Castello di Saint-Pierre. Il regno di Flora

“Lasciare la città per finire lassù, in mezzo alle montagne… da solo… beh, del resto non ho scelta!”. Così si lamentava il giovane barone, rampollo di una nobile ed importante famiglia, costretto dai parenti a trasferirsi nel piccolo villaggio di Saint-Pierre.

“Hai ereditato l’antico maniero di famiglia, Emanuele!”, tuonava l’arcigno zio, “tuo compito è prendertene cura! Quindi, fattene una ragione e prepara i bagagli! Tra una settimana al massimo il castello di Saint-Pierre sarà la tua dimora! E vediamo se, confinato lassù, tu non metta la testa a posto!”.

Emanuele non aveva scelta. Tutta la famiglia era contro di lui.. Purtroppo negli ultimi anni non si era certo guadagnato una buona fama: conduceva una bella vita sperperando denaro in ogni possibile modo, frequentava compagnie ritenute “pericolose e inopportune”… un continuo litigio con lo zio! Forse era davvero meglio andarsene… poche comodità, pochi soldi, ma almeno sarebbe stato in pace e avrebbe fatto ciò che voleva!

Rapidamente arrivò il giorno della partenza. La diligenza correva veloce sulle strade polverose. In poco tempo le campagne lasciarono il posto al dolce profilo delle colline che vennero presto sostituite dalle alte montagne della Valle d’Aosta.

L’aria aveva cambiato profumo: Emanuele era inebriato da quella fragranza mista di pino, erba, muschio e terra. Gli sembrava che il sangue corresse con più vigore alimentato dalle brezze fresche che rotolavano giù dai ghiacciai.

All’improvviso, dopo un’ultima curva, eccolo: l’antico maniero lasciatogli dal nonno!

Veduta del castello di Saint-Pierre prima degli interventi in stile neogotico (stampa di E. Aubert, 1860)
Veduta del castello di Saint-Pierre prima degli interventi in stile neogotico (stampa di E. Aubert, 1860)

Su un roccione svettava la vecchia torre maestra, già in stato di avanzato degrado, circondata dalle possenti mura medievali in buona parte sbrecciate. Gli edifici residenziali erano spogli (solo i mobili essenziali), bui e umidi. Emanuele sospirò:” Mio Dio… ci vorrebbero dei lavori, ma come li pago? Solo questo mi hanno lasciato e lo zio non mi da più un soldo… vedremo… per ora va ancora bene: per fortuna è estate! Chiederò nel villaggio se qualche manovale può venire a dare un’occhiata…così…giusto per non avere la neve in casa o spifferi gelati quest’inverno… “.

Tuttavia, nonostante lo sconforto iniziale, Emanuele avevo ben presto imparato ad amare quel luogo. Il paesino era carinissimo e gli abitanti avevano accolto con simpatia “quel giovane barone scapestrato e ribelle, amante della natura, fuggito dalla grande città!” (così dicevano di lui).

In una stanza col camino, dove ancora si vedevano resti di antichi affreschi e si potevano magicamente percepire gli echi delle leggendarie feste organizzate dai ricchissimi proprietari oltre 200 anni prima, Emanuele aveva creato il suo angolino prediletto.

Da subito aveva iniziato a perlustrare i dintorni: che meraviglia! Prati verdissimi, meleti, vigneti, orti e, in lontananza, boschi color smeraldo che, con le loro tonalità scure, esaltavano ancor di più il bagliore delle nevi perenni.

Quell’estate cominciata così male, si era rivelata una benedizione. Da solo, in totale libertà! Grazie al suo bel carattere, ai modi educati e, perché no, al gradevole aspetto, il giovane barone si era ben integrato e riceveva aiuto da tutti: cibo e biancheria pulita non gli mancavano!

Le quotidiane lunghissime passeggiate gli avevano fatto riscoprire e aumentare una passione che aveva da bambino: quella per la raccolta di erbe, foglie fiori. La natura così ricca e multiforme di quei luoghi avevano risvegliato in lui una profonda curiosità e in poco tempo si era creato una collezione botanica di tutto rispetto; “così, se mai un giorno dovessi tornare in città, un pò di questi luoghi verrà con me…”, pensava.

230

Gli era poi venuta in mente un’idea: voleva trasformare l’alta corte del castello in un suo personale giardino segreto. Un pò “giardino dei semplici” con erbe aromatiche e medicamentose; un pò giardino all’inglese con piante ornamentali capaci di creare atmosfere incantate e suggestive. Quello sarebbe stato il suo giardino, chiuso al mondo eccetto che a lui!

Una sera, al tramonto, attardandosi sulla terrazza, notò per la prima volta un fiore straordinario attaccato al muro della torre. Si avvicinò: era una specie di orchidea. Un fiore grande dai colori cangianti, insoliti: i petali erano uno diverso dall’altro, quasi a formare un arcobaleno, lucidi e setosi.

71MIxgDLljL._SX425_

Decise di coglierlo per ripiantarlo ed eventualmente ricavarne semenza. Provò a strapparlo, ma il fiore incredibilmente si chiuse e si ritrasse.”No, devo aver sognato”, pensò, “è impossibile!”.

Ci riprovò: niente. Quel fiore si richiudeva su se stesso. Provò a reciderlo con delle forbici: niente!

Prese allora un martello e iniziò a distruggere il muro:”Verrà fuori, no!? Lo estirperò con tutte le radici!”. Risultato: il muro della torre si crepò terribilmente fino a sgretolarsi!

L’operazione aveva prodotto un’enorme voragine nel vecchio muro cadente mentre il fiore era rimasto ben incastrato nella sua pietra.

“No, ma… è impossibile!”. Emanuele non riusciva a crederci. “Che razza di pianta è mai questa?!”. Raccolse allora la pietra con la pianta dentro, deciso a portarla in casa per esporla così com’era, come fosse un oggetto esotico e meraviglioso.

La mise sul comodino accanto al letto e andò a dormire.

Ma non fu una notte come tutte le altre… Emanuele venne svegliato da un fruscio insistente, come se un insetto gli volasse sul viso. Quando aprì gli occhi rimase senza parole: dalla pietra la pianta era uscita a dismisura arrivando fino a lui e i fiori si erano moltiplicati e ingranditi fino a formare una coperta. Emanuele si alzò di scatto, ma qualcosa lo bloccava impedendogli di scendere dal letto.

Ad un tratto la coperta di fiori si mosse, si avvolse su se stessa e si trasformò in una giovane fanciulla alata.

winx 9

“Ma… ma chi… cosa…chi sei tu?” balbettò Emanuele confuso e spaventato. “Tranquillo, io sono Flora, la fata della Natura. Conosco la tua passione per il mio regno, ma oggi hai fatto qualcosa di grave: ti sei ostinato ad appropriarti di un fiore assai raro e prezioso, di me! Avevo provato a farti capire che non dovevi né potervi toccarmi, ma hai insistito fino a distruggere addirittura la tua casa! Hai commesso un errore. E ora, se non vi poni rimedio, la voragine nella torre si allargherà a tal punto che tutto il castello potrebbe crollare! Vuoi che accada?”.

“No, no… certo che no… ma..e ora? Come posso rimediare? Quel fiore era talmente bello che…”;

“talmente bello che avresti dovuto rispettarlo e lasciarlo dov’era”, concluse Flora.

E continuò:” Ad ogni modo, visto il tuo amore per il mio mondo, voglio aiutarti.”. Improvvisamente la stanza si riempì di strane creature, metà uomini e metà foglie, o metà uomini e metà fiore; c’erano anche uomini-stelo, uomini-ramo.. un vero e proprio esercito di esseri del piccolo regno al servizio della loro regina, la fata Flora.

Leafman (tratto dal film animato "Epic. Il mondo segreto")
Leafman (tratto dal film animato “Epic. Il mondo segreto”)

Emanuele era sbalordito! “Loro sono i miei fedeli servitori. Ti aiuteranno a ricostruire la torre maestra, a patto che tu segua i miei ordini! Voglio una torre alta ed elegante con quattro torrette, una per ogni angolo.

244508-800x533-500x333

Ogni torretta corrisponde ad una stagione e, a seconda della stagione, dovrai lasciarmi (con la mia pietra) nella torretta corrispondente. Nessun uomo però potrà entrarvi! Nemmeno tu! Mi dovrai lasciare all’ingresso, poi saranno i soldati-foglia a trasportarmi all’interno! Sii preciso, non farti trascinare dalla curiosità. Se un uomo dovesse entrare in una torretta, l’intero castello crollerà e per te sarebbe la rovina. Se invece ti atterrai ai patti per almeno 50 anni, il tuo castello diventerà la dimora del piccolo mondo alla portata di tutti e il tuo giardino segreto sarà dono per gli altri così che possano conoscere, scoprire, amare e proteggere il mondo di Flora”.

Emanuele non aveva altra scelta; nonostante un fondo di incredulità, obbedì alla fata Flora e, la mattina seguente, dopo una notte che gli parve lunga un’eternità, la torre non era più la stessa. Gli uomini-foglia e le donne-fiore avevano magicamente creato qualcosa di spettacolare: “ecco, ora posso dire di vivere nel castello delle fiabe”, esclamò il giovane barone.

“Non solo!”, lo corresse la fata, “puoi dire di essere un ospite speciale del regno di Flora”.

Il giardino segreto del barone divenne, col tempo, un tesoro di erbe, fiori ed essenze esotiche a disposizione di tutti. Nelle torrette nessuno mise mai piede e si narra che, ancora oggi, a seconda della stagione, il fiore-dimora della fata Flora vi fiorisca, ancorato alla sua pietra, di volta i volta con un colore ed un profumo diverso.

Castello-Saint-Pierre (Foto: Enrico Romanzi)
Castello-Saint-Pierre (Foto: Enrico Romanzi)

E’ il castello delle favole. E’ il castello di Flora. E’ il meraviglioso castello di Saint-Pierre!

 

Stella

Annunci

Castello di Graines. La bambina, il cavaliere e la matita incantata

Caterina aveva otto anni. Abitava in un grazioso villaggio in alta Val d’Ayas, ai piedi di montagne mozzafiato, tra prati e boschi. Caterina amava molto andare a scuola e adorava disegnare. Ogni attimo di tempo libero prendeva un foglio, le sue matite e iniziava a volare con la fantasia. La nonna le raccontava spesso storie e leggende e lei si divertiva a fantasticare su quelle streghe, quei diavoli, i folletti, i principi, i draghi… non avrebbe mai smesso!

500_F_24290431_1kbOVIiJfePlQPOz3xISb72vk1t4eCVV

Le piaceva immaginare come sarebbe stato vivere in un castello, indossando vestiti eleganti e sontuosi, innamorata di un principe bellissimo e coraggioso!

I suoi genitori, però, lavoravano duro; non era semplice mandare avanti la stalla, seguire il bestiame, i campi, la produzione di burro e formaggi… E lei, la maggiore di quattro figli, doveva saper fare un po’ di tutto, studiare e naturalmente badare ai tre fratellini. Che stanchezza! Ecco che il disegno, per il quale oltretutto era molto dotata, era la sua unica valvola di sfogo. Doveva solo stare attenta a non perdere la cognizione del tempo, altrimenti suo papà la richiamava all’ordine con modi, diciamo, bruschi…

Un pomeriggio, infatti, il papà le aveva detto di scendere in paese per alcune commissioni, tra cui andare dal calzolaio a far riparare le scarpe invernali.

Lei era andata ma… il calzolaio le aveva detto che ci sarebbe stata un’oretta da aspettare e così… beh… Caterina si era messa a girovagare nei dintorni, poi si era seduta su una panchina e aveva iniziato a passare il tempo nel modo a lei più congeniale: disegnando!

Una, due, tre ore erano passate e ormai era quasi buio! Solo in quel momento Caterina si rese conto del pazzesco ritardo che aveva accumulato! Si precipitò alla bottega del calzolaio, ma era già chiusa! Corse più veloce che poteva per tornare a casa e, quando aprì la porta, fu accolta dai suoi genitori preoccupati e arrabbiatissimi; con loro c’era anche il calzolaio che, non vedendola tornare, pensava fosse a casa.

“Ora basta, Caterina!!”, urlò il padre, “stai davvero esagerando! Ne ho abbastanza dei tuoi disegni e della tua perenne distrazione! Ma quando imparerai a stare coi piedi per terra?!” e, detto questo, le prese dallo zaino fogli e matite e glieli lanciò nella stufa; “e per un bel pezzo, stanne certa, di matite e roba simile non se ne parla!”, tuonò infine il papà.

Trascorsero alcuni giorni, ma Caterina, pur obbedendo in silenzio ai genitori, non era più la stessa; aveva perso il sorriso, non aveva più voglia né di parlare né di mangiare.

Una sera in cui era più triste del solito, andò a letto prestissimo e crollò sfinita in un sonno profondo.

“Ehi, ehi, Caterina! Caterina mi senti? Sono qui, in fondo al tuo letto!”.

La bambina aprì gli occhi e… ai suoi piedi era seduto un nano! Ma certo, era proprio un nano! Piccolino e cicciottello con una lunga barba bionda, due occhietti verdi vispi e furbi e ai piedi uno splendido paio di sabots d’oro!

”Sei triste, vero, Caterina? Eh, io lo so perché!”, disse il nano avvicinandosi; “guarda, so come aiutarti. Lascio sotto il tuo letto una sacca: domattina aprila e vedrai! Stai serena, piccola! E non smettere di credere ai tuoi sogni!”.

La mattina seguente, di buon’ora, Caterina si svegliò; si sentiva strana, quasi non riuscisse a svegliarsi del tutto… “Che strano sogno che ho fatto!”, pensò, “chissà se c’è davvero qualcosa sotto il letto!”.

Caterina si chinò e… un sacchetto di velluto verde giaceva in attesa che lei lo trovasse.

“Allora era vero! Cosa ci sarà qui dentro?”; la bimba aprì freneticamente il sacchetto e vi trovò … “Una matita!!”. Sì, dentro c’era una matita, una sola, più lunga e più spessa delle normali matite, tutta dorata. La mina era davvero spettacolare: aveva dentro tutti i colori dell’arcobaleno! “Wow! Che meraviglia! Voglio provarla subito!”.

Caterina prese allora un pezzo di carta e vi disegnò un gattino. Il gattino risultò di colore arancio, come se quella matita sapesse a quale colore lei stesse pensando…

Si voltò un attimo e “Miao miao…!!”, Caterina vide con grande stupore che il micio era vero! Era uscito dal foglio e aveva preso vita: “Oddio! Ma è una matita magica! Non ci posso credere!”.

Provò a disegnare un vaso di fiori e dopo alcuni istanti esattamente quel vaso coi colori cui lei pensava faceva bella mostra di sé sul davanzale della finestra.

Caterina era fuori di sé dalla felicità ma sapeva che doveva tenere tutto nascosto, altrimenti sarebbe stato un bel guaio!

Da quel giorno ogni momento di solitudine era buono per disegnare ciò che desiderava: cagnolini, farfalle, bambole, ma anche vestiti, scarpe, torte e biscotti!

Tutto però veniva accuratamente nascosto: guai se i suoi genitori l’avessero scoperta! E guai se la notizia si fosse diffusa…

Un giorno, però, mentre guardava le mucche al pascolo, venne allarmata dall’abbaiare del cane: un vitello era scivolato in un dirupo e si era ferito.

Caterina fu assalita dal panico: cosa poteva fare’ Lassù non c’era nessuno!

Decise di provare a disegnare una lunga corda annodata attorno al vitello e agganciata ad una carrucola. Funzionò! Il marchingegno si materializzò e il povero animale fu in salvo! Però aveva una zampa rotta… Solito sistema: disegnò il vitello con tutte e quattro le zampe sane: il risultato non tardò ad arrivare!

“Per fortuna non mi ha visto nessuno!”, sospirò la bambina, ma… qualcuno invece aveva assistito alla scena!

Sulla via di ritorno Caterina incontrò una vecchietta: era disperata!

“Oh povera me… povera me… sono disperata! Chi mai potrà aiutarmi? Oh che sciagura! Sono rovinata!”

Caterina si fermò e le chiese cosa fosse accaduto.

“Sono una sarta. Avevo ricevuto ordini importanti! Avevo finito ieri di confezionare abiti meravigliosi… E’ scoppiato un terribile incendio e ho perso tutto! Come faccio?! Sono rovinata!”.

Caterina ci pensò un po’ su e, buona com’era, offrì il suo aiuto alla nonnina. “Tu?! Aiutarmi? Ma sei solo una bambina… come puoi aiutarmi?”, disse la vecchietta.

“Non preoccuparti. Domattina verrò qui e tu mi accompagnerai a casa tua dove si trovava il tuo laboratorio”.

Il giorno dopo le due, come d’accordo, si incontrarono all’incrocio del vecchio noce e la vecchina accompagnò Caterina a casa sua. Cammina, cammina… non si arrivava mai!

“Ma, scusi signora, è ancora molto lontano?” chiese la bimba iniziando a preoccuparsi.

“No. No… forza! Sei giovane! Cosa dovrei dire io allora?!”.

Un’ultima ripida salita e giunsero su un altipiano arido e roccioso; tutt’intorno le rovine di quello che doveva essere stato un grande edificio… “E’ questa casa tua?” chiese dubbiosa Caterina; “sembrano rovine molto antiche e non vedo traccia di incendi recenti… dove siamo?!”.

La vecchietta, che le dava le spalle, improvvisamente aprì le braccia e si voltò: un violento turbine nero la avvolse, il suo viso si trasformò in una maschera diabolica con gli occhi rossi e la donna divenne altissima, circondata da nuvole nere e fiamme. Una risata raggelante riempì la vallata.

“Sciocca bambina! Sono la potente strega del lago di Villa! Per secoli ho dovuto nascondermi in fondo alle scure acque del lago, privata del mio castello! Ma ti ho vista! Ho visto il potere della tua matita magica! E ora quella matita sarà mia per sempre! E potrò riavere il mio castello e tornare a dominare incontrastata la valle! Come nei secoli passati prima che arrivasse quel dannato cavaliere che mi ha relegata nel lago!”.

Il lago di Villa (Comune di Challand-Saint-Victor))
Il lago di Villa (Comune di Challand-Saint-Victor))

In men che non si dica la strega fu addosso a Caterina e, immobilizzatala con un incantesimo, le rubò il sacchetto con la preziosa matita.

Caterina non poteva muoversi né urlare. La strega prese la matita e iniziò a disegnare il suo castello, solo che … non ne era capace! Proprio così, lei non aveva il dono di Caterina e i disegni non restavano sul foglio: dalla matita uscivano solo righe nere e brutte chiazze disordinate.

Il castello di Villa (comune di Challand-Saint-Victor)
Il castello di Villa (comune di Challand-Saint-Victor)

“Maledizione!”, urlò la vecchia furiosa, “Che magia è mai questa?! Ma non importa: ora tu disegnerai per me! Obbedisci! Altrimenti ti trasformo in una rana e ti caccio in fondo al lago!”.

Ma Caterina era molto intelligente e non priva di furbizia. Iniziò a disegnare ma chiese alla strega di non guardare, altrimenti la matita non avrebbe funzionato. E così, avendo ascoltato con attenzione la storia della strega, anziché disegnare il castello, iniziò a delineare sul foglio il profilo di un prode cavaliere.

Fu così che, non appena ebbe finito, in lontananza si udì un nitrito e all’orizzonte apparve lui, il prode cavaliere.

roman-horseback

“Maledetta ragazzina! Mi hai ingannata!” urlò la vecchia tentando di trasformarla in una rana. Ma i suoi gesti erano disordinati e frettolosi e così non fece altro che trasformare pietre e cespugli in rospi gracidanti.

Nel frattempo giunse il cavaliere che, rapidamente, mise davanti alla strega uno specchio: in questo modo lei stessa fu vittima della sua magia. Tornò ad essere rana e venne scagliata, stavolta per sempre, in un gorgo sul fondo del lago di Villa.

“Complimenti Caterina! Sei stata davvero coraggiosa!”, disse il cavaliere, “per ricompensarti vorrei aiutarti ad esaudire il tuo grande sogno. Non vorresti forse un castello tutto tuo? Un castello disegnato da te’”.

“Oh, certo! Sarebbe bellissimo, ma… dove? Io… come faccio?”, chiese ancora confusa la piccola.

“Non preoccuparti! Vieni, dai, salta sul mio destriero. Ti accompagnerò nel luogo migliore dove, vedrai, abita un amico che già conosci!”.

Stretta al cavaliere Caterina si godette quella fantastica cavalcata; le sembrava di volare sui prati, di accarezzare le chiome degli alberi, di riuscire ad afferrare il vento e toccare il sole.

Giunsero quindi su una collina, un’altura che dominava tutte le vie che, provenendo dai colli intorno, si congiungevano nel fondovalle non lontano dal villaggio di Brusson.

Scesa da cavallo la bimba si guardò attorno: che posto magnifico! Poi guardò nuovamente il cavaliere e si accorse di un particolare: “Ops, ma il tuo mantello è tagliato! E’ stata la strega?”.

“No, piccola”, sorrise il cavaliere, “è così da molti molti secoli; io stesso lo tagliai dividendolo a metà per aiutare un mendicante a riscaldarsi. Io mi chiamo Martino e ho attraversato più volte l’intera Europa per liberare le terre da demoni e streghe. Questo luogo è strategico, da qui si può controllare l’intera vallata: un castello serve proprio!”.

“Ehi voi due! Ci sono anch’io, eh?! Questa collina è casa mia!”; il nano! Ma certo! Era proprio il nano dagli zoccoli d’oro che aveva regalato la matita magica a Caterina!

“Le leggende narrano che qui sotto vi sia un immenso tesoro… in realtà è casa mia! E da qui, da un punto segreto che conosco solo io, si può accedere alle nostre straordinarie miniere d’oro!”, spiegò il nano. “Mi chiamo Greno! Piacere di rivedervi!”.

“Bene”, riprese il cavaliere Martino, “disegna ora il tuo castello, Caterina!”.

La bimba lasciò correre la sua fantasia e la matita fece il resto. Ecco che intorno a loro presero forma alte mura merlate, edifici, una cappella. Il punto più alto restò vuoto.

“Quassù, esattamente sopra l’ingresso della mia dimora sotterranea, devi piantare la tua matita”, disse Greno, “come fosse un albero!”.

Caterina lo fece, ma pareva non succedere nulla.

“Non avere fretta, piccola”, la rassicurò il cavaliere, “ora vai a casa. Questa notte resterò io qui a sorvegliare. Domattina avrai il tuo castello! Abbi fiducia!”.

Greno fece tre salti sbattendo gli zoccoli e, in un battibaleno, Caterina si ritrovò nel suo letto… ma com’era possibile?

“Sei ancora sveglia?”, chiese sua mamma aprendo la porta, “forza, dormi, che domattina dobbiamo partire presto per il mercato!”.

Sfinita da una giornata incredibile, Caterina sprofondò in un sonno pesantissimo, Quando si svegliò era ormai l’alba e sentiva i suoi genitori che trafficavano tra la cucina e la stalla.

Il castello di Graines (Foto: Enrico Romanzi)
Il castello di Graines (Foto: Enrico Romanzi)

“Caterina, ti abbiamo lasciato il latte sul tavolo! Sbrigati a far colazione!”, disse il padre. Caterina andò in cucina, si sedette e mentre sorseggiava il suo latte, il suo sguardo fu attratto da un libro che non aveva ancora visto. Parlava dei castelli della Valle d’Aosta. Lo sfogliò curiosa e, fatalmente, il libro si aprì sul “Castello di Graines”… era il suo! Come segnalibro, una luccicante matita dorata…

Stella

Un omaggio non solo all’affascinante castello di Graines ma all’intera Val d’Ayas in questo mio racconto.

ùLa bimba si chiama Caterina in ricordo dell’impavida Caterina di Challant che qui si asserragliò in occasione della guerra contro il cugino Giacomo.

Il nano si chiama Greno, come appunto il villaggio di Graines. Un nano, leggendario custode e abitante delle miniere  d’oro di cui questa vallata è ricca.

San Martino, cavaliere, soldato dell’impero romano il cui Cammino, di valenza europea alla stregua della Via Francigena, attraversa la nostra regione e il cui culto è assai diffuso in Valle d’Aosta. Uno dei luoghi emblematici è appunto la cappella castrense di Graines (castrum Sancti Martini).

Ammantato di magia il non lontano castello di Villa, culla d’origine della famiglia Challant, le cui rovine dominano dall’alto lo splendido Lago di Villa, Riserva naturale protetta.

Buona lettura a tutti!

 

 

Montjovet. Il castello fantasma e le sacre incisioni

Sin dai tempi più lontani quell’altura di roccia si ergeva nel fondovalle, in origine bucando la coltre ghiacciata, poi dominando l’ampio letto del fiume sfrangiato in estese paludi e acquitrini.

Sin da quando l’uomo iniziò ad abitare quelle terre, quell’altura era stata ritenuta sacra: nessuno vi poteva costruire! Soltanto i sacerdoti, i saggi druidi, potevano salirci percorrendo un ripido sentiero nascosto, segreto ai più, che si inerpicava sul versante illuminato dal sole.

Solo i saggi druidi, incaricati di scrutare il cielo, studiare le stelle e consultare gli dei.

E così effettivamente fu, per secoli; fino a che…

Fino a che, nelle epoche oscure, costellate di battaglie, inimicizie e acerrime rivalità tra le tante potenti famiglie locali, quell’altura non fu violata da un signore avido, perfido e incurante di ogni legge: il terribile Feidino De Mongioveto.

Quell’altura rocciosa, ripida e ben protetta, a picco sulla stretta gola del fiume, costituiva un punto di controllo assolutamente prezioso e strategico. Da lì Feidino poteva controllare tutti i transiti e i commerci della regione esigendo, così, dei salati pedaggi.

Pur essendo stato messo in guardia da molti, Feidino procedeva coi suoi progetti e, dopo aver acquartierato il grosso delle truppe nel piccolo borgo ai piedi di quella straordinaria torre naturale, chiamò i migliori architetti per realizzare la più grande e la più possente e inespugnabile fortezza che si fosse mai vista.

Ma non appena si diede inizio ai lavori incidendo la roccia sulla cime, innumerevoli segnali nefasti iniziarono a manifestarsi: tempeste, terribili esondazioni, frane, slavine… Le mura che venivano erette, nel giro di una notte crollavano.

Un giorno giunse da Feidino un anziano, abbigliato come un frate, con una lunga barba grigia ed uno strano bastone in mano. “Sire Feidino, te lo chiedo in nome degli dei della montagna, del cielo e del fiume: interrompi immediatamente i lavori in questo luogo o peggio sarà per te e per la tua discendenza!”.

“Chi sei vecchio menagramo?! Cosa vuoi? Soldi? Chi ti manda? Me ne infischio delle tue sciocche parole! Io non ho paura! Anzi, ti metterò a tacere per sempre! Guardie! Sbattetelo nelle segrete! Domani penserò a come liberarmi di questo stregone! Ah ah ah!!!”.

“Tu non sai ciò che fai Feidino! Io comunque mi chiamo Chenalio, non sono uno stregone, ma un sapiente. Del resto, cosa vuoi saperne tu dei nostri antenati? Scommetto che neppure conosci i sacri segni che da secoli sono incisi nelle rocce qui vicino… e con la tua superbia mai li troverai!”.

Le guardie gli si gettarono addosso, ma all’improvviso, in una spirale di denso fumo grigio, Chenalio svanì.

“Vecchio pazzo stregone! Avete visto tutti, no?! Era il demonio in persona!”.

E Feidino proseguì con la sua costruzione. Piogge infinite, smottamenti, incendi si ripeterono uno dopo l’altro, ma caparbiamente lui non mollava. Cercò anche di trovare le incisioni sulle rocce di cui Chenalio parlava ma non trovò mai nulla sfogando così la sua rabbia sui villaggi e sulle coltivazioni.

Ma da un luogo remoto sotto quelle rocce, il saggio Chenalio seguiva le vicende della nuova fortezza:” Povero Feidino. Ora dunque lascerò che tu finisca. Lascerò che tu raggiunga il potere cui ambisci…per poi toglierti tutto quando meno te l’aspetti! DA quel momento tutti i tuoi sforzi saranno resi vani e il tuo prezioso castello, pur continuando ad esistere, non sarà visibile a nessuno. A meno che…”

Il castello di Saint-Germain a Montjovet (Foto di Emi Dattolo - LYTD11)
Il castello di Saint-Germain a Montjovet (Foto di Emi Dattolo – LYTD11)

E fu così che Feidino riuscì ad ottenere ciò che voleva: tutti lo temevano, lo lusingavano, lo riempivano di doni pur di avere la sua protezione. Il suo castello era magnifico: dall’alto dominava sulla valle e, come un faro, si vedeva sin da molto lontano. Purtroppo però Feidino non smise di compiere malefatte e la sua fortezza divenne ben presto un luogo di terrore: si temevano le sue prigioni, da cui, una volta entrati, non si sarebbe più usciti vivi!

Ma col tempo, Feidino si ammalò; un morbo fino ad allora sconosciuto, impossibile da curare. Sua moglie, perfida quanto lui ma assai ricca, per questo motivo lo abbandonò, Feidino contagiò in poco tempo tutti coloro che gli rimasero vicini. Morì tra indicibili sofferenze e tutti i suoi sudditi con lui. Il castello cadde in rovina, nessuno voleva più avvicinarvisi; quasi si aveva paura persino ad alzare lo sguardo verso la torre, sempre più nera, buia e minacciosa. La fortezza di Feidino diede così origine a sinistre leggende; divenne un luogo maledetto, dove regnavano solo il silenzio e l’oscurità.

La gente della contrada vicina chiese che venisse costruita una chiesa nei pressi dell’altura affinché il male fosse allontanato.

Passarono anni, decenni, secoli.

L’oblio era infine calato sul castello di Feidino De Mongioveto, ormai ridotto in rovina, ad eccezione della torre che si ostinava a svettare sulla vallata, quasi a voler ricordare la triste fine di quel maledetto signore.

 

Era una calda giornata estiva e un giovane archeologo da poco giunto nella valle stava percorrendo la Via Francigena per motivi di studio. Giunto nei pressi del castello, si trovò davanti ad un bivio privo di indicazioni. Dubbioso guardò la mappa ma continuava a non capire… quel bivio non era neppure segnalato! Ad un certo punto, dal folto di un giardino uscì un uomo: era in là con gli anni, aveva una folta barba grigia ed indossava una specie di saio lungo fino ai piedi. “Ti sei perso, ragazzo? A molti capita quando arrivano in questo luogo…”; “Effettivamente sì… da che parte vado per la Francigena?”.

“Ah, la Francigena…certo…pensavo cercassi il sentiero segreto che conduce al castello abbandonato…”, rispose il vecchio guardando il giovane con la coda dell’occhio, ben sapendo che ne avrebbe solleticato la curiosità.

“Castello abbandonato?!! Ma… come… a quale castello si riferisce? No, no.. ora voglio andarci! Sa, sono un archeologo…anzi, piacere, mi chiamo Gabriele!”. “E’ un piacere conoscerti, Gabriele. Credo tu sia la persona più adatta per salire al castello… di qua, non esitare!”.

Gabriele si incamminò, poi quasi subito si voltò per ringraziare quello strano individuo, ma non c’era più!

Il sentiero era abbastanza impervio, ripido, a volte paurosamente affacciato sul vuoto! Giunse nei pressi di quello che doveva essere un arco d’accesso nella cinta ed entrò. Iniziò a scattare foto e a prendere appunti sul taccuino che portava sempre con sé; quindi, al tramonto, tornò sui suoi passi e fece ritorno a casa. Pieno di entusiasmo si precipitò al computer per scaricare le foto: “Ma … no…no! Ma, come … non ce n’è nemmeno una!! Ma cos’è successo? Tutte bianche… che diamine! Maledetto cellulare!”. Prese allora il taccuino, ma…. I suoi appunti erano completamente spariti! Gabriele rimase senza parole; passò la notte facendo ricerche su quel maniero, ma non trovò molto. Appena fu giorno decise di farvi ritorno.

Giunto al bivio imboccò senza esitazione il sentiero del giorno precedente; tuttavia, mano a mano che procedeva, il cammino si faceva sempre più impervio e scivoloso, la vegetazione molto più fitta di come la ricordava e improvvise spaventose sporgenze. Per arrivare al castello gli ci volle l’intera giornata; “Ma com’è possibile? Ieri ci ho messo un’oretta…”, rimuginava Gabriele, sfinito ma non rassegnato. Giunse in vista delle mura che era già il tramonto. Ad un tratto si sentì chiamare: “Sei tornato, eh? Ce ne hai messo di tempo!”. Il vecchio barbuto vestito da monaco apparse dal nulla, avvolto da una luce verde.

“Ma si può sapere chi sei? Mi stavi aspettando?” chiese il giovane archeologo non senza paura.

Il vecchio si avvicinò; sul volto una specie di ghigno. Estrasse dal saio un sacchetto di velluto nero e lo svuotò su una roccia; ne uscì una ventina di pietre colorate e luminose simili a dadi. “Ma che razza di dadi sono’ Quante facce hanno?!”, Gabriele era disorientato.

“Sù, non perdere tempo. Fai il tuo tiro!”, esclamò il vecchio.

Gabriele li prese e li tirò. “Fermo! Non stare al suo gioco giovane archeologo! O cadrai nel suo malvagio incantesimo! Lo stesso che ha portato alla rovina questo luogo e il suo antico proprietario!”.

Gabriele si voltò di scatto: un altro vecchio identico al primo col medesimo abbigliamento se ne stava dritto in piedi accanto a lui brandendo un bastone con una gemma rossa in cima.

“Io sono il saggio Chenalio, protettore del luogo e delle sacre incisioni che disegnano la grande roccia non lontano da qui. Lui è il mio gemello: Rodo. E’ uno stregone malvagio. Quando era il suo tempo ha usato male le sue doti e ha fatto cadere in mano al feroce Feidino questo luogo! E ancora tormenta questa altura impedendo che venga purificata!”.

“E cosa volete da me? Sono un archeologo, non un guerriero!”.

“Certo”, disse il malvagio Rodo, “proprio perché sei archeologo puoi aiutarmi a ricostruire correttamente il castello e a trovare la sala del potere!”.

“Tu hai l’intelligenza e la pura conoscenza, Gabriele”, disse Chenalio, “solo tu puoi individuare quella sala. Feidino la fece costruire in un luogo segreto del castello, inavvicinabile senza il suo nulla osta. Ma ora che il castello è distrutto, forse la tua capacità di leggere le rovine e le loro fasi, potrà aiutarci. Poi starà a me impadronirmi di quella sala prima di mio fratello!”.

Gabriele era esterrefatto, ma quella sfida lo incuriosiva! Dopotutto lui aveva sempre amato i giochi di ruolo.

Fu una notte lunghissima, passata a perlustrare le creste dei muri, i brandelli di pareti ancora in piedi, le porte, le finestre, i merli, le sopraelevazioni. Da una parte Chenalio che lo guidava con la luce del suo bastone. Dall’altra il truce Rodo, pronto a sferrare il suo attacco non appena venisse trovata quella sala.

Ore ed ore, ma niente. Gabriele era riuscito ad isolare il corpo di fabbrica residenziale, ma nulla lasciava supporre la presenza di una simile sala.

Poi, all’improvviso, la terra sotto i suoi piedi cedette: si aprì una voragine e Gabriele vi precipitò.

La cosa strana era che là sotto i poteri dei due gemelli erano vani… Gabriele, incolume, si guardò intorno: il buio venne lentamente illuminato da fiammelle azzurre che vagavano a mezz’aria. Aguzzò la vista: si trovava al centro di un salone vastissimo, con due file di seggi splendidamente intagliati ai lati ed uno scranno più alto sul fondo. Si avvicinò al posto d’onore ed una fiammella si posò sul sedile. Gabriele si accorse che il sedile era a coperchio: lo alzò e…

figure-di-pendagli-ad-occhiale-dell'età-del-Rame-sulla-prima-roccia-incisa-di-chenal (da ResearchGate.net)
figure-di-pendagli-ad-occhiale-dell’età-del-Rame-sulla-prima-roccia-incisa-di-chenal (da ResearchGate.net)

al suo interno era custodita una tavola di pietra verde levigata con una coppia di incisioni a cerchi concentrici. La prese.

In quel preciso istante la voce possente di Chenalio rimbombò nella sala: “Grandioso! L’hai trovata! Feidino le aveva rubate con l’aiuto di Rodo per impossessarsi del potere! Ora finalmente una mente pura votata alla scoperta l’ha ritrovata! Il potere delle sacre incisioni è salvo!”. Chenalio si avvicinò, prese la tavola e la alzò al cielo. “Ora meriti una ricompensa. Usciamo da qui, e vedrai!”.

Tornato in superficie Gabriele si ritrovò ai piedi della torre. Il castello era … perfetto! Era esattamente come appena costruito. La cinta, gli edifici, le scuderie… Gabriele non poteva credere ai suoi occhi e girava come impazzito.

Il castello di Saint-Germain a Montjovet (Foto di Emi Dattolo - LYTD11)
Il castello di Saint-Germain a Montjovet (Foto di Emi Dattolo – LYTD11)

“Questa visione è solo per te. Solo tu puoi vedere il castello fatto e finito, ma sappi che non ti è permesso riprodurlo, scriverne o parlarne. Non appena te ne sarai andato, infatti, tutto tornerà come prima. Solo di notte la luce illuminerà questo luogo incredibile perché di notte, con le tenebre, il sentiero non è percorribile, quindi nessuno vi si può avvicinare. E qualora vi riuscisse, tante sono le trappole e le cavità nascoste in cui potrebbe cadere in trappola!

La tavola delle incisioni tornerà al suo posto, sotto la sacra roccia di Chenal, dove finalmente anch’io potrò ritirarmi e trovare pace.”

la-prima-roccia-incisa-di-chenal-foto-a-arcaro
la-prima-roccia-incisa-di-chenal-foto-a-arcaro

“E Rodo?”, chiese Gabriele, frastornato da tutti quegli eventi; “Rodo ha avuto la fine chi si meritava”, rispose Chenalio, “nel momento in cui tu hai sollevato la tavola di pietra, la sua stessa magia gli si è ritorta contro e lo ha scagliato dalla parte opposta della gola, per sempre ancorato ad un masso pericolante sul ciglio del baratro”.

“Ma è ora che tu vada. Il sole sta per sorgere e le luci devono spegnersi. I fuochi azzurri ti accompagneranno rapidamente alla tua auto”, e detto questo, il vecchio Chenalio sparì.

In men che non si dica Gabriele era al parcheggio.

Driiiiiiiinnnn, driiiiiinnnnn la sveglia sembrava impazzita. Gabriele aprì gli occhi ancora impastati di sonno… “Ma che diavolo… ma…come…?”. Il giovane archeologo si guardò attorno: la sua stanza, la giacca, lo zaino… “ma, quindi, era tutto un sogno?”. Forse sì, forse no!

Stella

Questo racconto, un pò più lungo e articolato degli altri, vuole rendere omaggio all’affascinante e misterioso castello di Saint Germain a Montjovet. Un sito tanto visibile quanto non sufficientemente conosciuto e ancor meno valorizzato.

Anche il nome del malvagio Rodo trova eco in quello del villaggio abbandonato di Rodoz, appunto, situato sul versante opposto della gola di Montjovet.

E protagonista il mio grande Amico, nonché Archeologo (entrambi con la A maiuscola) Gabriele Sartorio!

 

 

Il Castello di Aymavilles. La sabbia magica

Molti anni fa una famigliola giunse nel villaggio di Amavilla, un grazioso borgo allo sbocco della valle di Cogne. La famigliola giungeva da un paese molto lontano e il viaggio era stato assai lungo. Non fu facile inserirsi, soprattutto per la lingua diversa e le altrettanto differenti abitudini.

Il piccolo Paolo aveva 7 anni e ancora non si era fatto nuovi amici. Timido e riservato faceva fatica ad adeguarsi a tutte quelle novità. Il papà e la mamma erano sempre impegnati al lavoro e lui si annoiava parecchio.

Un giorno in cui era più annoiato del solito decise di esplorare da solo quel nuovo paese; prima girovagò per le strade e per i vicoli del villaggio, poi iniziò ad allontanarsi sempre di più, sempre di più, finché non si trovò in un luogo stranissimo. Ripide pareti di roccia color argento facevano capolino qua e là nel mezzo di una fitta vegetazione: alberi e cespugli stavano piano piano ricoprendo un luogo incredibile: “Cavoli, sembra pietra lunare!”, esclamò stupito il bambino.

Aymavilles. Le cave di marmo abbandonate (da Wikipedia)
Aymavilles. Le cave di marmo abbandonate (da Wikipedia)

Intorno a lui scopriva blocchi di pietra dalle forme geometriche, alcuni spaccati altri ancora integri, con un colore grigio-azzurro quasi brillante. Paolo si perse ad esplorare quel posto così strano e non si accorse che presto si fece buio.

“Oh no… e adesso?! Come faccio a tornare a casa?!”. Il bimbo provè a tornare sui propri passi ma inciampò e proprio in quel momento si alzò un turbine di vento che gli fece entrare della sabbia negli occhi: “Ah! Che male! Non vedo più niente!”. Paolo provò a strofinare gli occhi, ma più lo faceva e più la sabbia penetrava. Incominciò a piangere e a chiamare il suo papà, gridando aiuto. Ma più piangeva e più la sabbia si cementava incollandosi alle ciglia finché formò un tappo sui suoi occhi.

Stremato dalla paura e dal freddo, dopo alcune ore Paolo crollò addormentato.

I suoi genitori, angosciati, lo avevano cercato tutta la notte ma non si erano spinti fin lassù; riuscirono a ritrovarlo solo al mattino. Paolo era vivo, ma i suoi occhi non si aprivano. Neppure il dottore sapeva cosa fare. E più Paolo piangeva, più il terribile tappo di sabbia si inspessiva.

Passarono alcuni giorni finché nel villaggio iniziò a circolare la voce che il conte stava tornando dal suo ennesimo viaggio. Era il nobile conte Vittorio, colto e raffinato proprietario di quelle terre.

Giunto in paese si informò sulle eventuali novità accadute in sua assenza ed un servitore gli parlò della povera famigliola di stranieri che viveva in una contrada isolata tra i boschi; gli disse anche del bimbo e della strana malattia agli occhi che lo aveva colpito dopo essersi smarrito nella vecchia cava di marmo abbandonata.

Il conte era noto per la sua estrema curiosità e per le sue incredibili conoscenze che spaziavano dalla storia alla geografia, dall’arte alla geologia, dalla filosofia alle scienze. La sua dimora infatti, dove quasi nessuno aveva mai potuto mettere piede se non espressamente invitato, si diceva fosse uno straordinario museo di bellezze e preziose rarità che lui raccoglieva in giro per il mondo in occasione dei suoi numerosi viaggi.

Il conte Vittorio Cacherano Osasco della Rocca Challant (da Wikipedia)
Il conte Vittorio Cacherano Osasco della Rocca Challant (da Wikipedia)

E fu così che il conte Vittorio si fece accompagnare a casa del piccolo Paolo. I due affranti genitori rimasero letteralmente senza parole ma una fiammella di speranza riaccese i loro cuori.

“Ebbene, ditemi, dov’è il piccolo? Posso vederlo?”, chiese il conte. Giunto vicino al letto di Paolo, si sedette, e lo guardò a lungo. Poi lo svegliò: “ Paolo, posso raccontarti la storia dei miei viaggi?”. Il bambino rimase meravigliato: finalmente qualcuno che non veniva lì per piangere e compatirlo. Finalmente qualcuno che cercava di distrarlo e farlo divertire, di farlo sognare!

“Oh sì, per favore! Ma … chi sei?”. “Sono un uomo che viaggia molto e che ha sempre voglia di conoscere il mondo, con tutte le sue differenze e curiosità”.

E il conte iniziò così a raccontare. Il viaggio in giro per l’Europa, i misteriosi manieri inglesi, le immense cattedrali francesi, i villaggi della verde Germania… E poi ancora le assolate lande spagnole, lo sfarzo di Madrid, la magia di Siviglia, e poi verso ovest, fino in Portogallo, fino alle colonne d’Ercole, fino all’infinito spumeggiante oceano. E ancora la Grecia, terra del mito, dove ogni albero e ogni pietra sprigionano il fascino senza tempo di una storia antichissima. L’Egitto, terra magica e affascinante, con le sue piramidi e le enigmatiche sfingi metà uomo e metà leone. E le Indie dai mille colori, profumate di spezie. E l’Oriente coi suoi straordinari alberi di pesco, i giardini curati come gioielli, quasi cesellati, dove le donne sembrano delicate bambole di porcellana…

Paolo non credeva alle sue orecchie, totalmente rapito dai racconti del nobile Vittorio, stava viaggiando con la fantasia e gli sembrava di vedere davvero tutti quei luoghi lontani. Aveva smesso di piangere, anzi, rideva.

E avvenne che, come per miracolo, rise talmente tanto che il tappo di sabbia si spaccò e cadde: Paolo vedeva di nuovo!

La felicità generale era indescrivibile; il conte aveva salvato il piccolo.

Uscendo disse: “Paolo, ora rimettiti del tutto. Tra una settimana manderò un mio servitore a prenderti: sei mio gradito ospite! A presto”.

Paolo iniziò un entusiasta conto alla rovescia; chissà che palazzo incredibile aveva il conte! Non stava più nella pelle!

E il giorno tanto atteso giunse: il servitore del conte fece salire il bimbo su una meravigliosa carrozza condotta da una coppia di magnifici cavalli bianchi dai nomi decisamente insoliti: Aimone e Amedeo.

“Eccoci piccolo, siamo arrivati!”.

Paolo scese e con suo grande stupore si trovò…nel nulla! Ebbene sì, era in cima ad una collina affacciata sul fiume e circondata di giardini e vigneti. Un posto senza dubbio molto bello, ma… il palazzo dov’era?!

“Benvenuto caro Paolo! Sono felice che tu sia qui!”. La voce ferma del conte rimbombò alle sue spalle. Paolo stava per fargli mille domande, ma il conte lo fermò immediatamente: “Non chiedermi nulla, Paolo. Fa quel che ti dico. Tieni, ti do un secchiello e una piccola pala. Vicino a me c’è della sabbia. Costruiscimi un castello, per favore, come piacerebbe a te!”.

Paolo non capèiva, ma sentiva che quel gioco avrebbe riservato una sorpresa! Riempì il suo secchiello pèiù volte, pressando bene la sabbia umida e realizzò quattro belle torri tonde. Poi le unì tra loro per creare un edificio che, infine, circondò con una cinta di difesa e un fossato.

“Ecco! Ho finito!”, esclamò Paolo soddisfatto.

“Mmmhh…direi un ottimo lavoro, Paolo! Solido ed elegante allo stesso tempo! Ora apri questa scatola: c’è un regalo per te!”.

“Un regalo?!! Wow!”, Paolo scartò il pacco con frenesia, pieno di entusiasmo. “Cos’è, un cannocchiale?”, chiese disorientato.

Il caleidoscopio
Il caleidoscopio

“Più o meno. Si usa come un cannocchiale, ma…guarda dentro!”.

Paolo avvicinò l’occhio a quel tubo leggero e colorato e… davanti a lui esplosero incredibili giochi di colori scintillanti dalle forme più diverse! “E’ un caleidoscopio”, disse il conte, “fa vedere ciò che di norma non si vede…fa sognare e volare con la fantasia. Ma su, non smettere; continua a girarlo e vedrai ancora più cose!”.

Paolo girava quel sorprendente caleidoscopio e ad un certo punto i colori lasciarono il posto ad immagini di luoghi incredibili, paesaggi ed edifici che sembravano usciti dal mondo delle fiabe.

“Ora guardati intorno”, disse il conte.

E fu così che Paolo si ritrovò ai piedi di un bianco edificio con quattro possenti torri agli angoli; una monumentale scalinata di marmo lucente conduceva ad un portone tutto decorato. “Vieni, seguimi!” lo spronò il nobile Vittorio. Una volta entrato Paolo credette di essere arrivato nel paese dei suoi sogni: intorno a lui ogni parete, ogni stanza, raccontava di un luogo, di un viaggio…

Un castello "caleidoscopico" da scoprire (collage di foto di Stella Bertarione)
Un castello “caleidoscopico” da scoprire (collage di foto di Stella Bertarione)

Tutte le stanze erano diverse tra loro dando l’impressione di essere non solo in un altro paese, ma anche in un altro tempo con atmosfere antiche o di epoca medievale. E ovunque erano esposte le mille e mille rarità collezionate dal conte. Il bimbo era rimasto senza fiato e non avrebbe mai più voluto uscire da lì!

“Hai visto cosa si può fare con la sabbia, Paolo? L’importante è che sia sabbia magica; ma la vera magia che serve è quella dei nostri sogni! Benvenuto quindi nel mio palazzo, il magico castello di Aymavilles!”.

Stella

Ringrazio di cuore l’amico Enrico Romanzi per la bella immagine di copertina. Per il piccolo Paolo mi sono ispirata al figlio di nostri cari amici che abitano proprio ad Aymavilles.

I due destrieri che tirano la carrozza del conte portano i nomi dei due esponenti di casa Challant che hanno fatto sì che il castello acquisisse l’aspetto così particolare che conserva ancora oggi nonostante alcuni rimaneggiamenti successivi.

Castello di Cly. Il sortilegio delle tre lune

Il tempo scorreva lento nella valle della Dora, scandito dal ritmo delle stagioni e dei lavori nei campi. Dal fondovalle, il maniero dei ricchissimi signori di Cly si vedeva assai bene. Sin da lontano si scorgeva la sagoma della possente torre quadrangolare costruita direttamente nella roccia.

Nobile famiglia di uomini d’arme quella dei Cly, ramo collaterale dei potenti Visconti di Aosta, il cui feudo si estendeva a cavallo del Cervino prolungandosi fino al di là delle montagne in terra straniera. Un feudo incredibilmente vasto e decisamente strategico per il controllo di vie commerciali all’epoca molto frequentate; vie che riuscivano a passare attraverso colli e ghiacciai in punti che oggi non esistono forse nemmeno più.

Per decenni i signori di Cly si erano mostrati benevoli verso i loro sudditi, garantendo loro protezione e non facendo mai mancare cibo e lavoro. Ma fu con l’arrivo di Bonifacio che la situazione iniziò a peggiorare: avido e meschino, Bonifacio non si faceva scrupoli e non provava compassione per nessuno. Il tutto precipitò tragicamente quando il potere finì nelle mani di suo figlio Pietro, tanto bello quanto crudele.

Era un giovane uomo di sfolgorante bellezza: alto, muscoloso, capelli neri come la notte e occhi di un verde “raggelante”. Occhi capaci di far crollare chi lo fronteggiava, capaci di incutere timore, incapaci della minima pietà. Occhi di serpente: ipnotici e letali.

Erano dunque anni turbolenti, segnati dalla prepotenza e dalla collera di Pietro di Cly, che con la sua incredibile arroganza non si fermava di fronte a nulla, non riconosceva alcuna autorità se non la sua e percorreva i suoi possedimenti seminando panico e devastazione. Dopo aver sperperato rapidamente l’eredità paterna in giostre, tornei e feste solo per esibire la sua ricchezza e la sua prestanza fisica, aveva iniziato a razziare i villaggi, taglieggiare i viaggiatori e le carovane di mercanti, persino a sequestrare uomini importanti chiedendo cospicui riscatti, circondandosi di delinquenti e criminali ai quali offriva protezione.

Un giorno durante una delle sue abituali scorrerie, raggiunse una casupola isolata che, si diceva, fosse abitata da un’anziana sola, da molti ritenuta una saggia veggente, da altri considerata in odore di stregoneria. Persino i suoi malavitosi compagni avevano un certo timore ad avvicinarvisi.

Il Castello di Cly (Foto di Emi Dattolo-LYTD11)
Il Castello di Cly (Foto di Emi Dattolo-LYTD11)

“Femminucce! Ecco cosa siete! Vili conigli! E io che vi dò pure da mangiare! Avete paura di una nonnetta dunque? Venite con me o giuro che stasera le vostre teste rotoleranno giù dalla torre! Codardi che non siete altro!”.

Giunsero quindi davanti a questa povera casa. La porta era socchiusa, le galline razzolavano nell’aia e un gattone scuro sonnecchiava sul davanzale della finestra. Pietro scese da cavallo e per primo si fiondò all’interno. La stanza era nella penombra e sul fuoco c’era un grande calderone al cui interno ribolliva una zuppa. “Che puzza! Per Giuda, vecchia, ma cosa mangi! E rovesciò il pentolone a terra con stizza.

L’anziana sedeva placida in un angolo scuro e non sembrava affatto scossa o spaventata- “E quindi così vuoi dimostrare la tua forza, Pietro di Cly, al pari di un monellaccio di strada!”, sibilò l’anziana guardando a terra senza smettere di lavorare la lana.

“Ma come osi parlarmi così vecchia strega?! Pagherai con la vita la tua sfrontatezza! Anzi, mi seguirai trascinata dal mio cavallo, ti rinchiuderò nelle oscure segrete del mio castello e darò fuoco a questo porcile che tu chiami casa! E guardami quando ti parlo!!” gridò il feroce signore.

Pietro si avventò sulla donna e le strinse la gola. Lei allora alzò lo sguardo su di lui, ferma e immobile come fosse di pietra. in quel momento Pietro rimase bloccato da quegli occhi: uno nerissimo e uno di un celeste chiarissimo, quasi bianco.”

“Che tu sia maledetto, Pietro di Cly! Ecco la mia condanna: l’eterna vecchiaia, l’eterna infermità, e peggio ancora, l’eterna solitudine e l’eterna indifferenza! Questo patirai in eterno; non morirai perché sarebbe la fine delle tue sofferenze! Non ci sarà più nessuno con te! E non avrai neppure bisogno di sfamarti. Vivrai, o meglio, sopravvivrai a te stesso … e basta! Potrai salvarti solo se capiterà una notte con tre lune!”.

Pietro tentò di reagire con una risata sguaiata e incontrollata e strinse più forte che poteva il collo dell’anziana, ma… lei non c’era già più! Improvvisamente la casupola era fredda e vuota; il camino era spento e lui era improvvisamente solo! Chiamò i suoi uomini, ma nessuno rispose. Uscì: solo il vento e la neve. Improvvisamente l’estate era sparita per lasciare il posto al gelo e al silenzio. Anche il suo cavallo era scomparso. Solo il gatto era rimasto al suo posto. Pietro tentò di sfogare la sua ira su di lui ma il felino lo fissò con un tremendo paio di occhi: uno nero e uno celeste. Gli soffiò inferocito e scomparve nella nebbia.

Passarono mesi, anni, decenni. I villaggi intorno al castello erano andati spopolandosi. I campi erano incolti e le foreste si stavano riappropriando del paesaggio. Il castello di Cly si ergeva sul promontorio roccioso circondato da un fitto labirinto di alberi contorti, rovi e sterpaglie. Le mura erano ormai cadenti, i merli si stavano sgretolando e l’antica cappella era semi-diroccata. Non si udiva un suono né si vedeva anima viva. Il silenzio avvolgeva quello scenario spettrale con quell’unica grande torre a dominare su una landa sferzata da un vento che non conosceva fine.

Il Castello di Cly (Foto di Emi Dattolo-LYTD11)
Il Castello di Cly (Foto di Emi Dattolo.LYTD11)

Solo durante la notte, si raccontava nelle osterie del fondovalle, si poteva scorgere una sagoma ingobbita muoversi lentamente con una lucerna dietro le finestre del piano nobile.

Fu con grande stupore che i pochi contadini rimasti accolsero un mese di novembre insolitamente mite e straordinariamente senza vento. Un volgere d’autunno così non si vedeva da molti anni!

Una sera, sul far del tramonto, Denise raggiunse il minuscolo gruppo di case abitate. Stava compiendo un lungo viaggio. Giungeva da nord ed era diretta nella città più importante della valle, Aosta. Era quasi buio e decise di fermarsi; bussò ad una porta e una bimba venne ad aprirle. “Chi sei? Mamma! Vieni!”.

“Ciao piccola, mi chiamo Denise, Sono in viaggio da molto tempo. E’ quasi notte e sono stanca e infreddolita. Posso fermarmi da voi per favore? Non darò disturbo, mi basta una stuoia a terra vicino alla stufa”.

La bimba la fissava sorridente e fu solo quando la luce la illuminò che Denise notò il diverso colore dei suoi occhi: uno nero e l’altro celeste.

“Entra pure, straniera, che tu sia la benvenuta. Non abbiamo molto, ma un tozzo di pane e del formaggio spero possano bastare. Mi scuso ma non potrò dedicarti molto tempo perché il mio piccolo giace a letto molto malato! Da oltre una settimana non riusciamo ad abbassargli la febbre… non so se ce la farà e l’unico medico della vallata non viene qui da noi perché non possiamo pagarlo!”. La giovane madre era disperata e Denise ebbe l’istinto di abbracciarla: “Non temere! Cercherò di fare io qualcosa. Sono un’erborista e so guarire le persone con la sapienza degli antenati. Se hai fiducia in me, vedrai che andrà tutto bene!”.

La donna restò affascinata da quella ragazza forestiera dai lunghi capelli biondi e ricci e dal largo sorriso. Aveva il viso buono e sentì che poteva affidarle il suo bimbo.

Denise gli andò vicino, lo toccò sul viso, sul collo e sul petto. Si mise una mano sul cuore e recitò alcune preghiere nella sua lingua sconosciuta. Poi aprì la sua borsa e ne estrasse alcuni preparati che diede al piccolo. La mattina seguente la febbre era passata!

La donna gridò al miracolo e presto la notizia si diffuse nella valle. Un numero crescente di persone giungeva in cerca di Denise, la guaritrice venuta da Nord.

Fu dopo una decina di giorni che Denise, incuriosita dal castello che vedeva in lontananza, iniziò a chiedere informazioni su chi lo abitasse. Nessuno voleva o riusciva a darle una risposta soddisfacente. Una sera, però, venne inaspettatamente avvicinata dalla bimba dagli occhi bicolori: “Sei curiosa, vero? Scommetto che nessuno ti ha raccontato del misterioso signore di Cly e del sortilegio delle tre lune!”.

Denise la guardò sbalordita:”Misterioso signore? Sortilegio? Ma tu come sai queste cose? Raccontami, ti prego…”.

“Mia nonna mi ha raccontato di questo signore feroce e cattivo che venne punito da una nostra antenata, una vecchia saggia che lui aveva aggredito senza ragione. Quel signore era giovane, forte e straordinariamente bello. Fu condannato a vivere per sempre vecchio, malato e solo, nell’indifferenza generale”, spiegò la bimba.

“Vecchio, solo e malato… per sempre”, commentò Denise, “Ma cosa c’entrano le tre lune?”.

“Il perfido signore potrà guarire soltanto nella notte delle tre lune!”, le rispose la bimba.

“Tre lune, ma è impossibile! Tutte e tre insieme nel cielo?”. “Il sortilegio non parla del cielo, solo di tre lune insieme… Scusa ma ora è tardi, vado a dormire”.

Denise avrebbe voluto saperne molto di più; rimase lì, fuori, a guardare la notte e con la mente affollata da mille domande.

A lungo meditò su quanto la strana bimba dagli occhi diversi le aveva raccontato. Pensò e ripensò, cercando tra le sue conoscenze in campo erboristico se esistesse qualche arcano rimedio, qualcosa capace di guarire il signore, qualcosa che potesse far comparire contemporaneamente tre lune.

E fu così che una notte di dicembre, quella che precedeva la festa dell’Immacolata, dopo aver visto sul lunario che ci sarebbe stata luna piena, Denise si armò di coraggio e si diresse verso l’oscuro maniero intenzionata a capire e a rompere il sortilegio. Solo così, ne era sicura, quelle terre sarebbero tornate a rifiorire e i suoi abitanti a lavorare e a vivere meglio.

La luce della luna la guidò attraverso la cortina di rovi e rami nodosi facendole individuare un pertugio, una piccola breccia nel muro di cinta. Una volta entrata nel cortile del castello fu colpita da raffiche di vento gelido, il terreno era ghiacciato e il buio avvolgeva ogni cosa. Solo una luce, tremula e fioca, si muoveva dietro una finestra del piano nobile. Denise aguzzò la vista e riconobbe una sagoma malferma e gobba, quindi udì, portati dal vento, pianti e lamenti.

Raggiunse il punto più alto e aperto del cortile e si inginocchiò; si mise una mano sul cuore, come faceva di solito, e iniziò a recitare le sue preghiere. Come per magia la grande luna piena apparve nuovamente forando il buio pesto che avvolgeva il castello. Denise estrasse dal suo borsone un catino e vi versò dell’acqua benedetta. Quando la luna arrivò a specchiarsi nel catino riflettendo la sua immagine, Denise gettò nell’acqua una tonda perla di vischio, la pianta sacra capace di ridare forza e vigore, la pianta che i suoi avi ritenevano in grado di dare l’immortalità.

Ecco che così tre lune apparvero insieme: quella nel cielo, la sua immagine riflessa e la perla di vischio.

Una nebbia scese improvvisamente, densissima, e avvolse ogni cosa. Improvvisamente Denise avvertì una presenza accanto a sé e si sentì sfiorare il braccio: era la bimba dagli occhi diversi: “Brava! Davvero… dopo decenni sei l’unica ad aver sciolto il sortilegio. Questa terra tornerà a fiorire, sotto la protezione del vischio e delle tre lune. Le tue conoscenze e la tua intelligenza hanno trovato la formula giusta!

Ah, io mi chiamo Evenzia. Se vorrai trovarmi sali al colle che domina il villaggio là dove si passa per raggiungere le terre della grande montagna appuntita. E’ lì che viveva mia nonna”.

E, trasformatasi in un gatto scuro con un occhio nero ed uno celeste, svanì nel nulla.

Il castello di Cly dopo un temporale (Foto: Leonardo Acerbi)
Il castello di Cly dopo un temporale (Foto: Leonardo Acerbi)

Col gatto svanì anche la nebbia e Denise si ritrovò nella piazza d’armi del castello, circondata da soldati. I vessilli e i gonfaloni dei Cly si gonfiavano nel vento. Tutto era illuminato e c’era un via vai di uomini e animali. Il maniero di Cly era tornato a splendere. Le guardie si gettarono sulla ragazza ritenendola una ladra o una mendicante e fecero per catturarla quando il signore, Pietro di Cly, uscì correndo dal castello.

“Fermi! Non toccatela! Lei è una mia ospite”; poi, rivolgendosi a Denise, rimasta senza parole davanti a quel giovane incredibilmente bello, disse: “Grazie Denise. Mi hai salvato! E grazie a te ho capito molte cose. Riparerò i miei errori. Queste terre torneranno ricche e floride!”.

E fu così che Denise rimase a vivere a Cly, amata sposa di Pietro che, da parte sua, fece aggiungere tre lune crescenti allo stemma di famiglia a perenne ricordo di quanto accadutogli. Divenne un signore magnanimo, giusto e buono. A tutti dava ascolto e portava aiuto.

Lo stemma degli Challant Cly
Lo stemma degli Challant Cly

Decise quindi di tornare, a piedi, alla casupola solitaria della vecchia che aveva tentato dio uccidere. Erano passati decenni.. chissà cosa ne era rimasto… chissà se esistevano dei nipoti, qualcuno da poter aiutare. Giunto lassù, al colle di San Pantaleone, vide che la casetta era esattamente come se la ricordava, nulla era cambiato. La porta era socchiusa ed entrò, in punta di piedi, con rispetto.

Una voce lo salutò da un angolo buio: “Bentornato Pietro, Signore delle Tre Lune! Ti stavo aspettando!”. Pietro si avvicinò e la vide: l’anziana donna con un occhio nero ed uno celeste era lì, seduta, immobile davanti a lui esattamente come era rimasta nei suoi ricordi. “Perdonami!”, disse Pietro inginocchiandosi, “ora porrò rimedio. Posso solo conoscere il tuo nome?”.

“Certo, Io sono la saggia Evenzia. Che tu sia il benvenuto! Viva Cly e il Signore delle tre lune!”.

Stella

Voglio ringraziare l’amico e fotografo Emi Dattolo per le bellissime foto concessemi per illustrare questo racconto. Nella storia ritroverete un pò tutto: il castello, naturalmente, ma anche il Comune di Saint-Denis (nella figura dell’erborista Denise), la festa del vischio che qui si celebra a inizio dicembre e la cappella solitaria di Saint-Evence (la saggia maga Evenzia e la sua casetta sul colle di Saint Pantaléon).

 

Castello di Sarre. Il Re Stambecco e la Fata Paradisia

C’era una volta, non molto tempo fa, un giovane sovrano appassionato di montagna. La sua passione era talmente forte che sempre più spesso lasciava il grande palazzo di città per recarsi tra i suoi amati monti, dove sentirsi finalmente libero in mezzo a quella grandiosa natura.

Il viandante sul mare di nebbia (C. D. Friedrich, 1818)
Il viandante sul mare di nebbia (C. D. Friedrich, 1818)

Con gli anni era riuscito a costruire una dimora solo per sé, dove potersi rifugiare quando desiderava trascorrere del tempo in solitudine.

valle-daosta-castello-di-sarre-foto-enrico-romanzi-9462_gg

Era un castello in pietra, arroccato su un promontorio affacciato sul fiume e circondato di prati e vigneti. Nel mezzo della facciata rivolta verso le valli dominate dal Gran Paradiso, il giovane re aveva fatto innalzare una torre altissima che utilizzava come osservatorio per scrutare, col binocolo, le vallate selvagge che si aprivano a sud, davanti ai suoi occhi, ricche di camosci e stambecchi.

Il giovane amava moltissimo quegli animali: agili, veloci, fieri, imprendibili, capaci di saltare tra le rocce e quasi di volare sugli strapiombi montani. Inizialmente, anche seguendo le orme del padre, vi si era avvicinato con la voglia di cacciarli. Poi, però, aveva cambiato approccio: ora il suo obiettivo era quello di catturarli e tenerli tutti per sé nel grande parco annesso al castello. Non voleva ucciderli, ma averne a disposizione in gran numero e magari trasferirne alcuni nella vasta tenuta di famiglia per impressionare ospiti e amici.

Fu così che ben presto cominciò ad organizzare vere e proprie spedizioni, avvalendosi anche dell’aiuto e delle conoscenze della gente delle valli, per stanare, inseguire e catturare il maggior numero di bestie, cuccioli compresi. Purtroppo in breve tempo la sua passione lo divorò trasformandosi in una vera e propria malsana ossessione.

Il parco non era né sufficiente né adatto ad ospitare un così elevato numero di animali che, oltretutto, privati della libertà, soffrivano, si ferivano e spesso rifiutavano il cibo lasciandosi morire.

Queste catture, che non di rado avvenivano anche con ferocia e che avevano stimolato l’avidità di molti contadini del posto che vi vedevano una fonte di guadagno, provocarono l’allarme tra i branchi di camosci e stambecchi che iniziarono a diminuire e a migrare oltre confine. Una simile situazione, alla fine, risvegliò la potente fata Paradisia, protettrice di quelle vallate:” Chi, chi osa avventurarsi nelle mie terre oltraggiandole a tal punto? Chi ha osato offendermi devastando i branchi delle montagne?”.

Il giovane re non sapeva di aver causato una simile ira e presto sarebbe stato punito; Paradisia lo stava solo aspettando al varco!

Una notte di luna piena egli decise di inoltrarsi tra le rocce di una vallata selvaggia per tentare di individuare nuovi rifugi, tracce, segni lasciati dal passaggio degli animali. Ad un certo punto si ritrovò nel bel mezzo di una morena: attorno a lui solo massi, pietre instabili e rocce scivolosissime. La luna venne oscurata dalle nubi, in lontananza il rombo sordo di un temporale in arrivo; poi, un bagliore accecante come un lampo squarciò le tenebre. Una voce, una specie di eco che rimbalzava accentuato dal vento. Una voce di donna lo chiamava, ma lui era incapace di muoversi:” Emanuele, come hai osato?! Chi ti ha dato il diritto di depredare le mie terre e rapire i miei camosci e i miei stambecchi imprigionandoli nel tuo castello?”.

Il giovane re, ripresosi dall’iniziale spavento, rispose:” Chi sei? Come sai il mio nome? Queste sono le mie terre, non le tue! Io qui sono il re! Se hai coraggio, mostrati!”.

9cffe44c_ws59075140

La notte si illuminò e dalle rocce emerse una figura di donna. Alta, dai lunghi capelli scuri abbigliata di vesti bianche, luminose come la neve adornate da diademi di stelle alpine, fiori e cristalli. Il suo apparire fu accompagnato da uno scroscio di cascate e dal correre di camosci tra le rocce. Accanto a lei, come se fosse un cane da guardia, immobile, uno splendido esemplare di stambecco dalle corna lunghissime: i suoi occhi gialli lo fissavano fieri e severi.

“Eccomi. Non ho certo paura di te, uomo. Io sono la signora di queste valli sin dalla notte dei tempi, voluta qui da Madre Natura, Dea Suprema, e non riconosco la tua autorità. So perfettamente chi sei e so che per alcuni uomini sei un re, ma queste, ripeto, sono le mie terre e tu le stai oltraggiando! Io sono la Fata Paradisia, colei che ha dato il nome alla grande montagna e alle vallate che ne dipendono”.

Emanuele, sebbene ancora intimorito, azzardò:” Come? Una fata? Ma per favore, non prenderti gioco di me! Come ti permetti, piuttosto? Attendo le tue scuse!”.

In tutta risposta Paradisia alzò un braccio e il gigantesco stambecco saltò in un baleno su Emanuele; un vortice luminoso e… il giovane sovrano era scomparso!

“Ma, ma… cosa mi sta succedendo? Dove sono? Che strano… che razza di posto è questo? Ma, non… non… riesco ad alzarmi, non capisco…”.

“Emanuele”, lo richiamò Paradisia, “avvicinati al lago e osserva!”.

Lo stupore fu immenso, la meraviglia indescrivibile! Emanuele era senza parole:” Cosa… chi… cosa mi hai fatto? In quale oscuro incantesimo mi hai intrappolato?”. Emanuele era… uno stambecco! Lo stesso magnifico esemplare che accompagnava Paradisia, ora era lui!.

“Ma scusa, camosci e stambecchi non sono forse la tua più grande passione? Ora sei uno di loro! Anzi, sei l’esemplare più bello, più fiero e più ambito di tutte le valli… ora vivrai come loro! Ma attento…”

“Attento? E a cosa? Forse mi hai davvero fatto un favore… Non mi troveranno più e il trono se lo prenderà qualcun altro! Io potrò vivere libero tra le montagne, capo branco!”.

“Ripeto, giovane re, stai attento! Guardati da quelli come te… superbo re Stambecco!”. E, dette queste parole, la fata scomparve tra le cascate.

I giorni di Re Stambecco scorrevano sereni; gli sembrava di essere stato stambecco da sempre. La quota, la libertà, arrivare dove altri non potevano… l’agilità, l’assenza di paura del vuoto e delle pendenze. Il branco ormai lo seguiva e lo riconosceva come suo capo, il grande Re Stambecco!

Foto: In punta di piedi...di Troise Carmine-Washi www.flickr.com/photos/troise/
Foto: In punta di piedi…di Troise Carmine-Washi http://www.flickr.com/photos/troise/

Ma, presto, l’avvertimento di Paradisia non tardò a dimostrarsi fondato. Cacciatori! Tanti, armati fino ai denti, senza scrupoli, si avventuravano sù per la vallata. erano anticipati da gruppi di avidi battitori incaricati di stanare gli animali e farli uscire allo scoperto in modo che fosse più facile colpirli o che cadessero nelle trappole o nelle fauci dei cani!

E lui, che ben conosceva le tattiche e le strategie dei cacciatori, cercava in ogni modo di guidare il branco, di mettere in salvo i più deboli, le femmine gravide, i più giovani… Finché, ahimé, non fu proprio lui a restare colpito! Venne ferito ad una zampa e, fuggendo, inciampò e se ne ruppe una seconda. I cacciatori lo raggiunsero e, mentre i loro cani gli abbaiavano addosso mostrando i denti affilati, venne legato senza troppi complimenti e buttato su un carro.

“Visto che bestione? Che corna! E’ splendido! Ci faremo un sacco di soldi! Portiamolo al signore del castello, ci ricompenserà profumatamente!”.

Il giorno dopo, mezzo stordito dal dolore, riconobbe l’ingresso del… suo palazzo! L’avevano portato lì, a casa sua! Ma, chi era il nuovo padrone se lui non vi aveva più fatto ritorno? I pensieri e le domande si affollavano nella mente del giovane re.

Giunto nel parco che ben conosceva, udì una voce stranamente famigliare:”Caspita ragazzi! Complimenti! Un esemplare magnifico! Che bellezza… solo che me lo avete azzoppato! Cosa me ne faccio? Al massimo potremmo dargli il colpo di grazia e imbalsamarlo! Comunque vi pagherò lo stesso, sebbene meno del dovuto! Era stato chiaro: animali sani, non in queste condizioni!”.

Emanuele era incredulo… quella voce… era la sua! Si voltò e si riconobbe! Lui era lì, era quello di sempre… ma com’era possibile? No! Non voleva essere ucciso! No!

Venne lasciato per la notte in una gabbia all’esterno; il giorno dopo avrebbero proceduto con l’imbalsamazione. Emanuele-Re Stambecco pianse amare lacrime. In quell’istante capì tutto il male che aveva fatto e ora… ora avrebbe fatto la stessa fine di molti animali da lui catturati feriti. Forse era giusto così, ma possibile che non vi fosse un modo per rimediare?

Ormai rassegnato ad attendere la sua fine, stremato si addormentò. In un sonno tormentato, pieno di sogni incredibili, gli apparve lei, Paradisia: “Emanuele, giovane Re, ora comprendi perché mi hai offeso? Vedo, sento che il tuo pentimento è sincero e so che d’ora in poi proteggerai i miei animali ma senza togliere loro la libertà, anzi garantendo loro una libertà più sicura! Ora alzati, vai, liberali tutti e scappa! Fuggi con loro!”.

Emanuele si alzò, le sue zampe erano miracolosamente guarite! Balzò in mezzo ai suoi compagni e, spronandoli, riuscì a guidarli verso la salvezza, verso le valli selvagge dalle quali erano stati strappati.

“Maestà! Maestà! Presto, alzatevi! Gli animali sono scappati! E’ incredibile… ma com’è stato possibile?! Maestà… non ce n’è più nemmeno uno! Neanche lo stambecco zoppo!”, urlò un servitore angosciato quella mattina di buon’ora.

Emanuele con estrema calma, si alzò. Si affacciò verso il parco e con soddisfazione vide che gli animali erano tornati liberi. “E’ giusto così!”. Il servitore, già pronto all’ira del re, non credeva alle sue orecchie!

corridoio1p

“E’ davvero giusto così! Fai chiamare dei maestri scultori, capaci di lavorare il gesso. Dì loro che studino una straordinaria decorazione per le sale più importanti del castello! Il tema saranno i camosci e gli stambecchi! Voglio dei loro simulacri e riproduzioni praticamente ovunque! Il più possibile simili al vero. E fai recuperare anche quelle confezionate in  passato da animali veri: che sia dato loro opportuno risalto! Chiunque, anche in futuro, dovrà restare a bocca aperta! E questo castello sarà unico nel suo genere!” E il re uscì dalla stanza.

Guardando verso le valli pensò: “Nobile fata Paradisia, presto mi adopererò per donare a te e al tuo popolo una grande dimora al sicuro dalle brame degli uomini. Puoi fidarti! Io sono il Re Stambecco!”.

Gran_Paradiso

 

 

 

 

 

Castello di Issogne. Il Signore dello specchio e il castello dei sogni

Vittorio aveva 8 anni. Finalmente quell’estate i suoi genitori avevano esaudito un suo desiderio: una vacanza in montagna, in Valle d’Aosta!

Da tempo infatti Vittorio era affascinato da quelle alte montagne coperte di neve e ghiaccio, dai boschi (a suo dire pieni zeppi di fate e folletti), dai camosci, gli stambecchi, le aquile… e dai castelli! Sì, dai castelli: misteriosi, magici, luoghi speciali dove ascoltare e vivere storie fantastiche, dove sognare dame e cavalieri!

La montagna in estate… finalmente! Vittorio era entusiasta!

Le cose da fare e da vedere erano tantissime, ma Vittorio aveva insistito per cominciare dai castelli! Complice un tempo incerto, i genitori avevano acconsentito!

Fénis innanzitutto, per quella sua atmosfera così “draculesca”, come diceva Vittorio. A seguire: via per Issogne! Arrivati all’ingresso, purtroppo un cartello avvisava che per un improvviso black out quel pomeriggio il castello sarebbe stato chiuso… “Oh no!”, esclamò Vittorio deluso. “Non preoccuparti”, lo rassicurò la mamma, “è momentaneo. Lo vedrai domani! Visto che è ora di pranzo ci fermiamo qui, ok?”.

Ma dopo un po’ Vittorio si annoiava a star seduto; “Mamma, papà, vado qui fuori davanti al castello a giocare col pallone!”. “Va bene, ma stai attento e non combinare guai!”.

Immaginando Vittorio (da parentingoc.com)
Immaginando Vittorio (da parentingoc.com)

Vittorio, talentuoso mini calciatore, si divertiva a palleggiare e a fingere di dribblare fortissimi avversari. Tira, calcia, rimpalla… e il pallone finisce in una siepe altissima vicina al muro di cinta del castello.

Vittorio si mette a cercarla. Intanto guarda da fuori quell’austero edificio:” Mmmmh, però, che grigio che è! E’ così diverso da Fénis, mah… speriamo che dentro sia meglio! Ma dov’è finito il pallone, mannaggia?!!”.

Ad un certo punto, individuata la palla, si infila nel folto del cespuglio (no!! Anche le ortiche!!) e… nota uno spiraglio di luce. Proprio così, nascosta da quell’enorme siepe c’era un piccola porta di legno! Era socchiusa e.. la curiosità troppo forte!

“Non combinare guai!”, gli aveva detto  la mamma, e per un attimo Vittorio fu sul punto di lasciar perdere, ma…

No, quella porta lo chiamava, ma sì, dai, giusto una sbirciatina!

“Oooooohhh, aiutooo!!”. Vittorio era caduto da un muro come un sacco di patate! Ma dov’era finito?! Un pò stordito, con un graffio sul braccio e un ginocchio sbucciato si guardò intorno.

“Che meraviglia!”. uno splendido giardino pieno di fiori e alberi da frutta si apriva davanti ai suoi occhi. Un giardino ben curato con le siepi perfettamente tagliate, quasi disegnate. Nel mezzo due alberi più alti e rigogliosi degli altri attrassero la sua attenzione: uno era un melograno (anche nel giardino dei nonni ce n’era uno), l’altro invece, con curiose foglie seghettate,Vittorio non sapeva cosa fosse.

Intorno le pareti di cinta erano ricoperte di pitture colorate con finte colonne e statue. Poi, nel rialzarsi nota un luccichio: c’è qualcosa che brilla laggiù, tra le ortensie… Vittorio si avvicina: uno specchio, non grande, ma splendidamente lavorato, uno di quelli col manico, brillava abbandonato nei fiori.

“Che bello! Chissà chi lo ha perso… a mamma piacerà moltissimo!”. Aveva appena fatto in tempo a metterselo in tasca che alle sue spalle un vocione rauco gridò:”Ehi tu, ragazzino! Chi sei? Che ci fai qui? Come sei entrato? E in che modo strano sei vestito?”.

Vittorio spaventato si girò: un omone grande e grosso, con l’armatura e un coltellaccio in mano lo fissava minaccioso.

“Ora verrai con me! Ti affido a qualche donna che ti sistemi e ti cambi e poi te ne vai! Non è posto per te!”. Vittorio non riuscì nemmeno a protestare che una mano nerboruta lo stava trascinando via dal giardino senza troppi complimenti.

Quel soldato era davvero strano e le armi erano, diciamo, “insolite”. E poi parlava in un modo, quasi incomprensibile! Vittorio lo capiva abbastanza, ma usava comunque delle parole, come dire, “vecchie”… “ma che lingua è? Sembra francese ma…boh…!”.

“Ragazzi, guardate chi ho trovato nel giardino!”, tuonò l’omone, “che buffo ‘sto ranocchietto secco secco e guardate che vestiti indossa!”. La compagnia esplose in una fragorosa risata. Vittorio era stato portato in una sala piena di guardie che, però, si stavano riposando e giocavano ad un gioco simile agli scacchi. Tutti lo fissavano e ridacchiavano. Le armi erano appese al muro; gli elmi appuntiti erano stati lucidati da poco e quegli uomini indossavano bizzarre divise tutte colorate.

Lunette - Corpo di guardia (L. Acerbi)
Lunette – Corpo di guardia (L. Acerbi)

“Ma… dove sono?”, chiese ad un certo punto Vittorio con un filo di voce. “Come dove sei?! Sei entrato come un ladro e non sai nemmeno dove sei? Non prenderti gioco di me, sai, rospetto, altrimenti ti spedisco fuori a calci! Ora sù, fuori di qui!”

Il soldato prese Vittorio per un braccio e lo trascinò fino al mercato accanto. “Donna, questo strano ragazzino curiosava in giardino. Mi ha già fatto perdere troppo tempo. Prenditelo, lavalo e mettigli addosso abiti decenti. Poi, che se ne vada! Ah, fallo mangiare: è secco come un chiodo! Tsè, i soliti accattoni!”.

Vittorio era completamente disorientato e guardando quella donna dall’aspetto rassicurante e dolce, chiese nuovamente: “Ma dove sono? Io… sono caduto… credo di essermi perso, signora!”.

La donna rimase colpita dall’educazione del ragazzino, non pensava fosse un mendicante. “Piccolo, sei nel castello di Issogne, nobile dimora di Sua Eccellenza il Priore Giorgio di Challant. Vieni, sù, accompagnami a fare la spesa, che ti prendo qualcosa da mangiare.

Vittorio era ammutolito, non sapeva più cosa pensare. Ma la sua indomabile curiosità e la fervida immaginazione lo spinsero a “stare al gioco” e a seguire quella donna che disse di chiamarsi Clarice e di essere una cuoca del castello.

Una fila di colorate botteghe piene zeppe di cibo e mercanzie varie era presa d’assalto da vari avventori; come prima cosa Clarice lo portò dal salumiere e lo chiamò in un modo strano: “pizzicagnolo”. Che nome buffo, lo faceva ridere… Prosciutti, salami, carni essiccate; e grandi forme di formaggio di montagna dal profumo penetrante. Vittorio adorava i formaggi e volle assaggiarlo. Che bontà! Clarice gli disse che veniva prodotto in montagna quando le mucche salivano ai pascoli alti e che questo che si vendeva al mercato del castello era in assoluto il migliore. Sul bancone anche un enorme pane di burro… così grandi Vittorio non ne aveva mai visti!

Lunette - Pizzicagnolo (L. Acerbi)
Lunette – Pizzicagnolo (L. Acerbi)

Clarice si fermò un attimo a chiacchierare con una sua amica che se ne stava seduta davanti ad una ruota e lavorava del filo di lana… “Cosa fa?”, chiese Vittorio. “Come cosa fa..!! Ma da dove salti fuori, tu?! Sta filando! Mah… che rospetto insulso che sei… Presto, seguimi!”.

Eccoci davanti alla bottega del macellaio, o del fornaio? Boh, sta di fatto che i due stavano insieme nello stesso negozio. Proprio in quel momento uscivano dal forno fragranti pagnotte a forma di cappello… che acquolina! Che impressione però quella bestia squartata appesa sopra il bancone! C’era anche un cagnolino che cercava di rubare qualche salsiccia… che buffo!

Lunette - panettiere e macellaio (L. Acerbi)
Lunette – panettiere e macellaio (L. Acerbi)

“Muoviti che mi serve del cavolo!”, sbottò Clarice. “Cavolo?!! Puah! Io lo odio!” esclamò Vittorio. “Cosa?! Sei davvero strano! Guarda che col cavolo io preparo zuppe fantastiche! Ci metto dentro il pane vecchio, un pò di cipolla, del formaggio e…”, “No, per carità! Cavoli, cipolle, pane vecchio… io non la mangio questa roba!”. Clarice fissò Vittorio interrogativa. “Ah, il signorino. E si può sapere cosa mangi?!”. “Beh, .., patate… pomodori… e vado matto per l’ananas e le banane!”.

Lunette - panettiere e macellaio (L. Acerbi)
Lunette – panettiere e macellaio (L. Acerbi)

“Ma che razza di roba è mai questa?! Da quale oscura e remota contrada provieni? Io davvero non ho mai sentito questi nomi… sei forestiero oppure pazzo? Ah, forse sei il nuovo giullare per far divertire i nipoti di Sua Eccellenza?”.

“Ma, come, signora Clarice, non ha mai visto una patata né un pomodoro?!”. Clarice sbuffò e rispose:”Senti, ascoltami bene, inizio a stancarmi delle tue burle. Cavoli, cipolle e rape. Zitto o stai a digiuno!”.

Per fortuna vendevano anche mele e fichi…

“Ah, signora Clarice, mi scusi, che alberi sono quelli in mezzo al giardino? Uno è un melograno, giusto?”; “Beh, qualcosa allora conosci… sì, l’altro invece è una quercia! Non vedi com’è grande e robusta?!”

Che strano, pensò Vittorio, insieme al fruttivendolo c’era anche il calzolaio! E quanto lavoro che aveva! C’era la coda:”Signora Clarice, ma tutti che si fanno riparare le scarpe… non possono comprarsele nuove? Ai saldi costano meno…”; “Ai cosa? E dove sarebbe questo luogo? E poi, scarpe nuove! Tu sei matto, ragazzino! Quando c’è chi le ripara è già tanto!”. Clarice era sempre più sconvolta…

Andarono poi dallo “speziale” (altro nome mai sentito…); “Ah, ma sì! E’ una specie di erborista-farmacista! Ora ho capito”. Vittorio rimase incantato da tutti quei bei vasi con le erbe, messi in bella mostra sugli scaffali. Gli fece un po’ pena, però, un poveretto malconcio seduto a pestare nel mortaio.

Lunette - Lo speziale (L. Acerbi)
Lunette – Lo speziale (L. Acerbi)

Ad un certo punto un improvviso fermento. Tutti escono dalle botteghe e si radunano nel cortile. Si apre il portone principale e… ” Stai composto! C’è Sua eccellenza il Priore!”.

IMG_FILE (2)

Eccolo, Giorgio di Challant, seguito da un codazzo di sacerdoti, segretari e servitori. Fermatosi venne raggiunto da un gruppo di uomini che avevano smesso apposta di lavorare: sembravano muratori, imbianchini… qualcosa di simile.

Vittorio capì che Sua Eccellenza era venuto per verificare lo stato di avanzamento dei lavori e per prendere accordi coi capi delle maestranze. Clarice gli spiegò che bisognava realizzare la nuova decorazione pittorica del cortile: quel luogo andava abbellito, arricchito, nobilitato! Quel luogo avrebbe dovuto esprimere tutta la potenza della famiglia Challant!

Vittorio capì che il Priore non era soddisfatto delle proposte fatte e che sarebbe stato lui a dare tutte le indicazioni del caso. Curioso di vederlo da vicino, con un balzo Vittorio raggiunse la prima fila. Clarice tentò invano di acciuffarlo ma le scappò un urlo. Sua Eccellenza si voltò di scatto “Che succede? Cos’è questo trambusto?”.

La povera Clarice, mortificata, si inginocchiò per scusarsi e prese Vittorio per un orecchio strattonandolo. Il Priore, quasi divertito, si avvicinò al ragazzino studiandolo nei minimi particolari.

“Che insolita foggia d’abito. Chi sei?”. “Mi chiamo Vittorio, signor Giorgio… io… ecco…”. “Molto bene, Vittorio, orsù dunque seguimi. Per prima cosa devo recarmi dal sarto a scegliere una stoffa adatta al mio nuovo mantello da viaggio. Il signor Arnaud saprà consigliarmi per il meglio!”. Vittorio lo seguì: quell’uomo lo aveva immediatamente colpito, era impossibile non obbedirgli. Restò stupito dalle decine di stoffe colorate che Arnaud, il sarto, srotolò davanti al Priore; e che forbici enormi aveva!

Lunette - drappiere e sarti (L. Acerbi)
Lunette – drappiere e sarti (L. Acerbi)

“Bene, piccolo Vittorio, ora fatti dare una lavata. Ti aspetto dopo i Vespri nella stanza dalle colonne di cristallo”, e Sua Eccellenza scomparve tra le arcate scure del portico.

Dopo essersi fatto spiegare da una rassegnata Clarice cosa fossero i “Vespri” ed essersi sistemato, Vittorio raggiunse la sala dove era atteso. Una sala grandissima, ricoperta di affreschi… con colonne di cristallo e di marmi colorati dietro cui si aprivano strani paesaggi da fiaba!

Sala bassa (L. Acerbi)
Sala bassa (L. Acerbi)

Sul fondo, seduto su una specie di trono in legno scolpito, Giorgio di Challant lo aspettava.

Bene Vittorio, infine sei arrivato. Ti stavo aspettando, sai? E so che qui al castello hai trovato un oggetto che mi appartiene ma che avevo perduto”. Lì per lì Vittorio non capì e negò. “Sii sincero, Vittorio, quell’oggetto sa riflettere il vero e tu ora lo stai nascondendo.”

Vittorio comprese e tirò fuori dalla tasca lo specchio trovato in giardino. “Vedi che lo avevi tu? Lo immaginavo. Quando la luna sarà alta e la sua luce illuminerà il cortile, scenderai in giardino con me!.

E così avvenne. Sua Eccellenza si fece dare lo specchio e, quando la luce lunare inondò il cortile, egli puntò lo specchio al cielo. Un raggio argenteo fortissimo rimbalzò sullo specchio e si perse nelle profondità del pozzo che sembrava acceso dall’interno.

Giorgio invitò Vittorio a guardarvi dentro. Inizialmente vide la superficie dell’acqua che brillava muovendosi in piccole onde. Poi, improvvisamente, l’acqua si fermò e nel mezzo si aprì un varco. Giorgio mise un braccio intorno alle spalle del ragazzino, salirono sull’orlo del pozzo e saltarono.

Vittorio stranamente non aveva paura, ma chiuse gli occhi. Dove sarebbero finiti?!

“Eccoci! Apri gli occhi, piccolo”, lo rassicurò Sua eccellenza, “sei nel mondo oltre lo specchio, nel regno dei miei sogni…”.

Vittorio sgranò gli occhi: il giardino era lo stesso del castello, ma i due alberi, il melograno e la quercia, erano fusi in un’unica pianta e non erano più veri alberi… erano di metallo scintillante e dai loro rami sgorgava acqua purissima che si riversava in una splendida vasca ottagonale.

30 - Fontana del Melograno

Le pareti interne del cortile erano rivestite di specchi enormi che riflettevano e amplificavano la meravigliosa corte fiorita. Ad un certo punto, dai portici, su cui (notò Vittorio) era raffigurato il mercato esattamente come lo aveva visto lui quella mattina), uscì una folla di bambini. Maschietti e femminucce, tutti a coppie, in fila ordinata, si tenevano per mano. Indossavano abiti fatti come stemmi.

“Vedi Vittorio”, disse il Priore, “i bimbi vestiti d’argento e di rosso con la banda nera appartengono alla mia famiglia, gli Challant. Gli altri a famiglie nobili ed importanti con cui ci siamo uniti o ci alleeremo per consolidare e rafforzare il nostro potere.”

La schiera di bimbi si fermò al centro del cortile e, dopo aver bevuto dall’albero doppio, si specchiarono sulle pareti che, come per incanto, si rivestirono dei colori e dei disegni dei loro abiti.

22 - Cortile Issogne

Vittorio era ammutolito anche se avrebbe avuto mille domande… “Ora puoi andare, ragazzo. Grazie a te ho potuto usare lo specchio, vedere nella mia anima e realizzare i miei sogni. Ora so cosa devo fare in questa mia amata dimora!”. E il nobile Giorgio si dissolse lentamente nel bagliore dello specchio.

“Vittorio! Vittorio! Svegliati! Dai, che stamattina finalmente vedrai il castello di Issogne! Forza, alzati!”. La mamma lo stava chiamando. “Ma come”, pensò, “ma allora era tutto un sogno?! Ma com’è possibile… sembrava vero!”.

Arrivati al castello, Vittorio cercava con gli occhi la siepe che nascondeva la porticina, ma non c’era nulla. Ecco, toccava a loro, la visita guidata stava per cominciare.

Senza fiato! Così rimase il piccolo Vittorio una volta entrato nel cortile! C’era tutto… Ah, ecco Clarice la cuoca! E i soldati, lo speziale, il cane del macellaio… quei grandi formaggi… sì, esattamente come nel sogno!

Però, mancava qualcosa: le pareti erano rossicce, purtroppo molto deteriorate dal tempo, i colori degli stemmi erano quasi del tutto scomparsi! La guida disse che in origine vi era dipinto “Le Miroir des enfants” per i discendenti di casa Challant. “Lo sapevo”, pensò Vittorio, “Lo specchio! Sua eccellenza ha fatto raffigurare quello che avevamo visto nello specchio!”.

Si avvicinò al pozzo ottagonale sormontato dal doppio albero che lui conosceva bene. Peccato non zampillasse più acqua. Un velo di malinconia scese sul volto di Vittorio e istintivamente guardò nel pozzo. Ma cosa c’era là, in fondo? Un bagliore, un oggetto rifletteva la luce; aguzzò la vista e provò a scattare una foto migliorando la luce.

Lo specchio! Ma certo! Era proprio lo specchio del nobile Giorgio!

“Ehi ragazzino, ti stai annoiando? Sù, vieni con noi, ti stiamo aspettando! Cercherò di raccontarti qualche storia più curiosa…”. Vittorio riconobbe la voce della guida; si voltò, seppur contro voglia, e… guardò attentamente quell’uomo. Sul cartellino che aveva appeso al collo c’era il suo nome: Giorgio!

“Ti stavamo aspettando, piccolo Vittorio… immagino tu abbia voglia di visitare il nostro castello, vero?”, gli disse la guida. “Certo!”, rispose il ragazzo, “è un castello bellissimo, pensi che proprio stanotte l’ho sognato! E’ davvero il castello dei sogni!”.

 

Amici, ho voluto chiamare il bimbi Vittorio, in omaggio a Vittorio Avondo, che nel 1872 acquistò il castello di Issogne, lo restaurò e lo donò allo Stato. Proprio nell’estate 2018 sono stati aperti al pubblico, in un’ala del castello, i suoi appartamenti.

Ringrazio quindi mio marito, Leonardo Acerbi, per le splendide foto che corredano questo racconto.

Stella

 

 

 

 

 

 

Castel Savoia di Gressoney-Saint-Jean. La regina solitaria e il principe cacciatore

In un tempo lontano, la gente che abitava nel piccolo borgo raccolto intorno all’antico ponte di San Martino era solita mettere in guardia i viaggiatori o i mercanti intenzionati ad inerpicarsi nella rocciosa ed angusta vallata solcata dall’impetuoso torrente Lys.

Dicevano, infatti, che gli spiriti della Natura abitavano quel territorio e che non ammettevano estranei! Nessuno poteva entrare, altrimenti non avrebbe fatto ritorno, oppure ne sarebbe tornato completamente pazzo, ossessionato da incubi e visioni.

Narravano che in quella vallata persino il sole faticava a penetrare, che le rupi erano erte e scoscese, i burroni e le gole terribili, i boschi scuri e fittissimi, il torrente inoltre era governato da una strega volubile e capricciosa, la ninfa Lysia, che spesso causava inondazioni e piogge tremende.

Chiunque avesse tentato di avventurarsi in quella vallata stretta e scura, sarebbe stato vittima di frane, slavine, vortici improvvisi di un vento capace di sradicare gli alberi. Raccontavano che la valle fosse popolata da gnomi malefici e Troll spaventosi che impedivano a chiunque di accedervi: erano infatti chiamati ad assolvere un compito molto molto importante. Ma quale?

Lassù, in alto, oltre l’invalicabile barriera delle rupi e dei gorghi, si diceva che si aprisse, come un miraggio, un luogo splendido, di ammaliante bellezza.

Un luogo dalla Natura rigogliosa ed incontaminata che andava protetto ad ogni costo e soprattutto andava difeso dagli uomini. Era il regno della misteriosa ed inafferrabile Edelweiss, la regina solitaria.

Lenoir,_Charles-Amable_-_A_Nymph_In_The_Forest

Nessuno l’aveva mai vista, né lei del resto lo avrebbe permesso, ma già le antiche leggende parlavano di questa regina di straordinaria bellezza, una regina senza tempo e senza età, che viveva da sola in un meraviglioso castello di cristallo costruito apposta per lei dalle fate della grande montagna rosa e dagli elfi dei boschi.

Questa dimora candida, opalescente e brillante si ergeva maestosa nel mezzo di un bosco di pini e abeti che la proteggeva col suo intrico di rami e felci e che, talvolta, poteva persino innalzarsi all’improvviso per renderla invisibile. Quando i raggi del sole riuscivano ad intercettare le alte torri e le guglie appuntite del palazzo, queste risplendevano e brillavano come se fossero fatte di ghiaccio trasparente.

castello-regina-margherita-gressoney

La regina Edelweiss era figlia di quel luogo, ne era l’anima, e sua missione era difenderlo da tutto e da tutti. Aveva sempre vissuto da sola; le bastava parlare con gli alberi e gli animali della sua valle. Si narra che lei stessa potesse persino prenderne la forma, se voleva, per muoversi con maggior libertà e, addirittura, avvicinarsi agli uomini per studiarli da vicino senza destare sospetti. Unico elemento immutabile era il suo colore: che fosse donna, fiore, volatile o quadrupede era sempre di colore bianco-argento simile alla pallida luce della Luna.

Dicono non avesse neppure bisogno di un compagno, che non si fosse nemmeno mai innamorata, anzi: guai se fosse stata vista! Per il malcapitato sarebbe stata la morte, oppure sarebbe stato immediatamente trasformato in un animale o in una pianta del suo incredibile e variopinto giardino.

E così era sempre stato nei secoli, finché…

Finché un’arcana ed inaspettata congiuntura astrale cui neppure Edelweiss poteva sottrarsi non fece cambiare il clima della vallata. Gli inverni iniziarono a diventare sempre più miti e brevi mentre le estati calde portavano il sole ad attardarsi più a lungo sulla conca e a rendere più fertili i terreni zuppi d’acqua. Si dice fosse assai abbondante un’erba in particolare, assai nutriente, il crescione, molto amata dagli animali ma apprezzata anche dagli uomini.

Edelweiss non si preoccupò. Quello era e restava comunque il suo regno; bastava adattarsi alla nuova situazione dettata dalla Grande Dea, Madre Natura. Non sapeva, però, che non sarebbe più stata sola.

Il costante rialzo delle temperature, infatti, aveva aperto dei colli e dei passaggi sulla grande montagna rosa; transiti mai utilizzati ma che erano stati individuati da uomini provenienti da nord. Uomini coraggiosi, caparbi, abituati alla fatica, al freddo, alle difficoltà. Uomini che avevano dovuto lasciare la loro terra natia per cercare nuove terre e nuove possibilità di commercio. Uomini capaci di muoversi con agilità sulle montagne e in grado di adattarsi anche alla natura più severa. Erano i Walser!

Edelweiss venne presto avvisata dalle fate che gruppi di Walser stavano passando il confine e stavano penetrando nel suo territorio. Questa notizia la fece letteralmente infuriare.

Iniziò a scatenare le forze della natura poste sotto il suo controllo rovesciando fulmini e tempeste, grandinate e gelate, provocando frane di massi enormi, deviando torrenti che così andavano ad allagare pascoli e sentieri. Ma niente! Nulla riusciva a fermare questi uomini! Anzi, più lei devastava i loro carichi e i loro rifugi, più ne arrivavano a dare supporto…

Edelweiss decise allora di lasciarli un po’ in pace, di permettere loro di insediarsi in modo da colpirli quando si sarebbero sentiti più tranquilli abbassando le difese; questo avrebbe causato loro ancora più danni.

Intanto aveva avvolto il suo castello in un incantesimo che lo rendeva invisibile ed inavvicinabile. Il bosco intorno era cresciuto a dismisura e gli alberi erano duri come pietra in modo da non poter essere tagliati.

Ma i Walser riuscirono comunque a costruire un bel villaggio in mezzo ai campi e Edelweiss dovette riconoscere che ertano davvero degli ottimi falegnami, abili carpentieri e sagaci agricoltori.

Di notte, sotto forma di gatto, o di civetta, si avvicinava alle case per spiarli e individuare i loro eventuali punti deboli.

Aveva capito che questa gente aveva un capo: era giovane, un ragazzone alto e robusto, con la barba e folti capelli castani. Un bel paio di occhi verdi illuminavano un viso squadrato, dalla mandibola volitiva e dalla pelle abbronzata. Aveva capito che questo giovane e carismatico capo era il loro principe e si chiamava Louis.

Immagine tratta da gognablog.com-paysage à manger
Immagine tratta da gognablog.com-paysage à manger

Il popolo obbediva disciplinato agli ordini di questo principe che aveva già incaricato alcuni coetanei coraggiosi di perlustrare la vallata e di cercare di individuare una strada che conducesse verso sud, nel fondovalle. Nulla lo spaventava e spesso lui per primo guidava gli esploratori.

Edelweiss capì ben presto che Louis sarebbe riuscito ad aprire il varco. Era forte, agile, veloce e saggio nel prendere le decisioni, conosceva la natura e sapeva evitare i pericoli. Quando poi riuscì a trovare la strada diretta a sud, Edelweiss decise che doveva fermarlo! Ad ogni costo!

Se quella strada fosse diventata sicura e nota, la “sua” valle sarebbe stata invasa dagli uomini e lei non poteva permetterlo.

A Louis erano giunte le voci e le leggende sulla regina solitaria e molti dei suoi non nascondevano un certo timore. Nessuno poi voleva avvicinarsi al grande bosco; lo ritenevano stregato e alcuni sostenevano fosse infestato da spiriti e oscure presenze. Ma Louis era troppo curioso. “Questa ora è la mia terra!”, sosteneva, “e devo conoscerne ogni angolo. Se davvero esiste questa regina misteriosa, che abbia il coraggio di mostrarsi e venirmi a parlare! Io sono qui e ci resterò!”.

“Quell’arrogante sbruffone! Ma non sa con chi ha a che fare. Ora ha davvero superato il segno! La mia vendetta non tarderà! Io, regina Edelweiss, tornerò presto ad essere l’unica Signora di questo luogo!”. L’ira della regina era incontenibile; Louis andava tolto di mezzo!

Edelweiss iniziò a rendergli la vita sempre più difficile, causandogli innumerevoli sventure: la perdita del raccolto, un devastante incendio, i campi allagati, una terribile epidemia sul suo bestiame… ma niente! Louis era sempre supportato dall’affetto dei suoi compaesani; non c’è che dire, erano un popolo decisamente forte ed unito!

“Ah sì, eh… Louis?! Ma io non mollo, sai? Anzi, ti colpirò dritta dritta nei tuoi desideri…” e la regina escogitò il suo piano.

Sapeva, infatti, che la più grande passione di Louis era la caccia. Spesso lo aveva spiato e seguito, sotto forma di animale, per vederlo in azione, capirne le strategie, coglierne anche gli errori. E aveva capito che il suo più grande sogno era quello di catturare (non di uccidere!, tutti i cacciatori sanno che porterebbe male!) uno stambecco bianco.

Animale raro, prezioso, superbo e solitario che, si diceva, viveva sui picchi rocciosi più isolati ed irraggiungibili.

lo-stambecco-bianco--fonte-immagine-regione-vda-it-3bmeteo-72454

Edelweiss decise così di trasformarsi in un magnifico stambecco bianco e iniziò a solleticare la curiosità di Louis: si faceva vedere, talvolta scendendo persino vicino alla sua baita, lo faceva avvicinare per poi improvvisamente fuggire e scomparire. Lo seguiva persino nei sogni e tanto fece finché non divenne un’ossessione.

Lo stambecco bianco si era impadronito dell’animo di Louis che ormai si dedicava solo a quello trascurando la sua gente e i suoi lavori abituali. Divenne irascibile, scontroso… dalle prime luci dell’alba fino a notte suo chiodo fisso era quell’animale! Tanto che ormai alcuni pensavano fosse diventato pazzo; altri iniziarono a nutrire sospetti verso di lui e a mettere in giro la voce che non fosse più adatto ad essere il capo.

“Molto bene”, pensava Edelweiss, “sto per raggiungere il mio obiettivo”.

Una sera, quasi all’ora del tramonto, Louis ancora si aggirava tra le rocce alla ricerca dello stambecco: ” Sono sicuro! L’ho visto! E’ passato lassù!”. Edelweiss giocava con lui e continuava ad apparirgli, un pò qui e un pò lì. E lo stambecco saliva, saliva, sempre più in alto, saltando agilmente tra gli strapiombi e le pareti scoscese fino a raggiungere il limite delle nevi.

Ma Louis, sebbene stanco e disorientato, non voleva fermarsi. E lo seguiva, lassù, dove la sola luce lunare non può bastare, dove la neve ed il ghiaccio si fanno nemici ingannevoli e fatali.

“Eccolo! Ora sarai mio!”. Sì, lo stambecco era lì, immobile, a pochi passi da lui! Louis con un balzo si lanciò sull’animale per afferrarlo, ma… sotto di lui si aprì un baratro! Louis precipitò nel vuoto ghiacciato fino a fermarsi su un ripiano.

Ferito, sanguinante, una gamba e qualche costola rotte, ma ancora vivo. Guardò verso l’alto gridando e chiedendo aiuto. Lo stambecco si affacciò sul crepaccio, fissandolo.

Ad un certo punto l’animale si dissolse in un vortice di neve brillante e al suo posto apparve lei, Edelweiss. La regina non gli staccava gli occhi di dosso. Louis credette di essere ormai spacciato, vittima di incubi e visioni.

Ma quando improvvisamente la ebbe accanto, ne restò affascinato. Lei, dal canto suo, decise di risparmiare la vita a quel giovane uomo che, nonostante tutto, l’aveva colpita col suo carattere forte, la sua sana testardaggine e la temerarietà.

“Sono Edelweiss, regina di questa valle. Credo tu sappia di avermi offesa”.

“Ora capisco tutto”, le rispose Louis con l’ultimo filo di voce che gli restava, “ti chiedo perdono, ma se vorrai uccidermi, lo capirò”. “No, non ti voglio uccidere. Ma se accetterai di essere trasformato in uno stambecco bianco, ti lascerò vivere accanto a me, per sempre! Ti renderò immortale.”

Louis riflettè. “No, non posso. Perdonami regina Edelweiss, ma a questo punto finiscimi! Io sono il principe Louis. E il mio popolo ha bisogno di me. Spero, anzi, che mi accetti ancora dopo che l’ho così a lungo trascurato…sempre che tu mi consenta di fare ritorno…”

La regina rimase colpita: quell’uomo avrebbe preferito la morte pur di non rinunciare alle sue responsabilità.

Louis, da parte sua, doveva riconoscere che Edelweiss era davvero bella come si diceva. Che non era solo fantasia. E che gli stava proponendo di stare con lei, diventando immortale!”

I loro occhi si incrociarono a lungo in un silenzioso dialogo che parve durare ore. Louis non avrebbe mai dimenticato quel viso bianco come la neve, quei grandi occhi neri senza fine e quella lunga chioma corvina che si confondeva con le ombre…

Al mattino si risvegliò nel suo letto. Era a casa sua e sembrava non fosse successo nulla. Nessuno si ricordava nienteGli dicevano che era stato colto da una febbre altissima, che neanche il dottore era riuscito ad abbassarla e che per ben due settimane era stato a letto in preda ai deliri. Nominava sempre lo stambecco bianco e chiamava la regina Edelweiss.

Rimessosi in forze, Louis decise che avrebbe trovato Edelweiss: quella donna, o fata o strega che fosse, gli era entrata dentro e non poteva più stare senza di lei! Avrebbe voluto rivederla almeno una volta…

Affrontò con passo deciso la salita che portava al bosco che tutti dicevano “stregato”, il bosco dove avrebbe dovuto ergersi il palazzo della regina. Stranamente (o forse no) non fu per niente difficile addentrarsi in quella fitta foresta; Louis aveva quasi l’impressione che gli alberi si aprissero al suo passaggio. Giunse infine ad una radura illuminata dal sole. Lì, al centro del prato, un giovane stambecco bianco lo guardava, immobile.

“Regina Edelweiss, Edelweiss, sei tu, vero?! Sono venuto da te! Voglio che stiamo insieme. Edelweiss, non mi riconosci? Sono Louis!”. Ma lo stambecco, dopo averlo guardato a lungo, improvvisamente con un balzo fuggì. Non era Edelweiss… quello era davvero lo stambecco bianco! Ma Louis, ormai, non era più interessato e non tentò neppure di rincorrerlo o di seguirlo. Non fece nulla. Si accasciò in mezzo alla radura, si prese la testa tra le mani e pianse.

Poi, notò che il prato intorno a lui iniziò a riempirsi di minuscole stelle alpine, argentate e vellutate. Louis si alzò mormorando ” Edelweiss, amore mio…”.

Dai bordi del prato si sollevarono delle mura bianchissime, quasi madreperla. Louis si ritrovò magicamente all’interno di uno splendido castello le cui torri si innalzavano al cielo in un gioco di guglie arditissime. Lui era lì, in piedi, stranito, nel centro di un immenso salone. Ad un certo punto, da un incredibile doppio scalone elicoidale scese lei: Edelweiss.

“Eccoti Louis, sei qui… sei venuto a cercarmi… e per me hai rinunciato al vero stambecco bianco, tuo grande desiderio!”.

“Sei tu, Edelweiss, il mio più grande sogno. Vorrei tanto diventasse realtà!”.

“Lo diventerà. E questa sarà nei secoli la dimora del nostro amore! Qui tutto dovrà parlare di noi, Louis. Per te rinuncio alla mia immortalità. Non sarò più una fata. Sarò una donna, pur sempre regina, ma del tuo cuore”.

E da quel momento il castello fu visibile e accessibile a tutti. La valle intera, dalla grande montagna rosa fino all’antico ponte di San Martino, festeggiò le nozze tra Edelweiss, un tempo regina solitaria, e Louis, il coraggioso principe Walser.

 

Questo racconto è dedicato a Castel Savoia, alla splendida valle del Lys e all’amore taciuto e sventurato, tra la regina Margherita di Savoia e il barone Luigi Beck Peccoz. Un profondo affetto ed una comunanza di sentimenti univa Margherita al barone alpinista; nella realtà ciò non è stato, ma sicuramente sappiamo che qui, tra queste montagne e in questo castello, così fiabesco e femminile, Margherita si sentiva davvero se stessa.

HIC MANEBIMUS OPTIME

 

 

Anche stavolta un GRAZIE speciale all’amico Enrico Romanzi (www.enricoromanzi.it) per la suggestiva foto di copertina.

Stella

 

Castello di Fénis. Lo stregone mutaforma e il bosco degli inganni

Un’altra splendida giornata di sole illuminava la verde valle Baltea. Era già autunno inoltrato, ma quell’inizio di novembre aveva tutto il sapore di un gradevole strascico d’estate. Il grande fiume, gonfio e rumoroso, solcava fiero la distesa di campi e prati nel suo lungo viaggio verso le ampie pianure. Gli uomini erano felici e il piccolo borgo rumoreggiava di vita e feste campestri.

Ma purtroppo quella felicità era destinata ad interrompersi assai presto. Nessuno si sarebbe mai aspettato quello che stava per accadere…

Alcune notti prima, sulle vette ricoperte di roccia e neve, un malvagio signore assetato di potere aveva usato il suo sapere e le sue conoscenze per appropriarsi di una magia potentissima e da lungo tempo dimenticata: la magia oscura delle comete a otto punte.

Quel perfido signore, nel suo rifugio perso tra i ghiacci, aspettava solo la notte giusta, la notte in cui sopra quelle montagne sarebbe passata la magica cometa capace, se imprigionata, di dare un potere immenso, di dare la quasi totale invulnerabilità.

Eccola, finalmente! La volta celeste, prima nera ed impenetrabile, improvvisamente rifulse di bagliori dorati, di fiamme e di lunghe scie di polvere di stelle.

“Eccola! Sei qui! Ora sarai mia!”. Il malvagio signore raggiunse un picco di roccia e da lì, urlando un’antica formula, aprì il suo immenso mantello nero e si gettò nel vuoto al passare della cometa.

45379062_1081367762036353_5518746389372207104_n

Un fulmine di fuoco squarciò le tenebre. Un boato riecheggiò nella valle. Il grande astro a otto punte si gonfiò e si rimpicciolì; divenne una spirale, poi una specie di labirinto pentagonale fino a diventare un punto brillante all’orizzonte. La potente cometa era stata catturata. Un falco, con una stella d’oro al collo, volteggiava riempiendo il buio di acute e ripetute strida.

Era Kymarion, signore delle tenebre e delle nebbie, terribile e crudele mutaforma la cui magia ingannava gli uomini e li rendeva suoi schiavi facendoli cadere nell’oblio.

Da quel momento la valle venne avvolta da una fitta, fredda e nera coltre di nubi; Kymarion volava sulle terre e sui villaggi cambiando il suo aspetto a seconda di chi incontrava. Egli, infatti, era in grado di capire immediatamente quale fosse il più grande sogno o desiderio di una persona; lo incarnava e così attirava il malcapitato nelle spire risucchiandone la linfa vitale per sempre. E la sua forza aumentava giorno dopo giorno. Uomini, ma anche animali e vegetali: Kymarion poteva annientare tutto e di ogni cosa assumere la forma. Poteva anche trasformarsi in esseri mostruosi, in creature generate dagli incubi o dalle paure…

La valle si trasformò ben presto in un luogo tetro e desolato, battita da una pioggia ioncessante che poteva solo diventare neve, ghiaccio, fango.

Kymarion alla fine placò il suo volo scegliendo un luogo dove fissare la sua dimora. Era quello in origine un posto bellissimo, dove ampi prati scendevano dolcemente verso il fiume. Lì, circondata da fiori e meleti, sorgeva un’antica torre merlata di brillante cristallo cinta da altissime mura che, si diceva, fosse la dimora dei Saggi e dei Sapienti.

La lotta fu terribile e, ahimé, la furia diabolica di Kymarion ebbe la meglio. Gli abitanti del vicino villaggio vivevano nel terrore e nella diffidenza; avevano paura di tutto, ogni cosa o persona poteva, in realtà, essere Kymarion.

La dimora turrita dei Saggi venne trasformata in un palazzo oscuro, inespugnabile, circondato da un bosco stregato abitato da sinistre presenze, spiriti maligni, fantasmi spaventosi… Una vera cortina di alberi neri dai rami intricatissimi e dalle grosse radici da cui la nebbia non scompariva mai.

scary-hill-foggy-forest-in-winter_ho1vlx8v__F0000

I poveretti che per caso vi si avventuravano, ignari, credendo di vedere un loro caro, un parente, un amico, oppure il loro bestiame o ancora pentole colme d’oro e gioielli, vi si addentravano senza farne mai più ritorno.Uomini, donne, persino bambini: Kymarion non faceva preferenze… tutti gli servivano per nutrirsi e aumentare il suo potere.

Qualcuno aveva tentato di ucciderlo, ma questo era un errore! Kymarion era invulnerabile grazie al suo potente talismano: la stella d’oro a otto punte da cui non si separava mai, qualsiasi forma prendesse! Fino a che…

Un giorno giunse alla locanda del villaggio un giovane soldato. Veniva da nord, da molto lontano, da una grande isola oltre il mare. Disse di chiamarsi Giorgio. Era molto bello, Giorgio, dai folti capelli biondi e gli occhi azzurri come il mare. Dopo dolorosi fatti di sangue che lo avevano coinvolto, aveva deciso di partire per ritrovare se stesso, per ritrovare la pace, per redimersi. Per questo motivo si era messo in viaggio affrontando un percorso lungo e assai pericoloso che, se Dio avesse voluto, lo avrebbe portato fino a Roma, se non addirittura fino a Gerusalemme: questo cammino era chiamato Via Francigena.

hqdefault-1

Dopo aver oltrepassato con grande fatica l’alto valico Pennino si rifocillò fortunatamente nell’ospizio voluto dal saggio Bernardo, uomo santo e coraggioso che aveva sconfitto l’essere oscuro che infestava quei monti tempo addietro.

Giunto nella piana, dopo alcune ore di marcia, venne bloccato da una terribile tempesta di grandine, proprio nei pressi del villaggio vicino al bosco infestato. Ma Giorgio non lo sapeva.

Entrato nella locanda, subito ebbe tutti gli occhi addosso e l’oste lo redarguì, invitandolo a partire l’indomani stesso. Altri gli spiegarono per filo e per segno che quello era un luogo maledetto, gli dissero del bosco “mangia-uomini”, del palazzo nero e di Kymarion.

Giorgio non riuscì a chiudere occhio. Quei racconti lo avevano turbato, eppure c’era qualcosa che gli diceva di non partire, di restare lì, che avrebbe potuto fare qualcosa per quelle brave persone, anche se non sapeva come…

La mattina dopo la tempesta era cessata; un freddo pungente avvolgeva la valle e la nebbia bassa si infilava tra gli alberi e le case. Stava per uscire quando venne chiamato da qualcuno. Si guardò attorno e subito non vide nessuno. La sala sembrava vuota.. “Sei tu Giorgio, il cavaliere pellegrino?”. Giorgio notò allora una figura: un uomo, avvolto in un pesante pastrano grigio e con uno strano copricapo a cono, se ne stava seduto in un angolo e lo guardava.

10_Fenis

Giorgio, sulla difensiva, si avvicinò. L’uomo aveva una lunga barba rossiccia, capelli crespi dello stesso colore e penetranti occhi chiari, quasi color ghiaccio. “Ti aspettavo, cavaliere”, gli disse.

“Ma, ci conosciamo forse? Chi sei?”, chiese Giorgio. “Ora mi conoscerai, cavaliere. L’importante è che tu ti sieda e ascolti quanto ho da dirti!”, sentenziò l’uomo dal cappello a cono.

“Devi sapere che io, e i miei antenati prima di me, viviamo in questo luogo da sempre e per secoli lo abbiamo protetto. Purtroppo l’arrivo del malvagio Kymarion, uno stregone-guerriero, un abile ed imprevedibile mutaforma, un ingannatore senza scrupoli, ci ha colto di sorpresa! Nulla abbiamo potuto perché il suo potere deriva dalla grande cometa a otto punte che lui ha imprigionato in un talismano che tiene sempre al collo! Si è impossessato della nostra dimora e l’ha protetta circondandola con un bosco stregato i cui incantesimi annullano le volontà umane. Kymarion sa agire anche sull’inconscio, penetra nei pensieri, nei sogni, nei desideri… sa illudere, sa incantare e così attira a sé gli uomini… per sempre! Quella che era la torre della saggezza e della sapienza, è diventata la triste dimora del maligno… Ma tu puoi aiutarmi! Le profezie della fata Everda me lo avevano indicato. E io ti stavo aspettando!”.

Giorgio aveva ascoltato ogni parola con estrema attenzione. Era allibito, frastornato… Ma chi era costui? Un povero pazzo? Un visionario? Un mago? Lui non sapeva cosa pensare, eppure… eppure c’era qualcosa nello sguardo fermo e limpido di quell’uomo che lo aveva convinto a dargli ascolto! Tanto, pensò, non aveva nulla da perdere!

“Ma almeno mi dici il tuo nome?”, chiese Giorgio. L’uomo lo guardò e rispose “Non ancora, lo saprai al momento opportuno! Ora seguimi, come prima cosa dobbiamo consultare nuovamente la fata delle acque smeraldine”.

Giorgio, interrogativo e perplesso decise comunque di seguirlo e aiutarlo in questa assurda vicenda. Nel bardare il cavallo, il suo sguardo venne attratto da una bellissima fanciulla bionda che stava attingendo acqua al pozzo. La poveretta era intirizzita dal freddo, aveva le mani congelate e non riusciva a tirare sù il secchio. Ci stava impiegando troppo tempo e perciò venne sgridata dal suo padrone che la trattò malissimo lì, davanti a tutti. Giorgio non esitò e intervenne in sua difesa. La giovane, imbarazzata, lo ringraziò; i loro occhi si incrociarono e fu subito amore. La fanciulla dai grandi occhi nocciola aveva rapito il suo cuore e, di ritorno, l’avrebbe cercata per portarla via con sé.

“Allora ragazzo, ti ci vuole ancora molto?!”. L’uomo “senza nome” lo stava richiamando all’ordine con insistenza. Giorgio saltò in sella e i due partirono verso la grotta delle acque smeraldine per consultare la fata Everda. Entrati in un fitto bosco verde-oro, dove il freddo non c’era e la natura sembrava immune ai malefici di Kymarion, Giorgio notò con grande stupore che le acque del torrente erano di un turchese talmente brillante da sembrare finto e che le rocce tutt’intorno erano di colore viola! Ma che strano posto era mai quello? Tuttavia era pervaso da una piacevole sensazione di serenità.

Giunsero infine davanti ad un anfratto che si apriva nella roccia dal quale usciva l’acqua. L’uomo “senza nome” lo invitò a seguirlo e i due entrarono nella grotta camminando nel torrente. Il sentiero si faceva sempre più buio, rischiarato solo dal riverbero dell’acqua. Poi l’uomo “senza nome” si fermò in corrispondenza di uno slargo dove l’acqua formava una specie di piscina.

“Mostrati splendida e saggia Everda! Ti invochiamo. Abbiamo bisogno del tuo aiuto e dei tuoi consigli!”. L’uomo “senza nome”, sempre stretto nel suo pesante mantello grigio, evocò la fata che, in un abbagliante chiarore color smeraldo, sorse dalle acque e si offrì ai loro occhi.

fatabudruina

“Oh cavaliere pellegrino, Giorgio, giunto qui da terre remote, che tu sia il benvenuto. Ti stavamo aspettando. Solo insieme a te sarà possibile scacciare Kymarion, vero Fenisio?!, disse la fata guardando l’uomo dalla barba rossa.

“Fenisio, allora è questo il tuo nome?!”, esordì Giorgio. L’uomo lo guardò:”Sì, Giorgio. La mia stirpe deve tornare in possesso del palazzo e di queste terre, altrimenti la rovina dilagherà!”.

“Bene valoroso Giorgio. Ora segui attentamente le mie indicazioni, o per te, come per molti prima di te, sarà la fine! Sulle sponde del mio torrente smeraldino nasce un’erba: è molto speciale! I suoi fiori sono piccoli e viola; trovala, raccogline cinque steli e portali con te! Appena prima di entrare nel bosco incantato che circonda il castello di Kymarion, mangiala! E’ l’erba-bussola! Grazie a lei saprai vedere tra le nebbie, saprai trovare il giusto percorso e, soprattutto, saprai resistere alle allucinazioni e alle visioni che creerà lo stregone mutaforma!”.

Dette queste parole, la fata Everda si inabissò.

Giorgio e Fenisio non persero tempo. Raccolsero i cinque steli (“uno per ogni lato delle mura”, gli spiegò Fenisio) e si diressero verso il bosco stregato.

Già nei pressi la natura era assai diversa; il paesaggio era nudo, brullo, bruciato dal freddo e divorato dal ghiaccio. Una densa cortina di nebbia si parò improvvisamente davanti a loro. Per un attimo Giorgio ebbe paura e lo sfiorò l’idea di rinunciare. Ma Fenisio capì i suoi dubbi, si avvicinò e, abbracciandolo come un padre, lo incoraggiò.

“Giorgio, io da solo non posso entrare… ho bisogno di te! Non avere timore; io sono al tuo fianco. La fata Everda ci sostiene e ci proteggerà. Tu devi solo magiare l’erba-bussola. Stai saldo, mi raccomando, perché Kymarion proverà ad incantarti non appena metterai piede nel bosco!”.

L’erba-bussola aveva uno strano sapore, come di aceto… Giorgio però, anche se disgustato, la mangiò. Subito gli sembrò che lo strozzasse, ma poi… poi i suoi occhi si aprirono e, come un gatto, si accorse che poteva vedere distintamente nelle ombre e nella nebbia. Davanti a lui si illuminò un vero e proprio sentiero che si infilava nella boscaglia.

Fenisio si levò il cappello a cono dal quale uscì un fascio di luce. “E’ la luce della Sapienza, Giorgio. Ci aiuterà a vincere e riconoscere le illusioni maligne”.

E le illusioni non tardarono ad arrivare. Forzieri colmi di ricchezze. Armature brillanti. Cibo in straordinaria quantità. Persino la visione di Roma e di Gerusalemme. Nulla! Su Giorgio non avevano effetto! Fino a che Kymarion non gli si presentò nelle vesti della splendida fanciulla vista al pozzo. Sembrava lei… era lei! E gli chiedeva aiuto perché si era persa e aveva paura. Ma Fenisio gli gridò “Giorgio! Guarda i suoi occhi! I suoi occhi!!”

Giorgio si sforzò di scrutare quel volto e si rese conto che gli occhi erano rossi, ardenti come dei bracer! Non erano i dolci occhi nocciola che ricordava! Si scagliò quindi contro la finta ragazza urlando a pieni polmoni e agitando la spada!

Kymarion allora, vistosi scoperto, si trasformò in tutti i peggiori e più orripilanti mostri mai esistiti. Ma Fenisio parlava a Giorgio”Non mollare! Sono solo illusioni, Giorgio! E’ il buio della mente che genera questi mostri! Coraggio! Non sono veri!”.

Fenisio aveva ragione. Giorgio si ricordò anche di un altro importante consiglio: non bisognava assolutamente uccidere Kymarion colpendolo a morte con un’arma perché era invulnerabile. Per annientarlo occorreva impossessarsi del talismano, della stella a otto punte!

Kymarion infine si trasformò in un drago gigantesco, terribile: sputava fuoco e braci ardenti e con la lunga coda squamata sferrava colpi violentissimi.

thumb2-fire-breathing-dragon-art-flying-dragon-sky-flame

Giorgio gli si avvicinò e, con coraggio e intelligenza, a sangue freddo, riuscì con la punta della spada a spezzare la catena che reggeva il talismano e che il drago portava al collo. Kymarion, nel trasformarsi in questa terribile bestia, aveva dimenticato di coprire l’amuleto con qualche artificio e lo aveva lasciato bene in vista. Un errore che gli costò caro!

Non appena Giorgio gli ebbe sfilato la stella, il drago cominciò a contorcersi e a ripiegarsi su se stesso. La terribile creature assunse decine di forme diverse fino a tornare ad essere Kymarion. Lo stregone urlava e si dimenava furiosamente finché iniziò ad infuocarsi ed incenerirsi.

Dopo un ultimo lampo accompagnato da un assordante boato, di Kymarion non restò che un mucchietto di cenere.

Di colpo la nebbia si dissolse, la luce squarciò l’oscurità e il nero palazzo tornò ad essere un magnifico castello cinto su cinque lati da alte mura merlate. Il bosco incantato svanì lasciando il posto a prati baciati dal sole.

images

Fenisio fece cenno a Giorgio di seguirlo. Superate due cortine di mura, accedettero in un cortile splendidamente decorato, cuore del castello. Lì Fenisio aprì finalmente il suo mantello: apparve una ricca decorazione multicolore a rombi che rivestiva tutte le pareti.

45247871_1081367862036343_7524367091491667968_n

“Grazie nobile Giorgio. Hai eliminato il drago stregone e ci hai restituito la nostra dimora. Il tuo ricordo rimarrà impresso nei secoli e il tuo atto di coraggio verrà raffigurato qui, nel nostro castello”.

fenis_san_giorgio

Uno straordinario affresco apparve proprio in cima allo scalone principale. Giorgio il cavaliere, il drago e la dolce fanciulla, che poi Giorgio portò davvero via con sé.

Dette queste parole, Fenisio si fece spirito e la sua immagine si impresse su una parete del piano nobile, insieme a quelle dei suoi antenati, dei Saggi e dei Sapienti protettori del palazzo.

E il magico talismano?

Una voce portata dal vento disse: ” Là dove la luce accede e il volto di Giorgio si vede, dove la fluida geometria verso settentrione invita, un astro di pietra a otto punte addita“.

45265246_1081367785369684_7690235344028958720_n

 

Provate anche voi, dunque, muovendovi sulle orme del prode Giorgio, ad entrare nel magico castello di Fénis e, una volta entrati, a ritrovarvi l’affresco di Giorgio che uccide il drago, l’enigmatico volto di Fenisio e, infine, il magico amuleto: un’antica cometa dall’immenso potere, una misteriosa stella a otto punte, impressa per sempre nella pietra, nel cuore della nobile dimora…cercatela!

 

Stella

Anche per questo racconto, un grande GRAZIE all’amico fotografo Enrico Romanzi per la suggestiva immagine di copertina.

.

 

 

 

 

Castello di Verrès. Il segreto delle miniere e la principessa dei nani

In un tempo lontano, quella valle dolce e verdeggiante era abitata da uomini felici ed operosi; era popolata di animali di ogni tipo e ricca di una natura florida e rigogliosa che dava fiori, legno, erbe e frutti in abbondanza.

In quel tempo lontano, però, quella valle ridente non era abitata solo da uomini e animali; le sue viscere nascoste erano attraversate da una miriade di cunicoli, labirinti e pertugi. Quell’intrico impenetrabile di gallerie sotterranee era il regno del piccolo popolo, era il regno dei Nani. Costoro, abili ed infaticabili minatori, conoscevano a memoria ogni gola, ogni anfratto, ogni vena di minerale del sottosuolo. I Nani erano i detentori di un’antica sapienza: coltivavano i minerali e li estraevano con notevole maestria. Ma non solo, vivendo nel ventre della Madre Terra, ne curavano con amore e dedizione la linfa vitale regolando, da lì sotto, i frutti delle diverse stagioni. Il popolo nano sin dalla più remota notte dei tempi, custodiva nelle profondità del suolo i semi dei frutti primordiali e, unitamente alla lavorazione dei metalli, si occupava delle trasformazioni e delle mutazioni della Natura. Il buon funzionamento del “mondo di sotto” si sarebbe infatti rispecchiato nell’armonia del “mondo di sopra”. E sì, perché là sotto, nel mondo buio delle miniere, i Nani erano soliti dire “Noi vediamo gli alberi non dalle chiome ma dalle radici, ed è da lì che traggono la vita!”.

I Nani insomma erano dei saggi maestri nell’individuare le materie prime, nel cavarle, nel selezionarle, nel trasformarle e.. nel metterle anche al servizio degli uomini, quando ciò veniva richiesto coi modi opportuni e col dovuto rispetto.

L’intesa tra Nani e uomini era così andata avanti in pace per secoli, fino a che…

Non giunse al potere un nuovo re, il malvagio Gotofredo. Giunto dalle vette del Tramonto, appoggiato da signorotti riottosi in cerca di facile guadagno e visibilità, Gotofredo era riuscito a ricevere in feudo la valle delle miniere di cui, ahimè, e non per caso, conosceva le infinite ricchezze.

Arrivato nel fondovalle fece immediatamente costruire un accampamento alla foce del torrente Fiordacqua e, adocchiata un’altura ben protetta, ordinò che vi si innalzasse una torre fortificata.

I Nani non misero molto tempo a capire che qualcosa era cambiato. La valle era percorsa giorno e notte da orde di soldatacci che approfittavano dei “sopralluoghi” per fare razzia nei villaggi, depredare, saccheggiare, distruggere e rapire fanciulle indifese. Quello era il triste biglietto da visita di re Gotofredo.

I Nani, popolo solitamente pacifico ma terribile se provocato, iniziarono ad attuare stratagemmi grazie alla loro perfetta conoscenza del territorio scatenando frane, deviando il corso dei torrenti, aprendo improvvise voragini che inghiottivano la soldataglia.

Gotofredo ne fu presto molto irritato e cercò di scovare i rifugi dei Nani inviando esploratori e mercenari nei boschi di notte. Ma tutto si rivelava inutile… Inoltre i Nani riuscivano regolarmente a bloccare o sabotare la costruzione della nuova torre fortificata perché quello, per loro, era da sempre un luogo strategico e sacro. Lassù, se lo volevano, potevano affacciarsi sul fondovalle. Lassù vi era la grande porta del regno sotterraneo, quella che consentiva l’accesso all’immensa sala del trono e ai depositi segreti, ma solo in pochi, anche tra gli stessi Nani, sapevano come e quando farla apparire per entrarvi.

Le cose purtroppo andavano sempre peggio. Re Gotofredo, accecato dall’odio verso i Nani, si vendicava sugli abitanti inermi della valle e, mosso dalla volontà di trovare e sterminarli, cercò alleati oltre le montagne, nella terra degli Agauni, di cui, si diceva, non sempre c’era da fidarsi!

Di fatto l’alleanza, supportata essenzialmente da reciproci interessi, non poggiava su solide basi e iniziò a vacillare sin da subito. Nella valle nessuno si fidava più di nessuno e la stessa Natura languiva, irrigata più dal sangue versato che dall’acqua. Nessuno coltivava né allevava gli animali. E i Nani si erano infine rinchiusi nei loro cunicoli negandosi agli uomini. Purtroppo il negarsi dei Nani, portava con sé il negarsi di Madre Natura e la valle presto mutò il suo aspetto diventando sempre più arida e brulla.

Re Gotofredo decise di scatenare una guerra totale anche contro gli Agauni e la valle si trasformò in un unico, triste e desolato campo di battaglia. Gotofredo aveva 5 figli maschi e i 4 più grandi, assai simili al terribile padre, erano impegnati in battaglia o in ambasciate finalizzate a tessere oscure trame politiche. Solo il più piccolo, Giovanni, era diverso.

Lui odiava le guerre. Certo sapeva usare la spada, ma solo se a fin di bene, non così per gratuita sete di potere e ricchezze. Era in conflitto continuo col padre che più volte aveva tentato di farlo rinchiudere in un monastero per toglierselo dai piedi. Ma la madre fortunatamente era sempre intervenuta facendosi forte della sua ricchissima dote con cui poteva tranquillamente ricattare l’avido marito.

Un pomeriggio, verso il tramonto, dopo l’ennesimo litigio col padre, esausto Giovanni si allontanò da casa in cerca di pace. Era molto preoccupato per l’inqualificabile condotta paterna, ma ancor più per le precarie condizioni di salute dell’amata madre. Se fosse morta, lui si sarebbe ritrovato solo, “in pasto agli squali”. Camminando camminando, ad un certo punto si rese conto che si era fatto buio e aveva perso l’orientamento. Dov’era? Vedeva le luci del villaggio in basso, nel fondovalle, ma ormai non era più in grado di scendere: aveva completamente smarrito il sentiero.

“Poco male”, pensò, “tanto laggiù a nessuno importa un bel niente di me! Speriamo solo che mamma non peggiori e che quel finto medico da strapazzo non le dia qualche strana medicina!. Vorrà dire che per questa notte mie compagne saranno la luna e le stelle- Il buio, almeno, copre l’orrore di questa valle”.

Giovanni si sdraiò sull’erba, chiuse gli occhi e si lasciò cullare da un dolce alito di vento. Ad un certo punto si accorse di un penetrante profumo di erbe aromatiche e fiori accompagnato da un fruscio sempre più vicino ed insistente.

“Chi va là? Chi c’è che si nasconde vigliaccamente nell’ombra?! Mostrati e combatti da uomo!”. Silenzio. Poi si vide come circondato da tante fiammelle color verde smeraldo che baluginavano, quasi giocavano intorno a lui.

“Oddio”, si disse, ” fuochi fatui! Questo luogo è infestato di spettri!!”. Tentò di fuggire ma il buio fitto gli impediva di muoversi nella giusta direzione e temeva che un solo passo falso lo avrebbe fatto precipitare nel vuoto.

All’improvviso le fiammelle si fermarono e si unirono a formare un’unica figura dal profilo umano. Dalla luce verde si staccò una ragazza: non molto alta, anzi, bassina. Era più piccola di lui, che già non era tra gli uomini più alti… ma…bellissima! Un vero incanto! Il viso soprattutto era splendido e vi brillavano due occhi azzurro-verdi dal taglio allungato, ipnotici!

41185168lVk

“Buonasera, giovane uomo”, gli disse con voce soave, “non avere paura. Sono Palasina, la figlia di Gorgoscuro, il re dei Mani di questa vallata e di Evanzia, la ninfa del torrente Fiordacqua che nella nostra lingua chiamiamo appunto Evanzio. Sono venuta perché ho sentito la tua sofferenza. Conosco il tormento del tuo animo e sento che potrei aiutarti. Tu sei molto diverso dalla maggior parte degli uomini che da alcuni mesi ormai percorrono questa terra, prima così florida e felice!”.

Giovanni era impietrito.Non gli usciva neppure mezza parola di bocca. Poi iniziò a raccogliere i pensieri e disse: ” Ti saluto Palasina. Ma, spiegami, come puoi… come hai fatto a… come mi hai trovato…Ci siamo per caso già incontrati?”

Palasina sorrise. “Oh Giovanni, voi uomini sapete così poco del piccolo mondo. Ma noi, Nani, ninfe, fate… noi siamo ovunque! Possiamo rimpicciolirci quanto vogliamo, anche mutare forma e aspetto se necessario. Inoltre noi sentiamo, percepiamo ogni vibrazione della Natura, ogni suo muto lamento e necessità. So che tu sei diverso. Solo tu puoi salvare questa valle!”.

Giovanni faticava a credere a quanto la ragazza gli stava dicendo. Temette si trattasse di stregoneria, di un ennesimo stratagemma di suo padre, di un inganno… Ma Palasina gli disse:” Giovanni, so cosa stai pensando e so come dimostrarti il contrario. Interverrò domattina. Ora ti accompagno fino al limitare del villaggio. Solo una cosa devi fare: stai sempre accanto a tua madre!”.

Dopo una notte insonne nella quale, tuttavia, credeva di aver sognato come mai gli era successo prima, Giovanni con le prime luci dell’alba si recò da sua madre e, tenendole forte le mani, si sedette accanto a lei. La madre, sfiancata dalla malattia, non riusciva nemmeno più a parlare, ma il suo sguardo gli diceva più di tanti lunghi discorsi.

Allo scoccare delle 12, la porta della stanza si aprì e comparve la cameriera di fiducia che disse: ” Messer Giovanni, è arrivata un’erborista del villaggio mandata dal parroco. Vuole vedere sua madre. La faccio entrare?”

Giovanni, stupito, acconsentì. Per fortuna suo padre non c’era! Entrò una donnina piccola ed esile, già in età avanzata, avvolta in un pesante mantello verdescuro tenuto allacciato da una fibbia in oro e ambra a forma di spirale. La donna alzò il viso e si abbassò il cappuccio. Nonostante l’età fosse molto diversa, Giovanni riconobbe subito quegli occhi verde-azzurri dal taglio affilato. E riconobbe la voce! Era lei: Palasina!

L’erborista si avvicinò a sua madre, le toccò la testa, il petto, i polsi, la pancia e le anche. Dopo lievi massaggi circolari che, a detta della madre, sprigionavano un insolito calore, spalmò sul bacino della donna un impiastro di erbe recitando alcune preghiere in una lingua sconosciuta. “Molto bene Messer Giovanni, ho finito. Stasera faccia bere a sua madre un infuso di malva e tiglio. Nel giro di due giorni starà meglio”. E l’anziana donna se ne andò.

Nessuno si ricordava di averla vista entrare né uscire; nemmeno la cameriera! Nessuno nel villaggio la conosceva, meno di tutti il parroco!Eppure…dopo due giorni la madre era guarita!

Re Gotofredo manifestò un’incredula, finta, felicità. Quella sera stessa Giovanni tornò sull’altura dove aveva conosciuto Palasina. Quando il buio fu fitto e la notte profonda, lei apparve. Non disse una sola parola, ma sorrise. Giovanni provò l’impulso di abbracciarla. Dopo un lungo indescrivibile bacio, Palasina lo prese per mano invitandolo a seguirla. “Ma devi chiudere gli occhi!”.

“Bene Giovanni, puoi riaprirli ora!”. Giovanni si ritrovò sulle sponde di un piccolo lago illuminato dalla luna che sembrava volentieri specchiarsi in quelle fredde e limpide acque appena increspate dal vento dei monti circostanti. Tutt’intorno pascoli e distese di fiori avvolti dalla luce argentea del plenilunio.

“Benvenuto nella mia dimora: questi piccoli laghi di montagna dove per fortuna non è ancora arrivata la follia di tuo padre. Benvenuto nel regno liquido di Palasina, principessa dei Nani, figlia di re Gorgoscuro.. che tra poco conoscerai! I laghi, per noi del piccolo mondo, sono vere e proprie porte, sono dei luoghi di passaggio e di comunicazione tra il mondo di sopra e il mondo di sotto. Ovviamente questi passaggi magici si aprono solo se noi lo vogliamo!”

18884-800x600

Improvvisamente nel centro del lago si formò un vortice da cui uscì un uomo. O meglio, un Nano! Basso, certo, ma molto muscoloso e dall’aspetto autoritario. Il viso squadrato avvolto da lunghi e folti capelli e barba biondo-rame. Re Gorgoscuro era arrivato! Sul mantello la stessa fibbia in oro e ambra a forma di spirale.

I tre parlarono tutta la notte, una notte che sembrò non finire mai! Re Gorgoscuro dimostrò di conoscere assai bene il cuore di Giovanni e manifestò grande preoccupazione per la sorte della vallata. Occorreva privare re Gotofredo del potere. Giovanni, però, non voleva che morisse: bisognava che si pentisse. Ma come?

Fu così che re Gorgoscuro trovò una soluzione. ” Tuo padre potrà riprendere i lavori della torre sulla rocca ma sarà chiamato a rispettare alcune regole che un vecchio architetto saggio gli elencherà. Staremo a vedere…”

L’indomani Giovanni si svegliò nel suo letto, come se nulla fosse successo. Accanto a lui, sul cuscino, la fibbia a spirale… Giovanni ebbe la certezza di non aver sognato! Allo scoccare delle dodici, l’araldo annunciò a re Gotofredo l’arrivo di un capomastro che voleva parlargli. Il re convocò anche i suoi figli, Giovanni compreso.

Ma certo! Quei capelli, quella barba, quella voce… Era re Gorgoscuro sotto mentite spoglie! ” Re Gotofredo, grazie per avermi ricevuto. Mi è giunta voce che desiderate da tempo erigere una torre fortificata sulla vetta rocciosa che domina il fondovalle, ma che diversi incidenti ve l’hanno finora impedito. Bene, se ascolterete i miei suggerimenti, riuscirete a realizzare il vostro progetto!”.

“Ah, dite vecchio? E quanto mi costeranno i vostri consigli?”. Già con questa prima reazione, accompagnata dalle risate sguaiate dei quattro figli maggiori, re Gotofredo aveva cominciato male, molto male!

” Per prima cosa voi e i vostri quattro valorosi figli maggiori dovrete recarvi sulla rocca portando con voi tutti gli attrezzi, i materiali e il necessario per creare le fondamenta. Sappiate però che per prima cosa dovrete prosciugare uno stagno drenandone le acque verso i campi senza sprecarle ed evitando che le rane che vi vivono muoiano.

“Coooosa?! Voi siete pazzo! Io non mi sporco le mani in questi lavori da servo! Dirò ad altri di farlo!”. Intervenne Giovanni:” Padre, visto che finora coi metodi tradizionali, non vi siete riuscito, perché non tentare?”.

Re Gotofredo non parve convinto e i figli grandi non avevano nessuna voglia di faticare… Tuttavia il giorno successivo si misero in marcia come indicato, ma vollero che anche Giovanni andasse con loro! Una volta sul posto il re e i quattro figli maggiori iniziarono ad impartire ordini a Giovanni che, in silenzio, cercava di fare tutto ricordandosi però delle indicazioni del vecchio capomastro.

“Scava! Scava!”, gli urlava il padre, ” sono sicuro che quassù c’è l’ingresso alle miniere dei Nani! Quel vecchio di ieri sera non mi ha persuaso! Secondo me qui sotto da qualche parte c’è l’oro di queimaledetti!”. I fratelli iniziarono a scavare alla rinfusa, mossi solo dal desiderio di trovare l’imbocco delle miniere. Giovanni tentò più volte di fermarli e farli ragionare, ma fu inutile. La sommità della rocca era stata violata e scavata in ,aniera selvaggia! -Ignorarono anche lo stagno che venne sfondato e riempito di terra; le rane fuggirono, molte vennero persino uccise per gioco! Giovanni iniziò ad urlare, a piangere, ma i fratelli lo aggredirono.

Improvvisamente al centro della rocca si aprì un buco che presto si riempi d’acqua. L’acqua continuava ad aumentare e inghiottì re Gotofredo e i quattro figli sciagurati. Tutto tremava. Madre Natura si stava ribellando! Giovanni, spaventato, aspettava la sua fine.

Ma quella specie di terremoto finì. Giovanni aprì gli occhi e vide che tutto era tornato come prima. Anche lo stagno era di nuovo al suo posto e cinque grossi rospi gracidavano rumorosamente! “Ecco Giovanni, ti presento tuo padre e i tuoi fratelli!”. Giovanni so voltò e incrociò il sorriso della dolce Palasina.

La guardò interrogativo. “Sì, Giovanni, amore mio, quei cinque rospi sono proprio loro. Hanno ignorato le indicazioni di mio padre, anzi, peggio: volevano sventrare la montagna! Non meritano nulla! Non moriranno, ma vivranno in eterno da rospi! Forse da animali capiranno meglio il valore e l’importanza della natura!”.

Giovanni riconobbe che Palasina aveva ragione. La abbracciò e le dichiarò il suo eterno amore, ma… Palasina piangeva; comparve re Gorgoscuro che disse: “Giovanni, cuore d’oro, tu avrai per sempre l’aiuto del mio popolo e di quello della mia sposa Evanzia. Ma con rammarico non posso permettere che mia figlia sposi un umano: ciò non è consentito dalla nostra legge! Lei potrà starti vicino, in varie forme e modi, ma non potrete più vedervi così né diventare marito e moglie! Ora sarai tu a guidare gli uomini della vallata e potrai risollevarli dalla miseria riportando pace e armonia. Io stesso ti aiuterò! Solo fino alla prossima luna nuova potrai stare con Palasina, poi lei cesserà di apparirti.”

La decisione di re Gorgoscuro era inappellabile e Palasina lo sapeva. Nei giorni che rimasero, i due giovani erano sempre insieme. Spesso si rifugiavano sui laghi lassù, in alto, incastonati tra i monti. Giovanni si dimostrò un sovrano giusto e magnanimo, la valle presto tornò a fiorire. E la torre sulla rocca?

Giovanni non volle mettervi mano; andava quasi ogni giorno a vedere i rospi per accertarsi che stessero bene, ma lasciò il compito al suo primogenito: Ibleto.

Fu lui a costruire per primo la grande torre fortificata sulla cime dell’altura rocciosa a strapiombo sul fondovalle. Al centro del cortile interno fece creare un magnifico pozzo sul cui fondo, pare, sarebbe rimasto lo stagno coi rospi. Visto dall’aslto del magnifico scalone ad archi rampanti, dà quasi l’impressione di un vortice, simile al rincorrersi delle gallerie sotterranee. Quella fortezza, sobria ma raffinata, rispecchiava la sua personalità e le ultime volontà di suo padre Giovanni.

Salone

Ibleto ebbe sempre l’aiuto dei Nani e del popolo del fiume Evanzio. Ancora oggi nella valle i cantastorie narrano di quel giovane innamorato della principessa Palasina che, pare, gli diede comunque un figlio, il suo primogenito: Ibleto, che sin dalla nascita ha indossato una certa fibbia d’oro e d’ambra…

Si narra anche che, in certe notti di luna piena, affacciandosi sulla bocca del grande pozzo si oda gracidare e che, nelle stanze, si possa scorgere il profilo di una soave e splendida fanciulla, Palasina, la principessa dei Nani.

Protagonista di questo racconto è il castello di Verrès, ma non solo: protagonista è l’intera Valle di Ayas, con le sue leggende, le sue vette, i suoi laghi e, naturalmente, le sue miniere! Venite a scoprirla, in Valle d’Aosta!

 

Ringrazio anche stavolta l’amico Enrico Romanzi per la splendida immagine di copertina.

Stella