Montjovet. Il castello fantasma e le sacre incisioni

Sin dai tempi più lontani quell’altura di roccia si ergeva nel fondovalle, in origine bucando la coltre ghiacciata, poi dominando l’ampio letto del fiume sfrangiato in estese paludi e acquitrini.

Sin da quando l’uomo iniziò ad abitare quelle terre, quell’altura era stata ritenuta sacra: nessuno vi poteva costruire! Soltanto i sacerdoti, i saggi druidi, potevano salirci percorrendo un ripido sentiero nascosto, segreto ai più, che si inerpicava sul versante illuminato dal sole.

Solo i saggi druidi, incaricati di scrutare il cielo, studiare le stelle e consultare gli dei.

E così effettivamente fu, per secoli; fino a che…

Fino a che, nelle epoche oscure, costellate di battaglie, inimicizie e acerrime rivalità tra le tante potenti famiglie locali, quell’altura non fu violata da un signore avido, perfido e incurante di ogni legge: il terribile Feidino De Mongioveto.

Quell’altura rocciosa, ripida e ben protetta, a picco sulla stretta gola del fiume, costituiva un punto di controllo assolutamente prezioso e strategico. Da lì Feidino poteva controllare tutti i transiti e i commerci della regione esigendo, così, dei salati pedaggi.

Pur essendo stato messo in guardia da molti, Feidino procedeva coi suoi progetti e, dopo aver acquartierato il grosso delle truppe nel piccolo borgo ai piedi di quella straordinaria torre naturale, chiamò i migliori architetti per realizzare la più grande e la più possente e inespugnabile fortezza che si fosse mai vista.

Ma non appena si diede inizio ai lavori incidendo la roccia sulla cime, innumerevoli segnali nefasti iniziarono a manifestarsi: tempeste, terribili esondazioni, frane, slavine… Le mura che venivano erette, nel giro di una notte crollavano.

Un giorno giunse da Feidino un anziano, abbigliato come un frate, con una lunga barba grigia ed uno strano bastone in mano. “Sire Feidino, te lo chiedo in nome degli dei della montagna, del cielo e del fiume: interrompi immediatamente i lavori in questo luogo o peggio sarà per te e per la tua discendenza!”.

“Chi sei vecchio menagramo?! Cosa vuoi? Soldi? Chi ti manda? Me ne infischio delle tue sciocche parole! Io non ho paura! Anzi, ti metterò a tacere per sempre! Guardie! Sbattetelo nelle segrete! Domani penserò a come liberarmi di questo stregone! Ah ah ah!!!”.

“Tu non sai ciò che fai Feidino! Io comunque mi chiamo Chenalio, non sono uno stregone, ma un sapiente. Del resto, cosa vuoi saperne tu dei nostri antenati? Scommetto che neppure conosci i sacri segni che da secoli sono incisi nelle rocce qui vicino… e con la tua superbia mai li troverai!”.

Le guardie gli si gettarono addosso, ma all’improvviso, in una spirale di denso fumo grigio, Chenalio svanì.

“Vecchio pazzo stregone! Avete visto tutti, no?! Era il demonio in persona!”.

E Feidino proseguì con la sua costruzione. Piogge infinite, smottamenti, incendi si ripeterono uno dopo l’altro, ma caparbiamente lui non mollava. Cercò anche di trovare le incisioni sulle rocce di cui Chenalio parlava ma non trovò mai nulla sfogando così la sua rabbia sui villaggi e sulle coltivazioni.

Ma da un luogo remoto sotto quelle rocce, il saggio Chenalio seguiva le vicende della nuova fortezza:” Povero Feidino. Ora dunque lascerò che tu finisca. Lascerò che tu raggiunga il potere cui ambisci…per poi toglierti tutto quando meno te l’aspetti! DA quel momento tutti i tuoi sforzi saranno resi vani e il tuo prezioso castello, pur continuando ad esistere, non sarà visibile a nessuno. A meno che…”

Il castello di Saint-Germain a Montjovet (Foto di Emi Dattolo - LYTD11)
Il castello di Saint-Germain a Montjovet (Foto di Emi Dattolo – LYTD11)

E fu così che Feidino riuscì ad ottenere ciò che voleva: tutti lo temevano, lo lusingavano, lo riempivano di doni pur di avere la sua protezione. Il suo castello era magnifico: dall’alto dominava sulla valle e, come un faro, si vedeva sin da molto lontano. Purtroppo però Feidino non smise di compiere malefatte e la sua fortezza divenne ben presto un luogo di terrore: si temevano le sue prigioni, da cui, una volta entrati, non si sarebbe più usciti vivi!

Ma col tempo, Feidino si ammalò; un morbo fino ad allora sconosciuto, impossibile da curare. Sua moglie, perfida quanto lui ma assai ricca, per questo motivo lo abbandonò, Feidino contagiò in poco tempo tutti coloro che gli rimasero vicini. Morì tra indicibili sofferenze e tutti i suoi sudditi con lui. Il castello cadde in rovina, nessuno voleva più avvicinarvisi; quasi si aveva paura persino ad alzare lo sguardo verso la torre, sempre più nera, buia e minacciosa. La fortezza di Feidino diede così origine a sinistre leggende; divenne un luogo maledetto, dove regnavano solo il silenzio e l’oscurità.

La gente della contrada vicina chiese che venisse costruita una chiesa nei pressi dell’altura affinché il male fosse allontanato.

Passarono anni, decenni, secoli.

L’oblio era infine calato sul castello di Feidino De Mongioveto, ormai ridotto in rovina, ad eccezione della torre che si ostinava a svettare sulla vallata, quasi a voler ricordare la triste fine di quel maledetto signore.

 

Era una calda giornata estiva e un giovane archeologo da poco giunto nella valle stava percorrendo la Via Francigena per motivi di studio. Giunto nei pressi del castello, si trovò davanti ad un bivio privo di indicazioni. Dubbioso guardò la mappa ma continuava a non capire… quel bivio non era neppure segnalato! Ad un certo punto, dal folto di un giardino uscì un uomo: era in là con gli anni, aveva una folta barba grigia ed indossava una specie di saio lungo fino ai piedi. “Ti sei perso, ragazzo? A molti capita quando arrivano in questo luogo…”; “Effettivamente sì… da che parte vado per la Francigena?”.

“Ah, la Francigena…certo…pensavo cercassi il sentiero segreto che conduce al castello abbandonato…”, rispose il vecchio guardando il giovane con la coda dell’occhio, ben sapendo che ne avrebbe solleticato la curiosità.

“Castello abbandonato?!! Ma… come… a quale castello si riferisce? No, no.. ora voglio andarci! Sa, sono un archeologo…anzi, piacere, mi chiamo Gabriele!”. “E’ un piacere conoscerti, Gabriele. Credo tu sia la persona più adatta per salire al castello… di qua, non esitare!”.

Gabriele si incamminò, poi quasi subito si voltò per ringraziare quello strano individuo, ma non c’era più!

Il sentiero era abbastanza impervio, ripido, a volte paurosamente affacciato sul vuoto! Giunse nei pressi di quello che doveva essere un arco d’accesso nella cinta ed entrò. Iniziò a scattare foto e a prendere appunti sul taccuino che portava sempre con sé; quindi, al tramonto, tornò sui suoi passi e fece ritorno a casa. Pieno di entusiasmo si precipitò al computer per scaricare le foto: “Ma … no…no! Ma, come … non ce n’è nemmeno una!! Ma cos’è successo? Tutte bianche… che diamine! Maledetto cellulare!”. Prese allora il taccuino, ma…. I suoi appunti erano completamente spariti! Gabriele rimase senza parole; passò la notte facendo ricerche su quel maniero, ma non trovò molto. Appena fu giorno decise di farvi ritorno.

Giunto al bivio imboccò senza esitazione il sentiero del giorno precedente; tuttavia, mano a mano che procedeva, il cammino si faceva sempre più impervio e scivoloso, la vegetazione molto più fitta di come la ricordava e improvvise spaventose sporgenze. Per arrivare al castello gli ci volle l’intera giornata; “Ma com’è possibile? Ieri ci ho messo un’oretta…”, rimuginava Gabriele, sfinito ma non rassegnato. Giunse in vista delle mura che era già il tramonto. Ad un tratto si sentì chiamare: “Sei tornato, eh? Ce ne hai messo di tempo!”. Il vecchio barbuto vestito da monaco apparse dal nulla, avvolto da una luce verde.

“Ma si può sapere chi sei? Mi stavi aspettando?” chiese il giovane archeologo non senza paura.

Il vecchio si avvicinò; sul volto una specie di ghigno. Estrasse dal saio un sacchetto di velluto nero e lo svuotò su una roccia; ne uscì una ventina di pietre colorate e luminose simili a dadi. “Ma che razza di dadi sono’ Quante facce hanno?!”, Gabriele era disorientato.

“Sù, non perdere tempo. Fai il tuo tiro!”, esclamò il vecchio.

Gabriele li prese e li tirò. “Fermo! Non stare al suo gioco giovane archeologo! O cadrai nel suo malvagio incantesimo! Lo stesso che ha portato alla rovina questo luogo e il suo antico proprietario!”.

Gabriele si voltò di scatto: un altro vecchio identico al primo col medesimo abbigliamento se ne stava dritto in piedi accanto a lui brandendo un bastone con una gemma rossa in cima.

“Io sono il saggio Chenalio, protettore del luogo e delle sacre incisioni che disegnano la grande roccia non lontano da qui. Lui è il mio gemello: Rodo. E’ uno stregone malvagio. Quando era il suo tempo ha usato male le sue doti e ha fatto cadere in mano al feroce Feidino questo luogo! E ancora tormenta questa altura impedendo che venga purificata!”.

“E cosa volete da me? Sono un archeologo, non un guerriero!”.

“Certo”, disse il malvagio Rodo, “proprio perché sei archeologo puoi aiutarmi a ricostruire correttamente il castello e a trovare la sala del potere!”.

“Tu hai l’intelligenza e la pura conoscenza, Gabriele”, disse Chenalio, “solo tu puoi individuare quella sala. Feidino la fece costruire in un luogo segreto del castello, inavvicinabile senza il suo nulla osta. Ma ora che il castello è distrutto, forse la tua capacità di leggere le rovine e le loro fasi, potrà aiutarci. Poi starà a me impadronirmi di quella sala prima di mio fratello!”.

Gabriele era esterrefatto, ma quella sfida lo incuriosiva! Dopotutto lui aveva sempre amato i giochi di ruolo.

Fu una notte lunghissima, passata a perlustrare le creste dei muri, i brandelli di pareti ancora in piedi, le porte, le finestre, i merli, le sopraelevazioni. Da una parte Chenalio che lo guidava con la luce del suo bastone. Dall’altra il truce Rodo, pronto a sferrare il suo attacco non appena venisse trovata quella sala.

Ore ed ore, ma niente. Gabriele era riuscito ad isolare il corpo di fabbrica residenziale, ma nulla lasciava supporre la presenza di una simile sala.

Poi, all’improvviso, la terra sotto i suoi piedi cedette: si aprì una voragine e Gabriele vi precipitò.

La cosa strana era che là sotto i poteri dei due gemelli erano vani… Gabriele, incolume, si guardò intorno: il buio venne lentamente illuminato da fiammelle azzurre che vagavano a mezz’aria. Aguzzò la vista: si trovava al centro di un salone vastissimo, con due file di seggi splendidamente intagliati ai lati ed uno scranno più alto sul fondo. Si avvicinò al posto d’onore ed una fiammella si posò sul sedile. Gabriele si accorse che il sedile era a coperchio: lo alzò e…

figure-di-pendagli-ad-occhiale-dell'età-del-Rame-sulla-prima-roccia-incisa-di-chenal (da ResearchGate.net)
figure-di-pendagli-ad-occhiale-dell’età-del-Rame-sulla-prima-roccia-incisa-di-chenal (da ResearchGate.net)

al suo interno era custodita una tavola di pietra verde levigata con una coppia di incisioni a cerchi concentrici. La prese.

In quel preciso istante la voce possente di Chenalio rimbombò nella sala: “Grandioso! L’hai trovata! Feidino le aveva rubate con l’aiuto di Rodo per impossessarsi del potere! Ora finalmente una mente pura votata alla scoperta l’ha ritrovata! Il potere delle sacre incisioni è salvo!”. Chenalio si avvicinò, prese la tavola e la alzò al cielo. “Ora meriti una ricompensa. Usciamo da qui, e vedrai!”.

Tornato in superficie Gabriele si ritrovò ai piedi della torre. Il castello era … perfetto! Era esattamente come appena costruito. La cinta, gli edifici, le scuderie… Gabriele non poteva credere ai suoi occhi e girava come impazzito.

Il castello di Saint-Germain a Montjovet (Foto di Emi Dattolo - LYTD11)
Il castello di Saint-Germain a Montjovet (Foto di Emi Dattolo – LYTD11)

“Questa visione è solo per te. Solo tu puoi vedere il castello fatto e finito, ma sappi che non ti è permesso riprodurlo, scriverne o parlarne. Non appena te ne sarai andato, infatti, tutto tornerà come prima. Solo di notte la luce illuminerà questo luogo incredibile perché di notte, con le tenebre, il sentiero non è percorribile, quindi nessuno vi si può avvicinare. E qualora vi riuscisse, tante sono le trappole e le cavità nascoste in cui potrebbe cadere in trappola!

La tavola delle incisioni tornerà al suo posto, sotto la sacra roccia di Chenal, dove finalmente anch’io potrò ritirarmi e trovare pace.”

la-prima-roccia-incisa-di-chenal-foto-a-arcaro
la-prima-roccia-incisa-di-chenal-foto-a-arcaro

“E Rodo?”, chiese Gabriele, frastornato da tutti quegli eventi; “Rodo ha avuto la fine chi si meritava”, rispose Chenalio, “nel momento in cui tu hai sollevato la tavola di pietra, la sua stessa magia gli si è ritorta contro e lo ha scagliato dalla parte opposta della gola, per sempre ancorato ad un masso pericolante sul ciglio del baratro”.

“Ma è ora che tu vada. Il sole sta per sorgere e le luci devono spegnersi. I fuochi azzurri ti accompagneranno rapidamente alla tua auto”, e detto questo, il vecchio Chenalio sparì.

In men che non si dica Gabriele era al parcheggio.

Driiiiiiiinnnn, driiiiiinnnnn la sveglia sembrava impazzita. Gabriele aprì gli occhi ancora impastati di sonno… “Ma che diavolo… ma…come…?”. Il giovane archeologo si guardò attorno: la sua stanza, la giacca, lo zaino… “ma, quindi, era tutto un sogno?”. Forse sì, forse no!

Stella

Questo racconto, un pò più lungo e articolato degli altri, vuole rendere omaggio all’affascinante e misterioso castello di Saint Germain a Montjovet. Un sito tanto visibile quanto non sufficientemente conosciuto e ancor meno valorizzato.

Anche il nome del malvagio Rodo trova eco in quello del villaggio abbandonato di Rodoz, appunto, situato sul versante opposto della gola di Montjovet.

E protagonista il mio grande Amico, nonché Archeologo (entrambi con la A maiuscola) Gabriele Sartorio!

 

 

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Il Castello di Aymavilles. La sabbia magica

Molti anni fa una famigliola giunse nel villaggio di Amavilla, un grazioso borgo allo sbocco della valle di Cogne. La famigliola giungeva da un paese molto lontano e il viaggio era stato assai lungo. Non fu facile inserirsi, soprattutto per la lingua diversa e le altrettanto differenti abitudini.

Il piccolo Paolo aveva 7 anni e ancora non si era fatto nuovi amici. Timido e riservato faceva fatica ad adeguarsi a tutte quelle novità. Il papà e la mamma erano sempre impegnati al lavoro e lui si annoiava parecchio.

Un giorno in cui era più annoiato del solito decise di esplorare da solo quel nuovo paese; prima girovagò per le strade e per i vicoli del villaggio, poi iniziò ad allontanarsi sempre di più, sempre di più, finché non si trovò in un luogo stranissimo. Ripide pareti di roccia color argento facevano capolino qua e là nel mezzo di una fitta vegetazione: alberi e cespugli stavano piano piano ricoprendo un luogo incredibile: “Cavoli, sembra pietra lunare!”, esclamò stupito il bambino.

Aymavilles. Le cave di marmo abbandonate (da Wikipedia)
Aymavilles. Le cave di marmo abbandonate (da Wikipedia)

Intorno a lui scopriva blocchi di pietra dalle forme geometriche, alcuni spaccati altri ancora integri, con un colore grigio-azzurro quasi brillante. Paolo si perse ad esplorare quel posto così strano e non si accorse che presto si fece buio.

“Oh no… e adesso?! Come faccio a tornare a casa?!”. Il bimbo provè a tornare sui propri passi ma inciampò e proprio in quel momento si alzò un turbine di vento che gli fece entrare della sabbia negli occhi: “Ah! Che male! Non vedo più niente!”. Paolo provò a strofinare gli occhi, ma più lo faceva e più la sabbia penetrava. Incominciò a piangere e a chiamare il suo papà, gridando aiuto. Ma più piangeva e più la sabbia si cementava incollandosi alle ciglia finché formò un tappo sui suoi occhi.

Stremato dalla paura e dal freddo, dopo alcune ore Paolo crollò addormentato.

I suoi genitori, angosciati, lo avevano cercato tutta la notte ma non si erano spinti fin lassù; riuscirono a ritrovarlo solo al mattino. Paolo era vivo, ma i suoi occhi non si aprivano. Neppure il dottore sapeva cosa fare. E più Paolo piangeva, più il terribile tappo di sabbia si inspessiva.

Passarono alcuni giorni finché nel villaggio iniziò a circolare la voce che il conte stava tornando dal suo ennesimo viaggio. Era il nobile conte Vittorio, colto e raffinato proprietario di quelle terre.

Giunto in paese si informò sulle eventuali novità accadute in sua assenza ed un servitore gli parlò della povera famigliola di stranieri che viveva in una contrada isolata tra i boschi; gli disse anche del bimbo e della strana malattia agli occhi che lo aveva colpito dopo essersi smarrito nella vecchia cava di marmo abbandonata.

Il conte era noto per la sua estrema curiosità e per le sue incredibili conoscenze che spaziavano dalla storia alla geografia, dall’arte alla geologia, dalla filosofia alle scienze. La sua dimora infatti, dove quasi nessuno aveva mai potuto mettere piede se non espressamente invitato, si diceva fosse uno straordinario museo di bellezze e preziose rarità che lui raccoglieva in giro per il mondo in occasione dei suoi numerosi viaggi.

Il conte Vittorio Cacherano Osasco della Rocca Challant (da Wikipedia)
Il conte Vittorio Cacherano Osasco della Rocca Challant (da Wikipedia)

E fu così che il conte Vittorio si fece accompagnare a casa del piccolo Paolo. I due affranti genitori rimasero letteralmente senza parole ma una fiammella di speranza riaccese i loro cuori.

“Ebbene, ditemi, dov’è il piccolo? Posso vederlo?”, chiese il conte. Giunto vicino al letto di Paolo, si sedette, e lo guardò a lungo. Poi lo svegliò: “ Paolo, posso raccontarti la storia dei miei viaggi?”. Il bambino rimase meravigliato: finalmente qualcuno che non veniva lì per piangere e compatirlo. Finalmente qualcuno che cercava di distrarlo e farlo divertire, di farlo sognare!

“Oh sì, per favore! Ma … chi sei?”. “Sono un uomo che viaggia molto e che ha sempre voglia di conoscere il mondo, con tutte le sue differenze e curiosità”.

E il conte iniziò così a raccontare. Il viaggio in giro per l’Europa, i misteriosi manieri inglesi, le immense cattedrali francesi, i villaggi della verde Germania… E poi ancora le assolate lande spagnole, lo sfarzo di Madrid, la magia di Siviglia, e poi verso ovest, fino in Portogallo, fino alle colonne d’Ercole, fino all’infinito spumeggiante oceano. E ancora la Grecia, terra del mito, dove ogni albero e ogni pietra sprigionano il fascino senza tempo di una storia antichissima. L’Egitto, terra magica e affascinante, con le sue piramidi e le enigmatiche sfingi metà uomo e metà leone. E le Indie dai mille colori, profumate di spezie. E l’Oriente coi suoi straordinari alberi di pesco, i giardini curati come gioielli, quasi cesellati, dove le donne sembrano delicate bambole di porcellana…

Paolo non credeva alle sue orecchie, totalmente rapito dai racconti del nobile Vittorio, stava viaggiando con la fantasia e gli sembrava di vedere davvero tutti quei luoghi lontani. Aveva smesso di piangere, anzi, rideva.

E avvenne che, come per miracolo, rise talmente tanto che il tappo di sabbia si spaccò e cadde: Paolo vedeva di nuovo!

La felicità generale era indescrivibile; il conte aveva salvato il piccolo.

Uscendo disse: “Paolo, ora rimettiti del tutto. Tra una settimana manderò un mio servitore a prenderti: sei mio gradito ospite! A presto”.

Paolo iniziò un entusiasta conto alla rovescia; chissà che palazzo incredibile aveva il conte! Non stava più nella pelle!

E il giorno tanto atteso giunse: il servitore del conte fece salire il bimbo su una meravigliosa carrozza condotta da una coppia di magnifici cavalli bianchi dai nomi decisamente insoliti: Aimone e Amedeo.

“Eccoci piccolo, siamo arrivati!”.

Paolo scese e con suo grande stupore si trovò…nel nulla! Ebbene sì, era in cima ad una collina affacciata sul fiume e circondata di giardini e vigneti. Un posto senza dubbio molto bello, ma… il palazzo dov’era?!

“Benvenuto caro Paolo! Sono felice che tu sia qui!”. La voce ferma del conte rimbombò alle sue spalle. Paolo stava per fargli mille domande, ma il conte lo fermò immediatamente: “Non chiedermi nulla, Paolo. Fa quel che ti dico. Tieni, ti do un secchiello e una piccola pala. Vicino a me c’è della sabbia. Costruiscimi un castello, per favore, come piacerebbe a te!”.

Paolo non capèiva, ma sentiva che quel gioco avrebbe riservato una sorpresa! Riempì il suo secchiello pèiù volte, pressando bene la sabbia umida e realizzò quattro belle torri tonde. Poi le unì tra loro per creare un edificio che, infine, circondò con una cinta di difesa e un fossato.

“Ecco! Ho finito!”, esclamò Paolo soddisfatto.

“Mmmhh…direi un ottimo lavoro, Paolo! Solido ed elegante allo stesso tempo! Ora apri questa scatola: c’è un regalo per te!”.

“Un regalo?!! Wow!”, Paolo scartò il pacco con frenesia, pieno di entusiasmo. “Cos’è, un cannocchiale?”, chiese disorientato.

Il caleidoscopio
Il caleidoscopio

“Più o meno. Si usa come un cannocchiale, ma…guarda dentro!”.

Paolo avvicinò l’occhio a quel tubo leggero e colorato e… davanti a lui esplosero incredibili giochi di colori scintillanti dalle forme più diverse! “E’ un caleidoscopio”, disse il conte, “fa vedere ciò che di norma non si vede…fa sognare e volare con la fantasia. Ma su, non smettere; continua a girarlo e vedrai ancora più cose!”.

Paolo girava quel sorprendente caleidoscopio e ad un certo punto i colori lasciarono il posto ad immagini di luoghi incredibili, paesaggi ed edifici che sembravano usciti dal mondo delle fiabe.

“Ora guardati intorno”, disse il conte.

E fu così che Paolo si ritrovò ai piedi di un bianco edificio con quattro possenti torri agli angoli; una monumentale scalinata di marmo lucente conduceva ad un portone tutto decorato. “Vieni, seguimi!” lo spronò il nobile Vittorio. Una volta entrato Paolo credette di essere arrivato nel paese dei suoi sogni: intorno a lui ogni parete, ogni stanza, raccontava di un luogo, di un viaggio…

Un castello "caleidoscopico" da scoprire (collage di foto di Stella Bertarione)
Un castello “caleidoscopico” da scoprire (collage di foto di Stella Bertarione)

Tutte le stanze erano diverse tra loro dando l’impressione di essere non solo in un altro paese, ma anche in un altro tempo con atmosfere antiche o di epoca medievale. E ovunque erano esposte le mille e mille rarità collezionate dal conte. Il bimbo era rimasto senza fiato e non avrebbe mai più voluto uscire da lì!

“Hai visto cosa si può fare con la sabbia, Paolo? L’importante è che sia sabbia magica; ma la vera magia che serve è quella dei nostri sogni! Benvenuto quindi nel mio palazzo, il magico castello di Aymavilles!”.

Stella

Ringrazio di cuore l’amico Enrico Romanzi per la bella immagine di copertina. Per il piccolo Paolo mi sono ispirata al figlio di nostri cari amici che abitano proprio ad Aymavilles.

I due destrieri che tirano la carrozza del conte portano i nomi dei due esponenti di casa Challant che hanno fatto sì che il castello acquisisse l’aspetto così particolare che conserva ancora oggi nonostante alcuni rimaneggiamenti successivi.

Castello di Cly. Il sortilegio delle tre lune

Il tempo scorreva lento nella valle della Dora, scandito dal ritmo delle stagioni e dei lavori nei campi. Dal fondovalle, il maniero dei ricchissimi signori di Cly si vedeva assai bene. Sin da lontano si scorgeva la sagoma della possente torre quadrangolare costruita direttamente nella roccia.

Nobile famiglia di uomini d’arme quella dei Cly, ramo collaterale dei potenti Visconti di Aosta, il cui feudo si estendeva a cavallo del Cervino prolungandosi fino al di là delle montagne in terra straniera. Un feudo incredibilmente vasto e decisamente strategico per il controllo di vie commerciali all’epoca molto frequentate; vie che riuscivano a passare attraverso colli e ghiacciai in punti che oggi non esistono forse nemmeno più.

Per decenni i signori di Cly si erano mostrati benevoli verso i loro sudditi, garantendo loro protezione e non facendo mai mancare cibo e lavoro. Ma fu con l’arrivo di Bonifacio che la situazione iniziò a peggiorare: avido e meschino, Bonifacio non si faceva scrupoli e non provava compassione per nessuno. Il tutto precipitò tragicamente quando il potere finì nelle mani di suo figlio Pietro, tanto bello quanto crudele.

Era un giovane uomo di sfolgorante bellezza: alto, muscoloso, capelli neri come la notte e occhi di un verde “raggelante”. Occhi capaci di far crollare chi lo fronteggiava, capaci di incutere timore, incapaci della minima pietà. Occhi di serpente: ipnotici e letali.

Erano dunque anni turbolenti, segnati dalla prepotenza e dalla collera di Pietro di Cly, che con la sua incredibile arroganza non si fermava di fronte a nulla, non riconosceva alcuna autorità se non la sua e percorreva i suoi possedimenti seminando panico e devastazione. Dopo aver sperperato rapidamente l’eredità paterna in giostre, tornei e feste solo per esibire la sua ricchezza e la sua prestanza fisica, aveva iniziato a razziare i villaggi, taglieggiare i viaggiatori e le carovane di mercanti, persino a sequestrare uomini importanti chiedendo cospicui riscatti, circondandosi di delinquenti e criminali ai quali offriva protezione.

Un giorno durante una delle sue abituali scorrerie, raggiunse una casupola isolata che, si diceva, fosse abitata da un’anziana sola, da molti ritenuta una saggia veggente, da altri considerata in odore di stregoneria. Persino i suoi malavitosi compagni avevano un certo timore ad avvicinarvisi.

Il Castello di Cly (Foto di Emi Dattolo-LYTD11)
Il Castello di Cly (Foto di Emi Dattolo-LYTD11)

“Femminucce! Ecco cosa siete! Vili conigli! E io che vi dò pure da mangiare! Avete paura di una nonnetta dunque? Venite con me o giuro che stasera le vostre teste rotoleranno giù dalla torre! Codardi che non siete altro!”.

Giunsero quindi davanti a questa povera casa. La porta era socchiusa, le galline razzolavano nell’aia e un gattone scuro sonnecchiava sul davanzale della finestra. Pietro scese da cavallo e per primo si fiondò all’interno. La stanza era nella penombra e sul fuoco c’era un grande calderone al cui interno ribolliva una zuppa. “Che puzza! Per Giuda, vecchia, ma cosa mangi! E rovesciò il pentolone a terra con stizza.

L’anziana sedeva placida in un angolo scuro e non sembrava affatto scossa o spaventata- “E quindi così vuoi dimostrare la tua forza, Pietro di Cly, al pari di un monellaccio di strada!”, sibilò l’anziana guardando a terra senza smettere di lavorare la lana.

“Ma come osi parlarmi così vecchia strega?! Pagherai con la vita la tua sfrontatezza! Anzi, mi seguirai trascinata dal mio cavallo, ti rinchiuderò nelle oscure segrete del mio castello e darò fuoco a questo porcile che tu chiami casa! E guardami quando ti parlo!!” gridò il feroce signore.

Pietro si avventò sulla donna e le strinse la gola. Lei allora alzò lo sguardo su di lui, ferma e immobile come fosse di pietra. in quel momento Pietro rimase bloccato da quegli occhi: uno nerissimo e uno di un celeste chiarissimo, quasi bianco.”

“Che tu sia maledetto, Pietro di Cly! Ecco la mia condanna: l’eterna vecchiaia, l’eterna infermità, e peggio ancora, l’eterna solitudine e l’eterna indifferenza! Questo patirai in eterno; non morirai perché sarebbe la fine delle tue sofferenze! Non ci sarà più nessuno con te! E non avrai neppure bisogno di sfamarti. Vivrai, o meglio, sopravvivrai a te stesso … e basta! Potrai salvarti solo se capiterà una notte con tre lune!”.

Pietro tentò di reagire con una risata sguaiata e incontrollata e strinse più forte che poteva il collo dell’anziana, ma… lei non c’era già più! Improvvisamente la casupola era fredda e vuota; il camino era spento e lui era improvvisamente solo! Chiamò i suoi uomini, ma nessuno rispose. Uscì: solo il vento e la neve. Improvvisamente l’estate era sparita per lasciare il posto al gelo e al silenzio. Anche il suo cavallo era scomparso. Solo il gatto era rimasto al suo posto. Pietro tentò di sfogare la sua ira su di lui ma il felino lo fissò con un tremendo paio di occhi: uno nero e uno celeste. Gli soffiò inferocito e scomparve nella nebbia.

Passarono mesi, anni, decenni. I villaggi intorno al castello erano andati spopolandosi. I campi erano incolti e le foreste si stavano riappropriando del paesaggio. Il castello di Cly si ergeva sul promontorio roccioso circondato da un fitto labirinto di alberi contorti, rovi e sterpaglie. Le mura erano ormai cadenti, i merli si stavano sgretolando e l’antica cappella era semi-diroccata. Non si udiva un suono né si vedeva anima viva. Il silenzio avvolgeva quello scenario spettrale con quell’unica grande torre a dominare su una landa sferzata da un vento che non conosceva fine.

Il Castello di Cly (Foto di Emi Dattolo-LYTD11)
Il Castello di Cly (Foto di Emi Dattolo.LYTD11)

Solo durante la notte, si raccontava nelle osterie del fondovalle, si poteva scorgere una sagoma ingobbita muoversi lentamente con una lucerna dietro le finestre del piano nobile.

Fu con grande stupore che i pochi contadini rimasti accolsero un mese di novembre insolitamente mite e straordinariamente senza vento. Un volgere d’autunno così non si vedeva da molti anni!

Una sera, sul far del tramonto, Denise raggiunse il minuscolo gruppo di case abitate. Stava compiendo un lungo viaggio. Giungeva da nord ed era diretta nella città più importante della valle, Aosta. Era quasi buio e decise di fermarsi; bussò ad una porta e una bimba venne ad aprirle. “Chi sei? Mamma! Vieni!”.

“Ciao piccola, mi chiamo Denise, Sono in viaggio da molto tempo. E’ quasi notte e sono stanca e infreddolita. Posso fermarmi da voi per favore? Non darò disturbo, mi basta una stuoia a terra vicino alla stufa”.

La bimba la fissava sorridente e fu solo quando la luce la illuminò che Denise notò il diverso colore dei suoi occhi: uno nero e l’altro celeste.

“Entra pure, straniera, che tu sia la benvenuta. Non abbiamo molto, ma un tozzo di pane e del formaggio spero possano bastare. Mi scuso ma non potrò dedicarti molto tempo perché il mio piccolo giace a letto molto malato! Da oltre una settimana non riusciamo ad abbassargli la febbre… non so se ce la farà e l’unico medico della vallata non viene qui da noi perché non possiamo pagarlo!”. La giovane madre era disperata e Denise ebbe l’istinto di abbracciarla: “Non temere! Cercherò di fare io qualcosa. Sono un’erborista e so guarire le persone con la sapienza degli antenati. Se hai fiducia in me, vedrai che andrà tutto bene!”.

La donna restò affascinata da quella ragazza forestiera dai lunghi capelli biondi e ricci e dal largo sorriso. Aveva il viso buono e sentì che poteva affidarle il suo bimbo.

Denise gli andò vicino, lo toccò sul viso, sul collo e sul petto. Si mise una mano sul cuore e recitò alcune preghiere nella sua lingua sconosciuta. Poi aprì la sua borsa e ne estrasse alcuni preparati che diede al piccolo. La mattina seguente la febbre era passata!

La donna gridò al miracolo e presto la notizia si diffuse nella valle. Un numero crescente di persone giungeva in cerca di Denise, la guaritrice venuta da Nord.

Fu dopo una decina di giorni che Denise, incuriosita dal castello che vedeva in lontananza, iniziò a chiedere informazioni su chi lo abitasse. Nessuno voleva o riusciva a darle una risposta soddisfacente. Una sera, però, venne inaspettatamente avvicinata dalla bimba dagli occhi bicolori: “Sei curiosa, vero? Scommetto che nessuno ti ha raccontato del misterioso signore di Cly e del sortilegio delle tre lune!”.

Denise la guardò sbalordita:”Misterioso signore? Sortilegio? Ma tu come sai queste cose? Raccontami, ti prego…”.

“Mia nonna mi ha raccontato di questo signore feroce e cattivo che venne punito da una nostra antenata, una vecchia saggia che lui aveva aggredito senza ragione. Quel signore era giovane, forte e straordinariamente bello. Fu condannato a vivere per sempre vecchio, malato e solo, nell’indifferenza generale”, spiegò la bimba.

“Vecchio, solo e malato… per sempre”, commentò Denise, “Ma cosa c’entrano le tre lune?”.

“Il perfido signore potrà guarire soltanto nella notte delle tre lune!”, le rispose la bimba.

“Tre lune, ma è impossibile! Tutte e tre insieme nel cielo?”. “Il sortilegio non parla del cielo, solo di tre lune insieme… Scusa ma ora è tardi, vado a dormire”.

Denise avrebbe voluto saperne molto di più; rimase lì, fuori, a guardare la notte e con la mente affollata da mille domande.

A lungo meditò su quanto la strana bimba dagli occhi diversi le aveva raccontato. Pensò e ripensò, cercando tra le sue conoscenze in campo erboristico se esistesse qualche arcano rimedio, qualcosa capace di guarire il signore, qualcosa che potesse far comparire contemporaneamente tre lune.

E fu così che una notte di dicembre, quella che precedeva la festa dell’Immacolata, dopo aver visto sul lunario che ci sarebbe stata luna piena, Denise si armò di coraggio e si diresse verso l’oscuro maniero intenzionata a capire e a rompere il sortilegio. Solo così, ne era sicura, quelle terre sarebbero tornate a rifiorire e i suoi abitanti a lavorare e a vivere meglio.

La luce della luna la guidò attraverso la cortina di rovi e rami nodosi facendole individuare un pertugio, una piccola breccia nel muro di cinta. Una volta entrata nel cortile del castello fu colpita da raffiche di vento gelido, il terreno era ghiacciato e il buio avvolgeva ogni cosa. Solo una luce, tremula e fioca, si muoveva dietro una finestra del piano nobile. Denise aguzzò la vista e riconobbe una sagoma malferma e gobba, quindi udì, portati dal vento, pianti e lamenti.

Raggiunse il punto più alto e aperto del cortile e si inginocchiò; si mise una mano sul cuore, come faceva di solito, e iniziò a recitare le sue preghiere. Come per magia la grande luna piena apparve nuovamente forando il buio pesto che avvolgeva il castello. Denise estrasse dal suo borsone un catino e vi versò dell’acqua benedetta. Quando la luna arrivò a specchiarsi nel catino riflettendo la sua immagine, Denise gettò nell’acqua una tonda perla di vischio, la pianta sacra capace di ridare forza e vigore, la pianta che i suoi avi ritenevano in grado di dare l’immortalità.

Ecco che così tre lune apparvero insieme: quella nel cielo, la sua immagine riflessa e la perla di vischio.

Una nebbia scese improvvisamente, densissima, e avvolse ogni cosa. Improvvisamente Denise avvertì una presenza accanto a sé e si sentì sfiorare il braccio: era la bimba dagli occhi diversi: “Brava! Davvero… dopo decenni sei l’unica ad aver sciolto il sortilegio. Questa terra tornerà a fiorire, sotto la protezione del vischio e delle tre lune. Le tue conoscenze e la tua intelligenza hanno trovato la formula giusta!

Ah, io mi chiamo Evenzia. Se vorrai trovarmi sali al colle che domina il villaggio là dove si passa per raggiungere le terre della grande montagna appuntita. E’ lì che viveva mia nonna”.

E, trasformatasi in un gatto scuro con un occhio nero ed uno celeste, svanì nel nulla.

Il castello di Cly dopo un temporale (Foto: Leonardo Acerbi)
Il castello di Cly dopo un temporale (Foto: Leonardo Acerbi)

Col gatto svanì anche la nebbia e Denise si ritrovò nella piazza d’armi del castello, circondata da soldati. I vessilli e i gonfaloni dei Cly si gonfiavano nel vento. Tutto era illuminato e c’era un via vai di uomini e animali. Il maniero di Cly era tornato a splendere. Le guardie si gettarono sulla ragazza ritenendola una ladra o una mendicante e fecero per catturarla quando il signore, Pietro di Cly, uscì correndo dal castello.

“Fermi! Non toccatela! Lei è una mia ospite”; poi, rivolgendosi a Denise, rimasta senza parole davanti a quel giovane incredibilmente bello, disse: “Grazie Denise. Mi hai salvato! E grazie a te ho capito molte cose. Riparerò i miei errori. Queste terre torneranno ricche e floride!”.

E fu così che Denise rimase a vivere a Cly, amata sposa di Pietro che, da parte sua, fece aggiungere tre lune crescenti allo stemma di famiglia a perenne ricordo di quanto accadutogli. Divenne un signore magnanimo, giusto e buono. A tutti dava ascolto e portava aiuto.

Lo stemma degli Challant Cly
Lo stemma degli Challant Cly

Decise quindi di tornare, a piedi, alla casupola solitaria della vecchia che aveva tentato dio uccidere. Erano passati decenni.. chissà cosa ne era rimasto… chissà se esistevano dei nipoti, qualcuno da poter aiutare. Giunto lassù, al colle di San Pantaleone, vide che la casetta era esattamente come se la ricordava, nulla era cambiato. La porta era socchiusa ed entrò, in punta di piedi, con rispetto.

Una voce lo salutò da un angolo buio: “Bentornato Pietro, Signore delle Tre Lune! Ti stavo aspettando!”. Pietro si avvicinò e la vide: l’anziana donna con un occhio nero ed uno celeste era lì, seduta, immobile davanti a lui esattamente come era rimasta nei suoi ricordi. “Perdonami!”, disse Pietro inginocchiandosi, “ora porrò rimedio. Posso solo conoscere il tuo nome?”.

“Certo, Io sono la saggia Evenzia. Che tu sia il benvenuto! Viva Cly e il Signore delle tre lune!”.

Stella

Voglio ringraziare l’amico e fotografo Emi Dattolo per le bellissime foto concessemi per illustrare questo racconto. Nella storia ritroverete un pò tutto: il castello, naturalmente, ma anche il Comune di Saint-Denis (nella figura dell’erborista Denise), la festa del vischio che qui si celebra a inizio dicembre e la cappella solitaria di Saint-Evence (la saggia maga Evenzia e la sua casetta sul colle di Saint Pantaléon).

 

Storie incantate. Le Fate del Monte Bianco

Le Fate. Creature del sogno e della fantasia, nate dall’immaginazione dell’uomo che solo in questo modo poteva dare forma a qualcosa di immateriale o di inspiegabile. La Valle d’Aosta, terra di alte montagne, di nevi perenni e poderosi ghiacciai, dove Madre Natura si fa severa, implacabile ed esigente, è ricca di storie che narrano di strane creature ed esseri fantastici, benevoli o malevoli, sicuramente volubili. Creature oniriche, impalpabili, che vivono nelle rocce, dentro le grotte, nei laghi, nelle sorgenti, nei boschi o in luoghi isolati dove le attività umane sono difficili se non impossibili. Luoghi dove le fate si nascondono sottraendosi alla vista, chiuse in un silenzio incantato che, però, se lo si sa ascoltare, a volte può lasciar sentire la melodiosa voce delle fate. Una voce simile ad un canto le cui note solo il vento sa suonare.

Il territorio del Monte Bianco vede la presenza di almeno due fate protagoniste di racconti locali, entrambe individuate in Val Veny: quella nascosta nei ghiacci della Brenva, in un luogo a monte di Plan Ponquet; ed una, forse più famosa, e forse non da sola, che ha stabilito la sua dimora nel lago del Miage.

La Fata del Lago del Miage-Courmayeur (Foto: Giuliana Cuneaz)
La Fata del Lago del Miage-Courmayeur (Foto: Giuliana Cuneaz)

Le leggende narrano che vi fu un tempo in cui, dove ora si stendono le propaggini ghiacciate della Brenva e si apre il lago del Miage, vi fosse una conca verdeggiante ricca di fiori ed erbe profumate dove le splendide fate della grande montagna amavano riunirsi e danzare.

Un giorno, però, la loro voce incantevole e la loro straordinaria bellezza attirarono l’attenzione dei demoni annidati tra le rocce aguzzre di quello che veniva chiamato, non a caso, il Mont Maudit (ossia il Monte Bianco).

I demoni iniziarono ad insidiare le fate con profferte d’amore sempre più insistenti e sgradevoli.

Le fate fuggirono inorridite e trovarono rifugio nel ventre della montagna, protette da un cerchio di magia invalicabile.

I demoni, accecati dall’ira, scossero le alte vette facendo franare massi enormi e facendo raggelare la dolce vallata in un inverno senza fine. Solo il lago del Miage resistette all’avanzata del ghiaccio e, alcuni dicono, che laggiù, sul fondo da qualche parte, le fate vivano ancora.

“Oh sorgete, soffiate impetuosi,

venti d’autunno, su la negra vetta;

nembi, o nembi, affollatevi, crollate

l’annose querce; tu torrente, muggi

per la montagna, e tu passeggia, o Luna,

per torbid’aere, e fuor tra nube e nube

mostra pallido raggio…”

 I versi del leggendario bardo Ossian, anche noto come l’ “Omero del Nord”, dipingono perfettamente lo scenario naturale dell’alta Val Veny di Courmayeur che viene quasi ritratta dal canto ossianico: la “negra vetta” sembra infatti richiamare l’aguzzo profilo della scura Aiguille Noire e, al di là del riferimento all’autunno, spesso le serate estive ai piedi del Monte Bianco riservano temporali, vento e rincorrersi di nubi. Per non parlare dell’inverno: lungo, gelido, cristallino, che riveste la valle di una spessa e candida coltre ghiacciata, accompagnandola per mesi in un sonno ovattato ed impenetrabile. Quelle vette imponenti ed appuntite, scintillanti al sole e alla neve, sembrano davvero il regno della misteriosa regina dei ghiacci, ma anche la dimora di fate inafferrabili ed invisibili.

Pareti rocciose incombenti e tormentate, lavorate da antichi movimenti glaciali, sagomate dal vento che vi si annida e vi si rotola, accarezzate dalle piogge e levigate dalle gelate invernali. Ma c’è dell’altro.

Qui domina il silenzio, ma è un silenzio strano, che ti assale, ti avvolge, ti fa quasi il solletico, ti fa venire i brividi. Qui, tra le pieghe ghiacciate della grande Brenva, così come nelle mute acque argentate del Lago del Miage, dimorano le fate di queste montagne, signore di un regno inaccessibile e misterioso che va contemplato fermandovisi ai margini.

In pochi le sanno vedere; in pochi sanno riconoscerne la voce e l’eterea presenza. Una di queste persone è l’artista valdostana Giuliana Cunéaz, una donna la cui mente e le cui mani infaticabili sanno cogliere le sfumature dell’invisibile per dare loro nuova forma, nuova vita. Giuliana ha saputo recuperare queste antiche leggende, queste credenze popolari, riportandole nei loro luoghi: 24 in tutta la Valle d’Aosta.

Nel progetto chiamato, appunto, “Il silenzio delle Fate” (1990), ha voluto evocare queste diafane presenze attraverso un particolare percorso circolare toccando località in cui si narra che una fata sia apparsa. In ognuno di questi luoghi Giuliana Cunéaz aveva installato un leggio in ferro su cui poggiava uno spartito in marmo bianco. Su ogni spartito era riportato uno stralcio di un brano musicale composto appositamente dal musicista torinese Armando Prioglio. A causa dell’uomo e della natura, oggi molti leggi non sono più al loro posto. Riunendo i 24 brani si otteneva un’unica melodia che, mescolandosi al vento, al fruscio dell’acqua e amplificata dalla grandiosità degli scenari naturali, evocava un antico canto, melodioso e silenzioso allo stesso tempo; evoca “il silenzio delle fate”.

La bambina che giocava con le stelle. Alle origini di Aosta romana

Due grandi occhi azzurri. Sì, questo colpiva di lei al primo incontro. Immensi, quasi di ghiaccio, ipnotici, capaci di prenderti e non lasciarti più; capaci di leggerti dentro.

Due grandi occhi azzurri, incastonati in un viso di porcellana e ombreggiati da lunghe ciglia dorate. Due gocce di cielo, lo stesso cielo che l’avrebbe accompagnata per tutta la vita.

Mia figlia Ottavia, cui questo racconto è dedicato.
Mia figlia Ottavia, cui questo racconto è dedicato.

Lei era Ottavia. Figlia di Gaio Ottavio e di una donna misteriosa dal nome arcaico, Ancharia; un nome di dea, una divinità del raccolto venerata sin da prima che venisse fondata Roma nelle terre che si affacciavano ad Est sul Mare Adriatico. Una donna di cui davvero poco la gente sapeva e che ugualmente poco si lasciava vedere.

Questo sicuramente compensava l’estrema notorietà del padre, un cavaliere molto in vista, discendente della gens Octavia, di cui fu il primo a divenire senatore.

Anche se fisicamente assomigliava al padre, Ottavia si sentiva assai simile alla madre nel carattere: schiva, a tratti misteriosa, molto riservata e amante dello studio. Ciò che più la attirava era lo studio del cielo, delle stelle, del loro significato e dei loro mutevoli ma ineluttabili influssi sulla vita degli uomini.

Suo padre non approvava questa sua passione e glielo ricordava spesso, ma lei, ostinata, sin da quando aveva imparato a tenere lo stilo in mano, cercava di intrufolarsi nelle sedute dei sacerdoti e di imparare come poter leggere il cielo e, attraverso di esso, aspirare a capire o ad intuire le mosse degli dei.

Sua madre, invece, donna devota e attenta custode delle tradizioni, aveva sempre apprezzato questa sua inclinazione e sempre l’aveva sostenuta; fondamentale fu l’averla introdotta in casa di un conoscente, tale Appuleio, un àugure importante, ossia uno di quei sacerdoti capaci di leggere la volta celeste interpretando il volere divino, che da subito si era affezionato a quella timida pargoletta bionda dall’ingegno acuto e dalla vivace curiosità.

Quell’incontro presto divenne consuetudine e il buon Appuleio aveva capito che Ottavia possedeva un talento fuori dal comune: la sua passione era vera e profonda e imparava molto in fretta. Con piacere iniziò a formarla nella scienza delle costellazioni e, col tempo, ad avviarla alla comprensione dei segnali che il cielo invia per dare indicazioni agli uomini.

Mia figlia Costanza e le "sue" stelle
Mia figlia Costanza e le “sue” stelle

“La bambina che giocava con le stelle”: così venne soprannominata Ottavia sin dai cinque anni d’età, con grande orgoglio di mamma Ancharia e dello “zio” Appuleio, quando spesso saliva sulla collinetta dietro casa e per ore si perdeva col naso all’insù.

Appuleio si rivelò fondamentale per lei. Se la portava appresso ogni volta che poteva insegnandole la forma e il nome delle costellazioni, il susseguirsi celeste delle stagioni, i segni fausti e quelli nefasti. Allo stesso modo le insegnò a leggere il giusto sorgere e tramontare del sole, l’orizzonte degli dei benevoli e quello delle divinità ostili; la seguiva nei suoi primi disegni e nelle sue precoci, acerbe ma brillanti intuizioni; le insegnò anche a distinguere il volo degli uccelli, qualora provenissero da est oppure da ovest.

Ottavia cresceva in bellezza, intelletto e sapienza. Le stelle, per lei ambasciatrici degli dei; aveva capito che suo compito, tuttavia, non era quello di conoscerle scientificamente, ma piuttosto quello di leggervi un messaggio e di comunicarlo correttamente agli uomini.

Amava seguire gli àuguri nel loro lavoro: era affascinata da quei sacerdoti che, puntando il loro bastone ricurvo al cielo, riuscivano a capire se un’azione andava intrapresa oppure no, se una città andava fondata e, se sì, come, con che procedura e con quale orientamento.

 

Era il 23 settembre del 63 a.C.: il matrimonio tra i suoi genitori era, ahimè, presto naufragato. Suo padre si era risposato con una donna nobile e influente, Azia. Da lei aveva avuto prima una figlia, cui aveva dato il suo stesso nome, e poi il tanto desiderato figlio maschio.

23 settembre 63 a. c.: alle prime luci dell’alba l’aria fu riempita dei primi vagiti di suo fratello minore: Ottaviano.

E lei, Ottavia, capì subito che quel frugoletto mingherlino avrebbe avuto un grande avvenire: lo aveva visto nelle stelle. Concepito sotto il segno del Capricorno e nato in Bilancia, Ottaviano avrebbe conquistato il mondo con arguzia, caparbietà e fine strategia politica. Sarebbe stato un uomo molto importante, un uomo straordinario che avrebbe lasciato un’impronta indelebile, nonostante le invidie e i malumori che necessariamente avrebbe provocato.

Ottaviano divenne presto il prediletto fino a che, compiuti 18 anni, venne persino adottato dallo zio Giulio Cesare, atto che sancì l’avvio alla carriera politica di quel fratellino promettente.

Ottavia era così affezionata a Ottaviano che per lui auspicava solo il meglio; e lui, da parte sua, non appena crebbe un po’, iniziò a provare una forte ammirazione per quella sorella così “strana”, studiosa e particolare. “La bambina che giocava con le stelle”, infatti, aveva una forte influenza su di lui e Ottaviano ne cercava con piacere la compagnia chiedendole spesso di spiegargli ciò che sapeva e di raccontargli cosa vedeva nel cielo.

Gli anni trascorsero veloci e sempre più densi di avvenimenti importanti. Ottaviano svelò assai presto le sue doti e la sua scalata sociale, grazie anche al fondamentale appoggio dello zio Giulio Cesare, fu inesorabile.

Ottavia seguiva il fratello da vicino, pur restando nell’ombra. Lo consigliava in tutte le sue iniziative suggerendogli anche mosse fondamentali che lo portarono a sbaragliare definitivamente il rivale Marco Antonio e al titolo di Augusto, princeps, nel 27 a.C.

Ottaviano sapeva che Ottavia studiava le stelle per lui e coltivò grazie a lei un fortissimo interesse per la scienza celeste tanto da farvi ricorso in ogni occasione importante, aiutato anche dall’astrologo di palazzo, Macrino.

Erano gli anni in cui le legioni di Ottaviano si trovavano impegnate sul fronte nord-occidentale, distribuite lungo la catena delle Alpi, per domare definitivamente le riottose e temibili tribù galliche. Il fratello voleva portare a termine quanto iniziato dallo zio: Cesare era infatti riuscito ad usare quei monti solo come un passaggio, ma adesso era tempo che le terre dei Galli fossero rese sicure e diventassero province di Roma.

Non era semplice, per nulla. Ottavia aveva spesso messo in guardia il fratello: non tutti i passi erano buoni e gli dei non erano ancora favorevoli all’insediamento di Roma.

Inoltre non tutti i territori erano uguali: in alcuni avrebbe potuto percorrere la via della diplomazia, in altri quella del denaro, in altri invece avrebbe dovuto usare le armi.

Verso nord-ovest, ad esempio, la Via delle Gallie era stata aperta, ma la sua sistemazione e il suo controllo erano assai difficili. La popolazione che abitava l’aspra vallata della Duria Maior, come i Romani avevano chiamato il grande fiume argenteo che solcava quei monti irti di insidie, sembrava assolutamente incontrollabili. Impossibile scendere a patti! Inoltre erano divise in decine di clan con cui era un vero problema stabilire degli accordi.

Ottaviano decise di prendersi un compagno d’azione: Aulo Terenzio Varrone Murena, con cui attaccare i clan più importanti, quelli dell’area centrale, agendo su due fronti: Murena da sud e l’amico Marco Vinicio, già reduce da vittorie nella Gallia centrale e nel Vallese, da nord.

Ottaviano stravedeva per Murena e si fidava ciecamente di lui. Ottavia, invece, non era dello stesso avviso: “Attento, fratello! Ti porterà sì alla vittoria tra i monti, ma ti tradirà!”.

Fu quindi l’astuzia e la strategia di Murena a sbaragliare i Salassi (questo il nome di quelle popolazioni figlie delle rocce e caparbie padrone dei passi alpini).

Ottavia non riusciva però a condividere del tutto l’entusiasmo di Ottaviano. Murena si comportava da devoto “fratello” nei confronti di Ottaviano e si era offerto di occuparsi in prima persona delle operazioni conclusive sovrintendendo lui stesso alla fondazione della nuova colonia.

“No Ottaviano! No! Non lasciarlo fare perché non rispetterà il volere degli dei. Se sarà lui a fondare la colonia, anche le antiche divinità dei monti si ribelleranno perché lui le offenderà cercando di cancellarne il ricordo seppellendole sotto la “sua” città! E presto ti tradirà!”

Ottaviano non poteva crederle e, nonostante l’astrologo Macrino concordasse con la sorella, stava per delegare tutto a Murena. “Tradirmi, Murena…mia sorella è impazzita! No, non è possibile…”, pensava Ottaviano.

Ma ecco che un’altra autorevole voce intervenne: era Appuleio il giovane, nipote di quell’Appuleio che aveva seguito Ottavia nei suoi studi. Questo giovane era anch’egli un sacerdote influente, era un flàmine del culto del divo Giulio, il culto dedicato a suo zio Giulio Cesare che, dopo la morte, salì al cielo tra gli dei annunciato da una splendente cometa: il sidus Iulium, la stella Giulia.

Appuleio si affiancò a Ottavia e a Macrino: tutti e tre gli ricordarono l’importanza di quella fondazione per la quale sarebbe stato fondamentale orientare la nuova città alla costellazione che lui stesso aveva scelto come simbolo della sua politica e come auspicio di una nuova florida età dell’oro: il Capricorno. Non doveva sottovalutare quella zona, così strategicamente racchiusa in mezzo a vette e passi di cruciale importanza.

“Ottaviano, segui tu personalmente la nascita di questa città. Solo così le garantirai vita eterna così come eternamente riecheggerà il tuo nome tra quelle montagne inviolate, sotto lo sguardo del grande padre Giove e illuminate dal divo Giulio. Scegli il Capricorno, Ottaviano. Scegli il solstizio d’inverno: fonda la colonia nel momento astrale in cui la luce vince sulle tenebre, sotto il segno dell’animale che in sé riassume la terra, il mare e la volta stellata”.

 

E fu così che Ottaviano decise di seguire tali consigli. Nel giorno indicato, gli àuguri incaricati, tra cui anche Ottavia e Appuleio, si recarono nel punto più alto dell’area individuata per disegnare la nuova città. L’alba era scura e gelida. Poi, da un punto a sud dell’Oriente, nascosta dalla mole dei monti, la prima luce fece capolino e iniziò a rischiarare il cielo.

“Non è ancora il buon momento. Aspettiamo”, sentenziò Ottavia; “gli dei vogliono che il sole sia fuori dalle alte ed incombenti montagne che chiudono l’orizzonte a sud. La città dovrà avere il suo Cardo, la via cardine che unisce il Nord al Sud, orientata sul sorgere del sole che, ad una certa ora, invaderà coi suoi raggi la sacra direzione indicata. Una volta individuato il Cardo, potremo proseguire col disegno del solco primigenio”.

Tutto avvenne come previsto. Fu una cerimonia solenne e di forte sacralità. Quando infine la coppia di bovini bianchi, muovendosi rigorosamente secondo il moto celeste, guidata e spinta dai sacerdoti, ebbe finito l’intero giro, Ottaviano si avvicinò alla sorella: “Grazie Ottavia, il tuo supporto è stato come sempre prezioso. Sai dirmi se gli dei hanno indicato un nome per questa città?”.

“Certo, fratello: Augusta Praetoria Salassorum”.

“Salassorum?!! Ma come, con tutti i problemi che ci han dato i Salassi devo anche ricordarli nel nome della colonia?”.

Augusta Praetoria Salassorum, Ottaviano. Questo è il nome! I Salassi costituiranno un elemento fondamentale per la città, da un punto di vista sociale, religioso ed economico. Dopo gli screzi iniziali, vedrai, ti riconosceranno come loro “patronus” e contribuiranno ad un sempre migliore controllo dell’intero territorio, alla sua gestione, alla sua difesa e al suo sviluppo economico”.

Era il solstizio d’inverno dell’anno 25 a.C.

Nasceva la città che si sarebbe poi chiamata Aosta, portando il nome del suo fondatore alto attraverso i secoli.

Ottaviano fece la scelta giusta: Murena, infatti, giunto al consolato insieme a lui, l’anno seguente lo tradì. La cospirazione da lui organizzata fu scoperta e Murena venne condannato a prezzo della vita.

Anche Ottavia fece una giusta scelta: le passioni in comune e la sintonia con Appuleio erano talmente tante e forti che… i due si sposarono con la benedizione di Ottaviano e, naturalmente, delle stelle!

Io a 3 anni e ... il cielo d'inverno!
Io a 3 anni e … il cielo d’inverno!

“La bambina che giocava con le stelle” seppe così guidare suo fratello anche in questa impresa e, chissà, forse sapeva che il luogo cruciale, quello da cui anche lei scrutò il cielo in quell’alba d’inverno (e che oggi è noto come Torre dei Balivi), prima o poi sarebbe stato ritrovato da un’altra donna: una donna che sin da bambina, oltre che con la terra, si divertiva a giocare con le stelle di cui oltretutto, guarda caso,  porta anche il nome!

 

Stella

Castello di Sarre. Il Re Stambecco e la Fata Paradisia

C’era una volta, non molto tempo fa, un giovane sovrano appassionato di montagna. La sua passione era talmente forte che sempre più spesso lasciava il grande palazzo di città per recarsi tra i suoi amati monti, dove sentirsi finalmente libero in mezzo a quella grandiosa natura.

Il viandante sul mare di nebbia (C. D. Friedrich, 1818)
Il viandante sul mare di nebbia (C. D. Friedrich, 1818)

Con gli anni era riuscito a costruire una dimora solo per sé, dove potersi rifugiare quando desiderava trascorrere del tempo in solitudine.

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Era un castello in pietra, arroccato su un promontorio affacciato sul fiume e circondato di prati e vigneti. Nel mezzo della facciata rivolta verso le valli dominate dal Gran Paradiso, il giovane re aveva fatto innalzare una torre altissima che utilizzava come osservatorio per scrutare, col binocolo, le vallate selvagge che si aprivano a sud, davanti ai suoi occhi, ricche di camosci e stambecchi.

Il giovane amava moltissimo quegli animali: agili, veloci, fieri, imprendibili, capaci di saltare tra le rocce e quasi di volare sugli strapiombi montani. Inizialmente, anche seguendo le orme del padre, vi si era avvicinato con la voglia di cacciarli. Poi, però, aveva cambiato approccio: ora il suo obiettivo era quello di catturarli e tenerli tutti per sé nel grande parco annesso al castello. Non voleva ucciderli, ma averne a disposizione in gran numero e magari trasferirne alcuni nella vasta tenuta di famiglia per impressionare ospiti e amici.

Fu così che ben presto cominciò ad organizzare vere e proprie spedizioni, avvalendosi anche dell’aiuto e delle conoscenze della gente delle valli, per stanare, inseguire e catturare il maggior numero di bestie, cuccioli compresi. Purtroppo in breve tempo la sua passione lo divorò trasformandosi in una vera e propria malsana ossessione.

Il parco non era né sufficiente né adatto ad ospitare un così elevato numero di animali che, oltretutto, privati della libertà, soffrivano, si ferivano e spesso rifiutavano il cibo lasciandosi morire.

Queste catture, che non di rado avvenivano anche con ferocia e che avevano stimolato l’avidità di molti contadini del posto che vi vedevano una fonte di guadagno, provocarono l’allarme tra i branchi di camosci e stambecchi che iniziarono a diminuire e a migrare oltre confine. Una simile situazione, alla fine, risvegliò la potente fata Paradisia, protettrice di quelle vallate:” Chi, chi osa avventurarsi nelle mie terre oltraggiandole a tal punto? Chi ha osato offendermi devastando i branchi delle montagne?”.

Il giovane re non sapeva di aver causato una simile ira e presto sarebbe stato punito; Paradisia lo stava solo aspettando al varco!

Una notte di luna piena egli decise di inoltrarsi tra le rocce di una vallata selvaggia per tentare di individuare nuovi rifugi, tracce, segni lasciati dal passaggio degli animali. Ad un certo punto si ritrovò nel bel mezzo di una morena: attorno a lui solo massi, pietre instabili e rocce scivolosissime. La luna venne oscurata dalle nubi, in lontananza il rombo sordo di un temporale in arrivo; poi, un bagliore accecante come un lampo squarciò le tenebre. Una voce, una specie di eco che rimbalzava accentuato dal vento. Una voce di donna lo chiamava, ma lui era incapace di muoversi:” Emanuele, come hai osato?! Chi ti ha dato il diritto di depredare le mie terre e rapire i miei camosci e i miei stambecchi imprigionandoli nel tuo castello?”.

Il giovane re, ripresosi dall’iniziale spavento, rispose:” Chi sei? Come sai il mio nome? Queste sono le mie terre, non le tue! Io qui sono il re! Se hai coraggio, mostrati!”.

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La notte si illuminò e dalle rocce emerse una figura di donna. Alta, dai lunghi capelli scuri abbigliata di vesti bianche, luminose come la neve adornate da diademi di stelle alpine, fiori e cristalli. Il suo apparire fu accompagnato da uno scroscio di cascate e dal correre di camosci tra le rocce. Accanto a lei, come se fosse un cane da guardia, immobile, uno splendido esemplare di stambecco dalle corna lunghissime: i suoi occhi gialli lo fissavano fieri e severi.

“Eccomi. Non ho certo paura di te, uomo. Io sono la signora di queste valli sin dalla notte dei tempi, voluta qui da Madre Natura, Dea Suprema, e non riconosco la tua autorità. So perfettamente chi sei e so che per alcuni uomini sei un re, ma queste, ripeto, sono le mie terre e tu le stai oltraggiando! Io sono la Fata Paradisia, colei che ha dato il nome alla grande montagna e alle vallate che ne dipendono”.

Emanuele, sebbene ancora intimorito, azzardò:” Come? Una fata? Ma per favore, non prenderti gioco di me! Come ti permetti, piuttosto? Attendo le tue scuse!”.

In tutta risposta Paradisia alzò un braccio e il gigantesco stambecco saltò in un baleno su Emanuele; un vortice luminoso e… il giovane sovrano era scomparso!

“Ma, ma… cosa mi sta succedendo? Dove sono? Che strano… che razza di posto è questo? Ma, non… non… riesco ad alzarmi, non capisco…”.

“Emanuele”, lo richiamò Paradisia, “avvicinati al lago e osserva!”.

Lo stupore fu immenso, la meraviglia indescrivibile! Emanuele era senza parole:” Cosa… chi… cosa mi hai fatto? In quale oscuro incantesimo mi hai intrappolato?”. Emanuele era… uno stambecco! Lo stesso magnifico esemplare che accompagnava Paradisia, ora era lui!.

“Ma scusa, camosci e stambecchi non sono forse la tua più grande passione? Ora sei uno di loro! Anzi, sei l’esemplare più bello, più fiero e più ambito di tutte le valli… ora vivrai come loro! Ma attento…”

“Attento? E a cosa? Forse mi hai davvero fatto un favore… Non mi troveranno più e il trono se lo prenderà qualcun altro! Io potrò vivere libero tra le montagne, capo branco!”.

“Ripeto, giovane re, stai attento! Guardati da quelli come te… superbo re Stambecco!”. E, dette queste parole, la fata scomparve tra le cascate.

I giorni di Re Stambecco scorrevano sereni; gli sembrava di essere stato stambecco da sempre. La quota, la libertà, arrivare dove altri non potevano… l’agilità, l’assenza di paura del vuoto e delle pendenze. Il branco ormai lo seguiva e lo riconosceva come suo capo, il grande Re Stambecco!

Foto: In punta di piedi...di Troise Carmine-Washi www.flickr.com/photos/troise/
Foto: In punta di piedi…di Troise Carmine-Washi http://www.flickr.com/photos/troise/

Ma, presto, l’avvertimento di Paradisia non tardò a dimostrarsi fondato. Cacciatori! Tanti, armati fino ai denti, senza scrupoli, si avventuravano sù per la vallata. erano anticipati da gruppi di avidi battitori incaricati di stanare gli animali e farli uscire allo scoperto in modo che fosse più facile colpirli o che cadessero nelle trappole o nelle fauci dei cani!

E lui, che ben conosceva le tattiche e le strategie dei cacciatori, cercava in ogni modo di guidare il branco, di mettere in salvo i più deboli, le femmine gravide, i più giovani… Finché, ahimé, non fu proprio lui a restare colpito! Venne ferito ad una zampa e, fuggendo, inciampò e se ne ruppe una seconda. I cacciatori lo raggiunsero e, mentre i loro cani gli abbaiavano addosso mostrando i denti affilati, venne legato senza troppi complimenti e buttato su un carro.

“Visto che bestione? Che corna! E’ splendido! Ci faremo un sacco di soldi! Portiamolo al signore del castello, ci ricompenserà profumatamente!”.

Il giorno dopo, mezzo stordito dal dolore, riconobbe l’ingresso del… suo palazzo! L’avevano portato lì, a casa sua! Ma, chi era il nuovo padrone se lui non vi aveva più fatto ritorno? I pensieri e le domande si affollavano nella mente del giovane re.

Giunto nel parco che ben conosceva, udì una voce stranamente famigliare:”Caspita ragazzi! Complimenti! Un esemplare magnifico! Che bellezza… solo che me lo avete azzoppato! Cosa me ne faccio? Al massimo potremmo dargli il colpo di grazia e imbalsamarlo! Comunque vi pagherò lo stesso, sebbene meno del dovuto! Era stato chiaro: animali sani, non in queste condizioni!”.

Emanuele era incredulo… quella voce… era la sua! Si voltò e si riconobbe! Lui era lì, era quello di sempre… ma com’era possibile? No! Non voleva essere ucciso! No!

Venne lasciato per la notte in una gabbia all’esterno; il giorno dopo avrebbero proceduto con l’imbalsamazione. Emanuele-Re Stambecco pianse amare lacrime. In quell’istante capì tutto il male che aveva fatto e ora… ora avrebbe fatto la stessa fine di molti animali da lui catturati feriti. Forse era giusto così, ma possibile che non vi fosse un modo per rimediare?

Ormai rassegnato ad attendere la sua fine, stremato si addormentò. In un sonno tormentato, pieno di sogni incredibili, gli apparve lei, Paradisia: “Emanuele, giovane Re, ora comprendi perché mi hai offeso? Vedo, sento che il tuo pentimento è sincero e so che d’ora in poi proteggerai i miei animali ma senza togliere loro la libertà, anzi garantendo loro una libertà più sicura! Ora alzati, vai, liberali tutti e scappa! Fuggi con loro!”.

Emanuele si alzò, le sue zampe erano miracolosamente guarite! Balzò in mezzo ai suoi compagni e, spronandoli, riuscì a guidarli verso la salvezza, verso le valli selvagge dalle quali erano stati strappati.

“Maestà! Maestà! Presto, alzatevi! Gli animali sono scappati! E’ incredibile… ma com’è stato possibile?! Maestà… non ce n’è più nemmeno uno! Neanche lo stambecco zoppo!”, urlò un servitore angosciato quella mattina di buon’ora.

Emanuele con estrema calma, si alzò. Si affacciò verso il parco e con soddisfazione vide che gli animali erano tornati liberi. “E’ giusto così!”. Il servitore, già pronto all’ira del re, non credeva alle sue orecchie!

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“E’ davvero giusto così! Fai chiamare dei maestri scultori, capaci di lavorare il gesso. Dì loro che studino una straordinaria decorazione per le sale più importanti del castello! Il tema saranno i camosci e gli stambecchi! Voglio dei loro simulacri e riproduzioni praticamente ovunque! Il più possibile simili al vero. E fai recuperare anche quelle confezionate in  passato da animali veri: che sia dato loro opportuno risalto! Chiunque, anche in futuro, dovrà restare a bocca aperta! E questo castello sarà unico nel suo genere!” E il re uscì dalla stanza.

Guardando verso le valli pensò: “Nobile fata Paradisia, presto mi adopererò per donare a te e al tuo popolo una grande dimora al sicuro dalle brame degli uomini. Puoi fidarti! Io sono il Re Stambecco!”.

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Castello di Issogne. Il Signore dello specchio e il castello dei sogni

Vittorio aveva 8 anni. Finalmente quell’estate i suoi genitori avevano esaudito un suo desiderio: una vacanza in montagna, in Valle d’Aosta!

Da tempo infatti Vittorio era affascinato da quelle alte montagne coperte di neve e ghiaccio, dai boschi (a suo dire pieni zeppi di fate e folletti), dai camosci, gli stambecchi, le aquile… e dai castelli! Sì, dai castelli: misteriosi, magici, luoghi speciali dove ascoltare e vivere storie fantastiche, dove sognare dame e cavalieri!

La montagna in estate… finalmente! Vittorio era entusiasta!

Le cose da fare e da vedere erano tantissime, ma Vittorio aveva insistito per cominciare dai castelli! Complice un tempo incerto, i genitori avevano acconsentito!

Fénis innanzitutto, per quella sua atmosfera così “draculesca”, come diceva Vittorio. A seguire: via per Issogne! Arrivati all’ingresso, purtroppo un cartello avvisava che per un improvviso black out quel pomeriggio il castello sarebbe stato chiuso… “Oh no!”, esclamò Vittorio deluso. “Non preoccuparti”, lo rassicurò la mamma, “è momentaneo. Lo vedrai domani! Visto che è ora di pranzo ci fermiamo qui, ok?”.

Ma dopo un po’ Vittorio si annoiava a star seduto; “Mamma, papà, vado qui fuori davanti al castello a giocare col pallone!”. “Va bene, ma stai attento e non combinare guai!”.

Immaginando Vittorio (da parentingoc.com)
Immaginando Vittorio (da parentingoc.com)

Vittorio, talentuoso mini calciatore, si divertiva a palleggiare e a fingere di dribblare fortissimi avversari. Tira, calcia, rimpalla… e il pallone finisce in una siepe altissima vicina al muro di cinta del castello.

Vittorio si mette a cercarla. Intanto guarda da fuori quell’austero edificio:” Mmmmh, però, che grigio che è! E’ così diverso da Fénis, mah… speriamo che dentro sia meglio! Ma dov’è finito il pallone, mannaggia?!!”.

Ad un certo punto, individuata la palla, si infila nel folto del cespuglio (no!! Anche le ortiche!!) e… nota uno spiraglio di luce. Proprio così, nascosta da quell’enorme siepe c’era un piccola porta di legno! Era socchiusa e.. la curiosità troppo forte!

“Non combinare guai!”, gli aveva detto  la mamma, e per un attimo Vittorio fu sul punto di lasciar perdere, ma…

No, quella porta lo chiamava, ma sì, dai, giusto una sbirciatina!

“Oooooohhh, aiutooo!!”. Vittorio era caduto da un muro come un sacco di patate! Ma dov’era finito?! Un pò stordito, con un graffio sul braccio e un ginocchio sbucciato si guardò intorno.

“Che meraviglia!”. uno splendido giardino pieno di fiori e alberi da frutta si apriva davanti ai suoi occhi. Un giardino ben curato con le siepi perfettamente tagliate, quasi disegnate. Nel mezzo due alberi più alti e rigogliosi degli altri attrassero la sua attenzione: uno era un melograno (anche nel giardino dei nonni ce n’era uno), l’altro invece, con curiose foglie seghettate,Vittorio non sapeva cosa fosse.

Intorno le pareti di cinta erano ricoperte di pitture colorate con finte colonne e statue. Poi, nel rialzarsi nota un luccichio: c’è qualcosa che brilla laggiù, tra le ortensie… Vittorio si avvicina: uno specchio, non grande, ma splendidamente lavorato, uno di quelli col manico, brillava abbandonato nei fiori.

“Che bello! Chissà chi lo ha perso… a mamma piacerà moltissimo!”. Aveva appena fatto in tempo a metterselo in tasca che alle sue spalle un vocione rauco gridò:”Ehi tu, ragazzino! Chi sei? Che ci fai qui? Come sei entrato? E in che modo strano sei vestito?”.

Vittorio spaventato si girò: un omone grande e grosso, con l’armatura e un coltellaccio in mano lo fissava minaccioso.

“Ora verrai con me! Ti affido a qualche donna che ti sistemi e ti cambi e poi te ne vai! Non è posto per te!”. Vittorio non riuscì nemmeno a protestare che una mano nerboruta lo stava trascinando via dal giardino senza troppi complimenti.

Quel soldato era davvero strano e le armi erano, diciamo, “insolite”. E poi parlava in un modo, quasi incomprensibile! Vittorio lo capiva abbastanza, ma usava comunque delle parole, come dire, “vecchie”… “ma che lingua è? Sembra francese ma…boh…!”.

“Ragazzi, guardate chi ho trovato nel giardino!”, tuonò l’omone, “che buffo ‘sto ranocchietto secco secco e guardate che vestiti indossa!”. La compagnia esplose in una fragorosa risata. Vittorio era stato portato in una sala piena di guardie che, però, si stavano riposando e giocavano ad un gioco simile agli scacchi. Tutti lo fissavano e ridacchiavano. Le armi erano appese al muro; gli elmi appuntiti erano stati lucidati da poco e quegli uomini indossavano bizzarre divise tutte colorate.

Lunette - Corpo di guardia (L. Acerbi)
Lunette – Corpo di guardia (L. Acerbi)

“Ma… dove sono?”, chiese ad un certo punto Vittorio con un filo di voce. “Come dove sei?! Sei entrato come un ladro e non sai nemmeno dove sei? Non prenderti gioco di me, sai, rospetto, altrimenti ti spedisco fuori a calci! Ora sù, fuori di qui!”

Il soldato prese Vittorio per un braccio e lo trascinò fino al mercato accanto. “Donna, questo strano ragazzino curiosava in giardino. Mi ha già fatto perdere troppo tempo. Prenditelo, lavalo e mettigli addosso abiti decenti. Poi, che se ne vada! Ah, fallo mangiare: è secco come un chiodo! Tsè, i soliti accattoni!”.

Vittorio era completamente disorientato e guardando quella donna dall’aspetto rassicurante e dolce, chiese nuovamente: “Ma dove sono? Io… sono caduto… credo di essermi perso, signora!”.

La donna rimase colpita dall’educazione del ragazzino, non pensava fosse un mendicante. “Piccolo, sei nel castello di Issogne, nobile dimora di Sua Eccellenza il Priore Giorgio di Challant. Vieni, sù, accompagnami a fare la spesa, che ti prendo qualcosa da mangiare.

Vittorio era ammutolito, non sapeva più cosa pensare. Ma la sua indomabile curiosità e la fervida immaginazione lo spinsero a “stare al gioco” e a seguire quella donna che disse di chiamarsi Clarice e di essere una cuoca del castello.

Una fila di colorate botteghe piene zeppe di cibo e mercanzie varie era presa d’assalto da vari avventori; come prima cosa Clarice lo portò dal salumiere e lo chiamò in un modo strano: “pizzicagnolo”. Che nome buffo, lo faceva ridere… Prosciutti, salami, carni essiccate; e grandi forme di formaggio di montagna dal profumo penetrante. Vittorio adorava i formaggi e volle assaggiarlo. Che bontà! Clarice gli disse che veniva prodotto in montagna quando le mucche salivano ai pascoli alti e che questo che si vendeva al mercato del castello era in assoluto il migliore. Sul bancone anche un enorme pane di burro… così grandi Vittorio non ne aveva mai visti!

Lunette - Pizzicagnolo (L. Acerbi)
Lunette – Pizzicagnolo (L. Acerbi)

Clarice si fermò un attimo a chiacchierare con una sua amica che se ne stava seduta davanti ad una ruota e lavorava del filo di lana… “Cosa fa?”, chiese Vittorio. “Come cosa fa..!! Ma da dove salti fuori, tu?! Sta filando! Mah… che rospetto insulso che sei… Presto, seguimi!”.

Eccoci davanti alla bottega del macellaio, o del fornaio? Boh, sta di fatto che i due stavano insieme nello stesso negozio. Proprio in quel momento uscivano dal forno fragranti pagnotte a forma di cappello… che acquolina! Che impressione però quella bestia squartata appesa sopra il bancone! C’era anche un cagnolino che cercava di rubare qualche salsiccia… che buffo!

Lunette - panettiere e macellaio (L. Acerbi)
Lunette – panettiere e macellaio (L. Acerbi)

“Muoviti che mi serve del cavolo!”, sbottò Clarice. “Cavolo?!! Puah! Io lo odio!” esclamò Vittorio. “Cosa?! Sei davvero strano! Guarda che col cavolo io preparo zuppe fantastiche! Ci metto dentro il pane vecchio, un pò di cipolla, del formaggio e…”, “No, per carità! Cavoli, cipolle, pane vecchio… io non la mangio questa roba!”. Clarice fissò Vittorio interrogativa. “Ah, il signorino. E si può sapere cosa mangi?!”. “Beh, .., patate… pomodori… e vado matto per l’ananas e le banane!”.

Lunette - panettiere e macellaio (L. Acerbi)
Lunette – panettiere e macellaio (L. Acerbi)

“Ma che razza di roba è mai questa?! Da quale oscura e remota contrada provieni? Io davvero non ho mai sentito questi nomi… sei forestiero oppure pazzo? Ah, forse sei il nuovo giullare per far divertire i nipoti di Sua Eccellenza?”.

“Ma, come, signora Clarice, non ha mai visto una patata né un pomodoro?!”. Clarice sbuffò e rispose:”Senti, ascoltami bene, inizio a stancarmi delle tue burle. Cavoli, cipolle e rape. Zitto o stai a digiuno!”.

Per fortuna vendevano anche mele e fichi…

“Ah, signora Clarice, mi scusi, che alberi sono quelli in mezzo al giardino? Uno è un melograno, giusto?”; “Beh, qualcosa allora conosci… sì, l’altro invece è una quercia! Non vedi com’è grande e robusta?!”

Che strano, pensò Vittorio, insieme al fruttivendolo c’era anche il calzolaio! E quanto lavoro che aveva! C’era la coda:”Signora Clarice, ma tutti che si fanno riparare le scarpe… non possono comprarsele nuove? Ai saldi costano meno…”; “Ai cosa? E dove sarebbe questo luogo? E poi, scarpe nuove! Tu sei matto, ragazzino! Quando c’è chi le ripara è già tanto!”. Clarice era sempre più sconvolta…

Andarono poi dallo “speziale” (altro nome mai sentito…); “Ah, ma sì! E’ una specie di erborista-farmacista! Ora ho capito”. Vittorio rimase incantato da tutti quei bei vasi con le erbe, messi in bella mostra sugli scaffali. Gli fece un po’ pena, però, un poveretto malconcio seduto a pestare nel mortaio.

Lunette - Lo speziale (L. Acerbi)
Lunette – Lo speziale (L. Acerbi)

Ad un certo punto un improvviso fermento. Tutti escono dalle botteghe e si radunano nel cortile. Si apre il portone principale e… ” Stai composto! C’è Sua eccellenza il Priore!”.

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Eccolo, Giorgio di Challant, seguito da un codazzo di sacerdoti, segretari e servitori. Fermatosi venne raggiunto da un gruppo di uomini che avevano smesso apposta di lavorare: sembravano muratori, imbianchini… qualcosa di simile.

Vittorio capì che Sua Eccellenza era venuto per verificare lo stato di avanzamento dei lavori e per prendere accordi coi capi delle maestranze. Clarice gli spiegò che bisognava realizzare la nuova decorazione pittorica del cortile: quel luogo andava abbellito, arricchito, nobilitato! Quel luogo avrebbe dovuto esprimere tutta la potenza della famiglia Challant!

Vittorio capì che il Priore non era soddisfatto delle proposte fatte e che sarebbe stato lui a dare tutte le indicazioni del caso. Curioso di vederlo da vicino, con un balzo Vittorio raggiunse la prima fila. Clarice tentò invano di acciuffarlo ma le scappò un urlo. Sua Eccellenza si voltò di scatto “Che succede? Cos’è questo trambusto?”.

La povera Clarice, mortificata, si inginocchiò per scusarsi e prese Vittorio per un orecchio strattonandolo. Il Priore, quasi divertito, si avvicinò al ragazzino studiandolo nei minimi particolari.

“Che insolita foggia d’abito. Chi sei?”. “Mi chiamo Vittorio, signor Giorgio… io… ecco…”. “Molto bene, Vittorio, orsù dunque seguimi. Per prima cosa devo recarmi dal sarto a scegliere una stoffa adatta al mio nuovo mantello da viaggio. Il signor Arnaud saprà consigliarmi per il meglio!”. Vittorio lo seguì: quell’uomo lo aveva immediatamente colpito, era impossibile non obbedirgli. Restò stupito dalle decine di stoffe colorate che Arnaud, il sarto, srotolò davanti al Priore; e che forbici enormi aveva!

Lunette - drappiere e sarti (L. Acerbi)
Lunette – drappiere e sarti (L. Acerbi)

“Bene, piccolo Vittorio, ora fatti dare una lavata. Ti aspetto dopo i Vespri nella stanza dalle colonne di cristallo”, e Sua Eccellenza scomparve tra le arcate scure del portico.

Dopo essersi fatto spiegare da una rassegnata Clarice cosa fossero i “Vespri” ed essersi sistemato, Vittorio raggiunse la sala dove era atteso. Una sala grandissima, ricoperta di affreschi… con colonne di cristallo e di marmi colorati dietro cui si aprivano strani paesaggi da fiaba!

Sala bassa (L. Acerbi)
Sala bassa (L. Acerbi)

Sul fondo, seduto su una specie di trono in legno scolpito, Giorgio di Challant lo aspettava.

Bene Vittorio, infine sei arrivato. Ti stavo aspettando, sai? E so che qui al castello hai trovato un oggetto che mi appartiene ma che avevo perduto”. Lì per lì Vittorio non capì e negò. “Sii sincero, Vittorio, quell’oggetto sa riflettere il vero e tu ora lo stai nascondendo.”

Vittorio comprese e tirò fuori dalla tasca lo specchio trovato in giardino. “Vedi che lo avevi tu? Lo immaginavo. Quando la luna sarà alta e la sua luce illuminerà il cortile, scenderai in giardino con me!.

E così avvenne. Sua Eccellenza si fece dare lo specchio e, quando la luce lunare inondò il cortile, egli puntò lo specchio al cielo. Un raggio argenteo fortissimo rimbalzò sullo specchio e si perse nelle profondità del pozzo che sembrava acceso dall’interno.

Giorgio invitò Vittorio a guardarvi dentro. Inizialmente vide la superficie dell’acqua che brillava muovendosi in piccole onde. Poi, improvvisamente, l’acqua si fermò e nel mezzo si aprì un varco. Giorgio mise un braccio intorno alle spalle del ragazzino, salirono sull’orlo del pozzo e saltarono.

Vittorio stranamente non aveva paura, ma chiuse gli occhi. Dove sarebbero finiti?!

“Eccoci! Apri gli occhi, piccolo”, lo rassicurò Sua eccellenza, “sei nel mondo oltre lo specchio, nel regno dei miei sogni…”.

Vittorio sgranò gli occhi: il giardino era lo stesso del castello, ma i due alberi, il melograno e la quercia, erano fusi in un’unica pianta e non erano più veri alberi… erano di metallo scintillante e dai loro rami sgorgava acqua purissima che si riversava in una splendida vasca ottagonale.

30 - Fontana del Melograno

Le pareti interne del cortile erano rivestite di specchi enormi che riflettevano e amplificavano la meravigliosa corte fiorita. Ad un certo punto, dai portici, su cui (notò Vittorio) era raffigurato il mercato esattamente come lo aveva visto lui quella mattina), uscì una folla di bambini. Maschietti e femminucce, tutti a coppie, in fila ordinata, si tenevano per mano. Indossavano abiti fatti come stemmi.

“Vedi Vittorio”, disse il Priore, “i bimbi vestiti d’argento e di rosso con la banda nera appartengono alla mia famiglia, gli Challant. Gli altri a famiglie nobili ed importanti con cui ci siamo uniti o ci alleeremo per consolidare e rafforzare il nostro potere.”

La schiera di bimbi si fermò al centro del cortile e, dopo aver bevuto dall’albero doppio, si specchiarono sulle pareti che, come per incanto, si rivestirono dei colori e dei disegni dei loro abiti.

22 - Cortile Issogne

Vittorio era ammutolito anche se avrebbe avuto mille domande… “Ora puoi andare, ragazzo. Grazie a te ho potuto usare lo specchio, vedere nella mia anima e realizzare i miei sogni. Ora so cosa devo fare in questa mia amata dimora!”. E il nobile Giorgio si dissolse lentamente nel bagliore dello specchio.

“Vittorio! Vittorio! Svegliati! Dai, che stamattina finalmente vedrai il castello di Issogne! Forza, alzati!”. La mamma lo stava chiamando. “Ma come”, pensò, “ma allora era tutto un sogno?! Ma com’è possibile… sembrava vero!”.

Arrivati al castello, Vittorio cercava con gli occhi la siepe che nascondeva la porticina, ma non c’era nulla. Ecco, toccava a loro, la visita guidata stava per cominciare.

Senza fiato! Così rimase il piccolo Vittorio una volta entrato nel cortile! C’era tutto… Ah, ecco Clarice la cuoca! E i soldati, lo speziale, il cane del macellaio… quei grandi formaggi… sì, esattamente come nel sogno!

Però, mancava qualcosa: le pareti erano rossicce, purtroppo molto deteriorate dal tempo, i colori degli stemmi erano quasi del tutto scomparsi! La guida disse che in origine vi era dipinto “Le Miroir des enfants” per i discendenti di casa Challant. “Lo sapevo”, pensò Vittorio, “Lo specchio! Sua eccellenza ha fatto raffigurare quello che avevamo visto nello specchio!”.

Si avvicinò al pozzo ottagonale sormontato dal doppio albero che lui conosceva bene. Peccato non zampillasse più acqua. Un velo di malinconia scese sul volto di Vittorio e istintivamente guardò nel pozzo. Ma cosa c’era là, in fondo? Un bagliore, un oggetto rifletteva la luce; aguzzò la vista e provò a scattare una foto migliorando la luce.

Lo specchio! Ma certo! Era proprio lo specchio del nobile Giorgio!

“Ehi ragazzino, ti stai annoiando? Sù, vieni con noi, ti stiamo aspettando! Cercherò di raccontarti qualche storia più curiosa…”. Vittorio riconobbe la voce della guida; si voltò, seppur contro voglia, e… guardò attentamente quell’uomo. Sul cartellino che aveva appeso al collo c’era il suo nome: Giorgio!

“Ti stavamo aspettando, piccolo Vittorio… immagino tu abbia voglia di visitare il nostro castello, vero?”, gli disse la guida. “Certo!”, rispose il ragazzo, “è un castello bellissimo, pensi che proprio stanotte l’ho sognato! E’ davvero il castello dei sogni!”.

 

Amici, ho voluto chiamare il bimbi Vittorio, in omaggio a Vittorio Avondo, che nel 1872 acquistò il castello di Issogne, lo restaurò e lo donò allo Stato. Proprio nell’estate 2018 sono stati aperti al pubblico, in un’ala del castello, i suoi appartamenti.

Ringrazio quindi mio marito, Leonardo Acerbi, per le splendide foto che corredano questo racconto.

Stella

 

 

 

 

 

 

Martino. Quel santo-soldato che attraversò la Valle d’Aosta

“No, proprio no… Questa vita non fa per me. Non ce la faccio più! Prima o poi dovrò decidermi e prendere una decisione radicale, definitiva!”. Questi e altri pensieri affollavano la mente del giovane soldato che, pensieroso e solitario, si aggirava in sella al suo cavallo lungo le mura della città di Samarobriva, importante città commerciale e militare della Gallia Belgica. Era novembre. Un vento freddo carico di umidità soffiava da giorni, incessante, da nord, dalla terra di Albione, portando con sè un forte odore di mare. Quel giorno una pioggia battente stava imperversando sulla città. Il terreno era già una distesa fangosa.

Stretto nel suo caldo mantello di lana il giovane soldato si accorse che stava perdendo sensibilità alla punta delle dita dei piedi e delle mani. “Che freddo… forse è meglio rientrare all’accampamento. Magari riesco a riflettere anche seduto accanto al fuoco, anziché continuare a gelare qui fuori!”.

Ad un tratto uno strano fagotto attirò la sua attenzione. Un groviglio di poveri cenci, un paio di gambe seminude magrissime e di braccia quasi scheletriche: un uomo, in evidente stato di sofferenza, se ne stava rannicchiato contro le mura, vicino alla porta d’ingresso della città. Il giovane soldato si avvicinò. L’uomo, sui trent’anni ma apparentemente più vecchio, ebbe giusto la forza di alzare gli occhi cerchiati da profonde occhiaie viola verso di lui; socchiuse le labbra, come volesse parlare, ma non ne aveva la forza. Da quel misero cencio consunto con cui tentava di ripararsi dai rigori del clima, probabilmente un vecchio sacco sdrucito, estrasse una mano ossuta e la tese verso il giovane a cavallo.

Costui non indugiò oltre. Scese dal destriero, decisamente meglio bardato del poveretto a terra, e con un colpo netto di spada tagliò a metà il suo caldo mantello invernale di lana cotta per condividerlo con l’uomo sfinito dal gelo e dalla fame. Glielo posò delicatamente sulle spalle e lo chiuse. Passò una mano amica su quel volto e pronunciò parole di conforto.

SanMartinoEIlPovero

Quegli increduli occhi incavati improvvisamente si accesero: lacrime di commozione illuminarono lo sguardo azzurro di quel poveretto che riuscì ad alzarsi, ad accennare un inchino e baciare la mano generosa che gli aveva mostrato pietà e carità.

Felice, il giovane soldato rientrò al campo. Ma quell’incontro aveva fatto scattare qualcosa di molto particolare dentro di lui. Mentre rientrava alla sua tenda, sapeva che da quel momento la sua vita sarebbe cambiata.

“Martino! Martino! Ma dov’eri finito?!”. La voce squillante di Marcello, suo amico da sempre e compagno d’arme, lo ridestò.

Il giovane ebbe come un sussulto. “Martino… questo è il mio nome. Mi venne dato da mio padre, il valoroso comandante della legione di stanza nella Colonia Claudia Savariensium, nella lontana provincia di Pannonia. Lì vidi la luce. Un padre autoritario, severo, esigente. Un padre che vedeva in me un grande guerriero, un valoroso soldato al servizio di Roma, quale lui per tutta la vita era stato e con sommo onore. Mi ha cresciuto così, secondo la sua volontà, avviandomi al mestiere delle armi. Avviandomi al culto del dio Mithra, dio nato dalla roccia, figlio del Cielo e della Terra; avevo già assistito a diversi Misteri, ma qualcosa di non spiegabile mi impediva di sentirmi parte di quel gruppo, di quel culto del quale, invece, lui era da sempre un fervente seguace, un adepto, uno di quelli che erano ormai giunti oltre la sesta porta, quella di Giove, la porta bronzea. Ne restava solo una, la settima, quella di Saturno, per raggiungere il grado iniziatico maggiore.

E l’ho sempre seguito, lungo le infinite strade dell’Impero, ad ogni angolo del mondo, in province sconosciute e terre straniere. Ho passato l’infanzia nei pressi della città di Ticinum (che, mi pare, oggi voi chiamate Pavia), e sempre al seguito di mio padre ho viaggiato in buona parte delle province continentali del grande Impero di Roma.

Cammino

Ed eccomi qui, ora, non più soldato di Roma ma al servizio di Cristo Gesù. Ripenso a quell’episodio accaduto alle porte di Samarobriva… un episodio che mi ha segnato per sempre. Dopo aver abbandonato l’esercito non ho più avute notizie di mio padre. So che la legione ha fatto ritorno in Pannonia. Il vescovo Ilario mi ha battezzato e ora mi sento un uomo nuovo! Ho deciso di tornare a Sabaria, dai miei genitori: voglio condividere con loro questa mia nuova condizione. Voglio che anche loro conoscano la fede in Cristo e vengano battezzati. Mio padre sarà sicuramente un osso molto duro e del resto è ancora profondamente offeso con me… ma con mia madre credo di avere margine di riuscita…

In questo inverno gelido in cui mi vedo costretto a viaggiare, eccomi in questa valle prima a me sconosciuta. Ho superato quasi per miracolo il colle dell’Alpis Graia scendendo fino al villaggio di Ariolica tra infiniti pericoli e rischi. Una natura impervia, infida, seppur dotata di un suo fascino inspiegabile. Il mio passato nell’esercito mi ha temprato; sono rotto a tutto! Ma queste montagne non state affatto semplici da superare.

Da Ariolica, dove ho riposato e mi sono ben rifocillato, ho guadagnato il fondovalle insieme ad alcune guide locali, in gruppo con alcuni mercanti. Ho visto paesaggi straordinari dove il genio militare romano ha saputo realizzare opere incredibili pur di arrivare ad ottenere una strada degna di questo nome. Le strade dell’impero… sono uno degli elementi che han fatto la potenza di Roma!

Anche in queste terre di confine, strette da gole vertiginose tra rocce, strapiombi e torrenti impetuosi, circondate da boschi impenetrabili, la strada romana è un punto di riferimento, una certezza.

Eccomi ad Augusta Praetoria: la vedo in lontananza, con le sue mura e le sue torri. Ne ho sentito parlare sin dalle terre galliche, come di una città bellissima, ricca, vivace, ma che da alcuni anni a questa parte soffre di un progressivo declino. La gente che la abitava se ne sta allontanando, non sentendosi più così sicura come una volta. Le scorribande di popoli stranieri stanno iniziando a farsi sempre più violente e ripetute. Eppure l’imperatore Costantino solo alcuni decenni fa ha proceduto ad un vasto intervento di monitoraggio e manutenzione delle arterie stradali, anche di questa via che collega la Transpadana alle Gallie, un asse viario decisamente strategico!

Ma ormai la sera è vicina, le ombre della notte si allungano rapidamente e il freddo è già pungente. Mi fermerò in questo sobborgo alla periferia occidentale della città; vedo un gruppo di case, una fattoria. Vedo che ci sono luci, proverò a chiedere ospitalità.

“Ma cosa fate in giro a queste ore? Chi siete? Andate via! Non abbiamo nulla, siamo povera gente! Quel poco che avevamo ci è stato portato via, o dai barbari o dalle tasse dell’imperatore! Andate via! Cercate alloggio in città piuttosto!”.

La voce che aveva risposto al suo bussare dalla fattoria era nervosa, concitata… Martino provò a spiegare chi era, che non voleva nulla se non un pagliericcio e un tetto per la notte e che avrebbe pure pagato per quella generosità! Ci volle tutto l’impegno per convincere l’uomo ad aprire la porta, ma alla fine ci riuscì.

“Che Dio sia con voi, fratello”, salutò Martino. “Dio? E quale? Giove? Mithra? Asclepio? Ercole? o forse qualche misterioso dio egiziano? Come lo chiamano… Serapide?.. ne avete talmente tanti… ma nessuno che mostri un pò di bontà e di carità nei confronti della povera gente!”, esclamò l’uomo visibilmente contrariato.

“L’unico Dio, fratello. Il Dio della Carità, dell’amore e della condivisione”. L’uomo lo fissò perplesso. Non capiva quelle parole né mai le aveva sentite… “Mah, cos’è un culto nuovo? Una nuova bugia? Ah, sì… quello autorizzato e ufficializzato da Costantino, giusto? Noi siamo gente semplice, gente che vive nei campi e si spacca la schiena tutti i giorni! Noi siamo legati alle nostre antiche tradizioni, quelle che ci hanno insegnato i nostri padri e i padri dei nostri padri, da sempre”.

Martino lo ascoltava con grande attenzione e interesse, senza sbottare o mostrare fastidio. L’uomo se ne accorse e gli diede fiducia. “Ma voi, chi siete? Da dove venite?”. Martino allora gli raccontò della sua vita, dei suoi lunghissimi viaggi, dei tanti posti che aveva visto e del perché stava tornando in Pannonia. Colui che lo aveva accolto in casa infine si presentò: “In città mi chiamano Darius, ma il mio vero nome è Daro, il figlio della quercia”. E fu così che, davanti al fuoco e con un piatto di zuppa, giunse infine il sonno ristoratore.

La mattina dopo Martino si svegliò di ottimo umore, pronto a ripartire. Chiamò l’uomo che lo aveva ospitato, ma in casa non c’era nessuno. Uscì. Davanti a lui si stendeva un’ampia campagna ondulata; in lontananza, verso sud, il baluginare del fiume e, all’orizzonte, le due altissime vette che dominavano la valle. La notte aveva lasciato un velo di ghiaccio su ogni cosa. Ad un tratto udì delle voci provenire da un campo più a nord. Si incamminò in quella direzione. un gruppetto di uomini e donne era raccolto intorno ad una grande quercia. Tutti mormoravano. Una nenia incomprensibile, quasi una melodia, si diffondeva nell’aria.

“Martino, buongiorno! Vieni, unisciti a noi!”. Il suo ospite lo stava chiamando. Martino venne quindi presentato alla piccola comunità, evidentemente incuriosita e in parte non priva di sospetto.

“Vieni Martino. Qui siamo tutti parenti, amici, sodali. Qui siamo tutti eredi dell’antico popolo di queste montagne. Quel popolo capace di muoversi veloce sugli strapiombi rocciosi anche nel buio più nero. Quel popolo che adorava le rocce, il cielo, gli alberi. Un popolo molto antico in grado di vivere in simbiosi perfetta con la natura senza bisogno di stravolgerla e piegarla alle sue necessità. Questo luogo, che ai più appare come un povero grappolo di catapecchie fuori dalla bella Augusta Praetoria, è in realtà un luogo sacro. Vedi questa grande quercia? ha centinaia di anni, è qui da sempre, dal tempo del non-tempo, da quando il Mito era Storia. E’ la nostra memoria, il simbolo della nostra identità”.

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Martino era rapito dall’eloquio appassionato di Daro; voleva capire, conoscere. Tuttavia non voleva rinunciare alla sua missione e iniziò col raccontare loro dell’episodio del mantello tagliato e delle visioni che ne seguirono. Di come tutto questo aveva cambiato la sua vita e il suo destino.

La gente di Daro lo ascoltava, capiva che Martino era un uomo buono e non era lì per far loro del male.

“La tua storia è bella e toccante, Martino. Questo tuo dio ti ha scelto, ti ha mandato messaggi importanti. Ma noi non lo abbiamo ancora incontrato. Per noi ciò che conta è il cielo stellato sopra le nostre teste, la madre terra che ci nutre, l’eterno ciclo di vita e di morte rappresentato dallo scorrere eterno delle stagioni e dal girare degli astri. In molti hanno già tentato di distruggere questa quercia. Invano. Noi siamo disposti a difenderla con ogni mezzo. Questo albero, Martino, affonda le sue radici assai in profondità. Noi conosciamo questo terreno, lo coltiviamo e sappiamo i tesori che racchiude. Questo terreno ogni tanto ci restituisce frammenti di grandi pietre piatte, alcune hanno persino un volto! E la grande quercia sorveglia queste pietre e gli spiriti che le abitano. Questo è un luogo diverso da tutti gli altri, Martino. I Romani ci hanno impiantato una delle loro necropoli; qui nulla può essere costruito senza il volere degli antichi dei. La quercia lo impedisce. Qui c’è la nostra città perduta, sai?

“Ma, come si chiama questo luogo, Daro?”, chiese Martino.

“Gli abitanti della città lo chiamano Cordelianum. Per noi sarà sempre Cordela, la città degli antenati, la città delle grandi pietre“.

“Nessuno ne ha mai scritto perché la nostra tradizione è quella di raccontare a voce e memorizzare. Nostro compito sarà proprio quello di non perdere mai questa memoria, ma anzi di tramandarla ai nostri figli, nipoti, discendenti. Sono tempi assai duri, questi caro Martino, ma noi non demorderemo. La gente che vuole ascoltare la voce delle pietre si sta rarefacendo. L’angoscia di questo volgere di anni, la crisi dell’autorità imperiale, le continue migrazioni di popoli sconosciuti e spesso nemici, non aiutano questo genere di ascolto ma piuttosto la ricerca di una via di fuga, spesso solo un abbaglio temporaneo. Noi invece abbiamo deciso di cercare rifugio nel nostro passato, nelle nostre credenze, e le proteggeremo ad ogni costo”.

Martino decise di fermarsi in quel sobborgo ancora un pò. Da una parte Daro era uomo saggio e amava stare ad ascoltarlo, ad imparare; in quel piccolo popolo Martino ritrovava persino briciole di quella antica religione che ricordava praticata nelle campagne della Pannonia e della Gallia, ma che nessuno gli aveva mai spiegato davvero. Dall’altro gli sembrava di essere tornato a Siccomario, il modesto villaggio alla periferia di Ticinum dove aveva trascorso gli anni tra infanzia e adolescenza. Eh, già… proprio una vita in periferia la sua. E lì, alle porte occidentali di Augusta, stava riscoprendo una volta di più sebbene in modo ancora diverso, tutto il senso e il valore di quel suo “essere in periferia”. La sua missione erano le periferie, lì doveva stare! Lì serviva la sua parola.

Quella sera Daro condusse Martino in visita ad una donna molto anziana, considerata la saggia del clan. La donna aveva infatti espresso il desiderio di conoscere personalmente questo insolito viaggiatore che si muoveva da est a ovest attraverso l’impero. E soprattutto che aveva storie così diverse da raccontare!

“Prego, entrate pure”. La voce della donna era sottile ma profonda; Martino si accorse subito che riusciva a toccare le corde dell’anima. Quando la vide restò colpito da quello sguardo indagatore, quegli occhi di cui non si vedeva la fine, dal taglio affilato e incorniciati da ciglia ancora lunghe e nerissime nonostante l’età.

” Io sono Maricca. Molte lune sono passate da quando aprii per la prima volta gli occhi al mondo. Ho visto molte cose. E sento che tu sei un uomo buono, venuto a portarci importanti novità”. Martino era ammaliato. Raccontò a Maricca la sua storia; ad un certo punto lei gli disse: “Ho visto queste cose. E so che quanto dici corrisponde a verità. Tu vuoi far conoscere la tua fede e questo è legittimo. Ma fallo con rispetto, in punta di piedi. Non distruggere le tradizioni degli antichi. Noi non siamo spiriti malvagi e siamo disposti ad ascoltarti. Qualcuno potrà e vorrà seguirti da subito; altri no, ma probabilmente i loro figli o i loro nipoti, sì. Sarà il tempo a decidere”.

Martino era senza parole. Quella donna sembrava conoscerlo molto più di quanto non credesse…

Quella stessa sera il piccolo popolo di Daro e Maricca si radunò alla luce di un grande falò vicino alla quercia secolare; erano venuti ad ascoltare Martino. E il giovane soldato di Cristo parlò loro della sua fede, del messaggio di salvezza, di resurrezione, di vita eterna. E si rese presto conto che quegli stessi concetti non erano poi così lontani dalle loro credenze. Erano un’altra forma dell’eterno ciclo di vita-morte-rinascita. Martino cercò quindi di adottare una strategia già spesso utilizzata in passato dai Romani: il sincretismo. Una parola difficile, certo, ma che racchiudeva una profonda saggezza.

Martino cercò di utilizzare sapienti parallelismi, andando ad illustrare innanzitutto i punti di contatto tra le due fedi e spiegando loro che, in fin dei conti, il suo Dio era rintracciabile nella natura stessa. Il popolo di Cordela però non capiva come potesse essere uno solo vista la molteplicità di aspetti del mondo naturale… e non capiva come il figlio di un Dio avesse potuto decidere di morire per gli uomini anziché salvarli direttamente intervenendo in maniera più… “divina”, appunto. Ma Martino provò a spiegare loro che la divinità del gesto era proprio quello: morire per mostrare che si sarebbe risorti.

Alla fine Martino si trattenne a Cordela per diverso tempo; il tempo necessario ad imbastire, autorizzato dalla saggia Maricca, una sala di adunanza nella quale sarebbe stata esposta una croce. Questa sala venne costruita intorno alla grande quercia, a voler rappresentare l’incontro dei due mondi, senza danneggiare minimamente la quercia naturalmente!

La partenza fu dolorosa. Martino avrebbe tanto voluto fermarsi, ma non poteva! La sua missione lo avrebbe portato ad attraversare terre sconfinate fino a tornare in Pannonia per poi ritornare ancora…avanti e indietro per portare la novella del Signore.

CONTRO IL DIAVOLO SULL’ANTICO PONTE

Attraversò così tutta la valle Baltea seguendo l’efficientissima strada romana delle Gallie, incontrando uomini, villaggi, soldati; superando torrenti, orridi, paludi…

Sempre ricorderà la sua tappa nel villaggio sulle sponde del torrente Lys… un incontro decisamente “diabolico”. Al suo arrivo vide che solo una traballante passerella in legno univa le due sponde dell’impetuoso torrente Lys il cui transito si rivelava sempre pericoloso, ancor di più quando il corso d’acqua era gonfio e rabbioso per le troppe piogge o per lo scioglimento delle nevi. Ma la popolazione aveva bisogno di passare, e di farlo spesso…Mercanti, contadini, pellegrini, soldati…in tanti dovevano superare l’imprevedibile Lys e quella maledetta passerella spesso mieteva vittime innocenti.

Approfittando di questo bisogno, il Maligno si era insinuato nella comunità e accontentò la popolazione costruendo, nell’arco di una notte, un ponte meraviglioso: alto, solido, possente. Un ponte che sicuramente avrebbe saputo contrastare le onde di piena del Lys. Ma in cambio chiese una ricompensa importante: un’anima. Almeno una. E sarebbe stata di colui che per primo sarebbe transitato sul “suo” bellissimo ponte. E anche per gli abitanti di Pont-Saint-Martin, l’aiuto di Martino si rivelò fondamentale. Fu lui a far passare, per primo, sul ponte, un cagnolino; e quindi fu l’anima della bestiola ad essere “sacrificata” per salvare la gente del posto.

Insomma: storia, fede e leggenda si mescolano perfettamente ancora oggi nel Carnevale di Pont-Saint-Martin dove il nome stesso del paese si deve ad un ponte del I secolo a.C., costruito dal genio romano sulla via verso le Gallie, tuttora splendido e utilizzato.

Ponte romano di Pont-Saint-Martin (da www.guideaostawelcome.it)
Ponte romano di Pont-Saint-Martin (da http://www.guideaostawelcome.it)

Alcuni anni dopo Martino si trovò a ripassare da Cordela. Trovò ancora Daro, assai anziano e malato, divenuto guida spirituale del gruppo che aveva abbracciato la parola di Martino. Purtroppo non trovò Maricca che, nonostante l’ascolto e la comprensione, non aveva voluto abbandonare la fede degli avi, ma che volle farsi seppellire sotto un cumulo di pietre appena all’esterno della sala “comune”.

Anche in quell’occasione Martino si fermò alcuni giorni con loro e, quasi fosse un miracolo, nonostante si fosse agli inizi del mese di Samhain, in quei tre giorni pareva di essere in primavera! Quell’uomo, ex soldato di Roma, era destinato alla santità! Di lì a breve divenne l’acclamato vescovo di Tours, l’illustre apostolo delle Gallie!

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Da quella volta sono trascorsi molti secoli. E molte cose sono cambiate. L’antica Cordela, rimasta sepolta dallo scorrere del tempo e dagli eventi, è tornata a far parlare di sè e al suo nome ha unito il ricordo di Martino: Saint-Martin-de-Corléans!

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La sala assembleare voluta da Martino e Daro fu trasformata nel Medioevo in una piccola chiesa col suo campanile; e così la potete trovare ancora oggi.

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Chissà se lì sotto ancora resistono le antiche radici della grande quercia…. probabilmente, sì!

Sicuramente quella che oggi chiamiamo Area Megalitica è un luogo dove poter vivere e toccare l’ancestrale e potente rivelazione della sacralità.

 

Stella

Castel Savoia di Gressoney-Saint-Jean. La regina solitaria e il principe cacciatore

In un tempo lontano, la gente che abitava nel piccolo borgo raccolto intorno all’antico ponte di San Martino era solita mettere in guardia i viaggiatori o i mercanti intenzionati ad inerpicarsi nella rocciosa ed angusta vallata solcata dall’impetuoso torrente Lys.

Dicevano, infatti, che gli spiriti della Natura abitavano quel territorio e che non ammettevano estranei! Nessuno poteva entrare, altrimenti non avrebbe fatto ritorno, oppure ne sarebbe tornato completamente pazzo, ossessionato da incubi e visioni.

Narravano che in quella vallata persino il sole faticava a penetrare, che le rupi erano erte e scoscese, i burroni e le gole terribili, i boschi scuri e fittissimi, il torrente inoltre era governato da una strega volubile e capricciosa, la ninfa Lysia, che spesso causava inondazioni e piogge tremende.

Chiunque avesse tentato di avventurarsi in quella vallata stretta e scura, sarebbe stato vittima di frane, slavine, vortici improvvisi di un vento capace di sradicare gli alberi. Raccontavano che la valle fosse popolata da gnomi malefici e Troll spaventosi che impedivano a chiunque di accedervi: erano infatti chiamati ad assolvere un compito molto molto importante. Ma quale?

Lassù, in alto, oltre l’invalicabile barriera delle rupi e dei gorghi, si diceva che si aprisse, come un miraggio, un luogo splendido, di ammaliante bellezza.

Un luogo dalla Natura rigogliosa ed incontaminata che andava protetto ad ogni costo e soprattutto andava difeso dagli uomini. Era il regno della misteriosa ed inafferrabile Edelweiss, la regina solitaria.

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Nessuno l’aveva mai vista, né lei del resto lo avrebbe permesso, ma già le antiche leggende parlavano di questa regina di straordinaria bellezza, una regina senza tempo e senza età, che viveva da sola in un meraviglioso castello di cristallo costruito apposta per lei dalle fate della grande montagna rosa e dagli elfi dei boschi.

Questa dimora candida, opalescente e brillante si ergeva maestosa nel mezzo di un bosco di pini e abeti che la proteggeva col suo intrico di rami e felci e che, talvolta, poteva persino innalzarsi all’improvviso per renderla invisibile. Quando i raggi del sole riuscivano ad intercettare le alte torri e le guglie appuntite del palazzo, queste risplendevano e brillavano come se fossero fatte di ghiaccio trasparente.

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La regina Edelweiss era figlia di quel luogo, ne era l’anima, e sua missione era difenderlo da tutto e da tutti. Aveva sempre vissuto da sola; le bastava parlare con gli alberi e gli animali della sua valle. Si narra che lei stessa potesse persino prenderne la forma, se voleva, per muoversi con maggior libertà e, addirittura, avvicinarsi agli uomini per studiarli da vicino senza destare sospetti. Unico elemento immutabile era il suo colore: che fosse donna, fiore, volatile o quadrupede era sempre di colore bianco-argento simile alla pallida luce della Luna.

Dicono non avesse neppure bisogno di un compagno, che non si fosse nemmeno mai innamorata, anzi: guai se fosse stata vista! Per il malcapitato sarebbe stata la morte, oppure sarebbe stato immediatamente trasformato in un animale o in una pianta del suo incredibile e variopinto giardino.

E così era sempre stato nei secoli, finché…

Finché un’arcana ed inaspettata congiuntura astrale cui neppure Edelweiss poteva sottrarsi non fece cambiare il clima della vallata. Gli inverni iniziarono a diventare sempre più miti e brevi mentre le estati calde portavano il sole ad attardarsi più a lungo sulla conca e a rendere più fertili i terreni zuppi d’acqua. Si dice fosse assai abbondante un’erba in particolare, assai nutriente, il crescione, molto amata dagli animali ma apprezzata anche dagli uomini.

Edelweiss non si preoccupò. Quello era e restava comunque il suo regno; bastava adattarsi alla nuova situazione dettata dalla Grande Dea, Madre Natura. Non sapeva, però, che non sarebbe più stata sola.

Il costante rialzo delle temperature, infatti, aveva aperto dei colli e dei passaggi sulla grande montagna rosa; transiti mai utilizzati ma che erano stati individuati da uomini provenienti da nord. Uomini coraggiosi, caparbi, abituati alla fatica, al freddo, alle difficoltà. Uomini che avevano dovuto lasciare la loro terra natia per cercare nuove terre e nuove possibilità di commercio. Uomini capaci di muoversi con agilità sulle montagne e in grado di adattarsi anche alla natura più severa. Erano i Walser!

Edelweiss venne presto avvisata dalle fate che gruppi di Walser stavano passando il confine e stavano penetrando nel suo territorio. Questa notizia la fece letteralmente infuriare.

Iniziò a scatenare le forze della natura poste sotto il suo controllo rovesciando fulmini e tempeste, grandinate e gelate, provocando frane di massi enormi, deviando torrenti che così andavano ad allagare pascoli e sentieri. Ma niente! Nulla riusciva a fermare questi uomini! Anzi, più lei devastava i loro carichi e i loro rifugi, più ne arrivavano a dare supporto…

Edelweiss decise allora di lasciarli un po’ in pace, di permettere loro di insediarsi in modo da colpirli quando si sarebbero sentiti più tranquilli abbassando le difese; questo avrebbe causato loro ancora più danni.

Intanto aveva avvolto il suo castello in un incantesimo che lo rendeva invisibile ed inavvicinabile. Il bosco intorno era cresciuto a dismisura e gli alberi erano duri come pietra in modo da non poter essere tagliati.

Ma i Walser riuscirono comunque a costruire un bel villaggio in mezzo ai campi e Edelweiss dovette riconoscere che ertano davvero degli ottimi falegnami, abili carpentieri e sagaci agricoltori.

Di notte, sotto forma di gatto, o di civetta, si avvicinava alle case per spiarli e individuare i loro eventuali punti deboli.

Aveva capito che questa gente aveva un capo: era giovane, un ragazzone alto e robusto, con la barba e folti capelli castani. Un bel paio di occhi verdi illuminavano un viso squadrato, dalla mandibola volitiva e dalla pelle abbronzata. Aveva capito che questo giovane e carismatico capo era il loro principe e si chiamava Louis.

Immagine tratta da gognablog.com-paysage à manger
Immagine tratta da gognablog.com-paysage à manger

Il popolo obbediva disciplinato agli ordini di questo principe che aveva già incaricato alcuni coetanei coraggiosi di perlustrare la vallata e di cercare di individuare una strada che conducesse verso sud, nel fondovalle. Nulla lo spaventava e spesso lui per primo guidava gli esploratori.

Edelweiss capì ben presto che Louis sarebbe riuscito ad aprire il varco. Era forte, agile, veloce e saggio nel prendere le decisioni, conosceva la natura e sapeva evitare i pericoli. Quando poi riuscì a trovare la strada diretta a sud, Edelweiss decise che doveva fermarlo! Ad ogni costo!

Se quella strada fosse diventata sicura e nota, la “sua” valle sarebbe stata invasa dagli uomini e lei non poteva permetterlo.

A Louis erano giunte le voci e le leggende sulla regina solitaria e molti dei suoi non nascondevano un certo timore. Nessuno poi voleva avvicinarsi al grande bosco; lo ritenevano stregato e alcuni sostenevano fosse infestato da spiriti e oscure presenze. Ma Louis era troppo curioso. “Questa ora è la mia terra!”, sosteneva, “e devo conoscerne ogni angolo. Se davvero esiste questa regina misteriosa, che abbia il coraggio di mostrarsi e venirmi a parlare! Io sono qui e ci resterò!”.

“Quell’arrogante sbruffone! Ma non sa con chi ha a che fare. Ora ha davvero superato il segno! La mia vendetta non tarderà! Io, regina Edelweiss, tornerò presto ad essere l’unica Signora di questo luogo!”. L’ira della regina era incontenibile; Louis andava tolto di mezzo!

Edelweiss iniziò a rendergli la vita sempre più difficile, causandogli innumerevoli sventure: la perdita del raccolto, un devastante incendio, i campi allagati, una terribile epidemia sul suo bestiame… ma niente! Louis era sempre supportato dall’affetto dei suoi compaesani; non c’è che dire, erano un popolo decisamente forte ed unito!

“Ah sì, eh… Louis?! Ma io non mollo, sai? Anzi, ti colpirò dritta dritta nei tuoi desideri…” e la regina escogitò il suo piano.

Sapeva, infatti, che la più grande passione di Louis era la caccia. Spesso lo aveva spiato e seguito, sotto forma di animale, per vederlo in azione, capirne le strategie, coglierne anche gli errori. E aveva capito che il suo più grande sogno era quello di catturare (non di uccidere!, tutti i cacciatori sanno che porterebbe male!) uno stambecco bianco.

Animale raro, prezioso, superbo e solitario che, si diceva, viveva sui picchi rocciosi più isolati ed irraggiungibili.

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Edelweiss decise così di trasformarsi in un magnifico stambecco bianco e iniziò a solleticare la curiosità di Louis: si faceva vedere, talvolta scendendo persino vicino alla sua baita, lo faceva avvicinare per poi improvvisamente fuggire e scomparire. Lo seguiva persino nei sogni e tanto fece finché non divenne un’ossessione.

Lo stambecco bianco si era impadronito dell’animo di Louis che ormai si dedicava solo a quello trascurando la sua gente e i suoi lavori abituali. Divenne irascibile, scontroso… dalle prime luci dell’alba fino a notte suo chiodo fisso era quell’animale! Tanto che ormai alcuni pensavano fosse diventato pazzo; altri iniziarono a nutrire sospetti verso di lui e a mettere in giro la voce che non fosse più adatto ad essere il capo.

“Molto bene”, pensava Edelweiss, “sto per raggiungere il mio obiettivo”.

Una sera, quasi all’ora del tramonto, Louis ancora si aggirava tra le rocce alla ricerca dello stambecco: ” Sono sicuro! L’ho visto! E’ passato lassù!”. Edelweiss giocava con lui e continuava ad apparirgli, un pò qui e un pò lì. E lo stambecco saliva, saliva, sempre più in alto, saltando agilmente tra gli strapiombi e le pareti scoscese fino a raggiungere il limite delle nevi.

Ma Louis, sebbene stanco e disorientato, non voleva fermarsi. E lo seguiva, lassù, dove la sola luce lunare non può bastare, dove la neve ed il ghiaccio si fanno nemici ingannevoli e fatali.

“Eccolo! Ora sarai mio!”. Sì, lo stambecco era lì, immobile, a pochi passi da lui! Louis con un balzo si lanciò sull’animale per afferrarlo, ma… sotto di lui si aprì un baratro! Louis precipitò nel vuoto ghiacciato fino a fermarsi su un ripiano.

Ferito, sanguinante, una gamba e qualche costola rotte, ma ancora vivo. Guardò verso l’alto gridando e chiedendo aiuto. Lo stambecco si affacciò sul crepaccio, fissandolo.

Ad un certo punto l’animale si dissolse in un vortice di neve brillante e al suo posto apparve lei, Edelweiss. La regina non gli staccava gli occhi di dosso. Louis credette di essere ormai spacciato, vittima di incubi e visioni.

Ma quando improvvisamente la ebbe accanto, ne restò affascinato. Lei, dal canto suo, decise di risparmiare la vita a quel giovane uomo che, nonostante tutto, l’aveva colpita col suo carattere forte, la sua sana testardaggine e la temerarietà.

“Sono Edelweiss, regina di questa valle. Credo tu sappia di avermi offesa”.

“Ora capisco tutto”, le rispose Louis con l’ultimo filo di voce che gli restava, “ti chiedo perdono, ma se vorrai uccidermi, lo capirò”. “No, non ti voglio uccidere. Ma se accetterai di essere trasformato in uno stambecco bianco, ti lascerò vivere accanto a me, per sempre! Ti renderò immortale.”

Louis riflettè. “No, non posso. Perdonami regina Edelweiss, ma a questo punto finiscimi! Io sono il principe Louis. E il mio popolo ha bisogno di me. Spero, anzi, che mi accetti ancora dopo che l’ho così a lungo trascurato…sempre che tu mi consenta di fare ritorno…”

La regina rimase colpita: quell’uomo avrebbe preferito la morte pur di non rinunciare alle sue responsabilità.

Louis, da parte sua, doveva riconoscere che Edelweiss era davvero bella come si diceva. Che non era solo fantasia. E che gli stava proponendo di stare con lei, diventando immortale!”

I loro occhi si incrociarono a lungo in un silenzioso dialogo che parve durare ore. Louis non avrebbe mai dimenticato quel viso bianco come la neve, quei grandi occhi neri senza fine e quella lunga chioma corvina che si confondeva con le ombre…

Al mattino si risvegliò nel suo letto. Era a casa sua e sembrava non fosse successo nulla. Nessuno si ricordava nienteGli dicevano che era stato colto da una febbre altissima, che neanche il dottore era riuscito ad abbassarla e che per ben due settimane era stato a letto in preda ai deliri. Nominava sempre lo stambecco bianco e chiamava la regina Edelweiss.

Rimessosi in forze, Louis decise che avrebbe trovato Edelweiss: quella donna, o fata o strega che fosse, gli era entrata dentro e non poteva più stare senza di lei! Avrebbe voluto rivederla almeno una volta…

Affrontò con passo deciso la salita che portava al bosco che tutti dicevano “stregato”, il bosco dove avrebbe dovuto ergersi il palazzo della regina. Stranamente (o forse no) non fu per niente difficile addentrarsi in quella fitta foresta; Louis aveva quasi l’impressione che gli alberi si aprissero al suo passaggio. Giunse infine ad una radura illuminata dal sole. Lì, al centro del prato, un giovane stambecco bianco lo guardava, immobile.

“Regina Edelweiss, Edelweiss, sei tu, vero?! Sono venuto da te! Voglio che stiamo insieme. Edelweiss, non mi riconosci? Sono Louis!”. Ma lo stambecco, dopo averlo guardato a lungo, improvvisamente con un balzo fuggì. Non era Edelweiss… quello era davvero lo stambecco bianco! Ma Louis, ormai, non era più interessato e non tentò neppure di rincorrerlo o di seguirlo. Non fece nulla. Si accasciò in mezzo alla radura, si prese la testa tra le mani e pianse.

Poi, notò che il prato intorno a lui iniziò a riempirsi di minuscole stelle alpine, argentate e vellutate. Louis si alzò mormorando ” Edelweiss, amore mio…”.

Dai bordi del prato si sollevarono delle mura bianchissime, quasi madreperla. Louis si ritrovò magicamente all’interno di uno splendido castello le cui torri si innalzavano al cielo in un gioco di guglie arditissime. Lui era lì, in piedi, stranito, nel centro di un immenso salone. Ad un certo punto, da un incredibile doppio scalone elicoidale scese lei: Edelweiss.

“Eccoti Louis, sei qui… sei venuto a cercarmi… e per me hai rinunciato al vero stambecco bianco, tuo grande desiderio!”.

“Sei tu, Edelweiss, il mio più grande sogno. Vorrei tanto diventasse realtà!”.

“Lo diventerà. E questa sarà nei secoli la dimora del nostro amore! Qui tutto dovrà parlare di noi, Louis. Per te rinuncio alla mia immortalità. Non sarò più una fata. Sarò una donna, pur sempre regina, ma del tuo cuore”.

E da quel momento il castello fu visibile e accessibile a tutti. La valle intera, dalla grande montagna rosa fino all’antico ponte di San Martino, festeggiò le nozze tra Edelweiss, un tempo regina solitaria, e Louis, il coraggioso principe Walser.

 

Questo racconto è dedicato a Castel Savoia, alla splendida valle del Lys e all’amore taciuto e sventurato, tra la regina Margherita di Savoia e il barone Luigi Beck Peccoz. Un profondo affetto ed una comunanza di sentimenti univa Margherita al barone alpinista; nella realtà ciò non è stato, ma sicuramente sappiamo che qui, tra queste montagne e in questo castello, così fiabesco e femminile, Margherita si sentiva davvero se stessa.

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Anche stavolta un GRAZIE speciale all’amico Enrico Romanzi (www.enricoromanzi.it) per la suggestiva foto di copertina.

Stella

 

Castello di Fénis. Lo stregone mutaforma e il bosco degli inganni

Un’altra splendida giornata di sole illuminava la verde valle Baltea. Era già autunno inoltrato, ma quell’inizio di novembre aveva tutto il sapore di un gradevole strascico d’estate. Il grande fiume, gonfio e rumoroso, solcava fiero la distesa di campi e prati nel suo lungo viaggio verso le ampie pianure. Gli uomini erano felici e il piccolo borgo rumoreggiava di vita e feste campestri.

Ma purtroppo quella felicità era destinata ad interrompersi assai presto. Nessuno si sarebbe mai aspettato quello che stava per accadere…

Alcune notti prima, sulle vette ricoperte di roccia e neve, un malvagio signore assetato di potere aveva usato il suo sapere e le sue conoscenze per appropriarsi di una magia potentissima e da lungo tempo dimenticata: la magia oscura delle comete a otto punte.

Quel perfido signore, nel suo rifugio perso tra i ghiacci, aspettava solo la notte giusta, la notte in cui sopra quelle montagne sarebbe passata la magica cometa capace, se imprigionata, di dare un potere immenso, di dare la quasi totale invulnerabilità.

Eccola, finalmente! La volta celeste, prima nera ed impenetrabile, improvvisamente rifulse di bagliori dorati, di fiamme e di lunghe scie di polvere di stelle.

“Eccola! Sei qui! Ora sarai mia!”. Il malvagio signore raggiunse un picco di roccia e da lì, urlando un’antica formula, aprì il suo immenso mantello nero e si gettò nel vuoto al passare della cometa.

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Un fulmine di fuoco squarciò le tenebre. Un boato riecheggiò nella valle. Il grande astro a otto punte si gonfiò e si rimpicciolì; divenne una spirale, poi una specie di labirinto pentagonale fino a diventare un punto brillante all’orizzonte. La potente cometa era stata catturata. Un falco, con una stella d’oro al collo, volteggiava riempiendo il buio di acute e ripetute strida.

Era Kymarion, signore delle tenebre e delle nebbie, terribile e crudele mutaforma la cui magia ingannava gli uomini e li rendeva suoi schiavi facendoli cadere nell’oblio.

Da quel momento la valle venne avvolta da una fitta, fredda e nera coltre di nubi; Kymarion volava sulle terre e sui villaggi cambiando il suo aspetto a seconda di chi incontrava. Egli, infatti, era in grado di capire immediatamente quale fosse il più grande sogno o desiderio di una persona; lo incarnava e così attirava il malcapitato nelle spire risucchiandone la linfa vitale per sempre. E la sua forza aumentava giorno dopo giorno. Uomini, ma anche animali e vegetali: Kymarion poteva annientare tutto e di ogni cosa assumere la forma. Poteva anche trasformarsi in esseri mostruosi, in creature generate dagli incubi o dalle paure…

La valle si trasformò ben presto in un luogo tetro e desolato, battita da una pioggia ioncessante che poteva solo diventare neve, ghiaccio, fango.

Kymarion alla fine placò il suo volo scegliendo un luogo dove fissare la sua dimora. Era quello in origine un posto bellissimo, dove ampi prati scendevano dolcemente verso il fiume. Lì, circondata da fiori e meleti, sorgeva un’antica torre merlata di brillante cristallo cinta da altissime mura che, si diceva, fosse la dimora dei Saggi e dei Sapienti.

La lotta fu terribile e, ahimé, la furia diabolica di Kymarion ebbe la meglio. Gli abitanti del vicino villaggio vivevano nel terrore e nella diffidenza; avevano paura di tutto, ogni cosa o persona poteva, in realtà, essere Kymarion.

La dimora turrita dei Saggi venne trasformata in un palazzo oscuro, inespugnabile, circondato da un bosco stregato abitato da sinistre presenze, spiriti maligni, fantasmi spaventosi… Una vera cortina di alberi neri dai rami intricatissimi e dalle grosse radici da cui la nebbia non scompariva mai.

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I poveretti che per caso vi si avventuravano, ignari, credendo di vedere un loro caro, un parente, un amico, oppure il loro bestiame o ancora pentole colme d’oro e gioielli, vi si addentravano senza farne mai più ritorno.Uomini, donne, persino bambini: Kymarion non faceva preferenze… tutti gli servivano per nutrirsi e aumentare il suo potere.

Qualcuno aveva tentato di ucciderlo, ma questo era un errore! Kymarion era invulnerabile grazie al suo potente talismano: la stella d’oro a otto punte da cui non si separava mai, qualsiasi forma prendesse! Fino a che…

Un giorno giunse alla locanda del villaggio un giovane soldato. Veniva da nord, da molto lontano, da una grande isola oltre il mare. Disse di chiamarsi Giorgio. Era molto bello, Giorgio, dai folti capelli biondi e gli occhi azzurri come il mare. Dopo dolorosi fatti di sangue che lo avevano coinvolto, aveva deciso di partire per ritrovare se stesso, per ritrovare la pace, per redimersi. Per questo motivo si era messo in viaggio affrontando un percorso lungo e assai pericoloso che, se Dio avesse voluto, lo avrebbe portato fino a Roma, se non addirittura fino a Gerusalemme: questo cammino era chiamato Via Francigena.

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Dopo aver oltrepassato con grande fatica l’alto valico Pennino si rifocillò fortunatamente nell’ospizio voluto dal saggio Bernardo, uomo santo e coraggioso che aveva sconfitto l’essere oscuro che infestava quei monti tempo addietro.

Giunto nella piana, dopo alcune ore di marcia, venne bloccato da una terribile tempesta di grandine, proprio nei pressi del villaggio vicino al bosco infestato. Ma Giorgio non lo sapeva.

Entrato nella locanda, subito ebbe tutti gli occhi addosso e l’oste lo redarguì, invitandolo a partire l’indomani stesso. Altri gli spiegarono per filo e per segno che quello era un luogo maledetto, gli dissero del bosco “mangia-uomini”, del palazzo nero e di Kymarion.

Giorgio non riuscì a chiudere occhio. Quei racconti lo avevano turbato, eppure c’era qualcosa che gli diceva di non partire, di restare lì, che avrebbe potuto fare qualcosa per quelle brave persone, anche se non sapeva come…

La mattina dopo la tempesta era cessata; un freddo pungente avvolgeva la valle e la nebbia bassa si infilava tra gli alberi e le case. Stava per uscire quando venne chiamato da qualcuno. Si guardò attorno e subito non vide nessuno. La sala sembrava vuota.. “Sei tu Giorgio, il cavaliere pellegrino?”. Giorgio notò allora una figura: un uomo, avvolto in un pesante pastrano grigio e con uno strano copricapo a cono, se ne stava seduto in un angolo e lo guardava.

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Giorgio, sulla difensiva, si avvicinò. L’uomo aveva una lunga barba rossiccia, capelli crespi dello stesso colore e penetranti occhi chiari, quasi color ghiaccio. “Ti aspettavo, cavaliere”, gli disse.

“Ma, ci conosciamo forse? Chi sei?”, chiese Giorgio. “Ora mi conoscerai, cavaliere. L’importante è che tu ti sieda e ascolti quanto ho da dirti!”, sentenziò l’uomo dal cappello a cono.

“Devi sapere che io, e i miei antenati prima di me, viviamo in questo luogo da sempre e per secoli lo abbiamo protetto. Purtroppo l’arrivo del malvagio Kymarion, uno stregone-guerriero, un abile ed imprevedibile mutaforma, un ingannatore senza scrupoli, ci ha colto di sorpresa! Nulla abbiamo potuto perché il suo potere deriva dalla grande cometa a otto punte che lui ha imprigionato in un talismano che tiene sempre al collo! Si è impossessato della nostra dimora e l’ha protetta circondandola con un bosco stregato i cui incantesimi annullano le volontà umane. Kymarion sa agire anche sull’inconscio, penetra nei pensieri, nei sogni, nei desideri… sa illudere, sa incantare e così attira a sé gli uomini… per sempre! Quella che era la torre della saggezza e della sapienza, è diventata la triste dimora del maligno… Ma tu puoi aiutarmi! Le profezie della fata Everda me lo avevano indicato. E io ti stavo aspettando!”.

Giorgio aveva ascoltato ogni parola con estrema attenzione. Era allibito, frastornato… Ma chi era costui? Un povero pazzo? Un visionario? Un mago? Lui non sapeva cosa pensare, eppure… eppure c’era qualcosa nello sguardo fermo e limpido di quell’uomo che lo aveva convinto a dargli ascolto! Tanto, pensò, non aveva nulla da perdere!

“Ma almeno mi dici il tuo nome?”, chiese Giorgio. L’uomo lo guardò e rispose “Non ancora, lo saprai al momento opportuno! Ora seguimi, come prima cosa dobbiamo consultare nuovamente la fata delle acque smeraldine”.

Giorgio, interrogativo e perplesso decise comunque di seguirlo e aiutarlo in questa assurda vicenda. Nel bardare il cavallo, il suo sguardo venne attratto da una bellissima fanciulla bionda che stava attingendo acqua al pozzo. La poveretta era intirizzita dal freddo, aveva le mani congelate e non riusciva a tirare sù il secchio. Ci stava impiegando troppo tempo e perciò venne sgridata dal suo padrone che la trattò malissimo lì, davanti a tutti. Giorgio non esitò e intervenne in sua difesa. La giovane, imbarazzata, lo ringraziò; i loro occhi si incrociarono e fu subito amore. La fanciulla dai grandi occhi nocciola aveva rapito il suo cuore e, di ritorno, l’avrebbe cercata per portarla via con sé.

“Allora ragazzo, ti ci vuole ancora molto?!”. L’uomo “senza nome” lo stava richiamando all’ordine con insistenza. Giorgio saltò in sella e i due partirono verso la grotta delle acque smeraldine per consultare la fata Everda. Entrati in un fitto bosco verde-oro, dove il freddo non c’era e la natura sembrava immune ai malefici di Kymarion, Giorgio notò con grande stupore che le acque del torrente erano di un turchese talmente brillante da sembrare finto e che le rocce tutt’intorno erano di colore viola! Ma che strano posto era mai quello? Tuttavia era pervaso da una piacevole sensazione di serenità.

Giunsero infine davanti ad un anfratto che si apriva nella roccia dal quale usciva l’acqua. L’uomo “senza nome” lo invitò a seguirlo e i due entrarono nella grotta camminando nel torrente. Il sentiero si faceva sempre più buio, rischiarato solo dal riverbero dell’acqua. Poi l’uomo “senza nome” si fermò in corrispondenza di uno slargo dove l’acqua formava una specie di piscina.

“Mostrati splendida e saggia Everda! Ti invochiamo. Abbiamo bisogno del tuo aiuto e dei tuoi consigli!”. L’uomo “senza nome”, sempre stretto nel suo pesante mantello grigio, evocò la fata che, in un abbagliante chiarore color smeraldo, sorse dalle acque e si offrì ai loro occhi.

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“Oh cavaliere pellegrino, Giorgio, giunto qui da terre remote, che tu sia il benvenuto. Ti stavamo aspettando. Solo insieme a te sarà possibile scacciare Kymarion, vero Fenisio?!, disse la fata guardando l’uomo dalla barba rossa.

“Fenisio, allora è questo il tuo nome?!”, esordì Giorgio. L’uomo lo guardò:”Sì, Giorgio. La mia stirpe deve tornare in possesso del palazzo e di queste terre, altrimenti la rovina dilagherà!”.

“Bene valoroso Giorgio. Ora segui attentamente le mie indicazioni, o per te, come per molti prima di te, sarà la fine! Sulle sponde del mio torrente smeraldino nasce un’erba: è molto speciale! I suoi fiori sono piccoli e viola; trovala, raccogline cinque steli e portali con te! Appena prima di entrare nel bosco incantato che circonda il castello di Kymarion, mangiala! E’ l’erba-bussola! Grazie a lei saprai vedere tra le nebbie, saprai trovare il giusto percorso e, soprattutto, saprai resistere alle allucinazioni e alle visioni che creerà lo stregone mutaforma!”.

Dette queste parole, la fata Everda si inabissò.

Giorgio e Fenisio non persero tempo. Raccolsero i cinque steli (“uno per ogni lato delle mura”, gli spiegò Fenisio) e si diressero verso il bosco stregato.

Già nei pressi la natura era assai diversa; il paesaggio era nudo, brullo, bruciato dal freddo e divorato dal ghiaccio. Una densa cortina di nebbia si parò improvvisamente davanti a loro. Per un attimo Giorgio ebbe paura e lo sfiorò l’idea di rinunciare. Ma Fenisio capì i suoi dubbi, si avvicinò e, abbracciandolo come un padre, lo incoraggiò.

“Giorgio, io da solo non posso entrare… ho bisogno di te! Non avere timore; io sono al tuo fianco. La fata Everda ci sostiene e ci proteggerà. Tu devi solo magiare l’erba-bussola. Stai saldo, mi raccomando, perché Kymarion proverà ad incantarti non appena metterai piede nel bosco!”.

L’erba-bussola aveva uno strano sapore, come di aceto… Giorgio però, anche se disgustato, la mangiò. Subito gli sembrò che lo strozzasse, ma poi… poi i suoi occhi si aprirono e, come un gatto, si accorse che poteva vedere distintamente nelle ombre e nella nebbia. Davanti a lui si illuminò un vero e proprio sentiero che si infilava nella boscaglia.

Fenisio si levò il cappello a cono dal quale uscì un fascio di luce. “E’ la luce della Sapienza, Giorgio. Ci aiuterà a vincere e riconoscere le illusioni maligne”.

E le illusioni non tardarono ad arrivare. Forzieri colmi di ricchezze. Armature brillanti. Cibo in straordinaria quantità. Persino la visione di Roma e di Gerusalemme. Nulla! Su Giorgio non avevano effetto! Fino a che Kymarion non gli si presentò nelle vesti della splendida fanciulla vista al pozzo. Sembrava lei… era lei! E gli chiedeva aiuto perché si era persa e aveva paura. Ma Fenisio gli gridò “Giorgio! Guarda i suoi occhi! I suoi occhi!!”

Giorgio si sforzò di scrutare quel volto e si rese conto che gli occhi erano rossi, ardenti come dei bracer! Non erano i dolci occhi nocciola che ricordava! Si scagliò quindi contro la finta ragazza urlando a pieni polmoni e agitando la spada!

Kymarion allora, vistosi scoperto, si trasformò in tutti i peggiori e più orripilanti mostri mai esistiti. Ma Fenisio parlava a Giorgio”Non mollare! Sono solo illusioni, Giorgio! E’ il buio della mente che genera questi mostri! Coraggio! Non sono veri!”.

Fenisio aveva ragione. Giorgio si ricordò anche di un altro importante consiglio: non bisognava assolutamente uccidere Kymarion colpendolo a morte con un’arma perché era invulnerabile. Per annientarlo occorreva impossessarsi del talismano, della stella a otto punte!

Kymarion infine si trasformò in un drago gigantesco, terribile: sputava fuoco e braci ardenti e con la lunga coda squamata sferrava colpi violentissimi.

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Giorgio gli si avvicinò e, con coraggio e intelligenza, a sangue freddo, riuscì con la punta della spada a spezzare la catena che reggeva il talismano e che il drago portava al collo. Kymarion, nel trasformarsi in questa terribile bestia, aveva dimenticato di coprire l’amuleto con qualche artificio e lo aveva lasciato bene in vista. Un errore che gli costò caro!

Non appena Giorgio gli ebbe sfilato la stella, il drago cominciò a contorcersi e a ripiegarsi su se stesso. La terribile creature assunse decine di forme diverse fino a tornare ad essere Kymarion. Lo stregone urlava e si dimenava furiosamente finché iniziò ad infuocarsi ed incenerirsi.

Dopo un ultimo lampo accompagnato da un assordante boato, di Kymarion non restò che un mucchietto di cenere.

Di colpo la nebbia si dissolse, la luce squarciò l’oscurità e il nero palazzo tornò ad essere un magnifico castello cinto su cinque lati da alte mura merlate. Il bosco incantato svanì lasciando il posto a prati baciati dal sole.

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Fenisio fece cenno a Giorgio di seguirlo. Superate due cortine di mura, accedettero in un cortile splendidamente decorato, cuore del castello. Lì Fenisio aprì finalmente il suo mantello: apparve una ricca decorazione multicolore a rombi che rivestiva tutte le pareti.

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“Grazie nobile Giorgio. Hai eliminato il drago stregone e ci hai restituito la nostra dimora. Il tuo ricordo rimarrà impresso nei secoli e il tuo atto di coraggio verrà raffigurato qui, nel nostro castello”.

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Uno straordinario affresco apparve proprio in cima allo scalone principale. Giorgio il cavaliere, il drago e la dolce fanciulla, che poi Giorgio portò davvero via con sé.

Dette queste parole, Fenisio si fece spirito e la sua immagine si impresse su una parete del piano nobile, insieme a quelle dei suoi antenati, dei Saggi e dei Sapienti protettori del palazzo.

E il magico talismano?

Una voce portata dal vento disse: ” Là dove la luce accede e il volto di Giorgio si vede, dove la fluida geometria verso settentrione invita, un astro di pietra a otto punte addita“.

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Provate anche voi, dunque, muovendovi sulle orme del prode Giorgio, ad entrare nel magico castello di Fénis e, una volta entrati, a ritrovarvi l’affresco di Giorgio che uccide il drago, l’enigmatico volto di Fenisio e, infine, il magico amuleto: un’antica cometa dall’immenso potere, una misteriosa stella a otto punte, impressa per sempre nella pietra, nel cuore della nobile dimora…cercatela!

 

Stella

Anche per questo racconto, un grande GRAZIE all’amico fotografo Enrico Romanzi per la suggestiva immagine di copertina.

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