciclo di arazzi millefiori esposti al Musée du Moyenage di Parigi…

Dame à la licorne-Gout (LePoint)
Dame à la licorne-Gout (LePoint)

Scoperti nel 1841 da Prosper Merimée nel castello di Boussac, le tappezzerie fine Quattrocento della “Dame à la Licorne” suscitano ancora oggi viva ammirazione.

Sei arazzi: ognuno rappresenta allegoricamente un senso attraverso le figure di una giovane nobile ed elegante fanciulla, della sua ancella, di un leone e di un unicorno. Ogni scena si situa in un giardino bucolico ricco di erbe e fiori che ci ammaliano e ci trasportano nell’universo immaginario delle classi aristocratiche della fine del XV secolo.

Ma il senso del “meraviglioso” e del favolistico viene trasmesso in particolare da una figura su tutte: l’unicorno!

Animale fantastico, onirico, stupefacente. Un elegante e leggiadro equino con folta chioma e lunghissima coda, identificabile da un corno a vite in mezzo alla fronte e, cosa venuta dopo, da spruzzate iridescenti di stelline e arcobaleni ad ogni colpo di zoccolo!

Per alcuni scienziati, tuttavia, parrebbe essere esistito davvero! Un suo antenato (più simile ad un tozzo rinoceronte lanoso però…) sarebbe vissuto in un periodo compreso tra 300mila e 30mila anni fa in Siberia, arrivando forse ad incontrare l’uomo di Neanderthal!

Eccolo!

Elasmotherium sibiricum
Elasmotherium sibiricum

Sì, decisamente meno raffinato e più bovino che equino ma, si sa, se eventualmente incontrato dall’uomo potrebbe averne segnato potentemente l’immaginario!

E che dire delle straripanti Wunderkammern settecentesche, in cui tra i vari “mirabilia” non potevano assolutamente mancare i corni di unicorno? Poi, in realtà, erano corni, o meglio, denti di narvalo… un delfinattero anche detto “unicorno del mare”. Lui, sì, esiste per davvero!

narvalo, unicorno del mare (nationalgeographic.it)
narvalo, unicorno del mare (nationalgeographic.it)

Sta di fatto che pensando alla fortuna iconografica degli unicorni, la mente immediatamente si sofferma ai tanti mosaici medievali dove questo meraviglioso, immaginario animale veniva raffigurato come simbolo di purezza e castità. Divenuto, dal XIII secolo, attributo della Vergine, arriva a simboleggiare addirittura il Cristo.

VALLE D'AOSTA-Mosaici Cattedrale Aosta (foto Enrico Romanzi)
VALLE D’AOSTA-Mosaici Cattedrale Aosta (foto Enrico Romanzi)

Vi riporto, qui sopra, il mosaico duecentesco presente all’interno della Cattedrale di Aosta. Notate, appunto, l’unicorno in alto a sinistra e, sotto di lui, in corrispondenza, il pesce, ιχθύς (pronuncia: ikzùs con la u stretta, alla francese), ovvero acronimo di “Gesù Cristo figlio di Dio Salvatore”).

Quindi dicevamo: simbolo di purezza, di castità e di onestà, si narrava che questo animale potesse venire avvicinato e abbracciato soltanto da una Vergine. E, ad un ulteriore livello iconologico: l’abbraccio, il contatto tra unicorno e Vergine richiama anche la Santa Incarnazione. L’unicorno, simbolo di Gesù Cristo, trova incarnazione in una Vergine: è la Santa Concezione. Si pensava inoltre che il suo corno avesse un forte potere curativo, in grado di guarire,qualora assunto in forma di polvere, qualunque tipo di velenoMa come procurarselo? Fino al XIX secolo, poteva esserne acquistata una porzione presso alcune “farmacie” le quali, in realtà, commerciavano denti di un grosso cetaceo: il narvalo, appunto…!

Quindi, fin’ora, possiamo concludere che l’unicorno, anche chiamato “alicorno” o “liocorno” …

“Ci son due coccodrilli ed un orangotango; due piccoli serpenti, un’aquila reale, il gatto, il topo e l’elefante…non manca più nessuno… Solo non si vedono i due liocorni!”.

so che vi è venuta in mente e la state canticchiando… ebbene, questo animale, esistito o meno, si presenta assolutamente legato al mondo femminile! Un animale la cui eleganza, raffinatezza e delicata cromia attirano immediatamente la fantasia e il gusto delle giovani fanciulle!

E numerosi sono gli esempi nell’arte in cui troviamo il fiabesco equino avvinghiato, abbracciato o coccolato da una ragazza!

Domenico Zampieri detto il Domenichino, Vergine con unicorno, 1604, affresco,Roma, Palazzo Farnese, Galleria dei Carracci
Domenico Zampieri detto il Domenichino, Vergine con unicorno, 1604, affresco,Roma, Palazzo Farnese, Galleria dei Carracci

Attenzione, tuttavia! L’unicorno è, sì, simbolo di purezza e castità, cosa che ne fece un emblema indiscusso dell’amor cortese, ma lui, l’animale, parrebbe tutt’altro che casto! Anzi, sarebbe mosso da istinti carnali anche violenti che, però, verrebbero ammansiti solo dal tocco di una giovane candida e innocente…

Raffaello, Dama col Liocorno (1505-1506), Galleria Borghese, Roma
Raffaello, Dama col Liocorno (1505-1506), Galleria Borghese, Roma

Secondo Leonardo Da Vinci, infatti, esisteva un solo modo per catturare un unicorno, ovvero sfruttando il suo istinto sessuale. Gli si metteva davanti una giovane vergine, al che lui per il desiderio impellente dimenticava di attaccare e posava la testa sul suo grembo, e solo così poteva essere catturato. Il significato del corno è chiaro.

Ecco, siamo così arrivati al risvolto piccante dell’unicorno: l’evidente simbologia sessuale data dall’essere “cavallo” con in più un lungo e potente corno!

Ed ecco che il mondo fatato e zuccheroso dai delicati colori pastello, inizia a venarsi di tinte più “dark”! Ecco che l’unicorno di veste di un’identità nascosta, mimetizzata e per certi versi “pericolosa”. Diventa ancor più intrigante per questa sua natura ambigua: un aspetto esteriore candido, fragile e innocuo che nasconde, però, una creatura mossa da forti pulsioni carnali…

Un’ambiguità assunta, tra le altre cose, a novella icona gay!

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Ma qualcosa si sta muovendo all’orizzonte. Il dominio degli unicorni è insidiato dal sopravvento di altre creature dettate dalla rapida volubilità dei gusti, delle mode, delle tendenze…

Da un paio di mesi si vocifera di un’impennata di bradipi, ad esempio! E in effetti se ne trovano sempre più spesso nei negozi di giocattoli così come tra i gadgets… Penso a Flash, il simpatico e sorprendente bradipo del film d’animazione “Zootropolis”, un impiegato allo sportello indifferente a code e proteste presto divenuto un mito!

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Parrebbe anche che molte celebrities hollywoodiane stiano acquistando bradipi da compagnia… ma perché?

Simbolo della vita slow, del vivere lento e tranquillo, del sapersi prendere i propri tempi come si vuole, quando e se lo si vuole!

Vi allego una foto a dir poco significativa che ho scattato un paio di giorni fa in un negozio di articoli per bambini…. servono ulteriori spiegazioni?

Unicorni, bradipi e... DINOSAURI!!
Unicorni, bradipi e… DINOSAURI!!

Uno accanto all’altro i #maipiùsenza del pubblico kids! Le mie figlie sono andate subito sul bradipo morbidoso, ma la mia attenzione è stata attirata dal dinosauro paillettato che ammiccava al centro… Già, i dinosauri: un mito mai sepolto! Anzi!

Allora, io sono classe 1975! Negli anni ’80 anch’io caddi vittima della “Mio Mini Pony-Mania” (ne avevo circa una dozzina…). Una moda che si indica come la base del grande, globale revival fanta-equino sfociata nell’ “UnicornoMania”.

I mini pony!
I mini pony!

Ma i dinosauri c’erano già! Aprivi un qualsiasi sussidiario delle elementari e il capitolo della Preistoria cominciava immancabilmente con loro: i dinosauri! “Lucertole terribili”, questo il senso etimologico del nome, eppure, proprio perché così spaventose, orrende, terrificanti, quasi come in una forma di “sublime” non potevi distogliere lo sguardo. Ipnotici, magnetici… i dinosauri non hanno mai smesso di piacere, soprattutto ai più piccoli e poi, anche grazie a veri fenomeni cinematografici come “Jurassic Park” di Spielberg, anche agli adulti. Per non parlare dell’ennesimo successo planetario: “Jurassic World-il regno distrutto”

Entrati ormai di diritto nell’ immaginario collettivo mondiale, i dinosauri e i mostri preistorici hanno attraversato la storia del cinema (si pensi solo a “Lost world” del 1925!);

Lost World, 1925 (gettyimages)
Lost World, 1925 (gettyimages)

queste creature appartenenti al Triassico superiore (più di 200 milioni di anni fa) hanno scatenato le fantasie di grandi e piccini, attraverso animazioni e parodie, improbabili opere di fantascienza (e se i dinosauri potessero tornare oggi in vita?) e metafore sulla natura cinica e opportunistica dell’essere umano. T-Rex, Velociraptor, Brontosauri, Triceratopi e Pterodattili hanno contribuito a creare e ad alimentare la nostra passione per questi misteriosi, affascinanti e terrificanti rettili.

Sorrido pensando a George, il fratellino pacioccone di Peppa Pig col suo inseparabile dinosauro! Un mito kid assolutamente vivace!

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E sono davvero tantissimi i cartoni animati coi dinosauri come protagonisti! Dal dinosauro “da guardia” dei Flintstones fino all'”Era glaciale 3- l’alba dei dinosauri”, fino al divertente ” We’re Back!-4 dinosauri a New York”. Splendido, a mio avviso, “Il viaggio di Arlo” (titolo originale “The Good Dinosaur”: insolito e sorprendente perché inverte i ruoli tra umani e dinosauri. Arlo è un piccolo sauro timido e impacciato cui il papà ordina di fare la guardia ad un magazzino di cibo per difendere le scorte di famiglia da un piccolo “terribile” cavernicolo selvatico!

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Comunque una cosa è certa: i dinosauri, sì che sono davvero esistiti! E non si smette di ipotizzare un loro ritorno, più o meno previsto dalla scienza… ma sicuramente anticipato da stilisti e trend-setter! Non c’è dubbio: i fashion-designer sono affascinati (e scusate il bisticcio di parole!) dalla Preistoria (e ne avevo già parlato nel post sulla “Preistoria da Fashion Week, ricordate?!), in particolare dal T-Rex, il più “fotogenico” e iconico di tutti!

Il crescente e costante incremento dei dinosauri avrebbe un legame con un altro tema di grande attualità: l’ecosostenibilità! Far rivivere i dinosauri, la cui effettiva estinzione è ancora in buona parte avvolta dal mistero e da una selva di ipotesi, rimanderebbe al tema della salute del pianeta, dei cambiamenti climatici, dei disastri ambientali… Un pò come se fossimo noi novelli dinosauri a rischio di estinzione o, meglio, di “auto-estinzione” visto che stiamo distruggendo il pianeta con le nostre stesse mani, come oltretutto sosterrebbe la tesi dell’antropocene (termine divulgato dal Premio Nobel per la chimica Paul Crutzen) riferito all’era geologica attuale, in cui l’uomo e le sue attività sono le principali cause delle modifiche ambientali e climatiche. Mutamenti troppo rapidi che ci obbligano a confrontarci con le lunghissime cadenze della storia umana, ma non solo, della storia dello stesso pianeta Terra.

Relativamente ai più piccoli il dinosauro potrebbe altresì rappresentare una “summa” di tutti i mostri, le paure, gli incubi possibili che però sono comunque conoscibili e gestibili.

Il dinosauro potrebbe essere il sostituto attuale di quella porzione di immaginario un tempo ricoperta da mostri, streghe, stregoni, demoni, spettri ecc… creature non vere, o comunque strettamente legate al leggendario, mentre i dinosauri, per quanto spaventosi, sono creature note e studiate dalla scienza quindi, per questo, almeno in parte “famigliari” seppur non del tutto…

Chi li va vedere in parchi a tema, in grandi esposizioni loro dedicate; chi li ama in formato giocattolo, o puzzle 3D o in versione cinematografica… sta di fatto che i dinosauri non moriranno mai!

Dinosauri solo per maschietti? Assolutamente no! Avete visto in giro le versioni morbidose, colorate, brillantinose e super glitterate? Anche le bimbe sono accontentate!

Meglio quindi un triceratopo (meglio se fucsia o viola) che un più leggiadro unicorno? L’ultima notizia dallo scrigno ricco di sorprese del mondo dei dinosauri arriva da Alberta, in Canada, dove i ricercatori dell’università di Toronto e del museo dell’Ontario hanno scoperto i resti di una nuova specie battezzata Wendiceratops pinhornensis perché ritenuto uno dei primi componenti della famiglia dei triceratopi famosi per quel loro corno che ricorda il rinoceronte.

Dai fossili ai film, la magia di queste mostruose creature non smette di ammaliare facendo immaginare viaggi oltre il tempo e lo spazio alla ri-scoperta avventurosa di remoti mondi perduti!

Stella

Torre di Bramafam. La bambina sull’arcobaleno

Per questa breve storia si rende necessaria una premessa: io in questo caso mi faccio solo scrittrice di chi ancora non lo sa fare. E’ un racconto inventato da mia figlia Costanza, 3 anni, e io desidero condividerlo con voi!

Noi passiamo davanti alla Torre di Bramafam tutte le mattine e tutti i pomeriggi, andando e tornando dall’asilo (io lo chiamo ancora così, non “scuola dell’infanzia”… mi piace di più!).

Aosta. La Torre di Bramafam
Aosta. La Torre di Bramafam

E lei guarda, guarda, riguarda…. Un giorno mi chiede che cos’è. Un giorno chi ci abita… Un giorno “ma perché è tutto chiuso?” (e qui la risposta avrebbe potuto essere un’altra domanda ma lasciamo stare…).

Aosta. Giardinetti accanto alla Torre di Bramafam
Aosta. Giardinetti accanto alla Torre di Bramafam

Finché,un pomeriggio, al parco giochi di via Festaz che, come sapete, si apre proprio ai piedi di questo misterioso castello di città, antica residenza dei Visconti di Aosta, lei se ne esce annunciandomi:” Mamma, siediti! Ti spiego una cosa del castello”.

C’era una volta, tanto tempo fa, una principessa bambina molto triste. Era stata chiusa nella torre di pietre e non poteva più uscire. Lei piangeva, piangeva, piangeva… ma nessuno la sentiva!

Un giorno però, dei bambini se ne accorsero! e sì, perché solo i bambini potevano sentirla!

Allora tutti insieme decisero di disegnare un enorme arcobaleno! Ma grande grande, eh?!

Alla fine i bambini sollevarono l’arcobaleno che arrivò fino in cima alla torre e così la principessa bambina vi salì sopra e scivolò, in mezzo a mille grandi fiori viola e blu, fino nel grande giardino! Era contenta! Finalmente aveva smesso di piangere! E da quel giorno andò sempre giocare coi bambini!

E ci viene davvero! Ma i grandi non possono vederla… solo i bimbi, sai mamma?!.

Il grande arcobaleno all'ingresso dell'asilo di Costy
Il grande arcobaleno all’ingresso dell’asilo di Costy

 

Semplice e piena di sogni e poesia… E chissà se ogniqualvolta vediamo un’altalena ondeggiare nel vento, o un dondolo muoversi, magari impercettibilmente, o dei petali viola e blu svolazzare nell’aria, in realtà non sia proprio la principessa bambina, finalmente libera di giocare!

Stella (e Costanza)

Saint-Marcel. Il castello dell’Acqua Verde

Nel piccolo borgo adagiato sui prati del fondovalle tutti aspettavano con ansia l’arrivo della primavera. Già da oltre vent’anni, infatti, gli inverni erano più lunghi e freddi che mai.  Lì, ai piedi dei grandi monti boscosi dove comunque le ombre usavano attardarsi più a lungo rispetto ad altri luoghi della valle; Lì, nel villaggio raggomitolato tra le braccia pietrose della montagna, si sapeva che il sole faticava ad allungare i suoi raggi.

Ma da oltre vent’anni c’era un problema che gli abitanti non sapevano risolvere…

Vi fu un tempo, infatti, in cui con l’inizio di ogni primavera, con lo scioglimento delle nevi, dalle sorgenti nascoste nella foresta iniziava a sgorgare, copiosa, l’Acqua Verde!

Le Acque Verdi di Saint- Marcel (centrovalledaosta)
Le Acque Verdi di Saint- Marcel (centrovalledaosta)

Un’acqua magica, che portava salute e prosperità, che faceva fiorire i campi e germogliare i raccolti. Un’acqua che, si narrava, era il magico dono di una fata generosa e potente: la fata Everda, la cui misteriosa dimora era da sempre custodita dalla folta vegetazione dei boschi.

Da oltre vent’anni, però, l’Acqua Verde non scorreva più. Il piccolo borgo di Saint-Marcel si stava lentamente spopolando…. chi resisteva le aveva provate tutte, ma della sorgente non vi era più traccia! La foresta, un tempo amica e accogliente, si era fatta ostile, scura e insidiosa. Chi vi si addentrava rischiava di non fare ritorno! Cos’era successo?!

Da oltre vent’anni, non solo l’Acqua Verde era sparita, trasformandosi in un maleodorante rigagnolo paludoso, ma anche il bel castello dei Signori del luogo era caduto in rovina. Con la morte dell’ultimo proprietario, infatti, il castello era passato in mano alla famiglia della perfida moglie: gente avida e assetata di potere.

In breve tempo l’eredità era stata letteralmente spazzata via e quel castello abbandonato, perché non più ritenuto all’altezza del rango e della ricchezza dei suoi nuovi abitanti che, mai amati, si erano da subito accaniti contro la gente del villaggio.

Avevano distrutto tutto! Avevano abusato del loro potere per sfruttare il territorio all’estremo, senza alcun rispetto per la natura! Avevano persino tentato di impossessarsi dell’Acqua Verde per venderla…ma senza riuscirvi! L’Acqua Verde era scomparsa. Il castello abbandonato, lasciato ai rovi e alle ortiche. Il paese nella miseria.

Anche quella volta, tutti speravano che qualcosa cambiasse; solo la vecchia Marcella, la saggia del villaggio, sentiva che non era ancora giunto il momento… e per questo veniva additata e ritenuta una porta-sfortuna!

Un pomeriggio, sul tardi, l’anziana donna passeggiava lungo quello che un tempo era il ruscello dell’Acqua Verde. Ad un tratto, ai piedi del grande castagno secolare, intravide un fagottino adagiato tra le felci. Si avvicinò con cautela e… “Oddio! Ma… è un neonato!”-esclamò incredula.

Prese quel fagottino tra le braccia: sembrava in buona salute, il colorito era roseo. Il piccolo fece un paio di smorfiette, socchiuse gli occhi e accennò un sorriso. La vecchia Marcella, che non aveva avuto figli, pensò fosse un dono del cielo e portò il bimbo a casa.

Apprestandosi a cambiarlo, però: “Ma sei una femminuccia!” esclamò Marcella, ancor più felice! Ma non credette ai suoi occhi quando si accorse di un particolare: sotto il piedino sinistro c’era una macchia… una voglia molto particolare!

“Il segno! Allora tu sei… E sei capitata a me! Dovrò educarti… ma soprattutto, piccola, dovrò difenderti!”, le disse la vecchia Marcella accarezzandole il visino. “Il segno di chi cammina sulle rocce, il segno di un’antica stirpe che si credeva perduta! Ti chiamerò Sylvette, perché sei figlia del bosco e lì ti ho trovata!”. La piccola sgranò due enormi occhi turchesi e sorrise allungando la manina verso “nonna” Marcella. La attendeva un destino importante!

Mia figlia Ottavia
Mia figlia Ottavia

Ma cosa aveva visto Marcella? Di che segno parlava? Era il cosiddetto “piede di strega”: una voglia a forma di piede sotto il piede, appunto! Una voglia che aveva la stessa forma di una strana impronta che si credeva fosse stata lasciata da una strega (o secondo altri una fata) secoli e secoli addietro sopra un enorme masso da tutti ritenuto magico! Sullo stesso masso una miriade di fori circolari che si pensava fossero stati lasciati dal bastone di quella misteriosa creatura, inafferrabile spirito delle rocce e delle miniere!

Il masso con coppelle e "impronta di piede" nel villaggio di Seissogne (SaintMarcel)-(www.archeosvapa.eu)
Il masso con coppelle e “impronta di piede” nel villaggio di Seissogne (SaintMarcel)-(www.archeosvapa.eu)

La fata era buona, ma gli uomini ne avevano paura e perciò lei si era rifugiata nel cuore della montagna. E infatti quei cunicoli segreti, illuminati da colori incredibili quasi come se fossero accesi da luci nascoste, erano creduti la sua misteriosa dimora.

La miniera di Servette (Saint-Marcel)
La miniera di Servette (Saint-Marcel)

La scomparsa dell’Acqua Verde si pensava fosse un chiaro segnale che la fata se ne era andata, offesa per sempre! Ma adesso quella neonata poteva cambiare molte cose… se solo…

Passarono gli anni. Sylvette era un’adolescente molto sveglia, intelligente e curiosa. E anche molto bella! L’anziana Marcella l’aveva educata e istruita passandole tutte le sue conoscenze ma mettendola sempre in guardia:”Non girare mai scalza, mi raccomando! Non mostrare mai il tuo piede! A nessuno!”. Sylvette era obbediente, ma in cuor suo proprio non capiva il motivo di quel divieto…

Giacomo, il giovane figlio del borgomastro era poco più grande di Sylvette: bello e aitante, era corteggiato da tutte le ragazze della contrada…tutte, tranne quella che a lui interessava davvero: la bellissima, sfuggente, misteriosa Sylvette!

Suo padre lo aveva più volte messo in guardia su quella strana ragazza: “Non si sa nemmeno di chi sia figlia! E’ una trovatella raccolta nel bosco da quella pazza di Marcella! Sarà una strega come lei… stanne alla larga!”.

Immaginando Sylvette (wattpad)
Immaginando Sylvette (wattpad)

Ma più il padre insisteva, e più lui proprio non riusciva a levarsela dalla testa. Finché un giorno la seguì di nascosto: Sylvette aveva imboccato il sentiero nel bosco, si era fermata davanti al grande castagno forato e lì si era tolta le scarpe (certa di essere sola!). Poi aveva proseguito inerpicandosi sù per le rocce più agile di un camoscio!

Il giovane Giacomo faticava a starle dietro – “ma dove diavolo sta andando?!”, si chiedeva sospettoso. Sylvette giunse in un posto nel bosco noto come Eteley, “il campo delle stelle” – come le aveva insegnato Marcella – e lì si fermò. Si sedette su una strana protuberanza tonda sporgente dalla parete rocciosa e chiuse gli occhi. WE fu in quel momento che Giacomo vide il suo piede!

macine-SaintMarcel (AndarperSassi)
macine-SaintMarcel (AndarperSassi)

“Ma che diamine!…”. “Allora sei tu! Sei la strega delle miniere! Aveva ragione mio padre! E’ colpa tua! Restituiscici l’Acqua Verde, maledetta!!”, le urlò a squarciagola il ragazzo, totalmente fuori di sè.

Sylvette, terrorizzata, cercò rifugio all’interno di una galleria che si infilava nel ventre della montagna. Giacomo la inseguì, ma non avendo la stessa agilità, né conoscendo l’oscura galleria, precipitò in una voragine che per magia si richiuse immediatamente sopra la sua testa.

Sylvette aveva osservato la scena esterrefatta, senza parole! Si avvicinò con cautela al punto in cui Giacomo era precipitato e toccò la roccia venata di turchese.

La galleria si illuminò improvvisamente. Le rocce splendevano d’azzurro, giallo oro e viola acceso. La voragine si riaprì e ne uscì un vortice di nebbia azzurra che, poco a poco, prese la forma di una donna.

fatabudruina

“Eccoti Sylvette. Sei giunta a me. Ora hai l’età giusta. Sono Everda, la strega (come mi chiamano gli uomini che non sanno) delle miniere! Io non sono una strega; sono lo spirito protettore di questi luoghi e dei tesori che custodiscono. Per anni uomini senza scrupoli hanno torturato la natura e le montagne accecati dalla peggiore delle illusioni: il denaro e il potere! Finché non verrà posta mano al castello al cui interno si cela la porta che conduce alle sorgenti dell’Acqua Verde, vivranno miserabili e senza speranza!

“Ma io cosa posso fare, Everda?” – chiese Sylvette disorientata.

Everda le mostrò il suo piede:” Tu sei come me, sei una figlia delle rocce! Se riuscirai a convincere il popolo del paese a darti ascolto e a restaurare l’antico castello, potrai aiutarmi a ridare loro l’Acqua Verde. Sarà difficile, ma qualora ne avessi bisogno, mostra questo amuleto: è un granato color rubino. E’ il segno della pietra, è il gioiello dimenticato! Forse, e sottolineo forse, capiranno… Buona fortuna figlia mia!”.

granato grezzo
granato grezzo

E la saggia Everda scomparve in un vortice di luce turchese. La galleria tornò buia e silenziosa.

Tornata in paese Sylvette fu accolta da una gran confusione. Qualcuno aveva visto il giovane Giacomo seguirla nel bosco senza fare ritorno.

Venne aggredita dal borgomastro:” Maledetta strega! Cos’hai fatto a mio figlio?! Lo sapevo che avresti portato sciagure! Avrei dovuto cacciarti molto tempo fa! Tu e quella vecchia pazza che ti ha cresciuta!”.

“Ma no… Marcella non…”. Sylvette non riuscì a finire la frase che, spintonata, venne condotta verso le prigioni. “No! Se mi imprigionate non potrò aiutarvi! Io posso salvare vostro figlio e tutti voi! Io posso far tornare l’Acqua Verde!!” – urlò Sylvette. “Portatemi al castello! Per favore!” – supplicò.

Sollevata di peso, tutti indicavano il suo piede e la maledicevano; fu in quel momento che Sylvette mostrò l’amuleto. “E questo? Questo non vi dice nulla? Siete davvero diventati tanto sciocchi? Avete dimenticato il vostro passato?”.

Tutti urlavano,. Ma nel frastuono generale si levò, incredibilmente, la voce tonante del borgomastro:” Il granato! Il granato magico! L’amuleto dei nostri antenati, maestri cavatori e abili intagliatori. Il segno del popolo delle macine di pietra! Come fai ad averlo?!”. E allora, sceso il silenzio, Sylvette con voce ferma disse:” Seguitemi e capirete”.

Si recò quindi al castello, ormai ridotto a rudere: scuro, vuoto, pericolante. Alcuni lo credevano persino maledetto e abitato da fantasmi. Sylvette vi entrò, leggera come un gatto. Il borgomastro provò a seguirla, ma il pavimento scricchiolava paurosamente e una trave si spezzò sotto il suo peso. Capì che non avrebbe potuto proseguire. I suoi occhi incrociarono quelli di Sylvette; solo allora si rese conto di quanto quelle due gemme turchesi brillassero anche nel buio. E si fidò. “Per favore, ciò che più mi sta a cuore è che tu riporti a casa mio figlio!”.

Sylvette sorrise e come un’ombra scivolò tra le macerie infilandosi nei sotterranei del maniero.

Si trovò davanti ad una parete di roccia: nel mezzo una protuberanza tonda a lei nota. “Eccola! La macina!”. E incastrò il granato rubino nel foro al centro della macina. Quest’ultima scricchiolando cominciò a girare fino a che si bloccò: si aprì un varco tra le rovine. Sylvette vi si addentrò. Dal fondo una luce turchese si fece sempre più viva e avvolgente. La ragazza si ritrovò nel cuore di una miniera; tutt’intorno la roccia brillava di mille colori e sfumature preziose.

Miniere turistiche di Saint-Marcel (foto di Fabio Marguerettaz)
Miniere turistiche di Saint-Marcel (foto di Fabio Marguerettaz)

Continuò a camminare. Si voltò per vedere il varco da cui era entrata, ma non c’era più! Proseguì: iniziò a udire delle voci e nella semi-oscurità iniziò a distinguere delle figure umane;: erano tutti quelli che negli anni si erano avventurati alla ricerca delle sorgenti dell’Acqua Verde, mossi però da fame di ricchezza. Ora, sorvegliati da Everda, lavoravano legati nel cuore della miniera accatastando macine su macine. Ad un tratto Sylvette riconobbe anche Giacomo. Lui non lavorava con gli altri, ma era stato imprigionato sotto l’Acqua Verde: poteva respirare, era vivo, ma addormentato!

Non appena lo vide, Sylvette sfiorò l’acqua che per magia evaporò. Il giovane si risvegliò di soprassalto; vide Sylvette e si mise a piangere. I due si guardarono. Non servirono altre parole. “Ti aiuterò, Sylvette! Conta su di me!”-le disse Giacomo abbracciandola.

“Sono qui per liberarvi, amici!” – esordì la ragazza – “Sarete presto a casa, ma dovrete impegnarvi tutti per ricostruire il castello e rispettare le ricchezze della natura! Solo così tornerà l’Acqua Verde, il benessere e la felicità!”.

L’intero paese aspettava, assiepato intorno al castello… all’improvviso un chiarore: e uno dopo l’altro i compaesani smarriti uscivano dai detriti del maniero crollato, sani e salvi! Ne uscì anche Giacomo, abbracciato alla sua Sylvette. Il padre lo accolse in lacrime. “Da domani tutti qui! Lavoreremo uniti e il castello risorgerà tornando anche più bello di prima! E sarà nostro, di tutta la comunità! Sarà la dimora della nostra storia!”.

Il castello di Saint-Marcel oggi (lavori in corso) - centrovalledaosta
Il castello di Saint-Marcel oggi (lavori in corso) – centrovalledaosta

In breve tempo il castello di Saint-Marcel tornò al suo antico splendore. Niente più streghe né fantasmi. Niente più miseria o superstizione.

Le Acque Verdi di Saint-Marcel (da mapio.net)
Le Acque Verdi di Saint-Marcel (da mapio.net)

L’Acqua Verde era tornata a scorrere, i campi a fiorire, i raccolti a germogliare. La magica porta delle sorgenti custodita nei sotterranei del maniero, protetta dalla magia di Everda e del misterioso granato rubino.

Stella

 

About me… Piacere, mi chiamo Stella, sono un’archeologa ma soprattutto sono una mamma che ama raccontare!

Ciao a tutti! Oggi vorrei condividere con amici vecchi e nuovi questa mia avventura blogger! Una passione risalente a quasi 4 anni fa, ma che cresce giorno dopo giorno.

Un mio blog, una valvola di sfogo, un cassetto zeppo di sogni e storie…. che da poco ha ampliato il suo nome: non più solo “Archeologando”, ma anche “i sassi di mamma” (come li chiama mia figlia “grande”, 3 anni appena compiuti!).

Cos’è cambiato?

Riprendiamo dall’inizio…

Mi chiamo Stella Bertarione e vivo in Valle d’Aosta da sempre. Sono un’archeologa “narrante”… nel senso che da alcuni anni a questa parte mi occupo soprattutto di comunicazione e promozione del patrimonio culturale e, di conseguenza, anche di turismo culturale. Ma sono e resto un’archeologa! Dopotutto, si tratta sempre di un ARCHEO-LOGOS, no?!

Avevo 8 anni quando i miei genitori decisero per una vacanza a Grado, in Friuli..Era ottobre…Pioveva in continuazione e così..via per Aquileia! Quella visita all’antica città romana è stata fatale! Un vero e proprio colpo di fulmine che ha segnato le mie scelte future…“Da grande voglio fare l’archeologa”! E da quel momento: un chiodo fisso!

Maturità classica ad Aosta; laurea in Lettere Classiche con indirizzo archeologico a Pisa; specializzazione in Archeologia Classica a Padova; e, per non farmi mancare nulla e perché nella vita..si sa..fare davvero l’archeologo non è cosa facile, anche la SSIS (quando c’erano!) ad Aosta.

Inoltre, un paio d’anni fa, in attesa della secondogenita ho conseguito un master (on-line) in “Comunicazione e Marketing dei Beni culturali”… non facciamoci mancare nulla ma soprattutto, non smettiamo mai di imparare e migliorarci!

Per 4 anni insegno al liceo linguistico di Courmayeur e alle scuole medie nello stesso paese: italiano, storia, geografia, latino e storia dell’arte.

Un bel da fare!!! Ma adoravo insegnare e adoravo i miei “fanciulli”… ogni giorno una sfida! Dopotutto l’insegnante è il professionista della didattica e deve organizzarsi e gestire le situazioni come tale!

2008: concorsone per entrare in Soprintendenza. Ci provo…ed eccomi qui! Fino al 2012 faccio il funzionario archeologo nel vero senso della parola. Mi occupo, insieme ai colleghi, di piani regolatori, pareri, interventi preventivi…i due cantieri più importanti: il Pont d’Ael, magnifico ponte-acquedotto romano risalente e datato epigraficamente al 3 a.C., e il complesso della Torre dei Balivi che mi ha regalato un’immensa soddisfazione: la pubblicazione sul Cambridge Archaeological Journal!

2016: momento fondamentale! Nasce la mia prima splendida bimba: Costanza! E da quel momento mi accorgo di quanto lei catalizzi tutti i miei pensieri e influenzi le mie scelte. Con lei inizio a scrivere…chiamiamole fiabe.. o “archeo-racconti” ispirati ai beni culturali (in primis archeologici) della mia regione: la sorprendente Valle d’Aosta!

2018: a maggio viene al mondo la mia seconda piccola pupina: Ottavia! Un’altra gioia indescrivibile, ahimè improvvisamente funestata, dopo appena 10 giorni, da un brutale evento di salute: un terribile ictus post-partum che mi lascia 8 giorni in rianimazione. Quando mi risveglio, per fortuna lucida e presente, mi ritrovo tagliata in due come una noce: tutta la parte destra del mio corpo (lingua e muscoli della deglutizione compresi) sono paralizzati e parzialmente insensibili…

Non vi sto a dire altro… potete ben immaginare la profonda paura, lo sgomento, l’angoscia… Ma sono una tipa tosta che nella sua vita ne ha passate tante (presto scriverò un libro) e reagisco! Mi dico: se fino a pochi giorni fa tutto andava bene e il mio cervello, seppur “leopardato” funziona anche meglio di prima, allora farò capire a tutti i miei nervi e a tutti i miei muscoli che bisogna darsi una mossa e che tutto tornerà come, anzi, meglio di prima!

4 mesi tra Neurologia e clinica di riabilitazione. La sedia a rotelle, il deambulatore… Tanta fisioterapia, idroterapia, logopedia, terapia della mano… ma sempre col sorriso, con grinta e con la certezza che ce l’avrei fatta! Le mie bimbe e mio marito contavano su di me! E non finirò mai di ringraziare tutto il personale del reparto di Neurologia dell’Ospedale “U. Parini” di Aosta e dell’ICV-Istituto Clinico Valdostano di Saint-Pierre per la grande professionalità e la profonda umanità!

Come le mie piccole sono improvvisamente tornata una bimba, bisognosa di tutto: di essere lavata, cambiata, imboccata e sorretta. Ma poi, giorno dopo giorno, con un lavoro fisico, psicologico, emotivo non indifferente, costante e tenace… eccomi qua! Ho reimparato (quasi) tutto da zero e son diventata per forza di cose mancina! Riesco a camminare ma ho ancora bisogno di aiutarmi (uso il passeggino) perché l’ictus mi ha beccato in pieno i centri dell’equilibrio (ma sono fiduciosa!).

Ebbene, in quest’ultimo anno così intenso la mia immaginazione ha letteralmente preso il volo… e ho iniziato a sfornare racconti a spron battuto! Anzi, spero di riuscire presto a pubblicarli in un libro da dedicare innanzitutto alle mie due meravigliose bimbe, i miei angioletti, e attraverso di loro, a tutti i bambini, alla forza straordinaria che sanno trasmetterti con un semplice sorriso, uno sguardo, un abbraccio…

Altra mia grandissima passione: i viaggi! Tanti e tutti contraddistinti dalla ricerca dell’antico..da quelle emozioni che il passato sa regalare anche nel presente…basta saperlo osservare, ascoltare, interpretare… Viaggi che sto ricominciando a fare, naturalmente #slow e #infamiglia!

Eccomi, questa sono io! E vi archeo-racconto la Valle d’Aosta (ma non solo) #amodomio.

Stella

2018

areamegamiafiglia
L’area megalitica col pongo
festadelpaoàMega
Festa del “MEGA” papà
Costyaratura
Costy sull’aratura sacra
mostre
Alla mostra con Taya
preistobaby
Preisto-Baby Lab!

Tor des géants. Correre tra montagne di storia. Da Pont-Saint-Martin a Courmayeur

Ed eccoci giunti nel fondovalle, lì dove la piana della Dora si allunga dolcemente nel Canavese; lì dove i fitti filari dei vigneti eroici si sfrangiano tra le colline dell’Erbaluce fino a perdersi nell’orizzonte lineare disegnato dalla morena di Ivrea, tenace testimonianza dell’ultima glaciazione.

Un continuo saliscendi tra colli e valli, un continuo sbalzo di quota che mette a dura prova fisico, nervi e anima! Ma tu non puoi, non vuoi mollare! Ora hai lasciato alle spalle l’Alta Via n. 2 e la montagna stessa ti chiama; senti la sua voce possente rimbombare nelle gambe, nella testa, nel cuore! E quindi, vai! Hai toccato il punto più basso di questo giro e ora aneli a riguadagnare quota… e ai tuoi piedi, novello Mercurio, spuntano ali tenaci!

Pont-Saint-Martin. Una località che deve il suo nome innanzitutto al magnifico ponte romano del I secolo a.C. e alla leggenda di San Martino di Tours che, proprio per costruire questo ponte, avrebbe sconfitto il diavolo. Il sentiero risale il corso del torrente del Lys accompagnando alla scoperta delle terre della potente famiglia Vallaise.

Perloz, un grappolo di case arditamente agganciate al pendio roccioso, dominato da nobili caseforti sotto la protezione del santuario di Notre-Dame-de-La-Garde. Un borgo medievale che lega inoltre il suo nome alla lotta partigiana, grazie al ricco museo della Resistenza intitolato all’ardimentosa Brigata Lys.

Il ponte di Moretta (E. Romanzi)
Il ponte di Moretta (E. Romanzi)

Attenzione, però, questa è terra di leggende… Dovrete passare sul ponte di Moretta: li intorno è pieno di oscuri cunicoli… ebbene, pare siano stati scavati da un terribile drago che vi si nascondeva. Un drago che terrorizzava gli uomini e divorava il bestiame! Solo un uomo ebbe l’ardire di affrontarlo, un certo Vignal! Lo uccise, sì, ma uno schizzo del velenosissimo sangue della belva fu letale anche per lui!

Terra di magie, si diceva. Certo, come quella del non distante villaggio di Chemp, un gioiello d’arte a cielo aperto dove si nascondono strane presenze e spiriti montani: se il vento è buono potreste anche udirne la voce…

https://www.youtube.com/watch?v=tKWMXxUH9iE
https://www.youtube.com/watch?v=tKWMXxUH9iE

Oltrepassando il Lys si continua su una balconata a mezzacosta che conduce a Lillianes, accolti dal suggestivo ponte in pietra costruito nel 1733, l’unico a quattro arcate in Valle d’Aosta. Un primo “assaggio” della valle di Gressoney; in questo tratto il circuito ripercorre parte dell’Altavia n. 1, di cui fa parte un tratto del Walser Waeg, suggestivo sentiero che segue le orme della cultura Walser.

E mentre sali verso il Rifugio Coda, attento che potresti cadere nel sottile incantesimo del magico Plan des Sorcières dove un misterioso masso reca, sotto forma di coppelle, la costellazione delle Pleiadi così come doveva apparire, sembra, intorno al 5.000 a.C.

Il masso coppellato del Plan des Sorcières di Lillianes (M.G.Schiapparelli-flickr)
Il masso coppellato del Plan des Sorcières di Lillianes (M.G.Schiapparelli-flickr)

E poi ecco il Mont Mars, un nome che, al di là dei terreni zuppi d’acqua, evoca presenze divine e latitudini planetarie. E i Giganti attraversano distese “lunari”, brulle e dolci, di verde e d’argento, ingioiellate di laghi, come il Vargno, e ricamate di tenaci rododendri.

Raggiungi la zona del colle della Barma, valico di arcaica e radicata religiosità che da remoto culto delle rocce portatrici di salute e fertilità, si trasforma in luogo di devozione mariana… quassù, a due passi dal cielo, in una terra di confine brulicante di massi e pietraie, già risplende il nero volto della Madonna d’Oropa.

E dico di più: il tratto che dalla cappella dl Pillaz porta al Colle è un percorso antichissimo lungo il quale si trovano anche dei massi con coppelle; quindi un itinerario frequentato sin da tempi remotissimi che conduceva al “Masso” con la “M” maiuscola, quello di Oropa.

E allora non trailers in lotta col tempo, ma lunghe file di pellegrini d’altura, oranti e col capo velato di bianco…

Processione di Oropa al Col della Barma (foto: Rifugio Barma)
Processione di Oropa al Col della Barma (foto: Rifugio Barma)

Ed ecco che dal Colle della Vecchia, tra Valle d’Aosta e Biellese, si entra ufficialmente nella terra dei Walser, nella preziosa terra dove trovò dimora, tra XII e XIII secolo, il coraggioso popolo giunto da nord che ancora oggi le dà nome e lingua. Già, i Walser, l’ardimentosa gente di origine germanica che, lasciata la sua terra natìa, attraverso dure e spesso inesplorate vie alpine, si creò nuove patrie in un’ampia zona che va dalla Savoia francese al Vorarlberg austriaco, quasi sempre ad altitudini superiori ai 1000 metri.

Emblematico il simbolo di questa comunità radicatasi in Valle d’Aosta. Al centro appare un cuore con dieci stelle, ognuna delle quali rappresenta un paese di questa minoranza etnico-linguistica presente in Italia. Il cuore, che esprime il forte legame con la terra di origine, è sovrastato da una “croce ad angolo”, originariamente una runa, ossia un carattere dell’alfabeto nordico poi ripreso dai Romani per simboleggiare il dio Mercurio, protettore dei mercanti: allusione, questa, al mestiere principale esercitato in passato dai Walser. Infine il bianco e il rosso: i colori della bandiera del Canton Vallese.

Il simbolo dei Walser (ecomuseo walser- Gressoney-La-Trinité)
Il simbolo dei Walser (ecomuseo walser- Gressoney-La-Trinité)

Vedete quindi come davvero gli dei accompagnino questi eroi “dai piedi alati” nel loro lungo e arduo giro che, se ci pensiamo, porta anch’esso un nome divino: il dio nordico Thor, figlio del dio del cielo, Odino, signore degli dei, e della dea della terra. Thor, dio del fulmine e della forza: rapido, preciso, potente. Il suo animale identificativo? Il caprone…oppure lo stambecco! Vedete? La forza, la rapidità, la montagna….

Thor sul suo carro (VitAntica)
Thor sul suo carro (VitAntica)

(Piccolo inciso: in questo momento sto ascoltando la musica epica ed emozionale del grande Vangelis… e vi assicuro che, non potendolo fare con le gambe, sto correndo veloce con la testa, la fantasia e le dita sulla tastiera!)

Ma continuiamo insieme a volare e guardare dall’alto questo straordinario paesaggio. Vediamo i graziosi villaggi walser, usciti dalle fiabe: Niel, Ober Loo… fino alla splendida Gressoney-Saint-Jean, fulgida tra boschi e prati, col suo castello della Regina Margherita che sembra fatto di ghiaccio e cristallo (potrebbe davvero aver ispirato gli sceneggiatori di Frozen!)

Fiabe, leggende, dei e regine… la nostra cavalcata di onirico sudore s’invola alla volta di un altro villaggio incantato: Alpenzu! E da lì proseguiamo per sconfinare in un’altra magnifica valle di mitici e ardimentosi mercanti: la Val d’Ayas!

Antagnod
Antagnod

E la mitologia continua ad accompagnarci: Castore e Polluce, i divini gemelli, noti anche come Dioscuri (letteralmente) “figli di Zeus” e di Leda (anche se forse concepiti da padri diversi… ma si sa i miti sono miti anche per questo!); entrambi valenti atleti (vedete? Ennesima conferma!). Talmente uniti che, quando Castore muore, Polluce, seppure dotato di natura immortale, decide anch’egli di morire implorando il padre  Zeus di ucciderlo. Ma i due staranno sempre insieme: 6 mesi negli Inferi, 6 mesi sull’Olimpo e… tra le vette della Val d’Ayas, in eterno, nel gruppo del Rosa, insieme allo sfavillante Breithorn!

Come la vicina valle di Gressoney, anche questa condivide un’impronta culturale walser ed una vocazione commerciale. Secondo recenti studi, infatti, da qui passava la via che tra 1200 e metà del 1600, arrivando al Colle del Teodulo (nella Valtournenche), metteva in contatto i centri della pianura Padana con le città del centro Europa, in particolare con le ricchissime Fiandre.
Questa via di comunicazione, alternativa a quella del Gran San Bernardo, sarebbe stata intensamente utilizzata durante il periodo di ritiro dei ghiacciai, e sarebbe poi stata abbandonata, addirittura fino a far perdere notizia della sua esistenza, a seguito dei rivolgimenti storici e climatici del 1600: Controriforma, peste, inizio della “piccola era glaciale” che rese impraticabile il Colle del Teodulo.

E si raggiunge l’antico abitato di Saint Jacques des Allemands, la cui chiesa risalirebbe addirittura al XIII secolo e dove, sparsi ovunque tra strade, piazzette e abitazioni, si notano i caratteristici “coni” di pietra ollare, scarti inequivocabili della lavorazione di una materia prima di cui questa valle è ricca, ampiamente utilizzata sin dall’età tardoantica e altomedievale per la produzione di pentole, bicchieri, macine e stufe. Una pietra fredda ma sorprendentemente malleabile, più verde più grigia, più pura o con granati, ma dallo straordinario effetto visivo e resa artistica.

Coni di pietra ollare, scarti di tornitura (Rivista Environnement)
Coni di pietra ollare, scarti di tornitura (Rivista Environnement)

Ma procediamo! La Valtournenche ci aspetta! Superato il Grand Tournalin col suo rifugio storico costruito nel 1876 e dedicato a Georges Carrel, ci si avvicina alla vallata dominata dal “più nobile scoglio d’Europa”, il Cervino, come lo definì il poeta John Ruskin. Una terra che immediatamente richiama gli ardori del primo alpinismo, imprese avventurose e uomini divenuti icone. Da Edward Whymper a Jean-Antoine Carrel. Senza dimenticare l’imponente figura dell’abate Aimé Gorret, originario di Cheneil, ultimo di 7 fratelli, apparentemente gracile nel fisico ma poi esploso per forza, tenacia, ingegno e acume tanto da essere definito “l’orso della montagna”.

Chissà se Ruskin immaginava che nella sua splendida e iconica descrizione vi fosse del vero… Già, perché centinaia di milioni di anni fa le Alpi erano .. un immenso oceano! E le nostre cime giacevano sott’acqua in un mare preistorico pullulante vi vita! Poi, col muoversi delle grandi placche continentali, le montagne iniziarono a risvegliarsi ed è affascinante immaginare il Cervino spuntare da una distesa di antiche onde e ampie lagune come una straordinaria isola appuntita…

E chi penserebbe che le piste di Cime Bianche racchiudano nel loro nome oltre al candore delle nevi, un più antico richiamo ai candidi limi di remote paludi?

E, avvicinandoci di diversi millenni, la Valtournenche ha restituito tracce dei suoi primi abitanti. Verso la fine del terzo millennio a.C., infatti, il clima era di tre o quattro gradi più caldo dell’attuale, per cui le aree coltivabili si spostavano di circa quattrocento metri più alto, così come si verificava per i boschi e i pascoli d’alta quota. Ciò favoriva la sopravvivenza delle primitive popolazioni fino alla quota di 2400 metri; queste genti, attraverso il colle del Teodulo (nei cui pressi venne ritrovata una significativa ascia in pietra verde levigata), sin dall’Età del Rame intrattenevano rapporti commerciali con il vicino Vallese.

Sulla Valtournenche preistorica e protostorica si potrebbe scrivere per giorni… questa certo non è la sede ma attraversando rapidamente la valle possiamo citare le incisioni rupestri di Antey, quelle in loc. Barmasse di Valtournenche, per non parlare poi del fascino inusuale del grande villaggio salasso sul Mont Tantané in comune di La Magdeleine!

Campagna di scavo 2009 nel villaggio salasso sul Tantané (S. Bertarione)
Campagna di scavo 2009 nel villaggio salasso sul Tantané (S. Bertarione)

E dal rifugio Barmasse ci produciamo in un allungo fino al Cunéy dove, a 2.656 metri di quota, sorge il santuario mariano più alto d’Europa. Prima della sua costruzione il luogo era frequentato per la presenza di una sorgente benedetta: gli abitanti di Saint-Barthélemy e di Nus vi si recavano per pregare nei periodi di grave siccità. Una leggenda narra che alcuni pastori, trovata nei pascoli di Cunéy una statua della Madonna, la portarono a Lignan per riporla nella chiesa, ma la statua tornò miracolosamente a Cunéy manifestando così il suo volere: lassù doveva essere costruito un luogo di culto.

Rifugio e santuario di Cunéy (www.rifugiocuney.it)
Rifugio e santuario di Cunéy (www.rifugiocuney.it)

Testimonianza di una religiosità che pervade la storia di questa terra dalla particolare vocazione mariana, capace di ergere croci e cappelle votive anche nei luoghi più aspri e difficili per invocare protezione contro l’imprevedibile furia della natura, o per favorire la clemenza del tempo e la fecondità dei campi.

E non dimentichiamo che siamo nella vallata che accoglie anche i resti di un altro incredibile villaggio salasso con abitazioni ricavate in una sella morenica analogo all’insediamento del Tantané: quello del Col Pierrey!

L'abitato salasso del Col Pierrey (Nus)
L’abitato salasso del Col Pierrey (Nus)

Questi scaltri e inafferrabili Salassi che tanto han fatto dannare le armate romane usando, per anni, come unica vera arma quella che meglio conoscevano e padroneggiavano: la montagna! Con la sua natura forte e aspra, fatta di pericoli anche non immediatamente visibili, di trappole, di frane e slavine improvvise, di forre e burroni spaventosi…

Questi Salassi figli delle rocce, capaci di costruire villaggi sfruttando selle, gole, ripiani o alture difficili da vedere e da raggiungere ma dalle quali loro, invece, potevano controllare tutto e anticipare attacchi!

L'altura., oggi ricoperta di boschi, dove sorge il castelliere protostorico di Lignan (S. Bertarione)
L’altura., oggi ricoperta di boschi, dove sorge il castelliere protostorico di Lignan (S. Bertarione)

Uno di questi è senza dubbio il castelliere di Lignan, nato alla fine dell’Età del Bronzo e sviluppatosi nell’ Età del Ferro (1200-800 a.C. ca.). Un abitato di forma ellittica, ben protetto da mura a controllo di vie di transito in quota, un tempo ben più attive e frequentate di oggi utili, agli scambi e alle comunicazioni tra vallate confinanti sia da est a ovest che in senso nord-sud. Da vedere! Oltretutto nei pressi dell’Osservatorio astronomico regionale! Lassù, vicino alle stelle….

E sotto stelle più brillanti e vicine che mai eccoci raggiungere Oyace, luogo dal fascino autentico ed essenziale: una natura rigogliosa dominata dal severo profilo della Tornalla, una torre del XII secolo di forma ottagonale, caratteristica che la rende unica in Valle d’Aosta!

La Tornalla di Oyace (S. Bertarione)
La Tornalla di Oyace (S. Bertarione)

La leggenda la vuole costruita da un non meglio precisato gruppo di Saraceni (presenza comunque assai diffusa nelle tradizioni popolari delle Alpi nord-occidentali!) per poi divenire proprietà di altrettanto poco noti Signori di Oyace i quali, macchiatisi di iniqui comportamenti, vennero estromessi dai Savoia fino al sopraggiungere, sul finire del Duecento, dei Signori di Quart che estesero la loro giurisdizione in tutta la Valpelline.

Siamo in una vallata strategica e molto importante sin dalle epoche più remote; una vallata che lega il suo nome alla divinità alpina Pen, il dio delle vette, cui era dedicata anche la rupe sacra al colle del Gran San Bernardo. Una vallata permeabile, una vera cerniera tra popoli del nord e del sud della catena alpina.

Raggiungiamo Ollomont, già conosciuto al tempo degli antichi Salassi che comunicavano con le genti del Vallese per lo scambio di metalli e bestiame attraverso la Fenêtre Durand che si apre in fondo alla valle a 2803 m, fra il Mont Gelé e il Mont Avril. Sembra che proprio attraverso la Fenêtre Durand, Calvino, riformatore protestante, si sia rifugiato in Svizzera dopo le storiche giornate del 1536, quando i valdostani presero la decisione di rimanere fedeli alla religione cattolica e cacciarono i protestanti. Una targa ricorda poi l’espatrio clandestino in Svizzera, nel settembre del 1943, di Luigi Einaudi, futuro Presidente della Repubblica, costretto alla fuga dalla polizia nazifascista. Colpito dalla tranquillità e dalla bellezza dei luoghi, il Presidente scelse la Conca di By come meta delle proprie vacanze.

Anche in questo selvaggio angolo di montagne, ascoltando attentamente il rumore del vento misto allo scrosciare delle acque, potremmo udire una voce sottile, a tratti un mormorio, un canto “silenzioso” che si imbriglia tra i rami degli alberi e danza tra le rocce rimbalzando sui fiori…è la voce della Fata di Ollomont, da poco riportata “a casa” dall’artista Giuliana Cunéaz.

Lungo il Ru  du Mont, narra le leggenda, in un tempo lontano viveva una fata che poteva assumere l’aspetto di un serpente bianco. Questa fata benevola era la guardiana del Ru che, grazie a lei, continuava a scorrere e funzionare. Purtroppo un giorno un nuovo custode geloso si fece avanti e uccise il candido rettile che aveva il suo rifugio nei pressi di una galleria scavata nella roccia.

Fu fatale! La morte della Fata portò sventure e disgrazie e il Ru franò miseramente… Oggi ul bianco spartito ricollocata da Giuliana Cunéaz, insieme ad altri sparsi un pò sull’intero territorio regionale, tra cui ricordiamo la morena di Gressan, Ozein e il Miage di Courmayeur, si pone l’obiettivo di far rivivere le Fate e far ripercepire il loro melodioso silenzio.

Ma lasciamo ora la valle di Ollomont e, oltrepassato il Rifugio Champillon, entriamo nella valle del “Grande”, nel territorio di Saint-Rhémy-en-Bosse, storica borgata di strada nata e sviluppatasi lungo l’antica Via romana delle Gallie.

Una zona a dir poco strategica e per tale ragione abitata sin da quando i ghiacci si sciolsero lasciando pascoli, boschi e tanta acqua. Si ha notizia di necropoli tardo-neolitiche messe in luce nei pressi della chiesa a metà Ottocento.Ma il tracciato diretto al sacro valico del dio Pen, prima di venire romanizzato e dedicato al Sommo Giove, era un sentiero ripido e pericoloso infestato da briganti, Con l’insediarsi del controllo romano, quel sentiero si allargò fino a diventare strada militare e commerciale con l’imperatore Claudio, colui che trasformò l’insediamento veragro di Octodurus nella colonia di Forum Claudii Vallensium, l’attuale Martigny.

Valle di storie e passaggi;dai romani alla Via Francigena, qui, esattamente e metà strada tra Roma e Canterbury.

Mappa_Via_Francigena

Per non parlare, poi, del famoso passaggio di Napoleone Bonaparte, da poco divenuto Primo Console della Repubblica Francese, quando, nel maggio dl 1800, alla testa della Grande Armata (di cui faceva parte anche un certo Stendhal) superò arditamente i gioghi e i dirupi del Sommo Pennino influenzando, a sua insaputa, la vivace e colorata tradizione carnevalesca locale con le maschere delle Landzette. Le cronache dell’epoca evidenziano che il villaggio di Saint-Rhémy, insieme a quelli della valle del Gran San Bernardo, dovette sostenere ingenti spese per ospitare l’intero esercito napoleonico al suo passaggio.

Napoleone valica il San Bernardo (J.L. David)
Napoleone valica il San Bernardo (J.L. David)

E lasciandoci quindi alle spalle una vallata dove avremmo voluto fermarci solleticati dall’invitante profumino del Jambon de Bosses DOP, un prosciutto crudo dolce e aromatico stagionato alla frizzante aria del “Grande”, eccellenza della charcuterie regionale,  allunghiamo il passo ormai “in riserva” per muscoli e polmoni, addentrandoci nel selvaggio vallone di Merdeux che, con quello vicino di Thoules è oggi regno incontrastato della wilderness!

Thoules… consentitemi un altro piccolo inciso perché la mia “mente malata da archeologa” mi porta lì, a Thule…  Un nome tramandato dalla storia, dalla leggenda e dalla fantasia popolare, un luogo che, da sempre, identificava una terra lontana. Tule: terra sperduta e dimenticata nei ghiacci del nord (Dante, ad esempio, la colloca nell’attuale Islanda); per altri l’estremo lembo di terra occidentale oltre le colonne d’Ercole.

Cosa sia veramente Thule forse siamo destinati a non scoprirlo mai: sicuramente è una Terra che ha suscitato l’interesse dei popoli antichi, creando un mito che si è trasformato in leggenda fino ad arrivare ai giorni d’oggi. E queste vallate nude, scabre, popolate da stambecchi, me la evocano istintivamente…

Basta sognare e “perder tempo”! C’è ancora un arduo tratto da percorrere! Una tappa (indispensabile) alla base-vita del provvidenziale Rifugio Frassati prima di tirare letteralmente il collo per raggiungere lui, il mitico col Malatrà! Un nome decisamente significativo: presumibilmente un derivato dal latino tardo “mala strata” poi divenuto “malastrà”, cioè un “passaggio cattivo”, molto difficile!

Tor des Géants 2010 (© Stefano Torrione). Col Malatrà - Courmayeur.
Tor des Géants 2010 (© Stefano Torrione). Col Malatrà – Courmayeur.

Penso sia un sogno di chi partecipa al Tor arrivare quassù, in questa impervia breccia tra le rocce a 2925 mt, dove l’ultimo tratto è stato attrezzato con scalini ed una corda, per scattare quella foto… la foto emblematica che dice che sei quasi arrivato! Da qui la discesa alle Alpi di Giuè e Malatrà superiore, quindi al Rifugio Bonatti (2025 m) e da questo al fondo valle in località la Remisa (1695 m) ti porterà fino a Courmayeur sulla passerella degli eroi! Da quassù dove riesci a sentirti un gigante tra i Giganti, dover ti senti più vicino alle cime degli dei, apri le braccia, respiri forte e davanti ai tuoi occhi si apre uno spettacolo mozzafiato: tutt’intorno la catena del Gigante più gigante di tutti, il Monte Bianco.

L’orizzonte si apre, si allarga e si allunga fino alla Val Veny dove si ergono le sagome inconfondibili delle Pyramides Calcaires! Sulla destra si stagliano la mole possente della Brenva e il profilo acuminato dell’Aiguille Noire du Peuterey.

La Val Ferret serpeggia scendendo di quota rivestita di un manto verdeggiante. E laggiù, tu lo sai, laggiù l’ultimo riso d’Italia, Courmayeur, da dove eri partito, ti aspetta!

Ci sei! Ben tornato, ero dei Giganti!

Stella

Tor des Géants. Correre tra montagne di storia! Da Courmayeur a Pont-Saint-Martin.

Ci sono tanti modi di partecipare al Tor des Géants. L’Endurance-Trail più duro al mondo giunge quest’anno alla sua decima edizione… già 10 anni, caspita! Una gara molto più di una gara… è il TOR! E questo, il Tor X, non è solo un “10”, ma è un vero “X-factor”!
C’è chi corre per arrivare tra i primi e chi corre in montagna perché ama questa disciplina; chi corre per filosofia, per auto-analisi, per sfidare se stesso. C’è chi partecipa al Tor provenendo dall’altra parte del mondo perché vuole esserci, punto e basta! Ma c’è anche chi, nonostante i ritmi da super-eroe, vuole prendersi i suoi tempi per godersi dei momenti speciali. Momenti unici e irripetibili tra le montagne della Valle d’Aosta!

Il paesaggio segue la corsa, a volte dà la carica, spinge, sostiene, a volte asseconda i momenti di respiro (anche mentale) con le sue balconate panoramiche. A volte può esserti ostile, spezzarti le gambe e troncarti il fiato… Oppure ospitale dandoti il benvenuto nelle valli con le sue architetture caratteristiche, i suoi borghi, le chiesette, i campanili. Li vedi magari dall’alto, da lontano: ecco la prossima meta, un punto di riferimento nella tua cartina mentale e psicologica.

È la bellezza del salire e dello scendere, del veder cambiare i paesaggi con un ritmo naturale che accompagna quello del cuore a 1000 e del respiro: i borghi, poi i boschi, sempre più fitti e scuri; poi i pascoli, le ampie radure luminose in quota, fino alle tracce segnate sugli altipiani, i colli, le rocce, la neve residua o appena arrivata. Assaggi d’inverno in una montagna senza tempo che scivola dolcemente nell’autunno.

E quanta storia si nasconde, più o meno segreta, lungo il percorso, nelle pieghe di questa terra così ondulata, severa e dolce allo stesso tempo.

A cominciare da subito, da Courmayeur! Che emozione, ogni volta, la partenza…Uno spettacolo vedere questo fiume colorato e brulicante di atleti che attendono frementi un count-down da brivido ai piedi del “Gigante dei Géants” sfolgorante di bianco e di roccia!

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Tor_Geants_18_Day1_Courmayeur_start_ph-Stefano-Jeantet_LD-23

Certo, dici “Courmayeur” e subito pensi alle montagne più alte d’Europa, alle splendide piste da sci, ai negozi alla moda, ai locali VIP…. agli hotel 5 stelle…al turismo di lusso. Ma Courmayeur ha un’anima antica, tutta da scoprire nei suoi angoli più nascosti e meno appariscenti. Come nelle viscere segrete della chiesa di S. Pantaleone, dove le testimonianze archeologiche più antiche risalgono verosimilmente al III secolo d.C.!

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O come la piccola frazione di La Saxeun grappolo di case annidato alle pendici dell’omonimo monte che lo sovrasta. Un villaggio leggermente defilato rispetto alla viabilità principale, che conserva tutta la poesia ed il fascino di un tempo. La Saxe: nata dalla roccia, come il suo stesso nome, del resto, dichiara.

Guardiamoci attorno: la candida muraglia del Monte Bianco, la piramide rocciosa del Mont Chétif, le umide pendici boscose del Mont Cormet e, infine, il macigno pietroso del Mont de La Saxe. Quest’ultimo, probabilmente, quel “saxum” (anzi, “saxa”, al plurale) che ha dato nome a questa piccola e suggestiva frazione.

Un nome antico; un nome che, se vogliamo, in qualche modo anticipa, seppur velatamente, l’antica frequentazione di questo discreto lembo montano.

Nei pressi della graziosa cappella del villaggio si insinua una stradina dal nome a dir poco evocativo: Rue Trou des Romains (Via [del]Buco dei Romani), che prende nome proprio dalle miniere che si dicono romane.

Fu lungo questa via che, nel 1927, in occasione di alcuni lavori edili, fu rinvenuta una tomba romana ad incinerazione databile, grazie agli oggetti del corredo ritrovati al suo interno, tra la fine del I secolo a.C. e la metà del secolo successivo. La tomba, infatti, aveva restituito diversi materiali ceramici tra cui una lucerna, ed una significativa armilla (ossia un bracciale) in pietra ollare: un monile tipico delle parures galliche alpine. All’epoca la scoperta ebbe una certa risonanza tanto che si decise di collocare temporaneamente gli oggetti nel Museo Alpino Duca degli Abruzzi in modo che potessero essere apprezzati anche dai sovrani d’Italia, Re Umberto II e Maria José.

LaSaxe--veduta_1930
LaSaxe–veduta_1930

Purtroppo non si hanno ulteriori informazioni storico-archeologiche su quest’area, ma pare impossibile pensare ad una tomba isolata anche in considerazione del fatto che tale fortuito ritrovamento parlerebbe di oggetti sia maschili che femminili, quindi si può supporre la presenza di  almeno un nucleo famigliare. In più questa era, allora molto più che adesso, una zona meravigliosa coi suoi pianori soleggiati, i pascoli, le folte foreste, protetta dai venti e ricca di acque..insomma, un luogo ideale dove fermarsi e vivere coltivando la terra e dedicandosi, come già i predecessori Salassi, alle attività minerarie.

Ci piace immaginare che, sia per l’origine chiaramente latina del nome del villaggio, sia per quanto ci narra lo storico Strabone in merito alle fantastiche miniere d’oro ambite dai Romani ( le note “aurifodinae” ipotizzate proprio nella zona del Mont de La Saxe), qui vi fosse un piccolo insediamento frutto della convivenza tra Romani (perlopiù militari) e popolazione autoctona.

La via Trou des Romains si trasforma in un piacevole sentiero che accompagna fino nella selvaggia Val Sapin. E’ questa una vallata severa e scarna, ma ricca di un certo fascino antico e quasi dimenticato, tipico di quei luoghi montani appartati dove protagonista è solo la Natura. Dove oggi si odono perlopiù i muggiti delle mandrie e il lontano vociare degli escursionisti, ma in antico questa zona doveva risuonare degli echi metallici delle forge e delle voci dei minatori. Ci siamo. Queste sono le pendici delle “aurifodinae”, miniere di piombo argentifero probabilmente già conosciute e sfruttate dai nativi Salassi prima che da Roma.

Nel XVIII secolo queste miniere erano state definite il “Labyrinthe” proprio per il loro intricato sviluppo sotterraneo ed il difficile ingresso. In effetti è un luogo pericoloso: appena oltre la bocca d’entrata, infatti, un baratro protegge i segreti di queste antichissime gallerie.

Ma il Tor prosegue veloce; restano sommersi sotto i piedi degli atleti questi millenari segreti. Tutt’intorno il trionfo delle vette e dei ghiacciai. Il fiato si mozza e allora, forza, alza la schiena, alza le gambe, apri le spalle e respira più che puoi!

Da Courmayeur si piega sull’Alta Via numero 2. Tra colli e passaggi incredibili; tra scenari dalla bellezza a dir poco eccezionale e pendenze da brivido!

E si arriva nella zona di La Thuile, l’antica Ariolica, la “terra di mezzo” dell’eroe greco, il Graio semidio cui vennero qui dedicati altari leggendari. Il Piccolo San Bernardo, il colle di Giove dall’impenetrabile volto d’argento.

Il busto in argento di Giove Graio rinvenuto al Piccolo S. Bernardo (regione.vda)
Il busto in argento di Giove Graio rinvenuto al Piccolo S. Bernardo (regione.vda)

E da qui a Valgrisenche, altra strategica terra di scambi e passaggi. Quello scabro Col du Mont dal quale nei secoli son passati soldati, mercanti, artisti e partigiani. Valgrisenche, così selvaggia ed autentica, eppure insospettabile scrigno di fulgide cappelle barocche, piccoli camei di arte alpina. Lo splendore del sacro in una natura abbagliante dove persino il cielo si fa palpabile.

Valgrisenche capoluogo (comune.valgrisenche.ao.it)
Valgrisenche capoluogo (comune.valgrisenche.ao.it)

E si corre, si continua tra le rocce alla volta di Rhêmes-Notre-Dame dove, in una Natura dominante, già nei confini del Parco Nazionale del Gran Paradiso, a ben guardare si noterà una moltitudine di mulini, forni e chiesette spesso incastonati in villaggi da favola.

Rhemes-Notre-Dame (valdirhemes.net)
Rhemes-Notre-Dame (valdirhemes.net)

Ma non ci si può fermare! Col de l’Entrelor, Eaux Rousses, Col Loson attraversando, quasi a volo d’uccello, la selvaggia Valsavarenche. Profondi canaloni, boschi di larici, abeti rossi e pini cembri; tappeti di rododendri di incomparabile bellezza; anfiteatri rocciosi e alpeggi… null’altro se non i fischi delle marmotte, il grido dell’aquila e il silenzioso volteggiare dei gipeti.

Valsavarenche-la cappellina di Levionaz Dessous (M.G. Schiapparelli)
Valsavarenche-la cappellina di Levionaz Dessous (M.G. Schiapparelli)

E si raggiunge Cogne. Una meravigliosa perla che dei lunghi periodi di isolamento e dei frequenti contatti col Piemonte ha fatto ricchezza e peculiarità. Cogne è frutto di una magia: la magia dei lunghi inverni, la magia della neve che blocca ma preserva, bianca e severa custode delle genti e delle loro tradizioni.

Narra la leggenda che i primi abitanti di Cogne provenissero dalla Val Soana, nel vicino Piemonte. Una vallata il cui nome deriverebbe dal latino “soprana”: una valle alta, terra di pastori e transumanze, dunque, ma anche terra di miniere nonché di continui andirivieni e sovrapporsi di popoli. Quanti i legami con Cogne!

Un legame che si riallaccia nella misteriosa figura di San Besso, uno dei martiri della mitica legione tebea e che si intreccia nella figura di Sant’Orso (cui è intitolata la parrocchiale). E’ tradizione infatti che Orso, arcidiacono di Ploceano, il malvagio vescovo di Aosta, sfuggendo alla persecuzione degli Ariani, predicasse nella Valle Soana contro le eresie; ed in Campiglia (non a caso la località dove, si dice, venne martirizzato Besso) si trova un sito tuttora chiamato platea S. Ursi ( la piazzetta di fronte alla chiesa parrocchiale)… vedete voi…

Cogne-la facciata della chiesa parrocchiale di Sant'Orso
Cogne-la facciata della chiesa parrocchiale di Sant’Orso

Per non parlare, poi, della meraviglia archeologica situata ad una manciata di km da Cogne scendendo verso Aymavilles: il ponte-acquedotto del Pont d’Ael, risalente all’anno 3 a.C.! Un vero capolavoro di ingegneria idraulica romana voluto da un privato, peraltro ben inserito nella cerchia dell’imperatore Ottaviano Augusto: il padovano Caius Avillius Caimus. Costui investì “pecunia sua” per realizzare questa infrastruttura utile a convogliare le acque del Grand Eyvia da Chevril (dov’è stata riconosciuta l’opera di presa) fino alle cave di bel marmo grigio venato di Aymavilles, un materiale ampiamente utilizzato nella monumentalizzazione della colonia di Augusta Praetoria!

Ebbene, Caio Avillio Caimo era un  esponente di una ricchissima famiglia di origine veneta legata al settore dell’industria edile e al trattamento delle materie prime,
soprattutto dei materiali lapidei e dei metalli. Proprietari di numerose nonché decisamente attive figlinæ (fabbriche di laterizi) nella loro terra natìa, gli Avilli sono attestati come imprenditori edili anche nel Piemonte nord-occidentale, in particolare nelle valli di Lanzo e dell’Orco (e la Soana è proprio lì!). Altro interessante indizio storico dello stretto legame tra questi due versanti, non vi pare?

Il respiro del grande prato di Sant’Orso; la dolcezza della Valnontey; il fascino delle cascate di Lillaz; i complicati giochi dei tomboli e l’enigmatica figura del dottor César-Emmanuel Grappein, il più celebre cognein di tutti i tempi, vissuto a cavallo tra XVIII e XIX secolo.

Veduta di Cogne verso la Valnontey (ThinkNatureinCogne)
Veduta di Cogne verso la Valnontey (ThinkNatureinCogne)

Senza dimenticare naturalmente la lunga storia mineraria che per secoli ha segnato profondamente non solo il territorio, ma lo stesso tessuto sociale e la vita degli abitanti di Cogne.

Cogne-miniere (ecobnb)
Cogne-miniere (ecobnb)

E dal villaggio di Lillaz si attacca la grande traversata che, dal Rifugio Sogno, condurrà al Misérin, al Dondena e infine a Champorcher.

Terre alte, dall’aspetto poeticamente severo e dolce allo stesso tempo. Altipiani incastonati tra vette ricamate da lunghe lingue nevose e impreziositi da laghi trasparenti, spesso effimeri. Terre magiche dove da sempre l’uomo avverte il respiro divino. E non è un caso se attraversando gli spazi e i silenzi di questi luoghi, si incontri da vicino Lei, la Madonna, protettrice di chi sale (Assunta), protettrice di chi cammina e di chi si avvicina così tanto al cielo…

Il santuario mariano del Misèrin, a 2.583 metri di quota sulle rive dell’omonimo specchio d’acqua, ad esempio, è davvero un luogo speciale avvolto da un’atmosfera che attrae e rapisce. Un luogo magnetico dove, fatalmente, troviamo ancora traccia della leggendaria legione tebea i cui componenti (da San Besso a Sant’Ilario, da San Vittore a San Maurizio) hanno profondamente segnato la storia religiosa delle nostre vallate.

La leggenda vuole, infatti, che un militare romano cristiano di questa legione, sfuggito ad un massacro, si fosse rifugiato nell’alta valle di Champorcher portando con sè una statua della Madonna. Nel XVI Secolo, la statua fu rinvenuta sulle rive del lago da alcuni pastori e si decise che fosse quello un segno divino affinché venisse costruito un luogo di culto.

Santuario al lago Misérin
Santuario al lago Misérin

 

C’è un tratto, poi, in particolare: quello da Pontboset a Perloz. Terre dove la storia ha lasciato tracce ben visibili su cui anche i “giganti” del Tor sono obbligati a passare.

Pontboset, villaggio dei ponti: ben 6, sospesi sugli orridi e sui torrenti. Agganciati alle rocce levigate dai movimenti degli antichi ghiacciai. Ponti ricchi di poesia, testimoni di un’arte del costruire, che affonda le sue radici nelle secolari tradizioni delle genti di montagna: pietre, malta, tenace maestria. Ponti “romantici”, anche nel senso più ottocentesco e anglosassone del termine, che improvvisamente occhieggiano dal folto dei boschi di castagno. Ponti a schiena d’asino che, in piccolo, richiamano a modo loro il continuo “saliscendi” del Tor.

Pontboset-(foto-Enrico-Romanzi)
Pontboset-(foto-Enrico-Romanzi)

E arrivi giù, nel fondovalle, a Hône. Non puoi fermarti, ma lo sai, lo hai letto da qualche parte che lì c’è una chiesa incredibile: sotto di lei, sotto il pavimento, si nascondevano altre 4 chiese precedenti. Sì, è la Chiesa di San Giorgio; magari con calma ci ritorni, perché è davvero sorprendente!

Hone-la parrocchiale di San Giorgio durante gli scavi archeologici (G. Sartorio)
Hone-la parrocchiale di San Giorgio durante gli scavi archeologici (G. Sartorio)

Altro ponte storico e via, si passa la Dora, regina delle acque valdostane.

Ed eccoci in uno scrigno medievale: Bard. Uno dei borghi più belli d’Italia. Un’unica strada che ricalca la via romana delle Gallie e la Via Francigena. Un’unica strada che si insinua tra edifici fiabeschi, corti segrete, sottopassaggi, archi e sottarchi. Sempre sorvegliata dall’imponente e austero Forte sabaudo che, dall’alto della rocca, ricorda antichi presidi a guardia delle leggendarie Clausurae Augustanae, barriera inespugnabile di una Valle tra le rocce.

Bard-borgo e Forte (Artemagazine)
Bard-borgo e Forte (Artemagazine)

E poi di nuovo giù, verso Donnas, correndo sulla Storia, sui secoli che hanno disegnato questi luoghi, fino a che…eccola! Incredibile, quasi un miraggio: devi per forza passare sulla strada delle Gallie, calpestare pietre con oltre 2000 anni di storia, passare sotto un arco “risparmiato” nella roccia che sta lì da quando le legioni di Augusto decisero di domare la terra dei Salassi.

Donnas, il tratto più emozionante della strada romana delle Gallie
Donnas, il tratto più emozionante della strada romana delle Gallie

E tu corri, per forza, magari rallenti e riesci persino a voltarti. Che posto! Un “gate” temporale, sottolineato dall’enigmatica chiesetta di Sant’Orso che segna l’accesso al borgo di Donnas.

Donnas-la chiesetta di Sant'Orso fa capolino sulla strada romana (M.G.Schiapparelli)
Donnas-la chiesetta di Sant’Orso fa capolino sulla strada romana (M.G.Schiapparelli)

Continui la tua corsa: è davvero il Tor des Géants! Ma non solo per le vette, per i “4 4.000” cui si sfiorano i “piedi”, ma anche per questa imponenza storica, per questo passato così evidente, così “presente” che è impossibile da ignorare!

L’arrivo a Pont Saint Martin si celebra con un altro di questi “giganti”: lo splendido ponte romano che consente di superare il torrente Lys. Si erge poderoso dalle rocce umide; un inno ad una regione dall’indiscutibile identità itineraria: soldati, mercanti, pellegrini, imperatori, contrabbandieri, viaggiatori d’ogni genere…quanta gente nei secoli è passata di qui!

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Pont-Saint-Martin, ponte romano del I secolo a.C. (tordesgeants.it)

 

Pillole MEGALITICHE! 10 buoni motivi per…

… visitare l’AREA MEGALITICA di Aosta!

  1. Un sito archeologico grandioso che racchiude oltre 6000 anni di storia.
  2. Coi suoi attuali 10.000 mq (che diventeranno 18.000 a fine lavori), è l’area megalitica coperta più vasta d’Europa.
  3. Megaliti in città! Un sito megalitico urbano nel quartiere ovest di Aosta.
  4. Un viaggio nel tempo alla scoperta di una lontana e affascinante Preistoria alpina.
  5. Emozionarsi davanti ad un paesaggio arcano ed inatteso illuminato dal millenario susseguirsi di albe e tramonti.
  6. Sorprendersi davanti ad arature tracciate più di 6000 anni fa.
  7. Meravigliarsi per gli emblematici allineamenti creati per far dialogare terra e cielo.
  8. Scoprire le prime grandi statue della Preistoria: rivestite di motivi decorativi ma tuttora avvolte da un enigmatico “mistero”.
  9. Stupirsi davanti alle grandiose tombe collettive, leggendarie opere di “giganti”, testimoni di ricchezza e potere.
  10. Uscire dal centro per scoprire un parco archeologico avveniristico, multimediale ed interattivo decisamente “fuori dal coro”.

Stella

discesa

Sezione Stele

Meditazioni all'ombra di un megalite
Meditazioni all’ombra di un megalite

Château Vallaise di Arnad. La Dama della Fenice

Aveva appena 17 anni, Giovanna. Era bella, molto. Era piena di sogni e progetti, maturati crescendo tra Ivrea, Torino e, soprattutto, Nizza dove suo padre, ricchissimo mercante, influente Tesoriere di corte e potente Magistrato del mare, occupava posizioni di notevole importanza. E lei aveva Nizza nel cuore; aveva quel mare dentro gli occhi (di un azzurro brillante e mutevole) e dentro l’anima.

Lungomare nei pressi di Nizza
Lungomare nei pressi di Nizza

Le dolci colline canavesane che avevano segnato la sua infanzia erano state presto soppiantate dalla sua profonda passione per il mare; un mare che si rifletteva anche in quel carattere volubile, a volte capriccioso, in quel suo essere imprevedibile e dotata di un fascino magnetico.

Guardava fuori dal finestrino della carrozza, Giovanna: il mare era ormai lontano e davanti ai suoi occhi si innalzavano montagne incombenti, rivestite di boschi. Un paesaggio bellissimo, per carità, ma lei, lì, non ci voleva proprio stare!

Arnad-paesaggio
Arnad-paesaggio

Aveva fatto una breve sosta nella sua amata Ivrea, dai parenti; aveva preso le ultime cose, alcuni oggetti cui era legata, abiti sontuosi fatti cucire su misura con stoffe preziose, gioielli… Ma tutto questo non le dava gioia. Giovanna si chiedeva a cosa le sarebbero serviti, lassù, in quella borgata a lei sconosciuta. Giovanna guardava fuori dalla carrozza e ad un tratto si accorse che stava piangendo. Stava andando ad Arnad, dove avrebbe raggiunto un uomo assai più grande di lei, esponente di un’antica stirpe, che però lei non conosceva. Quest’uomo si chiamava Charles-François-Félix de Vallaise-Romagnano. Di quest’uomo, a lei, non importava nulla… Eppure, per volontà di suo padre e di suo fratello, lo stava raggiungendo per diventarne la moglie! E purtroppo sapeva che non aveva possibilità di scelta: avrebbe dovuto obbedire! Ma… c’erano tanti “ma” che si agitavano in lei come le onde in tempesta!

§§§§

Era da poco arrivata in Valle d’Aosta la piccola Giovanna. Aveva 10 anni e fino a quel momento aveva vissuto in Liguria, in un grazioso paese sul mare. Per ragioni di lavoro i suoi genitori avevano dovuto trasferirsi e a lei quelle montagne proprio non piacevano. Non riusciva ad ambientarsi, Giovanna: le mancavano i vasti orizzonti, le distese azzurre, le voci dei gabbiani…

Anche coi suoi coetanei non riusciva a legare… nel paese dove abitava, Arnad, c’era un gruppetto di ragazzini con cui ogni tanto si trovava a giocare. Un giorno, però, volendo metterla alla prova, alcuni di loro la portarono al “castello”.

Chateau Vallaise-Una porzione del castello non ancora restaurata
Chateau Vallaise-Una porzione del castello non ancora restaurata

Era un grande edificio abbandonato, semi diroccato e in gran parte avvolto da erbe infestanti, rovi e ortiche. Nel giardino, ormai in preda all’incuria, ancora spuntavano qua e là alcuni cespugli di rose e di ortensie azzurre.

“Vediamo se hai il coraggio di entrare! Devi riuscire ad attraversarlo tutto, entri dalla parte della grotta stregata ed esci dal rudere tra le vigne! Sai, dicono che sia infestato di fantasmi!

La grotta artificiale di gusto romantico nel giardino
La grotta artificiale di gusto romantico nel giardino

E che ci sia pure una terribile strega capace di trasformarsi in mille donne diverse, una più bella dell’altra, ma cattivissime… e che possa attirare tutti nella sua stanza segreta prendendo le forme di un grande e meraviglioso uccello bianco: si fa seguire e… ZAN!! Sei spacciato! Ti trasforma in un dipinto e rimani lì appiccicato al muro, per sempre! Si narra che diverse donne di cui era gelosa abbiano fatto quella fine…”.

Giovanna si vide costretta ad entrare; doveva dimostrare di essere coraggiosa! E lei, che era testarda e caparbia, non si tirò indietro! Si graffiò, si sbucciò un ginocchio, ma voleva superare quell’intrico di vegetazione e trovare la porta di ingresso. Ad un certo punto sentì un fruscio improvviso che la fece spaventare… poi le sembrò di intravedere un movimento in mezzo alle foglie. “Un uccellino vuole accompagnarmi!”, pensò, e continuò ad avanzare. L’imponente facciata di quello che un tempo era un palazzo sfarzoso ed elegante comparve tra gli alberi.

Chateau Vallaise prima dei restauri esterni
Chateau Vallaise prima dei restauri esterni

Udì nuovamente un fruscio e, per un attimo, tentennò: “E se fosse una biscia? Un ragno gigante, o un topo o… uno scorpione??!!”, pensò coi sudori freddi. Intravide, invece, delle  lunghe piume bianche a terra e si rassicurò. Sentiva in lontananza le voci del gruppetto: chi la incitava, chi la scherniva… solo una bimba la pregava di tornare indietro!

All’improvviso, dietro una fitta e scura cortina di edera, Giovanna sentì un alito di aria fredda accompagnata da un odore di muffa, funghi, erba…”Ecco, ci siamo! Ho trovato l’ingresso!”. Si fece coraggio e, dopo un lungo respiro, entrò.

§§§§

La carrozza si fermò. Giovanna, elegantissima nel suo frusciante abito celeste che metteva ancor più in risalto il colore dei suoi occhi, i capelli biondi raccolti sulla nuca in un morbido chignon, scese dando la mano al padre e si guardò intorno. Quella antica dimora di famiglia attaccata alla collina le parve subito troppo scura, triste e buia.

Portrait d'une jeune femme (parismuseescollections.fr)
Portrait d’une jeune femme (parismuseescollections.fr)

Ad un tratto si fece avanti lui, Charles – che lei chiamerà sempre Carlo -: alto, moro, di corporatura abbastanza robusta. Era evidentemente più maturo di lei, e questo la spaventava moltissimo, ma per qualche minuto incontrò il suo sguardo: due occhi verdi, buoni,  ma ritrosi e velati di timida tristezza, accompagnati da un sorriso che, sebbene appena accennato, comunicava una profonda gentilezza.

Portrait d'un gentilhomme inconnu-XVII siècle
Portrait d’un gentilhomme inconnu-XVII siècle

“Benvenuta madamigella Gabuti”, le disse Carlo inchinandosi e sfiorandole la mano con le labbra, “la sua presenza illumina la mia umile dimora”.

Imbarazzata e a disagio, Giovanna ritrasse la mano forse troppo bruscamente e non rispose al saluto, ma abbassò lo sguardo, infastidita. Senza troppi complimenti il padre le strinse il braccio con forza e le fece capire quale comportamento avrebbe dovuto tenere. Carlo, anch’egli visibilmente a disagio, per l’intero pomeriggio non le rivolse più neppure una parola.

Una volta sistematasi nella sua camera, Giovanna pianse amare lacrime: “In che posto sono finita? Perché proprio io? Io non voglio stare qua e men che meno voglio sposare quel tipo insipido e… vecchio! Vecchio come questa dimora ammuffita, fredda, umida, lugubre!”. E la notte trascorse tra mille tormenti in attesa dell’indomani, quando sarebbe diventata, per forza, la baronessa di Vallaise-Romagnano.

Chiesa parrocchiale di San Martino ad Arnad
Chiesa parrocchiale di San Martino ad Arnad

Una cerimonia lunghissima, esagerata e pomposa che la piccola chiesa del paese a stento riusciva a contenere. L’intera borgata e villaggi limitrofi accorsi a vedere la giovane e ricca Giovanna, la sposa giunta da lontano che avrebbe risollevato le sorti della nobile ma sventurata casata dei Vallaise. Ospiti illustri appartenenti all’aristocrazia valdostana e piemontese: tutti a spettegolare, giudicare, commentare. Volti falsi, sorrisi bugiardi.

E Carlo? Sempre dimesso e silenzioso; elegantissimo, persino oggettivamente di bell’aspetto, pulito e curato… ma… quel suo sguardo triste e perso… no, Giovanna proprio non riusciva a sopportarne la vicinanza!

Lei, radiosa e più bella che mai! Svettava in altezza; risplendeva nel suo meraviglioso abito in seta e damasco: stoffe preziose cucite da sarte incaricate apposta da Madama Reale in persona, gioielli mozzafiato, che nessuno lassù, in quello sperduto villaggio, si era mai neppure sognato! Accanto a lei il padre e il fratello: duri, severi, inflessibili. Nei loro volti di pietra tutta la durezza dell’obbligo cui era chiamata e da cui non poteva esserci scampo. Sarebbe diventata nobile, ma a che prezzo?

Un prezzo altissimo, non fosse altro per la dote immensa che recava con sé e che avrebbe consentito al miserabile Carlo di sollevare la schiena e la testa – sempre se ne fosse stato capace – pensava amaramente Giovanna.

Dopo festeggiamenti e convenevoli che le parvero eccessivi, insopportabili ed interminabili, facendo ritorno all’oscura casaforte, Giovanna venne assalita da forte nausea e giramenti di testa. Si ritirò immediatamente nella sua stanza dove, accusando un persistente malore, rimase chiusa per giorni e giorni.

§§§§

Seguendo il misterioso volatile dalle ali bianche, Giovanna era quindi riuscita ad entrare nel maniero. Avvolte nella penombra stanze neppure troppo ampie ma completamente ricoperte di dipinti, purtroppo consunti dal tempo, molto rovinati e lacunosi. Le lunghe finestre rotte, sommerse di polvere e oscurate da spesse ragnatele. Giovanna fu lì lì per tornare indietro, ma la viva curiosità ebbe la meglio e si impose di andare avanti.

Pavone bianco
Pavone bianco

Si guardava intorno meravigliata: quel palazzo era davvero strano: da un lato sembrava ci avessero vissuto fino al giorno prima, e dall’altro, invece, mostrava tutti i segni di un secolare abbandono.

La luce che qua e là riusciva a penetrare illuminava volti di donna dipinti sulle pareti…e notò che si assomigliavano tutti! “Sembra sempre la stessa modella!”, pensò.

Ad un tratto Giovanna si fermò. Davanti a lei un lungo corridoio e il grande uccello bianco e oro comparve da una porta socchiusa sul fondo. Le volò vicino: pareva invitarla a seguirlo ancora! La bambina stavolta non ebbe tentennamenti. La porta immetteva in una stanzetta quadrata sempre ricoperta di dipinti, anche sul soffitto. Da lì si proseguiva in un altro breve corridoio con una grande cancellata di legno dipinto, una cosa che lei non aveva mai visto!

L'alcova della baronessa
L’alcova della baronessa

L’uccello si posò al di là della cancellata e aprì le sue ali; inaspettatamente ne uscì una luce dorata che illuminò la stanza. Era una camera da letto: c’era tutto! Un grande letto a baldacchino, un mobile con la specchiera, bauli e persino una specie di piccolo pianoforte! Solo che… come si faceva ad entrare? Giovanna si accorse infatti che il pavimento aveva tutte le assi sollevate e proprio al centro era sfondato! Allora l’uccello bianco le volò vicino, le si posò su una spalla e come per incanto si accese una luce a terra che le indicava la giusta via da percorrere e la luce terminava in corrispondenza di un grande baule accanto al letto.

§§§§

Chiusa nella sua camera ormai da oltre dieci giorni, Giovanna si rifiutava di incontrare chiunque, ad eccezione della sua fidata dama di compagnia che le portava acqua, cibo e notizie. Aveva udito i rimproveri di suo padre, le minacce apocalittiche del fratello, le suppliche della madre… Solo Carlo non aveva mai neppure tentato di bussare a quella porta… niente… Aveva anche pensato di fuggire ma sapeva di essere sorvegliata giorno e notte.

Venne quindi a sapere che presto avrebbero cominciato i lavori per trasformare quella vecchia casa soffocante in un palazzo. Le dissero che Carlo non voleva badare a spese – “certo, coi suoi soldi faceva quel che voleva! – pensò Giovanna! In breve giunsero ad Arnad squadre di architetti, scalpellini, stuccatori… si diceva ottime maestranze chiamate dalla Valsesia, terra di artisti!

Quindi, per consentire l’avvio del cantiere, bisognava temporaneamente trasferirsi. E lei insistette per tornare dalla madre a Ivrea dove sperava di trovare un po’ di serenità e comprensione. Carlo rimase ad Arnad per seguire i lavori e gli affari di famiglia. Neppure quando Giovanna partì lui si fece vedere… anche se in realtà la stava guardando da una finestra, piangendo in silenzio… “Vedrai mia sposa” – disse tra sé e sé – “riuscirò a darti la dimora che meriti e, col tempo, a renderti felice!”.

Ma anche lontana da Carlo, Giovanna non trovava pace! Padre, fratello e stavolta persino sua madre la rimproveravano e redarguivano ogni santo giorno! E lei deperiva e piangeva. Una cameriera notò la cosa e un giorno si permise di rivolgerle la parola: “Madamigella Giovanna, perdonate se oso parlarvi, ma se avrete il buon cuore di darmi ascolto, so che potrei aiutarvi”.

Giovanna stava per sbottare e cacciarla, ma poi rimase ipnotizzata dallo sguardo di quella donna, già in là con gli anni: due occhi nerissimi e affilati, con lunghe ciglia scure tradivano origini lontane e una strana voglia a mezzaluna accanto al labbro superiore la rendeva assolutamente magnetica.

“So il tormento che da tempo vi agita, Madamigella… io vedo e sento cose ignote ad altri.. se vorrete, potrò aiutarvi… Sognate la libertà, vero?”. Giovanna vide un inatteso spiraglio di luce: “Potete dunque aiutarmi a fuggire?!”.

“Sì… diciamo di sì… questa notte sarà scura, senza luna; Quando udirete tre rintocchi uscite sul balcone e… aspettatemi!”.

Ormai disperata, Giovanna decise che non avrebbe lasciato nulla di intentato e volle affidarsi a quella strana donna. Un po’ ne aveva paura, ma tanto, non aveva niente da perdere!

Tre rintocchi. Notte fonda e buia. Sul balcone si respirava un’aria fresca e profumata di campagna. Ma come avrebbe fatto la donna a raggiungerla lì? Improvvisamente: “Eccomi Madamigella!”. Giovanna sobbalzò col cuore in gola: “Ma, da dove… come..?”. Non fece in tempo a finire la frase che la donna la abbracciò fortissimo sussurrando oscure parole. Quando la lasciò… Giovanna non c’era più!

Al suo posto, sul balcone, un grande, splendido uccello bianco screziato d’oro simile ad un pavone con una coda infinita stava aprendo le sue ali per volare via, come desiderava!

Cercarono Giovanna per mesi, anni… Nessuno poteva immaginare cosa fosse accaduto. Lei volò sul mare, volò sui colli e sui monti. Certo, era libera, ma ad un prezzo troppo alto! Aveva ceduto alla magia e quell’incantesimo sembrava impossibile da spezzare… Aveva l’eternità, la libertà… ma non era più lei!

Volò ad Arnad e vide che il palazzo era stato terminato. Era bellissimo! Bianco e luminoso risplendeva tra i vigneti e i boschi. All’interno era… un sogno! Un susseguirsi sontuoso di affreschi e stucchi dipinti, mobili raffinati, tessuti preziosi…

Chateau Vallaise di Arnad dopo il restauro della facciata
Chateau Vallaise di Arnad dopo il restauro della facciata

Carlo si era chiuso in un silenzio colmo di dolore… aspettava ogni giorno che Giovanna tornasse, o perlomeno di averne notizie. Aveva però notato lo splendido volatile dalla lunga coda che dal termine dei lavori stazionava nei pressi del palazzo; “Che meraviglia” – pensava – “Sembra un uccello del paradiso, anzi, uno splendido candido pavone!”.

Col tempo si era affezionato moltissimo a quell’animale, lo cercava e gli parlava. Gli aveva raccontato di sé, del suo profondo amore per Giovanna, che mai nessun’altra donna avrebbe potuto prenderne il posto, che tutti i dipinti del castello volevano celebrarla, non solo ricordandola nei volti, ma anche omaggiarne le virtù… Lui era sicuro che, prima o poi, la sua Giovanna sarebbe tornata e per lei sarebbe cambiato!

Purtroppo Carlo morì senza rivedere la sua sposa, ma con la costante muta compagnia di quel meraviglioso uccello bianco…

§§§§

La piccola Giovanna raggiunse il baule indicatole dall’uccello luminoso e capì che avrebbe dovuto aprirlo. Il coperchio era sommerso di polvere e pesantissimo, ma ci riuscì! Quando fu aperto, vide che all’interno vi era un abito ripiegato: era molto rovinato ma era da principessa. Lunghissimo, sontuoso, in origine doveva essere bianco e oro… un momento: bianco e oro! Giovanna guardò l’uccello e vide che svolazzava turbinosamente intorno all’abito. Aprendolo completamente la bambina si accorse che si trattava di un abito da sposa! Dalle pieghe infine cadde qualcosa che fece un rumore metallico: era un anello d’oro!

Fede nuziale XVII secolo
Fede nuziale XVII secolo

L’uccello sembrava come impazzito e cercava di infilare l’anello nelle zampe senza tuttavia riuscirci.

Giovanna, allora, prese l’anello e glielo infilò alla zampa sinistra: “ecco… sei contento?”.

In quell’esatto istante la stanza rifulse di luce. L’uccello divenne luminosissimo fino a diventare di fuoco: una favolosa fenice! Giovanna urlò e si protesse dietro il baule chiudendo gli occhi…

“Lo sai che ti chiami come me, piccola? E mi assomigli molto! Non avere paura, apri gli occhi!”. Una dolce voce di donna rassicurò Giovanna che non poteva credere a ciò che vedeva: davanti a lei non c’era più l’uccello bianco ma una giovane bellissima, coi capelli biondi raccolti in un morbido chignon e due immensi occhi celesti. Alla mano sinistra una fede d’oro luccicante.

“Sono Giovanna Gabuti, moglie di Carlo, o meglio, del barone Charles-François-Félix de Vallaise Romagnano, padrone di questo palazzo e di molteplici feudi tra la bassa Valle d’Aosta e il Canavese. Io non ho saputo vedere, né capire… ma ora, dopo secoli, finalmente sei arrivata tu a rompere l’incantesimo. Venni trasformata in un’immortale Fenice, ma ora sono risorta. Finalmente posso raggiungere il mio sposo e dirgli che ho imparato anch’io ad amarlo! Grazie piccola Giovanna venuta dal mare…”.

E pronunciate queste parole la dama Fenice la accompagnò verso l’uscita attraverso stanze meravigliose; con lei Giovanna vide il castello come doveva di fatto essere quando venne realizzato. E stanza dopo stanza il suo stupore aumentava!

Chateau-Vallaise-Galleria "des Femmes fortes"
Chateau-Vallaise-Galleria “des Femmes fortes”

Giunte nel giardino Madama Giovanna le accarezzò il volto e le disse: “Guarda, io e il mio sposo ci affacceremo per sempre dalle due finestre lassù e ti aspetteremo con piacere ogni volta che vorrai!”.

Giovanna alzò lo sguardo e vide che da una finestra si staccò l’ombra di un uomo: alto e robusto, molto elegante, capelli lunghi neri secondo la moda del suo tempo. Due occhi verdi buoni e timidi. Giovanna e Carlo, finalmente, si abbracciarono.

Chateau Vallaise oggi, agosto 2019
Chateau Vallaise oggi, agosto 2019

All’epoca non poteva sapere, la piccola Giovanna, che quel palazzo cadente e abbandonato sarebbe stato restaurato. Dopo anni, quando venne riaperto al pubblico, lei già adulta vi entrò piena di emozione: non poteva dire che, in realtà, lo aveva già visto insieme alla baronessa di Vallaise, la Dama della Fenice.

GiovannaMaria-finestra

Stella