Montjovet. Il castello fantasma e le sacre incisioni

Sin dai tempi più lontani quell’altura di roccia si ergeva nel fondovalle, in origine bucando la coltre ghiacciata, poi dominando l’ampio letto del fiume sfrangiato in estese paludi e acquitrini.

Sin da quando l’uomo iniziò ad abitare quelle terre, quell’altura era stata ritenuta sacra: nessuno vi poteva costruire! Soltanto i sacerdoti, i saggi druidi, potevano salirci percorrendo un ripido sentiero nascosto, segreto ai più, che si inerpicava sul versante illuminato dal sole.

Solo i saggi druidi, incaricati di scrutare il cielo, studiare le stelle e consultare gli dei.

E così effettivamente fu, per secoli; fino a che…

Fino a che, nelle epoche oscure, costellate di battaglie, inimicizie e acerrime rivalità tra le tante potenti famiglie locali, quell’altura non fu violata da un signore avido, perfido e incurante di ogni legge: il terribile Feidino De Mongioveto.

Quell’altura rocciosa, ripida e ben protetta, a picco sulla stretta gola del fiume, costituiva un punto di controllo assolutamente prezioso e strategico. Da lì Feidino poteva controllare tutti i transiti e i commerci della regione esigendo, così, dei salati pedaggi.

Pur essendo stato messo in guardia da molti, Feidino procedeva coi suoi progetti e, dopo aver acquartierato il grosso delle truppe nel piccolo borgo ai piedi di quella straordinaria torre naturale, chiamò i migliori architetti per realizzare la più grande e la più possente e inespugnabile fortezza che si fosse mai vista.

Ma non appena si diede inizio ai lavori incidendo la roccia sulla cime, innumerevoli segnali nefasti iniziarono a manifestarsi: tempeste, terribili esondazioni, frane, slavine… Le mura che venivano erette, nel giro di una notte crollavano.

Un giorno giunse da Feidino un anziano, abbigliato come un frate, con una lunga barba grigia ed uno strano bastone in mano. “Sire Feidino, te lo chiedo in nome degli dei della montagna, del cielo e del fiume: interrompi immediatamente i lavori in questo luogo o peggio sarà per te e per la tua discendenza!”.

“Chi sei vecchio menagramo?! Cosa vuoi? Soldi? Chi ti manda? Me ne infischio delle tue sciocche parole! Io non ho paura! Anzi, ti metterò a tacere per sempre! Guardie! Sbattetelo nelle segrete! Domani penserò a come liberarmi di questo stregone! Ah ah ah!!!”.

“Tu non sai ciò che fai Feidino! Io comunque mi chiamo Chenalio, non sono uno stregone, ma un sapiente. Del resto, cosa vuoi saperne tu dei nostri antenati? Scommetto che neppure conosci i sacri segni che da secoli sono incisi nelle rocce qui vicino… e con la tua superbia mai li troverai!”.

Le guardie gli si gettarono addosso, ma all’improvviso, in una spirale di denso fumo grigio, Chenalio svanì.

“Vecchio pazzo stregone! Avete visto tutti, no?! Era il demonio in persona!”.

E Feidino proseguì con la sua costruzione. Piogge infinite, smottamenti, incendi si ripeterono uno dopo l’altro, ma caparbiamente lui non mollava. Cercò anche di trovare le incisioni sulle rocce di cui Chenalio parlava ma non trovò mai nulla sfogando così la sua rabbia sui villaggi e sulle coltivazioni.

Ma da un luogo remoto sotto quelle rocce, il saggio Chenalio seguiva le vicende della nuova fortezza:” Povero Feidino. Ora dunque lascerò che tu finisca. Lascerò che tu raggiunga il potere cui ambisci…per poi toglierti tutto quando meno te l’aspetti! DA quel momento tutti i tuoi sforzi saranno resi vani e il tuo prezioso castello, pur continuando ad esistere, non sarà visibile a nessuno. A meno che…”

Il castello di Saint-Germain a Montjovet (Foto di Emi Dattolo - LYTD11)
Il castello di Saint-Germain a Montjovet (Foto di Emi Dattolo – LYTD11)

E fu così che Feidino riuscì ad ottenere ciò che voleva: tutti lo temevano, lo lusingavano, lo riempivano di doni pur di avere la sua protezione. Il suo castello era magnifico: dall’alto dominava sulla valle e, come un faro, si vedeva sin da molto lontano. Purtroppo però Feidino non smise di compiere malefatte e la sua fortezza divenne ben presto un luogo di terrore: si temevano le sue prigioni, da cui, una volta entrati, non si sarebbe più usciti vivi!

Ma col tempo, Feidino si ammalò; un morbo fino ad allora sconosciuto, impossibile da curare. Sua moglie, perfida quanto lui ma assai ricca, per questo motivo lo abbandonò, Feidino contagiò in poco tempo tutti coloro che gli rimasero vicini. Morì tra indicibili sofferenze e tutti i suoi sudditi con lui. Il castello cadde in rovina, nessuno voleva più avvicinarvisi; quasi si aveva paura persino ad alzare lo sguardo verso la torre, sempre più nera, buia e minacciosa. La fortezza di Feidino diede così origine a sinistre leggende; divenne un luogo maledetto, dove regnavano solo il silenzio e l’oscurità.

La gente della contrada vicina chiese che venisse costruita una chiesa nei pressi dell’altura affinché il male fosse allontanato.

Passarono anni, decenni, secoli.

L’oblio era infine calato sul castello di Feidino De Mongioveto, ormai ridotto in rovina, ad eccezione della torre che si ostinava a svettare sulla vallata, quasi a voler ricordare la triste fine di quel maledetto signore.

 

Era una calda giornata estiva e un giovane archeologo da poco giunto nella valle stava percorrendo la Via Francigena per motivi di studio. Giunto nei pressi del castello, si trovò davanti ad un bivio privo di indicazioni. Dubbioso guardò la mappa ma continuava a non capire… quel bivio non era neppure segnalato! Ad un certo punto, dal folto di un giardino uscì un uomo: era in là con gli anni, aveva una folta barba grigia ed indossava una specie di saio lungo fino ai piedi. “Ti sei perso, ragazzo? A molti capita quando arrivano in questo luogo…”; “Effettivamente sì… da che parte vado per la Francigena?”.

“Ah, la Francigena…certo…pensavo cercassi il sentiero segreto che conduce al castello abbandonato…”, rispose il vecchio guardando il giovane con la coda dell’occhio, ben sapendo che ne avrebbe solleticato la curiosità.

“Castello abbandonato?!! Ma… come… a quale castello si riferisce? No, no.. ora voglio andarci! Sa, sono un archeologo…anzi, piacere, mi chiamo Gabriele!”. “E’ un piacere conoscerti, Gabriele. Credo tu sia la persona più adatta per salire al castello… di qua, non esitare!”.

Gabriele si incamminò, poi quasi subito si voltò per ringraziare quello strano individuo, ma non c’era più!

Il sentiero era abbastanza impervio, ripido, a volte paurosamente affacciato sul vuoto! Giunse nei pressi di quello che doveva essere un arco d’accesso nella cinta ed entrò. Iniziò a scattare foto e a prendere appunti sul taccuino che portava sempre con sé; quindi, al tramonto, tornò sui suoi passi e fece ritorno a casa. Pieno di entusiasmo si precipitò al computer per scaricare le foto: “Ma … no…no! Ma, come … non ce n’è nemmeno una!! Ma cos’è successo? Tutte bianche… che diamine! Maledetto cellulare!”. Prese allora il taccuino, ma…. I suoi appunti erano completamente spariti! Gabriele rimase senza parole; passò la notte facendo ricerche su quel maniero, ma non trovò molto. Appena fu giorno decise di farvi ritorno.

Giunto al bivio imboccò senza esitazione il sentiero del giorno precedente; tuttavia, mano a mano che procedeva, il cammino si faceva sempre più impervio e scivoloso, la vegetazione molto più fitta di come la ricordava e improvvise spaventose sporgenze. Per arrivare al castello gli ci volle l’intera giornata; “Ma com’è possibile? Ieri ci ho messo un’oretta…”, rimuginava Gabriele, sfinito ma non rassegnato. Giunse in vista delle mura che era già il tramonto. Ad un tratto si sentì chiamare: “Sei tornato, eh? Ce ne hai messo di tempo!”. Il vecchio barbuto vestito da monaco apparse dal nulla, avvolto da una luce verde.

“Ma si può sapere chi sei? Mi stavi aspettando?” chiese il giovane archeologo non senza paura.

Il vecchio si avvicinò; sul volto una specie di ghigno. Estrasse dal saio un sacchetto di velluto nero e lo svuotò su una roccia; ne uscì una ventina di pietre colorate e luminose simili a dadi. “Ma che razza di dadi sono’ Quante facce hanno?!”, Gabriele era disorientato.

“Sù, non perdere tempo. Fai il tuo tiro!”, esclamò il vecchio.

Gabriele li prese e li tirò. “Fermo! Non stare al suo gioco giovane archeologo! O cadrai nel suo malvagio incantesimo! Lo stesso che ha portato alla rovina questo luogo e il suo antico proprietario!”.

Gabriele si voltò di scatto: un altro vecchio identico al primo col medesimo abbigliamento se ne stava dritto in piedi accanto a lui brandendo un bastone con una gemma rossa in cima.

“Io sono il saggio Chenalio, protettore del luogo e delle sacre incisioni che disegnano la grande roccia non lontano da qui. Lui è il mio gemello: Rodo. E’ uno stregone malvagio. Quando era il suo tempo ha usato male le sue doti e ha fatto cadere in mano al feroce Feidino questo luogo! E ancora tormenta questa altura impedendo che venga purificata!”.

“E cosa volete da me? Sono un archeologo, non un guerriero!”.

“Certo”, disse il malvagio Rodo, “proprio perché sei archeologo puoi aiutarmi a ricostruire correttamente il castello e a trovare la sala del potere!”.

“Tu hai l’intelligenza e la pura conoscenza, Gabriele”, disse Chenalio, “solo tu puoi individuare quella sala. Feidino la fece costruire in un luogo segreto del castello, inavvicinabile senza il suo nulla osta. Ma ora che il castello è distrutto, forse la tua capacità di leggere le rovine e le loro fasi, potrà aiutarci. Poi starà a me impadronirmi di quella sala prima di mio fratello!”.

Gabriele era esterrefatto, ma quella sfida lo incuriosiva! Dopotutto lui aveva sempre amato i giochi di ruolo.

Fu una notte lunghissima, passata a perlustrare le creste dei muri, i brandelli di pareti ancora in piedi, le porte, le finestre, i merli, le sopraelevazioni. Da una parte Chenalio che lo guidava con la luce del suo bastone. Dall’altra il truce Rodo, pronto a sferrare il suo attacco non appena venisse trovata quella sala.

Ore ed ore, ma niente. Gabriele era riuscito ad isolare il corpo di fabbrica residenziale, ma nulla lasciava supporre la presenza di una simile sala.

Poi, all’improvviso, la terra sotto i suoi piedi cedette: si aprì una voragine e Gabriele vi precipitò.

La cosa strana era che là sotto i poteri dei due gemelli erano vani… Gabriele, incolume, si guardò intorno: il buio venne lentamente illuminato da fiammelle azzurre che vagavano a mezz’aria. Aguzzò la vista: si trovava al centro di un salone vastissimo, con due file di seggi splendidamente intagliati ai lati ed uno scranno più alto sul fondo. Si avvicinò al posto d’onore ed una fiammella si posò sul sedile. Gabriele si accorse che il sedile era a coperchio: lo alzò e…

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figure-di-pendagli-ad-occhiale-dell’età-del-Rame-sulla-prima-roccia-incisa-di-chenal (da ResearchGate.net)

al suo interno era custodita una tavola di pietra verde levigata con una coppia di incisioni a cerchi concentrici. La prese.

In quel preciso istante la voce possente di Chenalio rimbombò nella sala: “Grandioso! L’hai trovata! Feidino le aveva rubate con l’aiuto di Rodo per impossessarsi del potere! Ora finalmente una mente pura votata alla scoperta l’ha ritrovata! Il potere delle sacre incisioni è salvo!”. Chenalio si avvicinò, prese la tavola e la alzò al cielo. “Ora meriti una ricompensa. Usciamo da qui, e vedrai!”.

Tornato in superficie Gabriele si ritrovò ai piedi della torre. Il castello era … perfetto! Era esattamente come appena costruito. La cinta, gli edifici, le scuderie… Gabriele non poteva credere ai suoi occhi e girava come impazzito.

Il castello di Saint-Germain a Montjovet (Foto di Emi Dattolo - LYTD11)
Il castello di Saint-Germain a Montjovet (Foto di Emi Dattolo – LYTD11)

“Questa visione è solo per te. Solo tu puoi vedere il castello fatto e finito, ma sappi che non ti è permesso riprodurlo, scriverne o parlarne. Non appena te ne sarai andato, infatti, tutto tornerà come prima. Solo di notte la luce illuminerà questo luogo incredibile perché di notte, con le tenebre, il sentiero non è percorribile, quindi nessuno vi si può avvicinare. E qualora vi riuscisse, tante sono le trappole e le cavità nascoste in cui potrebbe cadere in trappola!

La tavola delle incisioni tornerà al suo posto, sotto la sacra roccia di Chenal, dove finalmente anch’io potrò ritirarmi e trovare pace.”

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la-prima-roccia-incisa-di-chenal-foto-a-arcaro

“E Rodo?”, chiese Gabriele, frastornato da tutti quegli eventi; “Rodo ha avuto la fine chi si meritava”, rispose Chenalio, “nel momento in cui tu hai sollevato la tavola di pietra, la sua stessa magia gli si è ritorta contro e lo ha scagliato dalla parte opposta della gola, per sempre ancorato ad un masso pericolante sul ciglio del baratro”.

“Ma è ora che tu vada. Il sole sta per sorgere e le luci devono spegnersi. I fuochi azzurri ti accompagneranno rapidamente alla tua auto”, e detto questo, il vecchio Chenalio sparì.

In men che non si dica Gabriele era al parcheggio.

Driiiiiiiinnnn, driiiiiinnnnn la sveglia sembrava impazzita. Gabriele aprì gli occhi ancora impastati di sonno… “Ma che diavolo… ma…come…?”. Il giovane archeologo si guardò attorno: la sua stanza, la giacca, lo zaino… “ma, quindi, era tutto un sogno?”. Forse sì, forse no!

Stella

Questo racconto, un pò più lungo e articolato degli altri, vuole rendere omaggio all’affascinante e misterioso castello di Saint Germain a Montjovet. Un sito tanto visibile quanto non sufficientemente conosciuto e ancor meno valorizzato.

Anche il nome del malvagio Rodo trova eco in quello del villaggio abbandonato di Rodoz, appunto, situato sul versante opposto della gola di Montjovet.

E protagonista il mio grande Amico, nonché Archeologo (entrambi con la A maiuscola) Gabriele Sartorio!

 

 

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Castello di Cly. Il sortilegio delle tre lune

Il tempo scorreva lento nella valle della Dora, scandito dal ritmo delle stagioni e dei lavori nei campi. Dal fondovalle, il maniero dei ricchissimi signori di Cly si vedeva assai bene. Sin da lontano si scorgeva la sagoma della possente torre quadrangolare costruita direttamente nella roccia.

Nobile famiglia di uomini d’arme quella dei Cly, ramo collaterale dei potenti Visconti di Aosta, il cui feudo si estendeva a cavallo del Cervino prolungandosi fino al di là delle montagne in terra straniera. Un feudo incredibilmente vasto e decisamente strategico per il controllo di vie commerciali all’epoca molto frequentate; vie che riuscivano a passare attraverso colli e ghiacciai in punti che oggi non esistono forse nemmeno più.

Per decenni i signori di Cly si erano mostrati benevoli verso i loro sudditi, garantendo loro protezione e non facendo mai mancare cibo e lavoro. Ma fu con l’arrivo di Bonifacio che la situazione iniziò a peggiorare: avido e meschino, Bonifacio non si faceva scrupoli e non provava compassione per nessuno. Il tutto precipitò tragicamente quando il potere finì nelle mani di suo figlio Pietro, tanto bello quanto crudele.

Era un giovane uomo di sfolgorante bellezza: alto, muscoloso, capelli neri come la notte e occhi di un verde “raggelante”. Occhi capaci di far crollare chi lo fronteggiava, capaci di incutere timore, incapaci della minima pietà. Occhi di serpente: ipnotici e letali.

Erano dunque anni turbolenti, segnati dalla prepotenza e dalla collera di Pietro di Cly, che con la sua incredibile arroganza non si fermava di fronte a nulla, non riconosceva alcuna autorità se non la sua e percorreva i suoi possedimenti seminando panico e devastazione. Dopo aver sperperato rapidamente l’eredità paterna in giostre, tornei e feste solo per esibire la sua ricchezza e la sua prestanza fisica, aveva iniziato a razziare i villaggi, taglieggiare i viaggiatori e le carovane di mercanti, persino a sequestrare uomini importanti chiedendo cospicui riscatti, circondandosi di delinquenti e criminali ai quali offriva protezione.

Un giorno durante una delle sue abituali scorrerie, raggiunse una casupola isolata che, si diceva, fosse abitata da un’anziana sola, da molti ritenuta una saggia veggente, da altri considerata in odore di stregoneria. Persino i suoi malavitosi compagni avevano un certo timore ad avvicinarvisi.

Il Castello di Cly (Foto di Emi Dattolo-LYTD11)
Il Castello di Cly (Foto di Emi Dattolo-LYTD11)

“Femminucce! Ecco cosa siete! Vili conigli! E io che vi dò pure da mangiare! Avete paura di una nonnetta dunque? Venite con me o giuro che stasera le vostre teste rotoleranno giù dalla torre! Codardi che non siete altro!”.

Giunsero quindi davanti a questa povera casa. La porta era socchiusa, le galline razzolavano nell’aia e un gattone scuro sonnecchiava sul davanzale della finestra. Pietro scese da cavallo e per primo si fiondò all’interno. La stanza era nella penombra e sul fuoco c’era un grande calderone al cui interno ribolliva una zuppa. “Che puzza! Per Giuda, vecchia, ma cosa mangi! E rovesciò il pentolone a terra con stizza.

L’anziana sedeva placida in un angolo scuro e non sembrava affatto scossa o spaventata- “E quindi così vuoi dimostrare la tua forza, Pietro di Cly, al pari di un monellaccio di strada!”, sibilò l’anziana guardando a terra senza smettere di lavorare la lana.

“Ma come osi parlarmi così vecchia strega?! Pagherai con la vita la tua sfrontatezza! Anzi, mi seguirai trascinata dal mio cavallo, ti rinchiuderò nelle oscure segrete del mio castello e darò fuoco a questo porcile che tu chiami casa! E guardami quando ti parlo!!” gridò il feroce signore.

Pietro si avventò sulla donna e le strinse la gola. Lei allora alzò lo sguardo su di lui, ferma e immobile come fosse di pietra. in quel momento Pietro rimase bloccato da quegli occhi: uno nerissimo e uno di un celeste chiarissimo, quasi bianco.”

“Che tu sia maledetto, Pietro di Cly! Ecco la mia condanna: l’eterna vecchiaia, l’eterna infermità, e peggio ancora, l’eterna solitudine e l’eterna indifferenza! Questo patirai in eterno; non morirai perché sarebbe la fine delle tue sofferenze! Non ci sarà più nessuno con te! E non avrai neppure bisogno di sfamarti. Vivrai, o meglio, sopravvivrai a te stesso … e basta! Potrai salvarti solo se capiterà una notte con tre lune!”.

Pietro tentò di reagire con una risata sguaiata e incontrollata e strinse più forte che poteva il collo dell’anziana, ma… lei non c’era già più! Improvvisamente la casupola era fredda e vuota; il camino era spento e lui era improvvisamente solo! Chiamò i suoi uomini, ma nessuno rispose. Uscì: solo il vento e la neve. Improvvisamente l’estate era sparita per lasciare il posto al gelo e al silenzio. Anche il suo cavallo era scomparso. Solo il gatto era rimasto al suo posto. Pietro tentò di sfogare la sua ira su di lui ma il felino lo fissò con un tremendo paio di occhi: uno nero e uno celeste. Gli soffiò inferocito e scomparve nella nebbia.

Passarono mesi, anni, decenni. I villaggi intorno al castello erano andati spopolandosi. I campi erano incolti e le foreste si stavano riappropriando del paesaggio. Il castello di Cly si ergeva sul promontorio roccioso circondato da un fitto labirinto di alberi contorti, rovi e sterpaglie. Le mura erano ormai cadenti, i merli si stavano sgretolando e l’antica cappella era semi-diroccata. Non si udiva un suono né si vedeva anima viva. Il silenzio avvolgeva quello scenario spettrale con quell’unica grande torre a dominare su una landa sferzata da un vento che non conosceva fine.

Il Castello di Cly (Foto di Emi Dattolo-LYTD11)
Il Castello di Cly (Foto di Emi Dattolo.LYTD11)

Solo durante la notte, si raccontava nelle osterie del fondovalle, si poteva scorgere una sagoma ingobbita muoversi lentamente con una lucerna dietro le finestre del piano nobile.

Fu con grande stupore che i pochi contadini rimasti accolsero un mese di novembre insolitamente mite e straordinariamente senza vento. Un volgere d’autunno così non si vedeva da molti anni!

Una sera, sul far del tramonto, Denise raggiunse il minuscolo gruppo di case abitate. Stava compiendo un lungo viaggio. Giungeva da nord ed era diretta nella città più importante della valle, Aosta. Era quasi buio e decise di fermarsi; bussò ad una porta e una bimba venne ad aprirle. “Chi sei? Mamma! Vieni!”.

“Ciao piccola, mi chiamo Denise, Sono in viaggio da molto tempo. E’ quasi notte e sono stanca e infreddolita. Posso fermarmi da voi per favore? Non darò disturbo, mi basta una stuoia a terra vicino alla stufa”.

La bimba la fissava sorridente e fu solo quando la luce la illuminò che Denise notò il diverso colore dei suoi occhi: uno nero e l’altro celeste.

“Entra pure, straniera, che tu sia la benvenuta. Non abbiamo molto, ma un tozzo di pane e del formaggio spero possano bastare. Mi scuso ma non potrò dedicarti molto tempo perché il mio piccolo giace a letto molto malato! Da oltre una settimana non riusciamo ad abbassargli la febbre… non so se ce la farà e l’unico medico della vallata non viene qui da noi perché non possiamo pagarlo!”. La giovane madre era disperata e Denise ebbe l’istinto di abbracciarla: “Non temere! Cercherò di fare io qualcosa. Sono un’erborista e so guarire le persone con la sapienza degli antenati. Se hai fiducia in me, vedrai che andrà tutto bene!”.

La donna restò affascinata da quella ragazza forestiera dai lunghi capelli biondi e ricci e dal largo sorriso. Aveva il viso buono e sentì che poteva affidarle il suo bimbo.

Denise gli andò vicino, lo toccò sul viso, sul collo e sul petto. Si mise una mano sul cuore e recitò alcune preghiere nella sua lingua sconosciuta. Poi aprì la sua borsa e ne estrasse alcuni preparati che diede al piccolo. La mattina seguente la febbre era passata!

La donna gridò al miracolo e presto la notizia si diffuse nella valle. Un numero crescente di persone giungeva in cerca di Denise, la guaritrice venuta da Nord.

Fu dopo una decina di giorni che Denise, incuriosita dal castello che vedeva in lontananza, iniziò a chiedere informazioni su chi lo abitasse. Nessuno voleva o riusciva a darle una risposta soddisfacente. Una sera, però, venne inaspettatamente avvicinata dalla bimba dagli occhi bicolori: “Sei curiosa, vero? Scommetto che nessuno ti ha raccontato del misterioso signore di Cly e del sortilegio delle tre lune!”.

Denise la guardò sbalordita:”Misterioso signore? Sortilegio? Ma tu come sai queste cose? Raccontami, ti prego…”.

“Mia nonna mi ha raccontato di questo signore feroce e cattivo che venne punito da una nostra antenata, una vecchia saggia che lui aveva aggredito senza ragione. Quel signore era giovane, forte e straordinariamente bello. Fu condannato a vivere per sempre vecchio, malato e solo, nell’indifferenza generale”, spiegò la bimba.

“Vecchio, solo e malato… per sempre”, commentò Denise, “Ma cosa c’entrano le tre lune?”.

“Il perfido signore potrà guarire soltanto nella notte delle tre lune!”, le rispose la bimba.

“Tre lune, ma è impossibile! Tutte e tre insieme nel cielo?”. “Il sortilegio non parla del cielo, solo di tre lune insieme… Scusa ma ora è tardi, vado a dormire”.

Denise avrebbe voluto saperne molto di più; rimase lì, fuori, a guardare la notte e con la mente affollata da mille domande.

A lungo meditò su quanto la strana bimba dagli occhi diversi le aveva raccontato. Pensò e ripensò, cercando tra le sue conoscenze in campo erboristico se esistesse qualche arcano rimedio, qualcosa capace di guarire il signore, qualcosa che potesse far comparire contemporaneamente tre lune.

E fu così che una notte di dicembre, quella che precedeva la festa dell’Immacolata, dopo aver visto sul lunario che ci sarebbe stata luna piena, Denise si armò di coraggio e si diresse verso l’oscuro maniero intenzionata a capire e a rompere il sortilegio. Solo così, ne era sicura, quelle terre sarebbero tornate a rifiorire e i suoi abitanti a lavorare e a vivere meglio.

La luce della luna la guidò attraverso la cortina di rovi e rami nodosi facendole individuare un pertugio, una piccola breccia nel muro di cinta. Una volta entrata nel cortile del castello fu colpita da raffiche di vento gelido, il terreno era ghiacciato e il buio avvolgeva ogni cosa. Solo una luce, tremula e fioca, si muoveva dietro una finestra del piano nobile. Denise aguzzò la vista e riconobbe una sagoma malferma e gobba, quindi udì, portati dal vento, pianti e lamenti.

Raggiunse il punto più alto e aperto del cortile e si inginocchiò; si mise una mano sul cuore, come faceva di solito, e iniziò a recitare le sue preghiere. Come per magia la grande luna piena apparve nuovamente forando il buio pesto che avvolgeva il castello. Denise estrasse dal suo borsone un catino e vi versò dell’acqua benedetta. Quando la luna arrivò a specchiarsi nel catino riflettendo la sua immagine, Denise gettò nell’acqua una tonda perla di vischio, la pianta sacra capace di ridare forza e vigore, la pianta che i suoi avi ritenevano in grado di dare l’immortalità.

Ecco che così tre lune apparvero insieme: quella nel cielo, la sua immagine riflessa e la perla di vischio.

Una nebbia scese improvvisamente, densissima, e avvolse ogni cosa. Improvvisamente Denise avvertì una presenza accanto a sé e si sentì sfiorare il braccio: era la bimba dagli occhi diversi: “Brava! Davvero… dopo decenni sei l’unica ad aver sciolto il sortilegio. Questa terra tornerà a fiorire, sotto la protezione del vischio e delle tre lune. Le tue conoscenze e la tua intelligenza hanno trovato la formula giusta!

Ah, io mi chiamo Evenzia. Se vorrai trovarmi sali al colle che domina il villaggio là dove si passa per raggiungere le terre della grande montagna appuntita. E’ lì che viveva mia nonna”.

E, trasformatasi in un gatto scuro con un occhio nero ed uno celeste, svanì nel nulla.

Il castello di Cly dopo un temporale (Foto: Leonardo Acerbi)
Il castello di Cly dopo un temporale (Foto: Leonardo Acerbi)

Col gatto svanì anche la nebbia e Denise si ritrovò nella piazza d’armi del castello, circondata da soldati. I vessilli e i gonfaloni dei Cly si gonfiavano nel vento. Tutto era illuminato e c’era un via vai di uomini e animali. Il maniero di Cly era tornato a splendere. Le guardie si gettarono sulla ragazza ritenendola una ladra o una mendicante e fecero per catturarla quando il signore, Pietro di Cly, uscì correndo dal castello.

“Fermi! Non toccatela! Lei è una mia ospite”; poi, rivolgendosi a Denise, rimasta senza parole davanti a quel giovane incredibilmente bello, disse: “Grazie Denise. Mi hai salvato! E grazie a te ho capito molte cose. Riparerò i miei errori. Queste terre torneranno ricche e floride!”.

E fu così che Denise rimase a vivere a Cly, amata sposa di Pietro che, da parte sua, fece aggiungere tre lune crescenti allo stemma di famiglia a perenne ricordo di quanto accadutogli. Divenne un signore magnanimo, giusto e buono. A tutti dava ascolto e portava aiuto.

Lo stemma degli Challant Cly
Lo stemma degli Challant Cly

Decise quindi di tornare, a piedi, alla casupola solitaria della vecchia che aveva tentato dio uccidere. Erano passati decenni.. chissà cosa ne era rimasto… chissà se esistevano dei nipoti, qualcuno da poter aiutare. Giunto lassù, al colle di San Pantaleone, vide che la casetta era esattamente come se la ricordava, nulla era cambiato. La porta era socchiusa ed entrò, in punta di piedi, con rispetto.

Una voce lo salutò da un angolo buio: “Bentornato Pietro, Signore delle Tre Lune! Ti stavo aspettando!”. Pietro si avvicinò e la vide: l’anziana donna con un occhio nero ed uno celeste era lì, seduta, immobile davanti a lui esattamente come era rimasta nei suoi ricordi. “Perdonami!”, disse Pietro inginocchiandosi, “ora porrò rimedio. Posso solo conoscere il tuo nome?”.

“Certo, Io sono la saggia Evenzia. Che tu sia il benvenuto! Viva Cly e il Signore delle tre lune!”.

Stella

Voglio ringraziare l’amico e fotografo Emi Dattolo per le bellissime foto concessemi per illustrare questo racconto. Nella storia ritroverete un pò tutto: il castello, naturalmente, ma anche il Comune di Saint-Denis (nella figura dell’erborista Denise), la festa del vischio che qui si celebra a inizio dicembre e la cappella solitaria di Saint-Evence (la saggia maga Evenzia e la sua casetta sul colle di Saint Pantaléon).

 

La bambina che giocava con le stelle. Alle origini di Aosta romana

Due grandi occhi azzurri. Sì, questo colpiva di lei al primo incontro. Immensi, quasi di ghiaccio, ipnotici, capaci di prenderti e non lasciarti più; capaci di leggerti dentro.

Due grandi occhi azzurri, incastonati in un viso di porcellana e ombreggiati da lunghe ciglia dorate. Due gocce di cielo, lo stesso cielo che l’avrebbe accompagnata per tutta la vita.

Mia figlia Ottavia, cui questo racconto è dedicato.
Mia figlia Ottavia, cui questo racconto è dedicato.

Lei era Ottavia. Figlia di Gaio Ottavio e di una donna misteriosa dal nome arcaico, Ancharia; un nome di dea, una divinità del raccolto venerata sin da prima che venisse fondata Roma nelle terre che si affacciavano ad Est sul Mare Adriatico. Una donna di cui davvero poco la gente sapeva e che ugualmente poco si lasciava vedere.

Questo sicuramente compensava l’estrema notorietà del padre, un cavaliere molto in vista, discendente della gens Octavia, di cui fu il primo a divenire senatore.

Anche se fisicamente assomigliava al padre, Ottavia si sentiva assai simile alla madre nel carattere: schiva, a tratti misteriosa, molto riservata e amante dello studio. Ciò che più la attirava era lo studio del cielo, delle stelle, del loro significato e dei loro mutevoli ma ineluttabili influssi sulla vita degli uomini.

Suo padre non approvava questa sua passione e glielo ricordava spesso, ma lei, ostinata, sin da quando aveva imparato a tenere lo stilo in mano, cercava di intrufolarsi nelle sedute dei sacerdoti e di imparare come poter leggere il cielo e, attraverso di esso, aspirare a capire o ad intuire le mosse degli dei.

Sua madre, invece, donna devota e attenta custode delle tradizioni, aveva sempre apprezzato questa sua inclinazione e sempre l’aveva sostenuta; fondamentale fu l’averla introdotta in casa di un conoscente, tale Appuleio, un àugure importante, ossia uno di quei sacerdoti capaci di leggere la volta celeste interpretando il volere divino, che da subito si era affezionato a quella timida pargoletta bionda dall’ingegno acuto e dalla vivace curiosità.

Quell’incontro presto divenne consuetudine e il buon Appuleio aveva capito che Ottavia possedeva un talento fuori dal comune: la sua passione era vera e profonda e imparava molto in fretta. Con piacere iniziò a formarla nella scienza delle costellazioni e, col tempo, ad avviarla alla comprensione dei segnali che il cielo invia per dare indicazioni agli uomini.

Mia figlia Costanza e le "sue" stelle
Mia figlia Costanza e le “sue” stelle

“La bambina che giocava con le stelle”: così venne soprannominata Ottavia sin dai cinque anni d’età, con grande orgoglio di mamma Ancharia e dello “zio” Appuleio, quando spesso saliva sulla collinetta dietro casa e per ore si perdeva col naso all’insù.

Appuleio si rivelò fondamentale per lei. Se la portava appresso ogni volta che poteva insegnandole la forma e il nome delle costellazioni, il susseguirsi celeste delle stagioni, i segni fausti e quelli nefasti. Allo stesso modo le insegnò a leggere il giusto sorgere e tramontare del sole, l’orizzonte degli dei benevoli e quello delle divinità ostili; la seguiva nei suoi primi disegni e nelle sue precoci, acerbe ma brillanti intuizioni; le insegnò anche a distinguere il volo degli uccelli, qualora provenissero da est oppure da ovest.

Ottavia cresceva in bellezza, intelletto e sapienza. Le stelle, per lei ambasciatrici degli dei; aveva capito che suo compito, tuttavia, non era quello di conoscerle scientificamente, ma piuttosto quello di leggervi un messaggio e di comunicarlo correttamente agli uomini.

Amava seguire gli àuguri nel loro lavoro: era affascinata da quei sacerdoti che, puntando il loro bastone ricurvo al cielo, riuscivano a capire se un’azione andava intrapresa oppure no, se una città andava fondata e, se sì, come, con che procedura e con quale orientamento.

 

Era il 23 settembre del 63 a.C.: il matrimonio tra i suoi genitori era, ahimè, presto naufragato. Suo padre si era risposato con una donna nobile e influente, Azia. Da lei aveva avuto prima una figlia, cui aveva dato il suo stesso nome, e poi il tanto desiderato figlio maschio.

23 settembre 63 a. c.: alle prime luci dell’alba l’aria fu riempita dei primi vagiti di suo fratello minore: Ottaviano.

E lei, Ottavia, capì subito che quel frugoletto mingherlino avrebbe avuto un grande avvenire: lo aveva visto nelle stelle. Concepito sotto il segno del Capricorno e nato in Bilancia, Ottaviano avrebbe conquistato il mondo con arguzia, caparbietà e fine strategia politica. Sarebbe stato un uomo molto importante, un uomo straordinario che avrebbe lasciato un’impronta indelebile, nonostante le invidie e i malumori che necessariamente avrebbe provocato.

Ottaviano divenne presto il prediletto fino a che, compiuti 18 anni, venne persino adottato dallo zio Giulio Cesare, atto che sancì l’avvio alla carriera politica di quel fratellino promettente.

Ottavia era così affezionata a Ottaviano che per lui auspicava solo il meglio; e lui, da parte sua, non appena crebbe un po’, iniziò a provare una forte ammirazione per quella sorella così “strana”, studiosa e particolare. “La bambina che giocava con le stelle”, infatti, aveva una forte influenza su di lui e Ottaviano ne cercava con piacere la compagnia chiedendole spesso di spiegargli ciò che sapeva e di raccontargli cosa vedeva nel cielo.

Gli anni trascorsero veloci e sempre più densi di avvenimenti importanti. Ottaviano svelò assai presto le sue doti e la sua scalata sociale, grazie anche al fondamentale appoggio dello zio Giulio Cesare, fu inesorabile.

Ottavia seguiva il fratello da vicino, pur restando nell’ombra. Lo consigliava in tutte le sue iniziative suggerendogli anche mosse fondamentali che lo portarono a sbaragliare definitivamente il rivale Marco Antonio e al titolo di Augusto, princeps, nel 27 a.C.

Ottaviano sapeva che Ottavia studiava le stelle per lui e coltivò grazie a lei un fortissimo interesse per la scienza celeste tanto da farvi ricorso in ogni occasione importante, aiutato anche dall’astrologo di palazzo, Macrino.

Erano gli anni in cui le legioni di Ottaviano si trovavano impegnate sul fronte nord-occidentale, distribuite lungo la catena delle Alpi, per domare definitivamente le riottose e temibili tribù galliche. Il fratello voleva portare a termine quanto iniziato dallo zio: Cesare era infatti riuscito ad usare quei monti solo come un passaggio, ma adesso era tempo che le terre dei Galli fossero rese sicure e diventassero province di Roma.

Non era semplice, per nulla. Ottavia aveva spesso messo in guardia il fratello: non tutti i passi erano buoni e gli dei non erano ancora favorevoli all’insediamento di Roma.

Inoltre non tutti i territori erano uguali: in alcuni avrebbe potuto percorrere la via della diplomazia, in altri quella del denaro, in altri invece avrebbe dovuto usare le armi.

Verso nord-ovest, ad esempio, la Via delle Gallie era stata aperta, ma la sua sistemazione e il suo controllo erano assai difficili. La popolazione che abitava l’aspra vallata della Duria Maior, come i Romani avevano chiamato il grande fiume argenteo che solcava quei monti irti di insidie, sembrava assolutamente incontrollabili. Impossibile scendere a patti! Inoltre erano divise in decine di clan con cui era un vero problema stabilire degli accordi.

Ottaviano decise di prendersi un compagno d’azione: Aulo Terenzio Varrone Murena, con cui attaccare i clan più importanti, quelli dell’area centrale, agendo su due fronti: Murena da sud e l’amico Marco Vinicio, già reduce da vittorie nella Gallia centrale e nel Vallese, da nord.

Ottaviano stravedeva per Murena e si fidava ciecamente di lui. Ottavia, invece, non era dello stesso avviso: “Attento, fratello! Ti porterà sì alla vittoria tra i monti, ma ti tradirà!”.

Fu quindi l’astuzia e la strategia di Murena a sbaragliare i Salassi (questo il nome di quelle popolazioni figlie delle rocce e caparbie padrone dei passi alpini).

Ottavia non riusciva però a condividere del tutto l’entusiasmo di Ottaviano. Murena si comportava da devoto “fratello” nei confronti di Ottaviano e si era offerto di occuparsi in prima persona delle operazioni conclusive sovrintendendo lui stesso alla fondazione della nuova colonia.

“No Ottaviano! No! Non lasciarlo fare perché non rispetterà il volere degli dei. Se sarà lui a fondare la colonia, anche le antiche divinità dei monti si ribelleranno perché lui le offenderà cercando di cancellarne il ricordo seppellendole sotto la “sua” città! E presto ti tradirà!”

Ottaviano non poteva crederle e, nonostante l’astrologo Macrino concordasse con la sorella, stava per delegare tutto a Murena. “Tradirmi, Murena…mia sorella è impazzita! No, non è possibile…”, pensava Ottaviano.

Ma ecco che un’altra autorevole voce intervenne: era Appuleio il giovane, nipote di quell’Appuleio che aveva seguito Ottavia nei suoi studi. Questo giovane era anch’egli un sacerdote influente, era un flàmine del culto del divo Giulio, il culto dedicato a suo zio Giulio Cesare che, dopo la morte, salì al cielo tra gli dei annunciato da una splendente cometa: il sidus Iulium, la stella Giulia.

Appuleio si affiancò a Ottavia e a Macrino: tutti e tre gli ricordarono l’importanza di quella fondazione per la quale sarebbe stato fondamentale orientare la nuova città alla costellazione che lui stesso aveva scelto come simbolo della sua politica e come auspicio di una nuova florida età dell’oro: il Capricorno. Non doveva sottovalutare quella zona, così strategicamente racchiusa in mezzo a vette e passi di cruciale importanza.

“Ottaviano, segui tu personalmente la nascita di questa città. Solo così le garantirai vita eterna così come eternamente riecheggerà il tuo nome tra quelle montagne inviolate, sotto lo sguardo del grande padre Giove e illuminate dal divo Giulio. Scegli il Capricorno, Ottaviano. Scegli il solstizio d’inverno: fonda la colonia nel momento astrale in cui la luce vince sulle tenebre, sotto il segno dell’animale che in sé riassume la terra, il mare e la volta stellata”.

 

E fu così che Ottaviano decise di seguire tali consigli. Nel giorno indicato, gli àuguri incaricati, tra cui anche Ottavia e Appuleio, si recarono nel punto più alto dell’area individuata per disegnare la nuova città. L’alba era scura e gelida. Poi, da un punto a sud dell’Oriente, nascosta dalla mole dei monti, la prima luce fece capolino e iniziò a rischiarare il cielo.

“Non è ancora il buon momento. Aspettiamo”, sentenziò Ottavia; “gli dei vogliono che il sole sia fuori dalle alte ed incombenti montagne che chiudono l’orizzonte a sud. La città dovrà avere il suo Cardo, la via cardine che unisce il Nord al Sud, orientata sul sorgere del sole che, ad una certa ora, invaderà coi suoi raggi la sacra direzione indicata. Una volta individuato il Cardo, potremo proseguire col disegno del solco primigenio”.

Tutto avvenne come previsto. Fu una cerimonia solenne e di forte sacralità. Quando infine la coppia di bovini bianchi, muovendosi rigorosamente secondo il moto celeste, guidata e spinta dai sacerdoti, ebbe finito l’intero giro, Ottaviano si avvicinò alla sorella: “Grazie Ottavia, il tuo supporto è stato come sempre prezioso. Sai dirmi se gli dei hanno indicato un nome per questa città?”.

“Certo, fratello: Augusta Praetoria Salassorum”.

“Salassorum?!! Ma come, con tutti i problemi che ci han dato i Salassi devo anche ricordarli nel nome della colonia?”.

Augusta Praetoria Salassorum, Ottaviano. Questo è il nome! I Salassi costituiranno un elemento fondamentale per la città, da un punto di vista sociale, religioso ed economico. Dopo gli screzi iniziali, vedrai, ti riconosceranno come loro “patronus” e contribuiranno ad un sempre migliore controllo dell’intero territorio, alla sua gestione, alla sua difesa e al suo sviluppo economico”.

Era il solstizio d’inverno dell’anno 25 a.C.

Nasceva la città che si sarebbe poi chiamata Aosta, portando il nome del suo fondatore alto attraverso i secoli.

Ottaviano fece la scelta giusta: Murena, infatti, giunto al consolato insieme a lui, l’anno seguente lo tradì. La cospirazione da lui organizzata fu scoperta e Murena venne condannato a prezzo della vita.

Anche Ottavia fece una giusta scelta: le passioni in comune e la sintonia con Appuleio erano talmente tante e forti che… i due si sposarono con la benedizione di Ottaviano e, naturalmente, delle stelle!

Io a 3 anni e ... il cielo d'inverno!
Io a 3 anni e … il cielo d’inverno!

“La bambina che giocava con le stelle” seppe così guidare suo fratello anche in questa impresa e, chissà, forse sapeva che il luogo cruciale, quello da cui anche lei scrutò il cielo in quell’alba d’inverno (e che oggi è noto come Torre dei Balivi), prima o poi sarebbe stato ritrovato da un’altra donna: una donna che sin da bambina, oltre che con la terra, si divertiva a giocare con le stelle di cui oltretutto, guarda caso,  porta anche il nome!

 

Stella

Martino. Quel santo-soldato che attraversò la Valle d’Aosta

“No, proprio no… Questa vita non fa per me. Non ce la faccio più! Prima o poi dovrò decidermi e prendere una decisione radicale, definitiva!”. Questi e altri pensieri affollavano la mente del giovane soldato che, pensieroso e solitario, si aggirava in sella al suo cavallo lungo le mura della città di Samarobriva, importante città commerciale e militare della Gallia Belgica. Era novembre. Un vento freddo carico di umidità soffiava da giorni, incessante, da nord, dalla terra di Albione, portando con sè un forte odore di mare. Quel giorno una pioggia battente stava imperversando sulla città. Il terreno era già una distesa fangosa.

Stretto nel suo caldo mantello di lana il giovane soldato si accorse che stava perdendo sensibilità alla punta delle dita dei piedi e delle mani. “Che freddo… forse è meglio rientrare all’accampamento. Magari riesco a riflettere anche seduto accanto al fuoco, anziché continuare a gelare qui fuori!”.

Ad un tratto uno strano fagotto attirò la sua attenzione. Un groviglio di poveri cenci, un paio di gambe seminude magrissime e di braccia quasi scheletriche: un uomo, in evidente stato di sofferenza, se ne stava rannicchiato contro le mura, vicino alla porta d’ingresso della città. Il giovane soldato si avvicinò. L’uomo, sui trent’anni ma apparentemente più vecchio, ebbe giusto la forza di alzare gli occhi cerchiati da profonde occhiaie viola verso di lui; socchiuse le labbra, come volesse parlare, ma non ne aveva la forza. Da quel misero cencio consunto con cui tentava di ripararsi dai rigori del clima, probabilmente un vecchio sacco sdrucito, estrasse una mano ossuta e la tese verso il giovane a cavallo.

Costui non indugiò oltre. Scese dal destriero, decisamente meglio bardato del poveretto a terra, e con un colpo netto di spada tagliò a metà il suo caldo mantello invernale di lana cotta per condividerlo con l’uomo sfinito dal gelo e dalla fame. Glielo posò delicatamente sulle spalle e lo chiuse. Passò una mano amica su quel volto e pronunciò parole di conforto.

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Quegli increduli occhi incavati improvvisamente si accesero: lacrime di commozione illuminarono lo sguardo azzurro di quel poveretto che riuscì ad alzarsi, ad accennare un inchino e baciare la mano generosa che gli aveva mostrato pietà e carità.

Felice, il giovane soldato rientrò al campo. Ma quell’incontro aveva fatto scattare qualcosa di molto particolare dentro di lui. Mentre rientrava alla sua tenda, sapeva che da quel momento la sua vita sarebbe cambiata.

“Martino! Martino! Ma dov’eri finito?!”. La voce squillante di Marcello, suo amico da sempre e compagno d’arme, lo ridestò.

Il giovane ebbe come un sussulto. “Martino… questo è il mio nome. Mi venne dato da mio padre, il valoroso comandante della legione di stanza nella Colonia Claudia Savariensium, nella lontana provincia di Pannonia. Lì vidi la luce. Un padre autoritario, severo, esigente. Un padre che vedeva in me un grande guerriero, un valoroso soldato al servizio di Roma, quale lui per tutta la vita era stato e con sommo onore. Mi ha cresciuto così, secondo la sua volontà, avviandomi al mestiere delle armi. Avviandomi al culto del dio Mithra, dio nato dalla roccia, figlio del Cielo e della Terra; avevo già assistito a diversi Misteri, ma qualcosa di non spiegabile mi impediva di sentirmi parte di quel gruppo, di quel culto del quale, invece, lui era da sempre un fervente seguace, un adepto, uno di quelli che erano ormai giunti oltre la sesta porta, quella di Giove, la porta bronzea. Ne restava solo una, la settima, quella di Saturno, per raggiungere il grado iniziatico maggiore.

E l’ho sempre seguito, lungo le infinite strade dell’Impero, ad ogni angolo del mondo, in province sconosciute e terre straniere. Ho passato l’infanzia nei pressi della città di Ticinum (che, mi pare, oggi voi chiamate Pavia), e sempre al seguito di mio padre ho viaggiato in buona parte delle province continentali del grande Impero di Roma.

Cammino

Ed eccomi qui, ora, non più soldato di Roma ma al servizio di Cristo Gesù. Ripenso a quell’episodio accaduto alle porte di Samarobriva… un episodio che mi ha segnato per sempre. Dopo aver abbandonato l’esercito non ho più avute notizie di mio padre. So che la legione ha fatto ritorno in Pannonia. Il vescovo Ilario mi ha battezzato e ora mi sento un uomo nuovo! Ho deciso di tornare a Sabaria, dai miei genitori: voglio condividere con loro questa mia nuova condizione. Voglio che anche loro conoscano la fede in Cristo e vengano battezzati. Mio padre sarà sicuramente un osso molto duro e del resto è ancora profondamente offeso con me… ma con mia madre credo di avere margine di riuscita…

In questo inverno gelido in cui mi vedo costretto a viaggiare, eccomi in questa valle prima a me sconosciuta. Ho superato quasi per miracolo il colle dell’Alpis Graia scendendo fino al villaggio di Ariolica tra infiniti pericoli e rischi. Una natura impervia, infida, seppur dotata di un suo fascino inspiegabile. Il mio passato nell’esercito mi ha temprato; sono rotto a tutto! Ma queste montagne non state affatto semplici da superare.

Da Ariolica, dove ho riposato e mi sono ben rifocillato, ho guadagnato il fondovalle insieme ad alcune guide locali, in gruppo con alcuni mercanti. Ho visto paesaggi straordinari dove il genio militare romano ha saputo realizzare opere incredibili pur di arrivare ad ottenere una strada degna di questo nome. Le strade dell’impero… sono uno degli elementi che han fatto la potenza di Roma!

Anche in queste terre di confine, strette da gole vertiginose tra rocce, strapiombi e torrenti impetuosi, circondate da boschi impenetrabili, la strada romana è un punto di riferimento, una certezza.

Eccomi ad Augusta Praetoria: la vedo in lontananza, con le sue mura e le sue torri. Ne ho sentito parlare sin dalle terre galliche, come di una città bellissima, ricca, vivace, ma che da alcuni anni a questa parte soffre di un progressivo declino. La gente che la abitava se ne sta allontanando, non sentendosi più così sicura come una volta. Le scorribande di popoli stranieri stanno iniziando a farsi sempre più violente e ripetute. Eppure l’imperatore Costantino solo alcuni decenni fa ha proceduto ad un vasto intervento di monitoraggio e manutenzione delle arterie stradali, anche di questa via che collega la Transpadana alle Gallie, un asse viario decisamente strategico!

Ma ormai la sera è vicina, le ombre della notte si allungano rapidamente e il freddo è già pungente. Mi fermerò in questo sobborgo alla periferia occidentale della città; vedo un gruppo di case, una fattoria. Vedo che ci sono luci, proverò a chiedere ospitalità.

“Ma cosa fate in giro a queste ore? Chi siete? Andate via! Non abbiamo nulla, siamo povera gente! Quel poco che avevamo ci è stato portato via, o dai barbari o dalle tasse dell’imperatore! Andate via! Cercate alloggio in città piuttosto!”.

La voce che aveva risposto al suo bussare dalla fattoria era nervosa, concitata… Martino provò a spiegare chi era, che non voleva nulla se non un pagliericcio e un tetto per la notte e che avrebbe pure pagato per quella generosità! Ci volle tutto l’impegno per convincere l’uomo ad aprire la porta, ma alla fine ci riuscì.

“Che Dio sia con voi, fratello”, salutò Martino. “Dio? E quale? Giove? Mithra? Asclepio? Ercole? o forse qualche misterioso dio egiziano? Come lo chiamano… Serapide?.. ne avete talmente tanti… ma nessuno che mostri un pò di bontà e di carità nei confronti della povera gente!”, esclamò l’uomo visibilmente contrariato.

“L’unico Dio, fratello. Il Dio della Carità, dell’amore e della condivisione”. L’uomo lo fissò perplesso. Non capiva quelle parole né mai le aveva sentite… “Mah, cos’è un culto nuovo? Una nuova bugia? Ah, sì… quello autorizzato e ufficializzato da Costantino, giusto? Noi siamo gente semplice, gente che vive nei campi e si spacca la schiena tutti i giorni! Noi siamo legati alle nostre antiche tradizioni, quelle che ci hanno insegnato i nostri padri e i padri dei nostri padri, da sempre”.

Martino lo ascoltava con grande attenzione e interesse, senza sbottare o mostrare fastidio. L’uomo se ne accorse e gli diede fiducia. “Ma voi, chi siete? Da dove venite?”. Martino allora gli raccontò della sua vita, dei suoi lunghissimi viaggi, dei tanti posti che aveva visto e del perché stava tornando in Pannonia. Colui che lo aveva accolto in casa infine si presentò: “In città mi chiamano Darius, ma il mio vero nome è Daro, il figlio della quercia”. E fu così che, davanti al fuoco e con un piatto di zuppa, giunse infine il sonno ristoratore.

La mattina dopo Martino si svegliò di ottimo umore, pronto a ripartire. Chiamò l’uomo che lo aveva ospitato, ma in casa non c’era nessuno. Uscì. Davanti a lui si stendeva un’ampia campagna ondulata; in lontananza, verso sud, il baluginare del fiume e, all’orizzonte, le due altissime vette che dominavano la valle. La notte aveva lasciato un velo di ghiaccio su ogni cosa. Ad un tratto udì delle voci provenire da un campo più a nord. Si incamminò in quella direzione. un gruppetto di uomini e donne era raccolto intorno ad una grande quercia. Tutti mormoravano. Una nenia incomprensibile, quasi una melodia, si diffondeva nell’aria.

“Martino, buongiorno! Vieni, unisciti a noi!”. Il suo ospite lo stava chiamando. Martino venne quindi presentato alla piccola comunità, evidentemente incuriosita e in parte non priva di sospetto.

“Vieni Martino. Qui siamo tutti parenti, amici, sodali. Qui siamo tutti eredi dell’antico popolo di queste montagne. Quel popolo capace di muoversi veloce sugli strapiombi rocciosi anche nel buio più nero. Quel popolo che adorava le rocce, il cielo, gli alberi. Un popolo molto antico in grado di vivere in simbiosi perfetta con la natura senza bisogno di stravolgerla e piegarla alle sue necessità. Questo luogo, che ai più appare come un povero grappolo di catapecchie fuori dalla bella Augusta Praetoria, è in realtà un luogo sacro. Vedi questa grande quercia? ha centinaia di anni, è qui da sempre, dal tempo del non-tempo, da quando il Mito era Storia. E’ la nostra memoria, il simbolo della nostra identità”.

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Martino era rapito dall’eloquio appassionato di Daro; voleva capire, conoscere. Tuttavia non voleva rinunciare alla sua missione e iniziò col raccontare loro dell’episodio del mantello tagliato e delle visioni che ne seguirono. Di come tutto questo aveva cambiato la sua vita e il suo destino.

La gente di Daro lo ascoltava, capiva che Martino era un uomo buono e non era lì per far loro del male.

“La tua storia è bella e toccante, Martino. Questo tuo dio ti ha scelto, ti ha mandato messaggi importanti. Ma noi non lo abbiamo ancora incontrato. Per noi ciò che conta è il cielo stellato sopra le nostre teste, la madre terra che ci nutre, l’eterno ciclo di vita e di morte rappresentato dallo scorrere eterno delle stagioni e dal girare degli astri. In molti hanno già tentato di distruggere questa quercia. Invano. Noi siamo disposti a difenderla con ogni mezzo. Questo albero, Martino, affonda le sue radici assai in profondità. Noi conosciamo questo terreno, lo coltiviamo e sappiamo i tesori che racchiude. Questo terreno ogni tanto ci restituisce frammenti di grandi pietre piatte, alcune hanno persino un volto! E la grande quercia sorveglia queste pietre e gli spiriti che le abitano. Questo è un luogo diverso da tutti gli altri, Martino. I Romani ci hanno impiantato una delle loro necropoli; qui nulla può essere costruito senza il volere degli antichi dei. La quercia lo impedisce. Qui c’è la nostra città perduta, sai?

“Ma, come si chiama questo luogo, Daro?”, chiese Martino.

“Gli abitanti della città lo chiamano Cordelianum. Per noi sarà sempre Cordela, la città degli antenati, la città delle grandi pietre“.

“Nessuno ne ha mai scritto perché la nostra tradizione è quella di raccontare a voce e memorizzare. Nostro compito sarà proprio quello di non perdere mai questa memoria, ma anzi di tramandarla ai nostri figli, nipoti, discendenti. Sono tempi assai duri, questi caro Martino, ma noi non demorderemo. La gente che vuole ascoltare la voce delle pietre si sta rarefacendo. L’angoscia di questo volgere di anni, la crisi dell’autorità imperiale, le continue migrazioni di popoli sconosciuti e spesso nemici, non aiutano questo genere di ascolto ma piuttosto la ricerca di una via di fuga, spesso solo un abbaglio temporaneo. Noi invece abbiamo deciso di cercare rifugio nel nostro passato, nelle nostre credenze, e le proteggeremo ad ogni costo”.

Martino decise di fermarsi in quel sobborgo ancora un pò. Da una parte Daro era uomo saggio e amava stare ad ascoltarlo, ad imparare; in quel piccolo popolo Martino ritrovava persino briciole di quella antica religione che ricordava praticata nelle campagne della Pannonia e della Gallia, ma che nessuno gli aveva mai spiegato davvero. Dall’altro gli sembrava di essere tornato a Siccomario, il modesto villaggio alla periferia di Ticinum dove aveva trascorso gli anni tra infanzia e adolescenza. Eh, già… proprio una vita in periferia la sua. E lì, alle porte occidentali di Augusta, stava riscoprendo una volta di più sebbene in modo ancora diverso, tutto il senso e il valore di quel suo “essere in periferia”. La sua missione erano le periferie, lì doveva stare! Lì serviva la sua parola.

Quella sera Daro condusse Martino in visita ad una donna molto anziana, considerata la saggia del clan. La donna aveva infatti espresso il desiderio di conoscere personalmente questo insolito viaggiatore che si muoveva da est a ovest attraverso l’impero. E soprattutto che aveva storie così diverse da raccontare!

“Prego, entrate pure”. La voce della donna era sottile ma profonda; Martino si accorse subito che riusciva a toccare le corde dell’anima. Quando la vide restò colpito da quello sguardo indagatore, quegli occhi di cui non si vedeva la fine, dal taglio affilato e incorniciati da ciglia ancora lunghe e nerissime nonostante l’età.

” Io sono Maricca. Molte lune sono passate da quando aprii per la prima volta gli occhi al mondo. Ho visto molte cose. E sento che tu sei un uomo buono, venuto a portarci importanti novità”. Martino era ammaliato. Raccontò a Maricca la sua storia; ad un certo punto lei gli disse: “Ho visto queste cose. E so che quanto dici corrisponde a verità. Tu vuoi far conoscere la tua fede e questo è legittimo. Ma fallo con rispetto, in punta di piedi. Non distruggere le tradizioni degli antichi. Noi non siamo spiriti malvagi e siamo disposti ad ascoltarti. Qualcuno potrà e vorrà seguirti da subito; altri no, ma probabilmente i loro figli o i loro nipoti, sì. Sarà il tempo a decidere”.

Martino era senza parole. Quella donna sembrava conoscerlo molto più di quanto non credesse…

Quella stessa sera il piccolo popolo di Daro e Maricca si radunò alla luce di un grande falò vicino alla quercia secolare; erano venuti ad ascoltare Martino. E il giovane soldato di Cristo parlò loro della sua fede, del messaggio di salvezza, di resurrezione, di vita eterna. E si rese presto conto che quegli stessi concetti non erano poi così lontani dalle loro credenze. Erano un’altra forma dell’eterno ciclo di vita-morte-rinascita. Martino cercò quindi di adottare una strategia già spesso utilizzata in passato dai Romani: il sincretismo. Una parola difficile, certo, ma che racchiudeva una profonda saggezza.

Martino cercò di utilizzare sapienti parallelismi, andando ad illustrare innanzitutto i punti di contatto tra le due fedi e spiegando loro che, in fin dei conti, il suo Dio era rintracciabile nella natura stessa. Il popolo di Cordela però non capiva come potesse essere uno solo vista la molteplicità di aspetti del mondo naturale… e non capiva come il figlio di un Dio avesse potuto decidere di morire per gli uomini anziché salvarli direttamente intervenendo in maniera più… “divina”, appunto. Ma Martino provò a spiegare loro che la divinità del gesto era proprio quello: morire per mostrare che si sarebbe risorti.

Alla fine Martino si trattenne a Cordela per diverso tempo; il tempo necessario ad imbastire, autorizzato dalla saggia Maricca, una sala di adunanza nella quale sarebbe stata esposta una croce. Questa sala venne costruita intorno alla grande quercia, a voler rappresentare l’incontro dei due mondi, senza danneggiare minimamente la quercia naturalmente!

La partenza fu dolorosa. Martino avrebbe tanto voluto fermarsi, ma non poteva! La sua missione lo avrebbe portato ad attraversare terre sconfinate fino a tornare in Pannonia per poi ritornare ancora…avanti e indietro per portare la novella del Signore.

CONTRO IL DIAVOLO SULL’ANTICO PONTE

Attraversò così tutta la valle Baltea seguendo l’efficientissima strada romana delle Gallie, incontrando uomini, villaggi, soldati; superando torrenti, orridi, paludi…

Sempre ricorderà la sua tappa nel villaggio sulle sponde del torrente Lys… un incontro decisamente “diabolico”. Al suo arrivo vide che solo una traballante passerella in legno univa le due sponde dell’impetuoso torrente Lys il cui transito si rivelava sempre pericoloso, ancor di più quando il corso d’acqua era gonfio e rabbioso per le troppe piogge o per lo scioglimento delle nevi. Ma la popolazione aveva bisogno di passare, e di farlo spesso…Mercanti, contadini, pellegrini, soldati…in tanti dovevano superare l’imprevedibile Lys e quella maledetta passerella spesso mieteva vittime innocenti.

Approfittando di questo bisogno, il Maligno si era insinuato nella comunità e accontentò la popolazione costruendo, nell’arco di una notte, un ponte meraviglioso: alto, solido, possente. Un ponte che sicuramente avrebbe saputo contrastare le onde di piena del Lys. Ma in cambio chiese una ricompensa importante: un’anima. Almeno una. E sarebbe stata di colui che per primo sarebbe transitato sul “suo” bellissimo ponte. E anche per gli abitanti di Pont-Saint-Martin, l’aiuto di Martino si rivelò fondamentale. Fu lui a far passare, per primo, sul ponte, un cagnolino; e quindi fu l’anima della bestiola ad essere “sacrificata” per salvare la gente del posto.

Insomma: storia, fede e leggenda si mescolano perfettamente ancora oggi nel Carnevale di Pont-Saint-Martin dove il nome stesso del paese si deve ad un ponte del I secolo a.C., costruito dal genio romano sulla via verso le Gallie, tuttora splendido e utilizzato.

Ponte romano di Pont-Saint-Martin (da www.guideaostawelcome.it)
Ponte romano di Pont-Saint-Martin (da http://www.guideaostawelcome.it)

Alcuni anni dopo Martino si trovò a ripassare da Cordela. Trovò ancora Daro, assai anziano e malato, divenuto guida spirituale del gruppo che aveva abbracciato la parola di Martino. Purtroppo non trovò Maricca che, nonostante l’ascolto e la comprensione, non aveva voluto abbandonare la fede degli avi, ma che volle farsi seppellire sotto un cumulo di pietre appena all’esterno della sala “comune”.

Anche in quell’occasione Martino si fermò alcuni giorni con loro e, quasi fosse un miracolo, nonostante si fosse agli inizi del mese di Samhain, in quei tre giorni pareva di essere in primavera! Quell’uomo, ex soldato di Roma, era destinato alla santità! Di lì a breve divenne l’acclamato vescovo di Tours, l’illustre apostolo delle Gallie!

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Da quella volta sono trascorsi molti secoli. E molte cose sono cambiate. L’antica Cordela, rimasta sepolta dallo scorrere del tempo e dagli eventi, è tornata a far parlare di sè e al suo nome ha unito il ricordo di Martino: Saint-Martin-de-Corléans!

Saint-Martin-de-Corleans

La sala assembleare voluta da Martino e Daro fu trasformata nel Medioevo in una piccola chiesa col suo campanile; e così la potete trovare ancora oggi.

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Chissà se lì sotto ancora resistono le antiche radici della grande quercia…. probabilmente, sì!

Sicuramente quella che oggi chiamiamo Area Megalitica è un luogo dove poter vivere e toccare l’ancestrale e potente rivelazione della sacralità.

 

Stella

Castel Savoia di Gressoney-Saint-Jean. La regina solitaria e il principe cacciatore

In un tempo lontano, la gente che abitava nel piccolo borgo raccolto intorno all’antico ponte di San Martino era solita mettere in guardia i viaggiatori o i mercanti intenzionati ad inerpicarsi nella rocciosa ed angusta vallata solcata dall’impetuoso torrente Lys.

Dicevano, infatti, che gli spiriti della Natura abitavano quel territorio e che non ammettevano estranei! Nessuno poteva entrare, altrimenti non avrebbe fatto ritorno, oppure ne sarebbe tornato completamente pazzo, ossessionato da incubi e visioni.

Narravano che in quella vallata persino il sole faticava a penetrare, che le rupi erano erte e scoscese, i burroni e le gole terribili, i boschi scuri e fittissimi, il torrente inoltre era governato da una strega volubile e capricciosa, la ninfa Lysia, che spesso causava inondazioni e piogge tremende.

Chiunque avesse tentato di avventurarsi in quella vallata stretta e scura, sarebbe stato vittima di frane, slavine, vortici improvvisi di un vento capace di sradicare gli alberi. Raccontavano che la valle fosse popolata da gnomi malefici e Troll spaventosi che impedivano a chiunque di accedervi: erano infatti chiamati ad assolvere un compito molto molto importante. Ma quale?

Lassù, in alto, oltre l’invalicabile barriera delle rupi e dei gorghi, si diceva che si aprisse, come un miraggio, un luogo splendido, di ammaliante bellezza.

Un luogo dalla Natura rigogliosa ed incontaminata che andava protetto ad ogni costo e soprattutto andava difeso dagli uomini. Era il regno della misteriosa ed inafferrabile Edelweiss, la regina solitaria.

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Nessuno l’aveva mai vista, né lei del resto lo avrebbe permesso, ma già le antiche leggende parlavano di questa regina di straordinaria bellezza, una regina senza tempo e senza età, che viveva da sola in un meraviglioso castello di cristallo costruito apposta per lei dalle fate della grande montagna rosa e dagli elfi dei boschi.

Questa dimora candida, opalescente e brillante si ergeva maestosa nel mezzo di un bosco di pini e abeti che la proteggeva col suo intrico di rami e felci e che, talvolta, poteva persino innalzarsi all’improvviso per renderla invisibile. Quando i raggi del sole riuscivano ad intercettare le alte torri e le guglie appuntite del palazzo, queste risplendevano e brillavano come se fossero fatte di ghiaccio trasparente.

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La regina Edelweiss era figlia di quel luogo, ne era l’anima, e sua missione era difenderlo da tutto e da tutti. Aveva sempre vissuto da sola; le bastava parlare con gli alberi e gli animali della sua valle. Si narra che lei stessa potesse persino prenderne la forma, se voleva, per muoversi con maggior libertà e, addirittura, avvicinarsi agli uomini per studiarli da vicino senza destare sospetti. Unico elemento immutabile era il suo colore: che fosse donna, fiore, volatile o quadrupede era sempre di colore bianco-argento simile alla pallida luce della Luna.

Dicono non avesse neppure bisogno di un compagno, che non si fosse nemmeno mai innamorata, anzi: guai se fosse stata vista! Per il malcapitato sarebbe stata la morte, oppure sarebbe stato immediatamente trasformato in un animale o in una pianta del suo incredibile e variopinto giardino.

E così era sempre stato nei secoli, finché…

Finché un’arcana ed inaspettata congiuntura astrale cui neppure Edelweiss poteva sottrarsi non fece cambiare il clima della vallata. Gli inverni iniziarono a diventare sempre più miti e brevi mentre le estati calde portavano il sole ad attardarsi più a lungo sulla conca e a rendere più fertili i terreni zuppi d’acqua. Si dice fosse assai abbondante un’erba in particolare, assai nutriente, il crescione, molto amata dagli animali ma apprezzata anche dagli uomini.

Edelweiss non si preoccupò. Quello era e restava comunque il suo regno; bastava adattarsi alla nuova situazione dettata dalla Grande Dea, Madre Natura. Non sapeva, però, che non sarebbe più stata sola.

Il costante rialzo delle temperature, infatti, aveva aperto dei colli e dei passaggi sulla grande montagna rosa; transiti mai utilizzati ma che erano stati individuati da uomini provenienti da nord. Uomini coraggiosi, caparbi, abituati alla fatica, al freddo, alle difficoltà. Uomini che avevano dovuto lasciare la loro terra natia per cercare nuove terre e nuove possibilità di commercio. Uomini capaci di muoversi con agilità sulle montagne e in grado di adattarsi anche alla natura più severa. Erano i Walser!

Edelweiss venne presto avvisata dalle fate che gruppi di Walser stavano passando il confine e stavano penetrando nel suo territorio. Questa notizia la fece letteralmente infuriare.

Iniziò a scatenare le forze della natura poste sotto il suo controllo rovesciando fulmini e tempeste, grandinate e gelate, provocando frane di massi enormi, deviando torrenti che così andavano ad allagare pascoli e sentieri. Ma niente! Nulla riusciva a fermare questi uomini! Anzi, più lei devastava i loro carichi e i loro rifugi, più ne arrivavano a dare supporto…

Edelweiss decise allora di lasciarli un po’ in pace, di permettere loro di insediarsi in modo da colpirli quando si sarebbero sentiti più tranquilli abbassando le difese; questo avrebbe causato loro ancora più danni.

Intanto aveva avvolto il suo castello in un incantesimo che lo rendeva invisibile ed inavvicinabile. Il bosco intorno era cresciuto a dismisura e gli alberi erano duri come pietra in modo da non poter essere tagliati.

Ma i Walser riuscirono comunque a costruire un bel villaggio in mezzo ai campi e Edelweiss dovette riconoscere che ertano davvero degli ottimi falegnami, abili carpentieri e sagaci agricoltori.

Di notte, sotto forma di gatto, o di civetta, si avvicinava alle case per spiarli e individuare i loro eventuali punti deboli.

Aveva capito che questa gente aveva un capo: era giovane, un ragazzone alto e robusto, con la barba e folti capelli castani. Un bel paio di occhi verdi illuminavano un viso squadrato, dalla mandibola volitiva e dalla pelle abbronzata. Aveva capito che questo giovane e carismatico capo era il loro principe e si chiamava Louis.

Immagine tratta da gognablog.com-paysage à manger
Immagine tratta da gognablog.com-paysage à manger

Il popolo obbediva disciplinato agli ordini di questo principe che aveva già incaricato alcuni coetanei coraggiosi di perlustrare la vallata e di cercare di individuare una strada che conducesse verso sud, nel fondovalle. Nulla lo spaventava e spesso lui per primo guidava gli esploratori.

Edelweiss capì ben presto che Louis sarebbe riuscito ad aprire il varco. Era forte, agile, veloce e saggio nel prendere le decisioni, conosceva la natura e sapeva evitare i pericoli. Quando poi riuscì a trovare la strada diretta a sud, Edelweiss decise che doveva fermarlo! Ad ogni costo!

Se quella strada fosse diventata sicura e nota, la “sua” valle sarebbe stata invasa dagli uomini e lei non poteva permetterlo.

A Louis erano giunte le voci e le leggende sulla regina solitaria e molti dei suoi non nascondevano un certo timore. Nessuno poi voleva avvicinarsi al grande bosco; lo ritenevano stregato e alcuni sostenevano fosse infestato da spiriti e oscure presenze. Ma Louis era troppo curioso. “Questa ora è la mia terra!”, sosteneva, “e devo conoscerne ogni angolo. Se davvero esiste questa regina misteriosa, che abbia il coraggio di mostrarsi e venirmi a parlare! Io sono qui e ci resterò!”.

“Quell’arrogante sbruffone! Ma non sa con chi ha a che fare. Ora ha davvero superato il segno! La mia vendetta non tarderà! Io, regina Edelweiss, tornerò presto ad essere l’unica Signora di questo luogo!”. L’ira della regina era incontenibile; Louis andava tolto di mezzo!

Edelweiss iniziò a rendergli la vita sempre più difficile, causandogli innumerevoli sventure: la perdita del raccolto, un devastante incendio, i campi allagati, una terribile epidemia sul suo bestiame… ma niente! Louis era sempre supportato dall’affetto dei suoi compaesani; non c’è che dire, erano un popolo decisamente forte ed unito!

“Ah sì, eh… Louis?! Ma io non mollo, sai? Anzi, ti colpirò dritta dritta nei tuoi desideri…” e la regina escogitò il suo piano.

Sapeva, infatti, che la più grande passione di Louis era la caccia. Spesso lo aveva spiato e seguito, sotto forma di animale, per vederlo in azione, capirne le strategie, coglierne anche gli errori. E aveva capito che il suo più grande sogno era quello di catturare (non di uccidere!, tutti i cacciatori sanno che porterebbe male!) uno stambecco bianco.

Animale raro, prezioso, superbo e solitario che, si diceva, viveva sui picchi rocciosi più isolati ed irraggiungibili.

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Edelweiss decise così di trasformarsi in un magnifico stambecco bianco e iniziò a solleticare la curiosità di Louis: si faceva vedere, talvolta scendendo persino vicino alla sua baita, lo faceva avvicinare per poi improvvisamente fuggire e scomparire. Lo seguiva persino nei sogni e tanto fece finché non divenne un’ossessione.

Lo stambecco bianco si era impadronito dell’animo di Louis che ormai si dedicava solo a quello trascurando la sua gente e i suoi lavori abituali. Divenne irascibile, scontroso… dalle prime luci dell’alba fino a notte suo chiodo fisso era quell’animale! Tanto che ormai alcuni pensavano fosse diventato pazzo; altri iniziarono a nutrire sospetti verso di lui e a mettere in giro la voce che non fosse più adatto ad essere il capo.

“Molto bene”, pensava Edelweiss, “sto per raggiungere il mio obiettivo”.

Una sera, quasi all’ora del tramonto, Louis ancora si aggirava tra le rocce alla ricerca dello stambecco: ” Sono sicuro! L’ho visto! E’ passato lassù!”. Edelweiss giocava con lui e continuava ad apparirgli, un pò qui e un pò lì. E lo stambecco saliva, saliva, sempre più in alto, saltando agilmente tra gli strapiombi e le pareti scoscese fino a raggiungere il limite delle nevi.

Ma Louis, sebbene stanco e disorientato, non voleva fermarsi. E lo seguiva, lassù, dove la sola luce lunare non può bastare, dove la neve ed il ghiaccio si fanno nemici ingannevoli e fatali.

“Eccolo! Ora sarai mio!”. Sì, lo stambecco era lì, immobile, a pochi passi da lui! Louis con un balzo si lanciò sull’animale per afferrarlo, ma… sotto di lui si aprì un baratro! Louis precipitò nel vuoto ghiacciato fino a fermarsi su un ripiano.

Ferito, sanguinante, una gamba e qualche costola rotte, ma ancora vivo. Guardò verso l’alto gridando e chiedendo aiuto. Lo stambecco si affacciò sul crepaccio, fissandolo.

Ad un certo punto l’animale si dissolse in un vortice di neve brillante e al suo posto apparve lei, Edelweiss. La regina non gli staccava gli occhi di dosso. Louis credette di essere ormai spacciato, vittima di incubi e visioni.

Ma quando improvvisamente la ebbe accanto, ne restò affascinato. Lei, dal canto suo, decise di risparmiare la vita a quel giovane uomo che, nonostante tutto, l’aveva colpita col suo carattere forte, la sua sana testardaggine e la temerarietà.

“Sono Edelweiss, regina di questa valle. Credo tu sappia di avermi offesa”.

“Ora capisco tutto”, le rispose Louis con l’ultimo filo di voce che gli restava, “ti chiedo perdono, ma se vorrai uccidermi, lo capirò”. “No, non ti voglio uccidere. Ma se accetterai di essere trasformato in uno stambecco bianco, ti lascerò vivere accanto a me, per sempre! Ti renderò immortale.”

Louis riflettè. “No, non posso. Perdonami regina Edelweiss, ma a questo punto finiscimi! Io sono il principe Louis. E il mio popolo ha bisogno di me. Spero, anzi, che mi accetti ancora dopo che l’ho così a lungo trascurato…sempre che tu mi consenta di fare ritorno…”

La regina rimase colpita: quell’uomo avrebbe preferito la morte pur di non rinunciare alle sue responsabilità.

Louis, da parte sua, doveva riconoscere che Edelweiss era davvero bella come si diceva. Che non era solo fantasia. E che gli stava proponendo di stare con lei, diventando immortale!”

I loro occhi si incrociarono a lungo in un silenzioso dialogo che parve durare ore. Louis non avrebbe mai dimenticato quel viso bianco come la neve, quei grandi occhi neri senza fine e quella lunga chioma corvina che si confondeva con le ombre…

Al mattino si risvegliò nel suo letto. Era a casa sua e sembrava non fosse successo nulla. Nessuno si ricordava nienteGli dicevano che era stato colto da una febbre altissima, che neanche il dottore era riuscito ad abbassarla e che per ben due settimane era stato a letto in preda ai deliri. Nominava sempre lo stambecco bianco e chiamava la regina Edelweiss.

Rimessosi in forze, Louis decise che avrebbe trovato Edelweiss: quella donna, o fata o strega che fosse, gli era entrata dentro e non poteva più stare senza di lei! Avrebbe voluto rivederla almeno una volta…

Affrontò con passo deciso la salita che portava al bosco che tutti dicevano “stregato”, il bosco dove avrebbe dovuto ergersi il palazzo della regina. Stranamente (o forse no) non fu per niente difficile addentrarsi in quella fitta foresta; Louis aveva quasi l’impressione che gli alberi si aprissero al suo passaggio. Giunse infine ad una radura illuminata dal sole. Lì, al centro del prato, un giovane stambecco bianco lo guardava, immobile.

“Regina Edelweiss, Edelweiss, sei tu, vero?! Sono venuto da te! Voglio che stiamo insieme. Edelweiss, non mi riconosci? Sono Louis!”. Ma lo stambecco, dopo averlo guardato a lungo, improvvisamente con un balzo fuggì. Non era Edelweiss… quello era davvero lo stambecco bianco! Ma Louis, ormai, non era più interessato e non tentò neppure di rincorrerlo o di seguirlo. Non fece nulla. Si accasciò in mezzo alla radura, si prese la testa tra le mani e pianse.

Poi, notò che il prato intorno a lui iniziò a riempirsi di minuscole stelle alpine, argentate e vellutate. Louis si alzò mormorando ” Edelweiss, amore mio…”.

Dai bordi del prato si sollevarono delle mura bianchissime, quasi madreperla. Louis si ritrovò magicamente all’interno di uno splendido castello le cui torri si innalzavano al cielo in un gioco di guglie arditissime. Lui era lì, in piedi, stranito, nel centro di un immenso salone. Ad un certo punto, da un incredibile doppio scalone elicoidale scese lei: Edelweiss.

“Eccoti Louis, sei qui… sei venuto a cercarmi… e per me hai rinunciato al vero stambecco bianco, tuo grande desiderio!”.

“Sei tu, Edelweiss, il mio più grande sogno. Vorrei tanto diventasse realtà!”.

“Lo diventerà. E questa sarà nei secoli la dimora del nostro amore! Qui tutto dovrà parlare di noi, Louis. Per te rinuncio alla mia immortalità. Non sarò più una fata. Sarò una donna, pur sempre regina, ma del tuo cuore”.

E da quel momento il castello fu visibile e accessibile a tutti. La valle intera, dalla grande montagna rosa fino all’antico ponte di San Martino, festeggiò le nozze tra Edelweiss, un tempo regina solitaria, e Louis, il coraggioso principe Walser.

 

Questo racconto è dedicato a Castel Savoia, alla splendida valle del Lys e all’amore taciuto e sventurato, tra la regina Margherita di Savoia e il barone Luigi Beck Peccoz. Un profondo affetto ed una comunanza di sentimenti univa Margherita al barone alpinista; nella realtà ciò non è stato, ma sicuramente sappiamo che qui, tra queste montagne e in questo castello, così fiabesco e femminile, Margherita si sentiva davvero se stessa.

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Anche stavolta un GRAZIE speciale all’amico Enrico Romanzi (www.enricoromanzi.it) per la suggestiva foto di copertina.

Stella

 

Castello di Fénis. Lo stregone mutaforma e il bosco degli inganni

Un’altra splendida giornata di sole illuminava la verde valle Baltea. Era già autunno inoltrato, ma quell’inizio di novembre aveva tutto il sapore di un gradevole strascico d’estate. Il grande fiume, gonfio e rumoroso, solcava fiero la distesa di campi e prati nel suo lungo viaggio verso le ampie pianure. Gli uomini erano felici e il piccolo borgo rumoreggiava di vita e feste campestri.

Ma purtroppo quella felicità era destinata ad interrompersi assai presto. Nessuno si sarebbe mai aspettato quello che stava per accadere…

Alcune notti prima, sulle vette ricoperte di roccia e neve, un malvagio signore assetato di potere aveva usato il suo sapere e le sue conoscenze per appropriarsi di una magia potentissima e da lungo tempo dimenticata: la magia oscura delle comete a otto punte.

Quel perfido signore, nel suo rifugio perso tra i ghiacci, aspettava solo la notte giusta, la notte in cui sopra quelle montagne sarebbe passata la magica cometa capace, se imprigionata, di dare un potere immenso, di dare la quasi totale invulnerabilità.

Eccola, finalmente! La volta celeste, prima nera ed impenetrabile, improvvisamente rifulse di bagliori dorati, di fiamme e di lunghe scie di polvere di stelle.

“Eccola! Sei qui! Ora sarai mia!”. Il malvagio signore raggiunse un picco di roccia e da lì, urlando un’antica formula, aprì il suo immenso mantello nero e si gettò nel vuoto al passare della cometa.

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Un fulmine di fuoco squarciò le tenebre. Un boato riecheggiò nella valle. Il grande astro a otto punte si gonfiò e si rimpicciolì; divenne una spirale, poi una specie di labirinto pentagonale fino a diventare un punto brillante all’orizzonte. La potente cometa era stata catturata. Un falco, con una stella d’oro al collo, volteggiava riempiendo il buio di acute e ripetute strida.

Era Kymarion, signore delle tenebre e delle nebbie, terribile e crudele mutaforma la cui magia ingannava gli uomini e li rendeva suoi schiavi facendoli cadere nell’oblio.

Da quel momento la valle venne avvolta da una fitta, fredda e nera coltre di nubi; Kymarion volava sulle terre e sui villaggi cambiando il suo aspetto a seconda di chi incontrava. Egli, infatti, era in grado di capire immediatamente quale fosse il più grande sogno o desiderio di una persona; lo incarnava e così attirava il malcapitato nelle spire risucchiandone la linfa vitale per sempre. E la sua forza aumentava giorno dopo giorno. Uomini, ma anche animali e vegetali: Kymarion poteva annientare tutto e di ogni cosa assumere la forma. Poteva anche trasformarsi in esseri mostruosi, in creature generate dagli incubi o dalle paure…

La valle si trasformò ben presto in un luogo tetro e desolato, battita da una pioggia ioncessante che poteva solo diventare neve, ghiaccio, fango.

Kymarion alla fine placò il suo volo scegliendo un luogo dove fissare la sua dimora. Era quello in origine un posto bellissimo, dove ampi prati scendevano dolcemente verso il fiume. Lì, circondata da fiori e meleti, sorgeva un’antica torre merlata di brillante cristallo cinta da altissime mura che, si diceva, fosse la dimora dei Saggi e dei Sapienti.

La lotta fu terribile e, ahimé, la furia diabolica di Kymarion ebbe la meglio. Gli abitanti del vicino villaggio vivevano nel terrore e nella diffidenza; avevano paura di tutto, ogni cosa o persona poteva, in realtà, essere Kymarion.

La dimora turrita dei Saggi venne trasformata in un palazzo oscuro, inespugnabile, circondato da un bosco stregato abitato da sinistre presenze, spiriti maligni, fantasmi spaventosi… Una vera cortina di alberi neri dai rami intricatissimi e dalle grosse radici da cui la nebbia non scompariva mai.

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I poveretti che per caso vi si avventuravano, ignari, credendo di vedere un loro caro, un parente, un amico, oppure il loro bestiame o ancora pentole colme d’oro e gioielli, vi si addentravano senza farne mai più ritorno.Uomini, donne, persino bambini: Kymarion non faceva preferenze… tutti gli servivano per nutrirsi e aumentare il suo potere.

Qualcuno aveva tentato di ucciderlo, ma questo era un errore! Kymarion era invulnerabile grazie al suo potente talismano: la stella d’oro a otto punte da cui non si separava mai, qualsiasi forma prendesse! Fino a che…

Un giorno giunse alla locanda del villaggio un giovane soldato. Veniva da nord, da molto lontano, da una grande isola oltre il mare. Disse di chiamarsi Giorgio. Era molto bello, Giorgio, dai folti capelli biondi e gli occhi azzurri come il mare. Dopo dolorosi fatti di sangue che lo avevano coinvolto, aveva deciso di partire per ritrovare se stesso, per ritrovare la pace, per redimersi. Per questo motivo si era messo in viaggio affrontando un percorso lungo e assai pericoloso che, se Dio avesse voluto, lo avrebbe portato fino a Roma, se non addirittura fino a Gerusalemme: questo cammino era chiamato Via Francigena.

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Dopo aver oltrepassato con grande fatica l’alto valico Pennino si rifocillò fortunatamente nell’ospizio voluto dal saggio Bernardo, uomo santo e coraggioso che aveva sconfitto l’essere oscuro che infestava quei monti tempo addietro.

Giunto nella piana, dopo alcune ore di marcia, venne bloccato da una terribile tempesta di grandine, proprio nei pressi del villaggio vicino al bosco infestato. Ma Giorgio non lo sapeva.

Entrato nella locanda, subito ebbe tutti gli occhi addosso e l’oste lo redarguì, invitandolo a partire l’indomani stesso. Altri gli spiegarono per filo e per segno che quello era un luogo maledetto, gli dissero del bosco “mangia-uomini”, del palazzo nero e di Kymarion.

Giorgio non riuscì a chiudere occhio. Quei racconti lo avevano turbato, eppure c’era qualcosa che gli diceva di non partire, di restare lì, che avrebbe potuto fare qualcosa per quelle brave persone, anche se non sapeva come…

La mattina dopo la tempesta era cessata; un freddo pungente avvolgeva la valle e la nebbia bassa si infilava tra gli alberi e le case. Stava per uscire quando venne chiamato da qualcuno. Si guardò attorno e subito non vide nessuno. La sala sembrava vuota.. “Sei tu Giorgio, il cavaliere pellegrino?”. Giorgio notò allora una figura: un uomo, avvolto in un pesante pastrano grigio e con uno strano copricapo a cono, se ne stava seduto in un angolo e lo guardava.

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Giorgio, sulla difensiva, si avvicinò. L’uomo aveva una lunga barba rossiccia, capelli crespi dello stesso colore e penetranti occhi chiari, quasi color ghiaccio. “Ti aspettavo, cavaliere”, gli disse.

“Ma, ci conosciamo forse? Chi sei?”, chiese Giorgio. “Ora mi conoscerai, cavaliere. L’importante è che tu ti sieda e ascolti quanto ho da dirti!”, sentenziò l’uomo dal cappello a cono.

“Devi sapere che io, e i miei antenati prima di me, viviamo in questo luogo da sempre e per secoli lo abbiamo protetto. Purtroppo l’arrivo del malvagio Kymarion, uno stregone-guerriero, un abile ed imprevedibile mutaforma, un ingannatore senza scrupoli, ci ha colto di sorpresa! Nulla abbiamo potuto perché il suo potere deriva dalla grande cometa a otto punte che lui ha imprigionato in un talismano che tiene sempre al collo! Si è impossessato della nostra dimora e l’ha protetta circondandola con un bosco stregato i cui incantesimi annullano le volontà umane. Kymarion sa agire anche sull’inconscio, penetra nei pensieri, nei sogni, nei desideri… sa illudere, sa incantare e così attira a sé gli uomini… per sempre! Quella che era la torre della saggezza e della sapienza, è diventata la triste dimora del maligno… Ma tu puoi aiutarmi! Le profezie della fata Everda me lo avevano indicato. E io ti stavo aspettando!”.

Giorgio aveva ascoltato ogni parola con estrema attenzione. Era allibito, frastornato… Ma chi era costui? Un povero pazzo? Un visionario? Un mago? Lui non sapeva cosa pensare, eppure… eppure c’era qualcosa nello sguardo fermo e limpido di quell’uomo che lo aveva convinto a dargli ascolto! Tanto, pensò, non aveva nulla da perdere!

“Ma almeno mi dici il tuo nome?”, chiese Giorgio. L’uomo lo guardò e rispose “Non ancora, lo saprai al momento opportuno! Ora seguimi, come prima cosa dobbiamo consultare nuovamente la fata delle acque smeraldine”.

Giorgio, interrogativo e perplesso decise comunque di seguirlo e aiutarlo in questa assurda vicenda. Nel bardare il cavallo, il suo sguardo venne attratto da una bellissima fanciulla bionda che stava attingendo acqua al pozzo. La poveretta era intirizzita dal freddo, aveva le mani congelate e non riusciva a tirare sù il secchio. Ci stava impiegando troppo tempo e perciò venne sgridata dal suo padrone che la trattò malissimo lì, davanti a tutti. Giorgio non esitò e intervenne in sua difesa. La giovane, imbarazzata, lo ringraziò; i loro occhi si incrociarono e fu subito amore. La fanciulla dai grandi occhi nocciola aveva rapito il suo cuore e, di ritorno, l’avrebbe cercata per portarla via con sé.

“Allora ragazzo, ti ci vuole ancora molto?!”. L’uomo “senza nome” lo stava richiamando all’ordine con insistenza. Giorgio saltò in sella e i due partirono verso la grotta delle acque smeraldine per consultare la fata Everda. Entrati in un fitto bosco verde-oro, dove il freddo non c’era e la natura sembrava immune ai malefici di Kymarion, Giorgio notò con grande stupore che le acque del torrente erano di un turchese talmente brillante da sembrare finto e che le rocce tutt’intorno erano di colore viola! Ma che strano posto era mai quello? Tuttavia era pervaso da una piacevole sensazione di serenità.

Giunsero infine davanti ad un anfratto che si apriva nella roccia dal quale usciva l’acqua. L’uomo “senza nome” lo invitò a seguirlo e i due entrarono nella grotta camminando nel torrente. Il sentiero si faceva sempre più buio, rischiarato solo dal riverbero dell’acqua. Poi l’uomo “senza nome” si fermò in corrispondenza di uno slargo dove l’acqua formava una specie di piscina.

“Mostrati splendida e saggia Everda! Ti invochiamo. Abbiamo bisogno del tuo aiuto e dei tuoi consigli!”. L’uomo “senza nome”, sempre stretto nel suo pesante mantello grigio, evocò la fata che, in un abbagliante chiarore color smeraldo, sorse dalle acque e si offrì ai loro occhi.

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“Oh cavaliere pellegrino, Giorgio, giunto qui da terre remote, che tu sia il benvenuto. Ti stavamo aspettando. Solo insieme a te sarà possibile scacciare Kymarion, vero Fenisio?!, disse la fata guardando l’uomo dalla barba rossa.

“Fenisio, allora è questo il tuo nome?!”, esordì Giorgio. L’uomo lo guardò:”Sì, Giorgio. La mia stirpe deve tornare in possesso del palazzo e di queste terre, altrimenti la rovina dilagherà!”.

“Bene valoroso Giorgio. Ora segui attentamente le mie indicazioni, o per te, come per molti prima di te, sarà la fine! Sulle sponde del mio torrente smeraldino nasce un’erba: è molto speciale! I suoi fiori sono piccoli e viola; trovala, raccogline cinque steli e portali con te! Appena prima di entrare nel bosco incantato che circonda il castello di Kymarion, mangiala! E’ l’erba-bussola! Grazie a lei saprai vedere tra le nebbie, saprai trovare il giusto percorso e, soprattutto, saprai resistere alle allucinazioni e alle visioni che creerà lo stregone mutaforma!”.

Dette queste parole, la fata Everda si inabissò.

Giorgio e Fenisio non persero tempo. Raccolsero i cinque steli (“uno per ogni lato delle mura”, gli spiegò Fenisio) e si diressero verso il bosco stregato.

Già nei pressi la natura era assai diversa; il paesaggio era nudo, brullo, bruciato dal freddo e divorato dal ghiaccio. Una densa cortina di nebbia si parò improvvisamente davanti a loro. Per un attimo Giorgio ebbe paura e lo sfiorò l’idea di rinunciare. Ma Fenisio capì i suoi dubbi, si avvicinò e, abbracciandolo come un padre, lo incoraggiò.

“Giorgio, io da solo non posso entrare… ho bisogno di te! Non avere timore; io sono al tuo fianco. La fata Everda ci sostiene e ci proteggerà. Tu devi solo magiare l’erba-bussola. Stai saldo, mi raccomando, perché Kymarion proverà ad incantarti non appena metterai piede nel bosco!”.

L’erba-bussola aveva uno strano sapore, come di aceto… Giorgio però, anche se disgustato, la mangiò. Subito gli sembrò che lo strozzasse, ma poi… poi i suoi occhi si aprirono e, come un gatto, si accorse che poteva vedere distintamente nelle ombre e nella nebbia. Davanti a lui si illuminò un vero e proprio sentiero che si infilava nella boscaglia.

Fenisio si levò il cappello a cono dal quale uscì un fascio di luce. “E’ la luce della Sapienza, Giorgio. Ci aiuterà a vincere e riconoscere le illusioni maligne”.

E le illusioni non tardarono ad arrivare. Forzieri colmi di ricchezze. Armature brillanti. Cibo in straordinaria quantità. Persino la visione di Roma e di Gerusalemme. Nulla! Su Giorgio non avevano effetto! Fino a che Kymarion non gli si presentò nelle vesti della splendida fanciulla vista al pozzo. Sembrava lei… era lei! E gli chiedeva aiuto perché si era persa e aveva paura. Ma Fenisio gli gridò “Giorgio! Guarda i suoi occhi! I suoi occhi!!”

Giorgio si sforzò di scrutare quel volto e si rese conto che gli occhi erano rossi, ardenti come dei bracer! Non erano i dolci occhi nocciola che ricordava! Si scagliò quindi contro la finta ragazza urlando a pieni polmoni e agitando la spada!

Kymarion allora, vistosi scoperto, si trasformò in tutti i peggiori e più orripilanti mostri mai esistiti. Ma Fenisio parlava a Giorgio”Non mollare! Sono solo illusioni, Giorgio! E’ il buio della mente che genera questi mostri! Coraggio! Non sono veri!”.

Fenisio aveva ragione. Giorgio si ricordò anche di un altro importante consiglio: non bisognava assolutamente uccidere Kymarion colpendolo a morte con un’arma perché era invulnerabile. Per annientarlo occorreva impossessarsi del talismano, della stella a otto punte!

Kymarion infine si trasformò in un drago gigantesco, terribile: sputava fuoco e braci ardenti e con la lunga coda squamata sferrava colpi violentissimi.

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Giorgio gli si avvicinò e, con coraggio e intelligenza, a sangue freddo, riuscì con la punta della spada a spezzare la catena che reggeva il talismano e che il drago portava al collo. Kymarion, nel trasformarsi in questa terribile bestia, aveva dimenticato di coprire l’amuleto con qualche artificio e lo aveva lasciato bene in vista. Un errore che gli costò caro!

Non appena Giorgio gli ebbe sfilato la stella, il drago cominciò a contorcersi e a ripiegarsi su se stesso. La terribile creature assunse decine di forme diverse fino a tornare ad essere Kymarion. Lo stregone urlava e si dimenava furiosamente finché iniziò ad infuocarsi ed incenerirsi.

Dopo un ultimo lampo accompagnato da un assordante boato, di Kymarion non restò che un mucchietto di cenere.

Di colpo la nebbia si dissolse, la luce squarciò l’oscurità e il nero palazzo tornò ad essere un magnifico castello cinto su cinque lati da alte mura merlate. Il bosco incantato svanì lasciando il posto a prati baciati dal sole.

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Fenisio fece cenno a Giorgio di seguirlo. Superate due cortine di mura, accedettero in un cortile splendidamente decorato, cuore del castello. Lì Fenisio aprì finalmente il suo mantello: apparve una ricca decorazione multicolore a rombi che rivestiva tutte le pareti.

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“Grazie nobile Giorgio. Hai eliminato il drago stregone e ci hai restituito la nostra dimora. Il tuo ricordo rimarrà impresso nei secoli e il tuo atto di coraggio verrà raffigurato qui, nel nostro castello”.

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Uno straordinario affresco apparve proprio in cima allo scalone principale. Giorgio il cavaliere, il drago e la dolce fanciulla, che poi Giorgio portò davvero via con sé.

Dette queste parole, Fenisio si fece spirito e la sua immagine si impresse su una parete del piano nobile, insieme a quelle dei suoi antenati, dei Saggi e dei Sapienti protettori del palazzo.

E il magico talismano?

Una voce portata dal vento disse: ” Là dove la luce accede e il volto di Giorgio si vede, dove la fluida geometria verso settentrione invita, un astro di pietra a otto punte addita“.

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Provate anche voi, dunque, muovendovi sulle orme del prode Giorgio, ad entrare nel magico castello di Fénis e, una volta entrati, a ritrovarvi l’affresco di Giorgio che uccide il drago, l’enigmatico volto di Fenisio e, infine, il magico amuleto: un’antica cometa dall’immenso potere, una misteriosa stella a otto punte, impressa per sempre nella pietra, nel cuore della nobile dimora…cercatela!

 

Stella

Anche per questo racconto, un grande GRAZIE all’amico fotografo Enrico Romanzi per la suggestiva immagine di copertina.

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Castello di Verrès. Il segreto delle miniere e la principessa dei nani

In un tempo lontano, quella valle dolce e verdeggiante era abitata da uomini felici ed operosi; era popolata di animali di ogni tipo e ricca di una natura florida e rigogliosa che dava fiori, legno, erbe e frutti in abbondanza.

In quel tempo lontano, però, quella valle ridente non era abitata solo da uomini e animali; le sue viscere nascoste erano attraversate da una miriade di cunicoli, labirinti e pertugi. Quell’intrico impenetrabile di gallerie sotterranee era il regno del piccolo popolo, era il regno dei Nani. Costoro, abili ed infaticabili minatori, conoscevano a memoria ogni gola, ogni anfratto, ogni vena di minerale del sottosuolo. I Nani erano i detentori di un’antica sapienza: coltivavano i minerali e li estraevano con notevole maestria. Ma non solo, vivendo nel ventre della Madre Terra, ne curavano con amore e dedizione la linfa vitale regolando, da lì sotto, i frutti delle diverse stagioni. Il popolo nano sin dalla più remota notte dei tempi, custodiva nelle profondità del suolo i semi dei frutti primordiali e, unitamente alla lavorazione dei metalli, si occupava delle trasformazioni e delle mutazioni della Natura. Il buon funzionamento del “mondo di sotto” si sarebbe infatti rispecchiato nell’armonia del “mondo di sopra”. E sì, perché là sotto, nel mondo buio delle miniere, i Nani erano soliti dire “Noi vediamo gli alberi non dalle chiome ma dalle radici, ed è da lì che traggono la vita!”.

I Nani insomma erano dei saggi maestri nell’individuare le materie prime, nel cavarle, nel selezionarle, nel trasformarle e.. nel metterle anche al servizio degli uomini, quando ciò veniva richiesto coi modi opportuni e col dovuto rispetto.

L’intesa tra Nani e uomini era così andata avanti in pace per secoli, fino a che…

Non giunse al potere un nuovo re, il malvagio Gotofredo. Giunto dalle vette del Tramonto, appoggiato da signorotti riottosi in cerca di facile guadagno e visibilità, Gotofredo era riuscito a ricevere in feudo la valle delle miniere di cui, ahimè, e non per caso, conosceva le infinite ricchezze.

Arrivato nel fondovalle fece immediatamente costruire un accampamento alla foce del torrente Fiordacqua e, adocchiata un’altura ben protetta, ordinò che vi si innalzasse una torre fortificata.

I Nani non misero molto tempo a capire che qualcosa era cambiato. La valle era percorsa giorno e notte da orde di soldatacci che approfittavano dei “sopralluoghi” per fare razzia nei villaggi, depredare, saccheggiare, distruggere e rapire fanciulle indifese. Quello era il triste biglietto da visita di re Gotofredo.

I Nani, popolo solitamente pacifico ma terribile se provocato, iniziarono ad attuare stratagemmi grazie alla loro perfetta conoscenza del territorio scatenando frane, deviando il corso dei torrenti, aprendo improvvise voragini che inghiottivano la soldataglia.

Gotofredo ne fu presto molto irritato e cercò di scovare i rifugi dei Nani inviando esploratori e mercenari nei boschi di notte. Ma tutto si rivelava inutile… Inoltre i Nani riuscivano regolarmente a bloccare o sabotare la costruzione della nuova torre fortificata perché quello, per loro, era da sempre un luogo strategico e sacro. Lassù, se lo volevano, potevano affacciarsi sul fondovalle. Lassù vi era la grande porta del regno sotterraneo, quella che consentiva l’accesso all’immensa sala del trono e ai depositi segreti, ma solo in pochi, anche tra gli stessi Nani, sapevano come e quando farla apparire per entrarvi.

Le cose purtroppo andavano sempre peggio. Re Gotofredo, accecato dall’odio verso i Nani, si vendicava sugli abitanti inermi della valle e, mosso dalla volontà di trovare e sterminarli, cercò alleati oltre le montagne, nella terra degli Agauni, di cui, si diceva, non sempre c’era da fidarsi!

Di fatto l’alleanza, supportata essenzialmente da reciproci interessi, non poggiava su solide basi e iniziò a vacillare sin da subito. Nella valle nessuno si fidava più di nessuno e la stessa Natura languiva, irrigata più dal sangue versato che dall’acqua. Nessuno coltivava né allevava gli animali. E i Nani si erano infine rinchiusi nei loro cunicoli negandosi agli uomini. Purtroppo il negarsi dei Nani, portava con sé il negarsi di Madre Natura e la valle presto mutò il suo aspetto diventando sempre più arida e brulla.

Re Gotofredo decise di scatenare una guerra totale anche contro gli Agauni e la valle si trasformò in un unico, triste e desolato campo di battaglia. Gotofredo aveva 5 figli maschi e i 4 più grandi, assai simili al terribile padre, erano impegnati in battaglia o in ambasciate finalizzate a tessere oscure trame politiche. Solo il più piccolo, Giovanni, era diverso.

Lui odiava le guerre. Certo sapeva usare la spada, ma solo se a fin di bene, non così per gratuita sete di potere e ricchezze. Era in conflitto continuo col padre che più volte aveva tentato di farlo rinchiudere in un monastero per toglierselo dai piedi. Ma la madre fortunatamente era sempre intervenuta facendosi forte della sua ricchissima dote con cui poteva tranquillamente ricattare l’avido marito.

Un pomeriggio, verso il tramonto, dopo l’ennesimo litigio col padre, esausto Giovanni si allontanò da casa in cerca di pace. Era molto preoccupato per l’inqualificabile condotta paterna, ma ancor più per le precarie condizioni di salute dell’amata madre. Se fosse morta, lui si sarebbe ritrovato solo, “in pasto agli squali”. Camminando camminando, ad un certo punto si rese conto che si era fatto buio e aveva perso l’orientamento. Dov’era? Vedeva le luci del villaggio in basso, nel fondovalle, ma ormai non era più in grado di scendere: aveva completamente smarrito il sentiero.

“Poco male”, pensò, “tanto laggiù a nessuno importa un bel niente di me! Speriamo solo che mamma non peggiori e che quel finto medico da strapazzo non le dia qualche strana medicina!. Vorrà dire che per questa notte mie compagne saranno la luna e le stelle- Il buio, almeno, copre l’orrore di questa valle”.

Giovanni si sdraiò sull’erba, chiuse gli occhi e si lasciò cullare da un dolce alito di vento. Ad un certo punto si accorse di un penetrante profumo di erbe aromatiche e fiori accompagnato da un fruscio sempre più vicino ed insistente.

“Chi va là? Chi c’è che si nasconde vigliaccamente nell’ombra?! Mostrati e combatti da uomo!”. Silenzio. Poi si vide come circondato da tante fiammelle color verde smeraldo che baluginavano, quasi giocavano intorno a lui.

“Oddio”, si disse, ” fuochi fatui! Questo luogo è infestato di spettri!!”. Tentò di fuggire ma il buio fitto gli impediva di muoversi nella giusta direzione e temeva che un solo passo falso lo avrebbe fatto precipitare nel vuoto.

All’improvviso le fiammelle si fermarono e si unirono a formare un’unica figura dal profilo umano. Dalla luce verde si staccò una ragazza: non molto alta, anzi, bassina. Era più piccola di lui, che già non era tra gli uomini più alti… ma…bellissima! Un vero incanto! Il viso soprattutto era splendido e vi brillavano due occhi azzurro-verdi dal taglio allungato, ipnotici!

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“Buonasera, giovane uomo”, gli disse con voce soave, “non avere paura. Sono Palasina, la figlia di Gorgoscuro, il re dei Mani di questa vallata e di Evanzia, la ninfa del torrente Fiordacqua che nella nostra lingua chiamiamo appunto Evanzio. Sono venuta perché ho sentito la tua sofferenza. Conosco il tormento del tuo animo e sento che potrei aiutarti. Tu sei molto diverso dalla maggior parte degli uomini che da alcuni mesi ormai percorrono questa terra, prima così florida e felice!”.

Giovanni era impietrito.Non gli usciva neppure mezza parola di bocca. Poi iniziò a raccogliere i pensieri e disse: ” Ti saluto Palasina. Ma, spiegami, come puoi… come hai fatto a… come mi hai trovato…Ci siamo per caso già incontrati?”

Palasina sorrise. “Oh Giovanni, voi uomini sapete così poco del piccolo mondo. Ma noi, Nani, ninfe, fate… noi siamo ovunque! Possiamo rimpicciolirci quanto vogliamo, anche mutare forma e aspetto se necessario. Inoltre noi sentiamo, percepiamo ogni vibrazione della Natura, ogni suo muto lamento e necessità. So che tu sei diverso. Solo tu puoi salvare questa valle!”.

Giovanni faticava a credere a quanto la ragazza gli stava dicendo. Temette si trattasse di stregoneria, di un ennesimo stratagemma di suo padre, di un inganno… Ma Palasina gli disse:” Giovanni, so cosa stai pensando e so come dimostrarti il contrario. Interverrò domattina. Ora ti accompagno fino al limitare del villaggio. Solo una cosa devi fare: stai sempre accanto a tua madre!”.

Dopo una notte insonne nella quale, tuttavia, credeva di aver sognato come mai gli era successo prima, Giovanni con le prime luci dell’alba si recò da sua madre e, tenendole forte le mani, si sedette accanto a lei. La madre, sfiancata dalla malattia, non riusciva nemmeno più a parlare, ma il suo sguardo gli diceva più di tanti lunghi discorsi.

Allo scoccare delle 12, la porta della stanza si aprì e comparve la cameriera di fiducia che disse: ” Messer Giovanni, è arrivata un’erborista del villaggio mandata dal parroco. Vuole vedere sua madre. La faccio entrare?”

Giovanni, stupito, acconsentì. Per fortuna suo padre non c’era! Entrò una donnina piccola ed esile, già in età avanzata, avvolta in un pesante mantello verdescuro tenuto allacciato da una fibbia in oro e ambra a forma di spirale. La donna alzò il viso e si abbassò il cappuccio. Nonostante l’età fosse molto diversa, Giovanni riconobbe subito quegli occhi verde-azzurri dal taglio affilato. E riconobbe la voce! Era lei: Palasina!

L’erborista si avvicinò a sua madre, le toccò la testa, il petto, i polsi, la pancia e le anche. Dopo lievi massaggi circolari che, a detta della madre, sprigionavano un insolito calore, spalmò sul bacino della donna un impiastro di erbe recitando alcune preghiere in una lingua sconosciuta. “Molto bene Messer Giovanni, ho finito. Stasera faccia bere a sua madre un infuso di malva e tiglio. Nel giro di due giorni starà meglio”. E l’anziana donna se ne andò.

Nessuno si ricordava di averla vista entrare né uscire; nemmeno la cameriera! Nessuno nel villaggio la conosceva, meno di tutti il parroco!Eppure…dopo due giorni la madre era guarita!

Re Gotofredo manifestò un’incredula, finta, felicità. Quella sera stessa Giovanni tornò sull’altura dove aveva conosciuto Palasina. Quando il buio fu fitto e la notte profonda, lei apparve. Non disse una sola parola, ma sorrise. Giovanni provò l’impulso di abbracciarla. Dopo un lungo indescrivibile bacio, Palasina lo prese per mano invitandolo a seguirla. “Ma devi chiudere gli occhi!”.

“Bene Giovanni, puoi riaprirli ora!”. Giovanni si ritrovò sulle sponde di un piccolo lago illuminato dalla luna che sembrava volentieri specchiarsi in quelle fredde e limpide acque appena increspate dal vento dei monti circostanti. Tutt’intorno pascoli e distese di fiori avvolti dalla luce argentea del plenilunio.

“Benvenuto nella mia dimora: questi piccoli laghi di montagna dove per fortuna non è ancora arrivata la follia di tuo padre. Benvenuto nel regno liquido di Palasina, principessa dei Nani, figlia di re Gorgoscuro.. che tra poco conoscerai! I laghi, per noi del piccolo mondo, sono vere e proprie porte, sono dei luoghi di passaggio e di comunicazione tra il mondo di sopra e il mondo di sotto. Ovviamente questi passaggi magici si aprono solo se noi lo vogliamo!”

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Improvvisamente nel centro del lago si formò un vortice da cui uscì un uomo. O meglio, un Nano! Basso, certo, ma molto muscoloso e dall’aspetto autoritario. Il viso squadrato avvolto da lunghi e folti capelli e barba biondo-rame. Re Gorgoscuro era arrivato! Sul mantello la stessa fibbia in oro e ambra a forma di spirale.

I tre parlarono tutta la notte, una notte che sembrò non finire mai! Re Gorgoscuro dimostrò di conoscere assai bene il cuore di Giovanni e manifestò grande preoccupazione per la sorte della vallata. Occorreva privare re Gotofredo del potere. Giovanni, però, non voleva che morisse: bisognava che si pentisse. Ma come?

Fu così che re Gorgoscuro trovò una soluzione. ” Tuo padre potrà riprendere i lavori della torre sulla rocca ma sarà chiamato a rispettare alcune regole che un vecchio architetto saggio gli elencherà. Staremo a vedere…”

L’indomani Giovanni si svegliò nel suo letto, come se nulla fosse successo. Accanto a lui, sul cuscino, la fibbia a spirale… Giovanni ebbe la certezza di non aver sognato! Allo scoccare delle dodici, l’araldo annunciò a re Gotofredo l’arrivo di un capomastro che voleva parlargli. Il re convocò anche i suoi figli, Giovanni compreso.

Ma certo! Quei capelli, quella barba, quella voce… Era re Gorgoscuro sotto mentite spoglie! ” Re Gotofredo, grazie per avermi ricevuto. Mi è giunta voce che desiderate da tempo erigere una torre fortificata sulla vetta rocciosa che domina il fondovalle, ma che diversi incidenti ve l’hanno finora impedito. Bene, se ascolterete i miei suggerimenti, riuscirete a realizzare il vostro progetto!”.

“Ah, dite vecchio? E quanto mi costeranno i vostri consigli?”. Già con questa prima reazione, accompagnata dalle risate sguaiate dei quattro figli maggiori, re Gotofredo aveva cominciato male, molto male!

” Per prima cosa voi e i vostri quattro valorosi figli maggiori dovrete recarvi sulla rocca portando con voi tutti gli attrezzi, i materiali e il necessario per creare le fondamenta. Sappiate però che per prima cosa dovrete prosciugare uno stagno drenandone le acque verso i campi senza sprecarle ed evitando che le rane che vi vivono muoiano.

“Coooosa?! Voi siete pazzo! Io non mi sporco le mani in questi lavori da servo! Dirò ad altri di farlo!”. Intervenne Giovanni:” Padre, visto che finora coi metodi tradizionali, non vi siete riuscito, perché non tentare?”.

Re Gotofredo non parve convinto e i figli grandi non avevano nessuna voglia di faticare… Tuttavia il giorno successivo si misero in marcia come indicato, ma vollero che anche Giovanni andasse con loro! Una volta sul posto il re e i quattro figli maggiori iniziarono ad impartire ordini a Giovanni che, in silenzio, cercava di fare tutto ricordandosi però delle indicazioni del vecchio capomastro.

“Scava! Scava!”, gli urlava il padre, ” sono sicuro che quassù c’è l’ingresso alle miniere dei Nani! Quel vecchio di ieri sera non mi ha persuaso! Secondo me qui sotto da qualche parte c’è l’oro di queimaledetti!”. I fratelli iniziarono a scavare alla rinfusa, mossi solo dal desiderio di trovare l’imbocco delle miniere. Giovanni tentò più volte di fermarli e farli ragionare, ma fu inutile. La sommità della rocca era stata violata e scavata in ,aniera selvaggia! -Ignorarono anche lo stagno che venne sfondato e riempito di terra; le rane fuggirono, molte vennero persino uccise per gioco! Giovanni iniziò ad urlare, a piangere, ma i fratelli lo aggredirono.

Improvvisamente al centro della rocca si aprì un buco che presto si riempi d’acqua. L’acqua continuava ad aumentare e inghiottì re Gotofredo e i quattro figli sciagurati. Tutto tremava. Madre Natura si stava ribellando! Giovanni, spaventato, aspettava la sua fine.

Ma quella specie di terremoto finì. Giovanni aprì gli occhi e vide che tutto era tornato come prima. Anche lo stagno era di nuovo al suo posto e cinque grossi rospi gracidavano rumorosamente! “Ecco Giovanni, ti presento tuo padre e i tuoi fratelli!”. Giovanni so voltò e incrociò il sorriso della dolce Palasina.

La guardò interrogativo. “Sì, Giovanni, amore mio, quei cinque rospi sono proprio loro. Hanno ignorato le indicazioni di mio padre, anzi, peggio: volevano sventrare la montagna! Non meritano nulla! Non moriranno, ma vivranno in eterno da rospi! Forse da animali capiranno meglio il valore e l’importanza della natura!”.

Giovanni riconobbe che Palasina aveva ragione. La abbracciò e le dichiarò il suo eterno amore, ma… Palasina piangeva; comparve re Gorgoscuro che disse: “Giovanni, cuore d’oro, tu avrai per sempre l’aiuto del mio popolo e di quello della mia sposa Evanzia. Ma con rammarico non posso permettere che mia figlia sposi un umano: ciò non è consentito dalla nostra legge! Lei potrà starti vicino, in varie forme e modi, ma non potrete più vedervi così né diventare marito e moglie! Ora sarai tu a guidare gli uomini della vallata e potrai risollevarli dalla miseria riportando pace e armonia. Io stesso ti aiuterò! Solo fino alla prossima luna nuova potrai stare con Palasina, poi lei cesserà di apparirti.”

La decisione di re Gorgoscuro era inappellabile e Palasina lo sapeva. Nei giorni che rimasero, i due giovani erano sempre insieme. Spesso si rifugiavano sui laghi lassù, in alto, incastonati tra i monti. Giovanni si dimostrò un sovrano giusto e magnanimo, la valle presto tornò a fiorire. E la torre sulla rocca?

Giovanni non volle mettervi mano; andava quasi ogni giorno a vedere i rospi per accertarsi che stessero bene, ma lasciò il compito al suo primogenito: Ibleto.

Fu lui a costruire per primo la grande torre fortificata sulla cime dell’altura rocciosa a strapiombo sul fondovalle. Al centro del cortile interno fece creare un magnifico pozzo sul cui fondo, pare, sarebbe rimasto lo stagno coi rospi. Visto dall’aslto del magnifico scalone ad archi rampanti, dà quasi l’impressione di un vortice, simile al rincorrersi delle gallerie sotterranee. Quella fortezza, sobria ma raffinata, rispecchiava la sua personalità e le ultime volontà di suo padre Giovanni.

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Ibleto ebbe sempre l’aiuto dei Nani e del popolo del fiume Evanzio. Ancora oggi nella valle i cantastorie narrano di quel giovane innamorato della principessa Palasina che, pare, gli diede comunque un figlio, il suo primogenito: Ibleto, che sin dalla nascita ha indossato una certa fibbia d’oro e d’ambra…

Si narra anche che, in certe notti di luna piena, affacciandosi sulla bocca del grande pozzo si oda gracidare e che, nelle stanze, si possa scorgere il profilo di una soave e splendida fanciulla, Palasina, la principessa dei Nani.

Protagonista di questo racconto è il castello di Verrès, ma non solo: protagonista è l’intera Valle di Ayas, con le sue leggende, le sue vette, i suoi laghi e, naturalmente, le sue miniere! Venite a scoprirla, in Valle d’Aosta!

 

Ringrazio anche stavolta l’amico Enrico Romanzi per la splendida immagine di copertina.

Stella

 

 

 

Sarriod de La Tour. Le fate gemelle e il forziere gigante.

La vita nella valle scorreva lenta e tranquilla. Il fluire delle stagioni e l’avvicendarsi delle costellazioni segnavano le occupazioni contadine, sempre uguali, ineluttabili. Gli abitanti del piccolo borgo aggrappato alla roccia e circondato di viti erano felici di questa rassicurante quotidianità e i frutti della terra erano per loro la più grande soddisfazione.

Ma non era così proprio per tutti. C’era un giovane che non riusciva a digerire quella monotonia. No, lui avrebbe voluto di più! In realtà nemmeno lui sapeva esattamente a cosa aspirasse, ma stava di fatto che quelle quattro case, quelle quattro mucche e quelle solite facce gli stavano stretti.

E poi non andava d’accordo con nessuno! Rimasto orfano ancora in fasce, era stato cresciuto da un’anziana del paese che tutti additavano come strega (in fondo era solo una brava erborista molto più intelligente di tante “brave donne” angeli del focolare, ma si sa… la lingua della gente spesso non conosce freno né misura!). E proprio come lei, anche per lui le dicerie e gli sfottò erano all’ordine del giorno! Non solo per quel suo carattere strano, per le sue bizze, per quell’insana tendenza a ficcarsi sempre nei guai e a spiare nelle case degli altri, ma anche per quel suo non felicissimo aspetto fisico che gli era valso il soprannome di “grillo”. Eh sì, purtroppo quelle gambe e quelle braccia eccessivamente lunghe e magre montate su un tronco tozzo e squadrato, sormontato a sua volta da un testone veramente troppo grande con quella buffa bocca larga… beh… pareva proprio un grillo! In più, se si considera che di voglia di faticare non ne aveva (nonostante, quando decideva di impegnarsi, fosse un ottimo falegname!) e che trascorreva gran parte delle sue giornate a bighellonare in giro nei campi strimpellando la sua vecchia ghironda e cantando, beh.. un Grillo fatto e finito!

E anche con le ragazze non andava bene…figuriamoci! Bruttino, tendenzialmente arrogante, un po’ “grezzo” e senza un lavoro…tutte gli stavano alla larga!

Fu così che una notte si alzò di scatto dal letto, prese due cose indispensabili, la sua ghironda e se ne andò di casa. Basta, quel villaggio noioso che non lo capiva non era il suo posto!

Ad un certo punto, nel cuore di una notte che più scura non si può, smarrito il sentiero, si accorse di essere giunto sulle scoscese rive di un fiume impetuoso; le sue acque gonfie e turbolente rumoreggiavano e biancheggiavano sbattendo contro le rocce. Grillo era stanco, aveva fame e, non neghiamolo, aveva anche paura. Si sedette sul bordo del fiume e per tranquillizzarsi si mise a suonare canticchiando sommessamente.

Dopo pochi istanti gli parve di udire delle voci, una sorta di controcanto… voci femminili, soavi, leggere. Smise di suonare e ascoltò con attenzione. Nulla. Riprese a suonare fissando l’acqua.

Ecco, ancora quelle voci! Fissò l’acqua e dalla spuma argentea gli parve di vedere levarsi dei bagliori cangianti: subito sembravano due trote iridescenti, poi, no, due creature con testa di donna ma coda di pesce, no..ecco: erano due luminose ragazze. Pensò ad allucinazioni. E invece, no! Davanti ai suoi occhi presero forma due splendide fanciulle che cantavano in un modo difficile da descrivere. Voci angeliche. Una coppia di giovani donne dai lunghissimi capelli talmente chiari da sembrare fili di luce lunare, con una pelle quasi trasparente, magnifiche vesti intessute col brillìo delle onde e degli enormi occhi azzurri dalle mille sfumature; occhi maliardi, che potevano ipnotizzare per sempre un uomo.

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Spiriti? Sirene? Silfidi? ” Buonasera giovane amico, benvenuto sulle nostre acque, sei un gradito ospite. La tua musica ci ha risvegliato e la tua voce ci ha stupite. Siamo le fate del fiume, le fate gemelle, e siamo felici della tua compagnia”.

Grillo era rimasto immobile, non riusciva neppure a sbattere le palpebre, le due gemelle erano perfettamente identiche e parlavano all’unisono, come se fosse una voce unica. Una voce suadente e ammaliante, capace di stordirti.

Le due fate uscirono dal fiume e si sedettero accanto a Grillo instillando in lui la sensazione del sentimento d’amore, della passione che diventa presto vera e propria dipendenza. Grillo prese ad andare ogni notte in quel luogo, una sorta di rada ai piedi di una balza di roccia strapiombante, raggiungibile dopo aver superato campi in pendenza e un’enorme ghiaione. Grillo era convinto di amare smodatamente le due sorelle che, almeno lui lo credeva, sembravano ricambiarlo entrambe in ugual misura. Finalmente si sentiva apprezzato, lusingato, considerato!

Dopo alcune notti, però, le fate iniziarono a chiedere a Grillo prove del suo amore, pena l’abbandono e la maledizione di una vita raminga e senza affetto. Grillo senza esitazione si disse pronto a superare per loro qualsiasi prova.

“Molto bene. Allora per prima cosa portaci la trota più grossa e bella e colorata che esiste in questo fiume. Ma attento, non è una trota qualsiasi: è una trota magica e colui che riuscirà a pescarla diventerà l’uomo più ricco al mondo!”.

Grillo si mise in marcia e perlustrò il fiume dalla sorgente alla foce, perlustrò ogni suo affluente e, alla fine, riuscì a stanare il grosso pesce nascosto sotto alcuni ripari di roccia, in un luogo di piscine naturali color verde smeraldo. Catturata la trota, tutto baldanzoso la portò alle fate aspettandosi grandi ricompense.

Ma le due, non soddisfatte, capricciose com’erano, chiesero a Grillo altre prove. Inizialmente vollero che portasse loro il più grande noce esistente nella valle, un noce capace di dare frutti tutto l’anno e dalla cui corteccia stillava un olio profumato, introvabile altrimenti.

Grillo girò in lungo e in largo, ma alla fine riuscì a trovarlo, cresciuto non si sa bene come quasi sull’orlo di un precipizio. Ci vollero ben 3 giorni per tagliarlo e trasportarlo fino a valle.

Ma le fate sirene non erano ancora soddisfatte e diventavano sempre più volubili.

Gli chiesero di catturare il grande stambecco bianco tricorno che viveva sulle vette dei monti. Grillo, comunque assai tenace e totalmente plagiato dalle fate, ci riuscì anche stavolta seppur dopo oltre un mese di ricerche e appostamenti.

Le due fate, che in fondo, ormai stufe, speravano solo di liberarsi di lui, gli chiesero quindi di costruire, in una sola notte, una torre possente ed altissima sull’orlo della ripida balza rocciosa che strapiombava sul fiume, proprio lì dove loro vivevano, perché volevano finalmente dimorare in un castello. Se non ci fosse riuscito, per lui sarebbe stata la fine!

Questa volta Grillo era disperato; il luogo era pressoché inaccessibile e lui non era per niente un bravo muratore: non ce l’avrebbe mai fatta!

Si sedette sulla riva del fiume e scoppiò a piangere disperato chiedendo al cielo che gli inviasse un aiuto, un segno…

Ad un certo punto notò un vortice al centro del fiume che diventava sempre più ampio e turbinoso; si sollevarono onde altissime ed una violenta raffica di vento scosse gli alberi. Grillo dovette tenersi ad una roccia per non cadere in acqua…

Ecco che dalle profondità del fiume si alzò un gigante: simile al dio Nettuno, si erse dall’acqua un uomo alto quasi tre metri, con la barba blu scura e i lunghi capelli bagnati simili a piante palustri. Indossava un corta tunica color dell’acqua e si appoggiava ad un bastone di legno tutto intagliato ancora più alto di lui.

“Grillo, anche tu, con la tua ingenuità e la voglia di arricchirti in fretta, sei caduto vittima di quelle due terribili fate sirene! Sono furbe e malvagie, e ti hanno fatto credere di amarti e di agire per il tuo bene, ma non è così! Sono qui per aiutarti. Ma dovrai obbedirmi ed eseguire i miei ordini, altrimenti sarà peggio per te!”.

Grillo, attonito ed incredulo, si mise subito al servizio di questo omone immenso che, in quella stessa notte, lo aiutò a costruire una torre solida e bellissima esattamente nel punto indicato dalle fate. Quando le due se ne accorsero, irritate, tentarono di penetrare nella torre per distruggerla, ma il gigante intervenne prontamente: le catturò in una rete incantata e le rinchiuse in un forziere magico.

Quindi aiutò Grillo a riportare al loro posto la trota magica, il grande noce e lo stambecco bianco dai tre corni. Grillo era sereno, finalmente si sentiva appagato dalle sue buone azioni. Il gigante era buono con lui e gli chiedeva di aiutarlo ad ingrandire sempre più la torre per farla diventare un castello vero e proprio. In più gli ordinò di iniziare a scolpire delle figure di legno molto particolari di cui lui gli dava i disegni: dovevano essere fatte esattamente in quel modo e, una volta realizzate, doveva lasciargliele fuori dalla porta della sua stanza privata.

Inizialmente Grillo obbedì senza alcun problema. Poi, però, la sua indole ribelle e curiosa, allergica alla monotonia, ricominciò a fare capolino in lui. Grillo si chiedeva come mai il gigante non voleva farlo entrare in quella stanza… chissà cosa nascondeva, chissà quali ricchezze vi conservava… e comunque non era giusto perché era lui l’abile intagliatore, era lui a scolpire quelle figure alla perfezione e non poteva nemmeno entrare ma restare come un cane fuori dalla porta!

Il gigante si accorse che Grillo stava cambiando. Aveva capito e decise di metterlo alla prova. Gli disse che da quella sera avrebbe potuto entrare nella sua stanza in sua assenza e lasciare le statuine sul tavolo.

Grillo era soddisfatto e lusingato di questa tanto attesa novità. Entrò e si ritrovò in una grande stanza… vuota! Sì, completamente vuota! Al centro un enorme tavolo e sopra di esso un forziere: un forziere gigante come il suo proprietario, magnifico, interamente rivestito di bizzarre figure ad altorilievo. Un vero capolavoro!

Per alcune sere Grillo si attenne ai patti: lasciava le sculture sul tavolo e se ne andava. Ma non c’era niente da fare; la sua natura curiosa e impicciona emerse ancora.

“Chissà cosa nasconde in quel forziere! Chissà quali splendidi tesori che vuole tenere solo per sé! Ed io che sono un bravo e zelante artigiano non vengo neppure pagato! Non è giusto! Devo aprire quel forziere!”.

Grillo provò a cercare la serratura, ma non ve ne era traccia! Possibile? Prese allora un grosso piede di porco e iniziò a forzare in corrispondenza del coperchio. Niente! Gettò il forziere a terra e tentò di romperlo con violenza. Ad un certo punto gli parve di udire delle voci provenire dall’interno della cassa. Voci a lui note… ma certo! Erano le fate del fiume!

“Grillo, Grillo, amato Grillo, per favore aiutaci! Il perfido gigante ci ha catturate e ci tiene segregate qui dentro dove è buio e fa freddo! Grillo, ripeti ciò che ti diciamo per tre volte, poi gira tre volte su te stesso e batti per tre volte a terra prima il piede sinistro poi il destro. Solo così il forziere magico si aprirà!”.

“Siamo sorelle, le fate gemelle, siam le più belle, luce di stelle. Siamo sirene e dal fiume proviene un potere incantato che il gigante ha rubato”.

Grillo obbedì e, finita la formula, improvvisamente tutto intorno a lui prese a girare, il forziere si aprì e, oltre alle due sirene, ne uscirono mostri, demoni, spiriti, esseri deformi e creature sconosciute. In un frastuono insopportabile, Grillo si trovò circondato da questi esseri mentre le due sorelle si prendevano gioco di lui ridendo a squarciagola. Il poveretto invocò l’aiuto del gigante. Una luce azzurra fortissima entrò dalle finestre e, nella sua immensità, apparve il gigante. Agitando il suo altissimo bastone intagliato ingaggiò una lotta con le sirene e le altre creature uscite dal forziere. Dopo scontri indescrivibili, per fortuna il gigante ebbe la meglio.

I mostri e le varie creature vennero trasformate in figure di legno e intrappolate per sempre sul soffitto della stanza che, successivamente, venne battezzata “Sala delle Teste”.

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Le due terribili fate sirene furono trasformate in dipinti e immobilizzate nei muri della cappella, sorvegliate in eterno dallo sguardo divino.

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E Grillo? Grillo venne punito per la sua intemperanza e, trasformato in un essere buffo e ridicolo, imprigionato anche lui nel muro della cappella, proprio in mezzo alle due fate sirene, la sua ossessione. Lì sconterà la sua pena col compito di proteggere quel luogo dal malocchio e dalle invidie.

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E il gigante? Lui prese dimora all’esterno della cappella, in modo da proteggere e controllare per sempre quel castello che, sapeva, sarebbe appartenuto per secoli ad una famiglia potente.

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Un castello fatato, insolito, apparentemente disordinato, ma che racchiudeva un fascino tutto particolare.

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Quel castello esiste ancora! E’ il castello Sarriod de La Tour a Saint-Pierre, in Valle d’Aosta. Sarete in grado di ritrovare Grillo, le fate, il gigante e i vari esseri usciti dal magico forziere?

 

 

Ringrazio l’amico Enrico Romanzi per la splendida foto che ho usato come copertina. Sarriod de La Tour visto dal basso, dal fiume, forse dal luogo dove vivevano le due fate sirene…

Stella

Châtelargent. La sconfitta del drago

In quella fertile vallata solcata dal fiume e trapuntata di borghi, tutti vivevano felici e in prosperità.

Una felicità che, però, ad un certo punto infastidì il perfido Signore dei Ghiacci. L’eccessiva serenità degli uomini lo disturbava e alla fine si destò dal suo remoto eremo ghiacciato, in un luogo avvolto da miti e paure, lassù disperso tra le più alte vette dei monti, lassù dove mai nessuno aveva osato salire.

Il terribile Signore dei Ghiacci iniziò a scendere a valle, sempre di più, distruggendo gli alpeggi, i pascoli, le erbe ed i fiori; cristallizzando i boschi in un silenzio gelato ed impenetrabile. La sua lunga ed inesorabile discesa giunse fino nel fondovalle rivestendo i campi, i frutteti e le case di un freddo velo di ghiaccio.

Gli uomini, increduli e disorientati da quell’inverno improvviso ed inatteso, si videro costretti ben presto a vivere rinchiusi nelle loro dimore, accanto al fuoco. Dovettero interrompere il lavoro nei campi e gli armenti presto non ebbero più cibo e molti si ammalarono. Non appena qualcuno tentava di uscire e coltivare almeno un orto d’inverno con cavoli e porri, il freddo si faceva più pungente ed insopportabile.

Ma il Signore dei Ghiacci non era ancora soddisfatto e, prese le forme di un enorme drago bianco, si appollaiò su un promontorio di roccia allungato nel fiume, un passaggio cruciale del fondovalle, da dove avrebbe potuto controllare meglio i movimenti degli uomini.

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Su quell’altura rocciosa egli si creò un antro, simile alla bocca di un vulcano, nel quale si ritirava durante il giorno per poi uscirne col favore delle tenebre.

Da quando la Bestia si era trasferita vicino ai borghi, ogni notte era sempre più scura; persino la luna e le stelle ne avevano paura.

L’enorme drago bianco, con un raccapricciante e sordo boato, scuoteva le viscere della terra e, dispiegando le sue immense ali d’argento si alzava in volo dalla sua rocca e volava sulla vallata sputando lame di ghiaccio e vortici di neve.

Molti prodi cavalieri e manipoli di uomini avevano tentato di ucciderlo, salendo fino alla sua tana per coglierlo in fallo. Ma, ahimé, nessuno di loro aveva mai più fatto ritorno.

Ad un certo momento, però, il drago annoiato si stufò di perseguitare gli uomini e decise di scendere negli abissi della montagna per dormire un po’, lasciando su di loro l’incantesimo della neve e del freddo eterno.

In quel periodo qualche viaggiatore aveva ricominciato a muoversi, seppur con estrema cautela. Ma nessuno, nessuno osava più salire su quella rocca rivestita di ghiaccio tanta era la paura che la bestia se ne accorgesse e si risvegliasse.

Finché una sera non capitò alla locanda del villaggio un personaggio strano, molto particolare. Arrivava d’Oltralpe ed era riuscito a transitare con una compagnia di mercanti di formaggi dal Col del Nivolet. Mentre si riscaldava mangiando una ciotola di zuppa fumante, non poté fare a meno di ascoltare i suoi vicini di tavolo. Parlavano concitatamente di un drago spaventoso, di decine di cavalieri e prodi guerrieri morti sbranati, di giovani fanciulle ingoiate e di centinaia di vacche e pecore inghiottite da questo mostro orribile ed invincibile.

Lo straniero prima di ritirarsi nella sua camera chiese maggiori informazioni all’oste che, impallidito di colpo, aveva persino paura di parlarne e si rifiutò di soddisfare le sue richieste.

Mentre saliva la scala, però, venne fermato da una ragazza, la figlia dell’oste. Bellissima, dai lunghi capelli neri e dal viso diafano in cui splendevano due grandi gemme scure e profonde, impreziosite da ciglia di velluto. La ragazza prese da parte il giovane e curioso ospite straniero e gli raccontò tutta la storia del drago di ghiaccio, impossibile da stanare e sconfiggere, e lo invitò ad andarsene appena possibile e lasciare quelle terre sventurate.

Lo straniero, che rispondeva al nome di Jacques, ascoltò con grande attenzione le parole della fanciulla, di cui peraltro credeva di essersi innamorato al primo istante e, una volta in camera, si affacciò alla finestra per studiare la zona. Da lì infatti poteva vedere quell’altura maledetta e il fiume sottostante. Il giorno dopo, con la luce, si aggirò nei dintorni e cercò di capire da che parte si poteva salire in cima col minor rischio di caduta e restando sottovento affinché la bestia non percepisse odori umani troppo vicini.

Nell’arco di 3 giorni elaborò un piano e andò per i villaggi a cercare alleati e complici. Certo non fu semplice, ma con la promessa di un cospicuo pagamento, riuscì a reperirne una decina.

Ma chi era questo Jacques? Era forse un misterioso cavaliere? Un principe? Un valoroso condottiero? O forse un mago?

Niente di tutto ciò! Jacques era… un capomastro! Sì, avete capito bene: era un abile muratore, anzi, molto di più, potremmo dire un architetto. Colto, intelligente ed astuto, Jacques illustrò alla sua squadra un progetto che lasciò tutti increduli e senza parole.

Durante il giorno riuscirono a salire sull’altura e ad erigere, tutt’intorno alla voragine ghiacciata, il basamento di una torre circolare. E già questo era un sorprendente elemento di novità perché nella vallata erano abituati a torri quadrate, di foggia diversa.

Jacques era rapido e preciso, e con notevole perizia riuscì a guidare i suoi uomini che, nell’arco di appena una settimana costruirono quella torre insolita avvalendosi di artifici e marchingegni che mai prima di allora avevano visto.

Nei villaggi intanto la notizia si era diffusa, rimbalzando di bocca in bocca sempre più ricca di dettagli impressionanti. Tutti credevano che Jacques, quello strano giovane dai capelli rossi, fosse completamente pazzo!

Solo lei, la figlia dell’oste, sapeva che quel piano avrebbe funzionato. Un piano frutto dell’ingegno e non della violenza non poteva fallire. Jacques sapeva che non gli sarebbe mai mancato il suo supporto.

Ed ecco giunse il momento di passare all’azione. Gli uomini, in piena notte, si recarono sul posto, accesero decine di grandi falò intorno alla bocca dell’abisso e vi gettarono dentro braci e torce.

La pioggia di fuoco e il calore improvviso, uniti all’assordante strepito degli uomini, risvegliarono il grande drago bianco. Un rumore sordo, profondo e minaccioso, salì dalle viscere della roccia e scosse la vallata.

Ad un certo punto un abbagliante chiarore argenteo si levò dalla voragine; una luce bianca e tagliente, accompagnata da vortici di neve e raffiche d’aria ghiacciata che risalivano nel volume cilindrico della torre. Gli uomini volevano fuggire, e qualcuno di fatto lo fece, ma Jacques disse loro di non muoversi e di osservare con attenzione.

Il drago infine si mosse. Il suo fiato gelido e le sue strida iniziarono a riempire l’aria. Ma non poteva sapere che il suo antro aveva l’accesso occupato da una torre. La belva era molto grossa e credette che, spingendo, l’avrebbe distrutta. Ma quella torre racchiudeva un segreto: mastro Jacques l’aveva concepita come una doppia elica e più il drago spingeva per salire, più l’artificio della torre a vite lo spingeva verso il basso.

La battaglia fu lunga; ci volle una notte intera prima che la bestia venne sconfitta e bloccata nelle più profonde cavità della montagna. Si narra che il suo possente dorso crestato continuò a spingere fino a che non si trasformò in roccia a contatto col calore del sole, tornato a splendere finalmente sulla valle, con forma simile a quella di mura merlate che dalla sommità si spingevano fin quasi a tuffarsi nel fiume.

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Il drago di ghiaccio era stato sconfitto per sempre.

La festa nella vallata fu grande e si protrasse per giorni e notti. La natura era tornata a risplendere e dare frutti. Gli uomini erano di nuovo felici e avevano ripreso i loro lavori consueti.

Fu così che, una sera, Jacques e Maria, la figlia dell’oste, si dichiararono il loro reciproco amore e convolarono a nozze nell’antica chiesa del paese, “stranamente” mai toccata dal furore del drago.

L’impresa del giovane capomastro savoiardo ebbe immediata fama tanto al di qua che al di là delle Alpi. Jacques ricevette infine una chiamata molto importante: fu convocato addirittura dal re d’Inghilterra che gli commissionò numerose torri e castelli nella sua terra.

Jacques e la giovane sposa si trasferirono quindi in Gran Bretagna dove lui, noto come master James, inanellò un successo dietro l’altro,sia come valido architetto che come… dragon hunter!!

Allora, vi va di vedere da vicino la torre dove master James ha imprigionato il feroce drago d’argento? Sì?! E’ in Valle d’Aosta, a Villeneuve: è il castello di Châtelargent! 

 

Ringrazio di cuore l’amico Enrico Romanzi che mi ha consentito di utilizzare uno dei suoi magnifici scatti come immagine di copertina.

 

 

 

 

Palmira, splendida “sposa del deserto”. Racconto di un viaggio che (ancora) non ho fatto

Questo che vi scrivo col cuore a mille è un post diverso dal solito. Non è un archeoracconto. E non è neppure un suggerimento di viaggio ispirato da qualcosa che ho fatto davvero. E’ uno sfogo, un urlo rappreso tra le sabbie di quel deserto oggi così martoriato. E’ un sogno, un desiderio: quello di visitare la Siria, magica ed antica terra dove l’uomo ha iniziato a lasciare le sue tracce sin dal periodo Paleolitico con la cultura detta “di Giabrud”.

Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila ho viaggiato moltissimo nel Mediterraneo. Mi sono riempita gli occhi con le sontuose e possenti rovine di Leptis Magna, di Dougga e di Sabratha. Ho potuto salire gli scalini del teatro cretese di Gortyna. Mi sono emozionata tra i colonnati di Gerasa e persa tra le enigmatiche tombe rupestri di Petra. E ancora la Turchia, con le sue scenografiche città terrazzate e i paesaggi struggenti di millenaria bellezza. Ma per varie ragioni non son mai riuscita a fare un viaggio in Siria, cosa che invece avrei sempre voluto.

Una terra strategica, porta d’accesso per il deserto d’Arabia ma anche per le importanti vie carovaniere che si spingevano verso Oriente con carovane cariche di spezie, tessuti preziosi, gioielli e profumi. Città carovaniere ammantate di fascino come Palmira, la splendida sposa del deserto, che diede i natali a cotanta regina: Zenobia la straordinariamente bella, colta e coraggiosa sovrana, moglie di Odenato, che osò sfidare la potenza di Roma.

Palmira, un nome che trasuda poesia, una sorta di lontana armonia d’Oriente riecheggiata dai venti e dalle fluide dune del deserto. Quella platea, cioé quella lunghissima via colonnata al cui centro si apre, come un respiro, la famosa piazza ovale con arco tetrapilo (distrutto!) e con quell’originale, inusuale, esotico arco di snodo a pianta triangolare! E quel gioiello che era (purtroppo dobbiamo usare l’imperfetto) il teatro, anch’esso distrutto!

Te la immagini, evanescente sogno di colonne e fregi arricciati, persa tra le atmosfere opalescenti dell’alba o accesa dalle luci infuocate del tramonto. Da sempre, sin dai tempi del liceo, un mio grande sogno.

Dicono sia un viaggio non semplice quello per Palmira; occorre dragare, nel senso letterale del termine, uno scomodo e sgradevole tratto di deserto ghiaioso e polveroso per raggiungere un bivio (che definirei drammatico): a sinistra Palmira, a destra Bagdad.

Un brivido, un timore che scorre sotto pelle anche standosene a casa… e si procede verso questa città fatata persa nella storia e minacciata dal più oscuro presente che a fatica si possa (sebbene non si voglia) immaginare. Palmira, simbolo di un Paese, di un popolo.

Dicono che all’alba il sole sembri levarsi più lentamente del solito su questi resti carichi di magia, quasi a volerli vedere più da vicino, a volerli accarezzare con la sua luce rosea e dorata, quasi a voler lui per primo, ogni giorno, assistere a questo spettacolo color ocra ritagliato contro un cielo che da lilla si fa blu e poi ancora più blu, come i lapislazuli che adornavano le dame palmirene.

Credo che aver visto Gerasa (oggi in Giordania) in parte mi aiuti. Mi aiuti a ritrovare quei colori, quei profumi, quelle sfumature… ma anche quelle persone: i venditori di acqua, di thè aromatizzato al cardamomo, di tappeti e di kefiah. Quei volti di donne dai profondi occhi scuri ammantate in colori sgargianti che fugacemente mostrano denti bianchissimi aprendosi in un sorriso di saluto e di benvenuto. Quei visetti sempre un pò arruffati di dolcissimi bimbi dagli immensi occhi neri, felici di farsi scattare una foto e ricevere una caramella o un chewing-gum o magari, perché no, qualche moneta… Vivo il ricordo di una bimba che all’epoca avrà avuto suppergiù 3 anni, dal profilo dolce, le lunghe ciglia nere, protetta da un cappellino rosa con la visiera che la faceva sembrare una bambola di porcellana brunita… Lei era felice e serena; giocava coi ninnoli che la madre proponeva ai turisti e ci fissava curiosa. Vorrei che anche oggi tutti i bimbi di Siria fossero come era lei quel pomeriggio: felici, sereni e curiosi, non travolti da un orrore indescrivibile troppo più grande di loro…

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Dichiarata patrimonio dell’Umanità nel 1980, oggi vituperata e violentata come la sua stessa gente. Una terra dove oggi, ahimé, le stelle stesse si nascondono, la luna stessa si nasconde, per fuggire all’incubo. Ma è una terra fiera, resa nei secoli potente dalla sua geografia e dalla sua storia, culla dell’umanità neolitica europea, culla delle prime civiltà di villaggio e dell’idea stessa di città se pensiamo a siti come Ugarit e Tell Ramad, o come Hama sull’Oronte. Per non parlare di Ebla, città egemone dal punto di vista economico e culturale sin dall’Età del Bronzo. Città in perenne bilico tra difficili e fragili equilibri fra le diverse potenze mesopotamiche, ambita da potenze straniere, ma sempre rialzatasi e nuovamente arricchitasi.

La poderosa fortezza di Dura Europos, fondata da Seleuco I Nicatore sui resti di un preesistente insediamento semitico, “padre” della dinastia dei raffinati sovrani Seleucidi in posizione dominante sulla riva destra dell’Eufrate. E se pensate che proprio qui è stata identificata una delle primissime chiese cristiane (!!), datata alla metà del III secolo d.C. Una città piazzaforte, baluardo strategico contro i temibili e temuti Parti, ma che vide nel 165 d.C. la vittoria trionfante dell’imperatore Lucio Vero. Siamo su una linea di frontiera, di presidio delicatissimo; un presidio sempre presente ma mimetizzato tra le sabbie e tra le sinuosità di una raffinata sequenza di fortezze e punti di avvistamento basata sulla mobilità delle truppe, delle merci e dei mercanti. Strade quasi a volte impercettibili, ma stabili e conosciute. Percorsi camaleontici ma battuti. Non certo una “muraglia cinese”, ma un limes fluido ed elastico, ancor più di quello africano, fatto di veri e propri fasci di strade ritagliate tra le oasi e le ingannevoli dune.

I Seleucidi. Una potenza ellenistica che, dopo periodi di straordinaria ricchezza e dopo aver fondato decine di floride colonie tra cui citerei Antiochia sull’Oronte, Apamea e Laodicea, si sono dedicati a rendere prestigiosa, elegante e raffinata questa terra. Un’attività edilizia irrefrenabile, costosa e monumentale; commerci fiorenti. Templi grandiosi. Puro spettacolo. Finché giunsero all’inevitabile scontro con Roma che si risolse con la sconfitta subita da Antioco III da parte di Lucio e Publio Cornelio Scipione prima alle Termopili e poi a Magnesia sul Sipilo nel 189 a.C.La Siria divenne provincia imperiale romana.

E quella che i Seleucidi chiamarono Beroea e che noi oggi conosciamo come Aleppo, antica e fulgida “capitale del nord”, non lontana dal confine con la Turchia. Una delle città più antiche del mondo, abitata ininterrottamente dall’XI secolo a.C. e dichiarata Patrimonio dell’UNESCO dal 1986. Un territorio da sempre strategico, a metà strada tra il mare e l’Eufrate; un centro da sempre cosmopolita in quanto città carovaniera dove si incrociavano mercanti e milizie provenienti da ogni angolo del Mediterraneo così come dalle più remote terre d’Oriente. Una città gioiello, in filigrana di pietra grigia, oggi quasi del tutto rasa al suolo da una furia cieca e senza scrupoli.

 

Vorrei citare un passo delle memorie di viaggio redatte dallo storico dell’arte Cesare Brandi (1906-1988) e apparso per la prima volta nel volume “Città del deserto” del 1958:

“Su quella vegetazione contenuta ma violenta, il cielo si tendeva come gonfiato dal vento. La città assurda e straordinaria, che godé di una potenza quasi inconcepibile – arrivò sino all’Egitto – era riapparsa, porto asciutto di sabbia per le dondolanti navicelle dei cammelli, emporio di merci lontane. Tutto il panorama, nel suo perimetro antico, s’abbracciava con un’occhiata, il Tempio di Bel, e la Via colonnata, l’Agorà, il Teatro: tutto era chiaro come in un plastico, e invece stava sotto gli occhi nella sua realtà e per un’estensione che non si riusciva a definire, perché non c’era una misura reciproca fra i monti e le colonne.”

E quindi? Cos’è questo post? Un viaggio impossibile? No! Un viaggio che si auspica sia di nuovo fattibile e che questa terra magnifica torni a risplendere nel ricordo del suo glorioso passato e in omaggio a Khaled Asaad, eroico direttore del sito archeologico di Palmira che per non rivelare i luoghi in cui aveva nascosto i reperti più preziosi è stato barbaramente ammazzato. Per lui è stato chiesto il Nobel.

Un viaggio che tutti potremo fare quando finalmente le stelle torneranno a sorridere da dietro la cortina di polvere che le ha oscurate. Quando quei bimbi innocenti torneranno a guardare il mondo sereni e curiosi e, coi visetti puliti e sorridenti, potranno diventare adulti con la voglia di cambiare il mondo!

Stella