Palmira, splendida “sposa del deserto”. Racconto di un viaggio che (ancora) non ho fatto

Questo che vi scrivo col cuore a mille è un post diverso dal solito. Non è un archeoracconto. E non è neppure un suggerimento di viaggio ispirato da qualcosa che ho fatto davvero. E’ uno sfogo, un urlo rappreso tra le sabbie di quel deserto oggi così martoriato. E’ un sogno, un desiderio: quello di visitare la Siria, magica ed antica terra dove l’uomo ha iniziato a lasciare le sue tracce sin dal periodo Paleolitico con la cultura detta “di Giabrud”.

Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila ho viaggiato moltissimo nel Mediterraneo. Mi sono riempita gli occhi con le sontuose e possenti rovine di Leptis Magna, di Dougga e di Sabratha. Ho potuto salire gli scalini del teatro cretese di Gortyna. Mi sono emozionata tra i colonnati di Gerasa e persa tra le enigmatiche tombe rupestri di Petra. E ancora la Turchia, con le sue scenografiche città terrazzate e i paesaggi struggenti di millenaria bellezza. Ma per varie ragioni non son mai riuscita a fare un viaggio in Siria, cosa che invece avrei sempre voluto.

Una terra strategica, porta d’accesso per il deserto d’Arabia ma anche per le importanti vie carovaniere che si spingevano verso Oriente con carovane cariche di spezie, tessuti preziosi, gioielli e profumi. Città carovaniere ammantate di fascino come Palmira, la splendida sposa del deserto, che diede i natali a cotanta regina: Zenobia la straordinariamente bella, colta e coraggiosa sovrana, moglie di Odenato, che osò sfidare la potenza di Roma.

Palmira, un nome che trasuda poesia, una sorta di lontana armonia d’Oriente riecheggiata dai venti e dalle fluide dune del deserto. Quella platea, cioé quella lunghissima via colonnata al cui centro si apre, come un respiro, la famosa piazza ovale con arco tetrapilo (distrutto!) e con quell’originale, inusuale, esotico arco di snodo a pianta triangolare! E quel gioiello che era (purtroppo dobbiamo usare l’imperfetto) il teatro, anch’esso distrutto!

Te la immagini, evanescente sogno di colonne e fregi arricciati, persa tra le atmosfere opalescenti dell’alba o accesa dalle luci infuocate del tramonto. Da sempre, sin dai tempi del liceo, un mio grande sogno.

Dicono sia un viaggio non semplice quello per Palmira; occorre dragare, nel senso letterale del termine, uno scomodo e sgradevole tratto di deserto ghiaioso e polveroso per raggiungere un bivio (che definirei drammatico): a sinistra Palmira, a destra Bagdad.

Un brivido, un timore che scorre sotto pelle anche standosene a casa… e si procede verso questa città fatata persa nella storia e minacciata dal più oscuro presente che a fatica si possa (sebbene non si voglia) immaginare. Palmira, simbolo di un Paese, di un popolo.

Dicono che all’alba il sole sembri levarsi più lentamente del solito su questi resti carichi di magia, quasi a volerli vedere più da vicino, a volerli accarezzare con la sua luce rosea e dorata, quasi a voler lui per primo, ogni giorno, assistere a questo spettacolo color ocra ritagliato contro un cielo che da lilla si fa blu e poi ancora più blu, come i lapislazuli che adornavano le dame palmirene.

Credo che aver visto Gerasa (oggi in Giordania) in parte mi aiuti. Mi aiuti a ritrovare quei colori, quei profumi, quelle sfumature… ma anche quelle persone: i venditori di acqua, di thè aromatizzato al cardamomo, di tappeti e di kefiah. Quei volti di donne dai profondi occhi scuri ammantate in colori sgargianti che fugacemente mostrano denti bianchissimi aprendosi in un sorriso di saluto e di benvenuto. Quei visetti sempre un pò arruffati di dolcissimi bimbi dagli immensi occhi neri, felici di farsi scattare una foto e ricevere una caramella o un chewing-gum o magari, perché no, qualche moneta… Vivo il ricordo di una bimba che all’epoca avrà avuto suppergiù 3 anni, dal profilo dolce, le lunghe ciglia nere, protetta da un cappellino rosa con la visiera che la faceva sembrare una bambola di porcellana brunita… Lei era felice e serena; giocava coi ninnoli che la madre proponeva ai turisti e ci fissava curiosa. Vorrei che anche oggi tutti i bimbi di Siria fossero come era lei quel pomeriggio: felici, sereni e curiosi, non travolti da un orrore indescrivibile troppo più grande di loro…

Petra-bimba

Dichiarata patrimonio dell’Umanità nel 1980, oggi vituperata e violentata come la sua stessa gente. Una terra dove oggi, ahimé, le stelle stesse si nascondono, la luna stessa si nasconde, per fuggire all’incubo. Ma è una terra fiera, resa nei secoli potente dalla sua geografia e dalla sua storia, culla dell’umanità neolitica europea, culla delle prime civiltà di villaggio e dell’idea stessa di città se pensiamo a siti come Ugarit e Tell Ramad, o come Hama sull’Oronte. Per non parlare di Ebla, città egemone dal punto di vista economico e culturale sin dall’Età del Bronzo. Città in perenne bilico tra difficili e fragili equilibri fra le diverse potenze mesopotamiche, ambita da potenze straniere, ma sempre rialzatasi e nuovamente arricchitasi.

La poderosa fortezza di Dura Europos, fondata da Seleuco I Nicatore sui resti di un preesistente insediamento semitico, “padre” della dinastia dei raffinati sovrani Seleucidi in posizione dominante sulla riva destra dell’Eufrate. E se pensate che proprio qui è stata identificata una delle primissime chiese cristiane (!!), datata alla metà del III secolo d.C. Una città piazzaforte, baluardo strategico contro i temibili e temuti Parti, ma che vide nel 165 d.C. la vittoria trionfante dell’imperatore Lucio Vero. Siamo su una linea di frontiera, di presidio delicatissimo; un presidio sempre presente ma mimetizzato tra le sabbie e tra le sinuosità di una raffinata sequenza di fortezze e punti di avvistamento basata sulla mobilità delle truppe, delle merci e dei mercanti. Strade quasi a volte impercettibili, ma stabili e conosciute. Percorsi camaleontici ma battuti. Non certo una “muraglia cinese”, ma un limes fluido ed elastico, ancor più di quello africano, fatto di veri e propri fasci di strade ritagliate tra le oasi e le ingannevoli dune.

I Seleucidi. Una potenza ellenistica che, dopo periodi di straordinaria ricchezza e dopo aver fondato decine di floride colonie tra cui citerei Antiochia sull’Oronte, Apamea e Laodicea, si sono dedicati a rendere prestigiosa, elegante e raffinata questa terra. Un’attività edilizia irrefrenabile, costosa e monumentale; commerci fiorenti. Templi grandiosi. Puro spettacolo. Finché giunsero all’inevitabile scontro con Roma che si risolse con la sconfitta subita da Antioco III da parte di Lucio e Publio Cornelio Scipione prima alle Termopili e poi a Magnesia sul Sipilo nel 189 a.C.La Siria divenne provincia imperiale romana.

E quella che i Seleucidi chiamarono Beroea e che noi oggi conosciamo come Aleppo, antica e fulgida “capitale del nord”, non lontana dal confine con la Turchia. Una delle città più antiche del mondo, abitata ininterrottamente dall’XI secolo a.C. e dichiarata Patrimonio dell’UNESCO dal 1986. Un territorio da sempre strategico, a metà strada tra il mare e l’Eufrate; un centro da sempre cosmopolita in quanto città carovaniera dove si incrociavano mercanti e milizie provenienti da ogni angolo del Mediterraneo così come dalle più remote terre d’Oriente. Una città gioiello, in filigrana di pietra grigia, oggi quasi del tutto rasa al suolo da una furia cieca e senza scrupoli.

 

Vorrei citare un passo delle memorie di viaggio redatte dallo storico dell’arte Cesare Brandi (1906-1988) e apparso per la prima volta nel volume “Città del deserto” del 1958:

“Su quella vegetazione contenuta ma violenta, il cielo si tendeva come gonfiato dal vento. La città assurda e straordinaria, che godé di una potenza quasi inconcepibile – arrivò sino all’Egitto – era riapparsa, porto asciutto di sabbia per le dondolanti navicelle dei cammelli, emporio di merci lontane. Tutto il panorama, nel suo perimetro antico, s’abbracciava con un’occhiata, il Tempio di Bel, e la Via colonnata, l’Agorà, il Teatro: tutto era chiaro come in un plastico, e invece stava sotto gli occhi nella sua realtà e per un’estensione che non si riusciva a definire, perché non c’era una misura reciproca fra i monti e le colonne.”

E quindi? Cos’è questo post? Un viaggio impossibile? No! Un viaggio che si auspica sia di nuovo fattibile e che questa terra magnifica torni a risplendere nel ricordo del suo glorioso passato e in omaggio a Khaled Asaad, eroico direttore del sito archeologico di Palmira che per non rivelare i luoghi in cui aveva nascosto i reperti più preziosi è stato barbaramente ammazzato. Per lui è stato chiesto il Nobel.

Un viaggio che tutti potremo fare quando finalmente le stelle torneranno a sorridere da dietro la cortina di polvere che le ha oscurate. Quando quei bimbi innocenti torneranno a guardare il mondo sereni e curiosi e, coi visetti puliti e sorridenti, potranno diventare adulti con la voglia di cambiare il mondo!

Stella

Annunci

Bonifacio d’Avise. Un signore valdostano sulle rotte del Sud

Una delle terre più suggestive della Valle d’Aosta, incastonata tra prati e vigneti, scoscese pareti di roccia e inaspettati improvvisi valloni (penso a Vertosan). Qui la valle viene rinserrata in una gola e la Dora si insinua in un solco lontano stretto in una vera morsa di pietra dalle pareti strapiombanti. E’ questo un passaggio forzato; non c’è alternativa a meno che non si voglia allungare di molto il viaggio e salire, salire.. per poi scendere, sì.. ma chissà dove! La montagna è mutevole: le sue forre, i burroni, i boschi fittissimi impediscono di ragionare “in linea d’aria”.

PierreTaillée

Già gli antichi Romani avevano deciso che questo stretto passaggio doveva essere domato e controllato e qui realizzarono, lottando strenuamente contro una natura ostile, uno dei tratti più affascinanti e aerei della #ViadelleGallie: la Pierre Taillée. Il baratro sotto i piedi e la mole sovrana del Monte Bianco all’orizzonte. Qui, dove paura e sublime si fondono, in epoca medievale sorse un piccolo regno. E’ la terra dei nobili Signori d’Avise.

Un luogo che ancora oggi conserva la sua naturale e selvaggia bellezza. Un luogo che sa difendersi grazie alla natura stessa. Un luogo strategico per controllare chi arrivava dall’alta Valgrisenche, dal Col du Mont (e quindi dalla Tarantasia), e voleva attraversare proprio in questo punto per salire verso Saint-Nicolas e da lì proseguire verso l’alta valle del Gran San Bernardo da dove continuare alla volta della Svizzera. Il tutto senza dover scendere fino ad Aosta.

foto_avise

E’ qui che sin dal XII secolo la potente famiglia d’Avise stabilisce il suo quartier generale. Una famiglia il cui stesso cognome racchiude e rivela la natura guerriera: una famiglia “di guardia”, appunto. Una delle casate più antiche del Ducato di Savoia, figura già in documenti dell’XI secolo col titolo di “miles“, cavaliere. Oltre a dominare questa significativa porzione di territorio tra il fondovalle centrale e la Valdigne, i d’Avise estendevano le loro proprietà su Arvier, su Gignod, su Quart, fino a Ayme-en-Tarentaise.

Immagine1

Il loro potere era rappresentato sul territorio da diversi castelli e caseforti. Ben due ad Avise cui si aggiungono Rochefort (dove oggi sorge il santuario che domina Leverogne e Arvier), Montmayeur (per il quale si rimanda ai nostri post), Planaval (la casaforte ancora oggi esistente seppure pesantemente rimaneggiata). Una sequenza di torri, di punti di avvistamento, distribuiti lungo gli assi di penetrazione di queste vallate irte di pericoli e difficoltà.

Questa la stirpe da cui nacque Bonifacio. Cavaliere e signore d’Avise, nella prima metà del ‘400 sposò Alexie Malluquin grazie alla quale entrò in possesso dei beni che questa famiglia possedeva a Courmayeur e in tutta l’Alta Valle, nonché a Gignod e ad Etroubles. Vi dico questo affinché vi sia chiaro in quali porzioni di territorio lui esercitasse la sua autorità.

XV secolo, tempo di lotte contro i Turchi. Il Mediterraneo era in subbuglio e il Vaticano nutriva fondate preoccupazioni. Fu così che Papa Sisto IV decise di inviare una missiva “urbi et orbi” per chiamare a raccolta i nobili, i cavalieri, i soldati che volessero partire contro l’impero ottomano. Era circa il 1480; il prode Bonifacio d’Avise parte alla testa di ben 800 uomini d’arme reclutati nella sola Valle d’Aosta.

E’ grazie alla poderosa “Storia dei Papi” di Ludovico Von Pastor che possiamo ricostruire almeno le tappe fondamentali di questa missione sulle rotte del Sud. Bonifacio coi suoi si imbarcò a Genova dove proprio dal 1480 il cardinale legato Savelli stava predisponendo una flotta di 34 navi da guerra destinate alle “forze cristiane” dell’Italia nord-occidentale.

30 giugno 1481: l’armata fa il suo ingresso a Roma.

4 luglio 1481: unitasi alle altre navi pontificie fa vela per Napoli dove si unisce alla flotta di re Ferrante I, al secolo Ferdinando d’Aragona. L’intero contingente si diresse, quindi, alla volta di Otranto, tragicamente capitolata proprio nel 1480 sotto l’assedio, lungo e logorante, dei Turchi capitanati dal sultano Maometto II. Durante l’atroce battaglia di Otranto furono uccise e trucidate oltre 800 persone e venne raso al suolo il Monastero di San Nicola di Casole (a pochi km a sud di Otranto), dove era stata costituita la più vasta biblioteca d’Occidente allora conosciuta, oltre ad avere istituito la prima forma di “college” nella storia, che ospitava ragazzi provenienti da tutta Europa che si recavano a Otranto per studiare.

battaglia_Otranto_angelopetrarchi

Ma la città, nonostante l’eccidio, era animata da una viscerale voglia di riscatto. In questo clima giunsero le flotte pontificie; tra queste anche quella su cui viaggiava il fiero signore d’Avise, Bonifacio, giunto sin qui dalla remota terra delle alte montagne.

Dall’11 agosto al 10 settembre 1481 si invertono i ruoli: stavolta sono le truppe cristiane a cingere Otranto d’assedio per poi riuscire a riconquistarla. I progetti del papa avevano previsto un prolungamento della crociata sull’altra sponda dell’Adriatico, a Valona, ma l’autunno ormai alle porte, le spese esorbitanti ed una terribile epidemia di peste scoppiata sulle navi, costrinsero la flotta a rientrare anzitempo. Ai primi di ottobre si era già a Civitavecchia.

Cosa vide Bonifacio in questi mesi? Chi conobbe? E cosa di questo viaggio, in termini di conoscenza oltre che di sofferenza e timore, si portò a casa, in Valle d’Aosta? Di certo questo itinerario tra Genova, Roma, Napoli e la Puglia avrà avuto inevitabili ed importanti implicazioni, non solo sotto l’aspetto socio-culturale, ma anche artistico. Orizzonti figurativi decisamente diversi dal panorama valdostano cui era abituato.

Gignod_3quintocorso

Ma perché queste riflessioni? Perché la chiesa parrocchiale di Sant’Ilario, a Gignod, racchiude affreschi davvero particolari, attribuiti ad un anonimo “Maestro di Gignod” che non sembra essere locale… anzi… si fa portatore di un linguaggio figurativo e di una luce che potremmo definire “baciati dal mare”. Ma quale mare? Un mare grande, dal respiro europeo: nel tocco e nelle scelte del Maestro di Gignod possiamo trovare echi fiamminghi (non dimentichiamo le frequentazioni artistiche fiamminghe alla corte di Napoli), voci provenzali, carezze partenopee. Quella luce soprattutto; così intensa.. si insinua tra le masse, sottolinea le pieghe dei panneggi, modella le forme e accende di iridescenze la preziosa stoffa rosata degli abiti della Maddalena e di San Sebastiano. Non è una luce alpina, né nordica. E’ la luce del sud.

Chissà se durante questo suo lungo viaggio, Bonifacio conobbe qualcuno che decise, non sappiamo perché, di seguirlo fin quassù. Un artista che poi diede prova di sé in quella chiesa parrocchiale che ancora oggi porta la firma d’Avise, dato che fu sempre Bonifacio a pagare il nuovo campanile e il restauro di tutto l’edificio, condotti magistralmente dal capomastro Yolli de Vuetto di Gressoney.

Gignod_pietà

Quella magnifica e struggente “Pietà” in fondo alla navata di destra, unita al ciclo dei Profeti nei sottarchi, risale quindi a prima o a dopo il 1481? Difficile ad oggi poterlo dire. Ma il giro d’anni è quello. Anni in cui il signore di quei luoghi, Bonifacio d’Avise, rientra da una lunga e pericolosa missione e mette mano, forse con ardore ancora più grande, ai lavori di abbellimento della chiesa, con tutta la portata simbolica e ostentativa che quell’iniziativa portava con sè.

Chi era il “Maestro di Gignod”? Un indizio in più ci viene dal tipo di croci che lui dipinge: croci a “tau”, francescane. Non così frequenti nelle nostre vallate per l’epoca.E non a caso San Francesco compare anche tra i Santi ai piedi della croce, vicino a San Sebastiano. Dalla’altra parte la Maddalena ed un’altra santa oggi perduta (forse Sant’Agata).

La scena ha luogo su un prato verde chiaro, animato in primo piano da fiorellini e pianticelle, il cui accennato pendio sale in lontananza, verso un castello turrito, forse a voler contestualizzare la scena in un paesaggio valdostano. Incorniciata in una composizione geometricamente perfetta, dal rigoroso impianto piramidale, la tragicità del momento è ben rappresentata dal volto disperato di Maria, dalla quale emana un pervasivo senso di dolore non scevro, però, di una potente maestà.

Va subito notato come la figura di San Francesco rivesta un’importanza notevole. Il santo infatti viene collocato immediatamente a destra della croce di Cristo e, come lui, reca le stigmate; regge inoltre nella mano destra una croce lignea analoga a quella di Gesù. Una stretta serie di corrispondenze che evidenziano Francesco come alter Christus. Possiamo supporre che un qualche esponente dell’ordine francescano abbia avuto un ruolo significativo nella realizzazione del ciclo di Gignod? Sappiamo che il committente Bonifacio d’Avise aveva solidi contatti con l’Ordine di Aosta, tanto che proprio lui diede loro in concessione una sua proprietà a Vertosan dove fece costruire anche una cappella.

San Francesco di Aosta, una splendida chiesa perduta, annullata dal tempo e, ahimé, dall’uomo. Ma non dimenticata! Una chiesa il cui spirito potente ancora pemane tra piazza Chanoux e piazza San Francesco. Lì, a pochi passi dalla Cattedrale di Aosta, un tempo sorgeva uno dei complesso conventuali francescani più grandi e prestigiosi dell’Occidente alpino. Chissà se questo misterioso “maestro di Gignod” potrà mai aiutarci a saperne qualcosa in più…

Frà Giocondo, frà Bartolomeo della Porta, il Beato Angelico… tutti attivi tra la fine del XIV e il XV secolo. Ma non sono certo i soli. Numerosi nella storia dell’arte i pittori divenuti monaci o monaci pittori. 

gignod_1

Quante storie ancora da svelare si celano dietro all’ombra potente di Bonifacio d’Avise e nelle navate della chiesa di Gignod. Una chiesa che già nel santo cui è dedicata racchiude una sorta di “vocazione guerriera” a difesa della fede. Già, Sant’Ilario di Poitiers, vissuto nel IV secolo d.C., fu un pagano poi convertitosi che divenne un infaticabile oppositore della dottrina ariana che per ben due secoli, tra IV e VII secolo d.C., imperversò e dilagò tra Oriente e Occidente.

E proprio tra Occidente ed Oriente si mosse il prode Bonifacio d’Avise. Dai monti della valle d’Aosta fino alle sponde insanguinate di Otranto e ritorno. La battaglia della fede che lo condusse sulle rotte del Sud. Le stesse rotte dell’enigmatico “Maestro di Gignod”.

 

Stella

 

Dell’arte (e) del potere. Storia di un nobile priore. Giorgio di Challant. Cap. 2

 

Il nobile Giorgio iniziò a vergare il foglio; si fermava spesso. Chiuse gli occhi cerulei ormai stanchi per l’età ma ancora vividi, accesi di quella luce tutta particolare che da sempre aveva contraddistinto il suo sguardo. Occhi grandi, di un azzurro chiarissimo ma non acqueo; un azzurro che ricordava la vastità del cielo, di quegli orizzonti che lui non si stancò mai di sondare, cercare, indagare. Ecco, sì, il suo era uno sguardo indagatore. Molto spesso gli avevano detto che i suoi occhi emanavano regalità, incutevano rispetto se non talvolta persino una sorta di timore. Il suo portamento era regale. Il suo incedere lento e diritto lo faceva apparire persino più alto ed accentuava la sua innata eleganza.

Quasi un sovrano. Gli veniva da sorridere… non avrebbe ambìto a tanto ( o forse sì?), ma sicuramente nel suo campo era un solido punto di riferimento. Regalità. Una qualità forse derivatagli, oltre che dall’educazione impartitagli, anche da quel suo carattere, da quella sua naturale indole “leonina”. Non era forse solo una casualità se la prima luce che quegli occhi videro fu quella del 1 agosto 1439, sotto la costellazione del Leone, segno del Sole e della nobiltà.

Sguardo fiero e severo, seppur non privo di indulgenza e magnanimità. Mascella forte e volitiva, indice di carattere tenace e attitudine al comando. Capelli castano scuro che ancor più esaltavano il suo incarnato diafano. I suoi ritratti di profilo ben si allineavano alla ritrattistica aristocratica all’epoca in voga, derivata dallo studio di quella imperiale romana i cui nobili profili attraversarono le più ampie latitudini geografiche veicolati sulle monete e ben si impressero nelle consuetudini e nell’immaginario comune.

Si sentiva già nell’aria il profumo della primavera. Correva l’anno 1460 e lui era da poco giunto ad Aosta, entrando, ad appena 20 anni, nel Capitolo della Cattedrale. Vi era un’atmosfera di grande fermento perché il nuovo chiostro, dopo quasi un ventennio di lavori, stava per essere consegnato dalle maestranze ed inaugurato dal nobile vescovo Antoine de Prez.

Fu l’anziano canonico François Rosset che gli raccontò le vicissitudini della fabbrica del chiostro. Lui, infatti, era presente al momento della stipula del venerabile patto tra il Capitolo della Cattedrale e il magister Petro Bergerii de Chamberiaco. Era l’8 giugno del 1442.

In quel giorno ormai lontano, otto canonici della Cattedrale stipularono il contratto per la ricostruzione del chiostro capitolare con questo importante architetto savoiardo, sebbene l’inizio vero e proprio dei lavori prese avvio nel marzo 1443, quando era vescovo Johannes de Pringino.

Il rapporto di lavoro con il Berger non andò a buon fine, pare per lungaggini e spese eccessive, tanto che l’architetto transalpino sparì presto dalla circolazione. Si procedeva a rilento e, nel frattempo, cambiarono pure le maestranze. Ancora nel 1456 si sottolineava lo stato di degrado del vecchio chiostro romanico così come di altri edifici del complesso capitolare. Venne così ufficialmente istituita la Fabbriceria della Cattedrale. Capo cantiere divenne il “lathomusMarcellus Gerardi di Saint Marcel.

Giorgio aveva conosciuto personalmente questo Marcellus e ne aveva pubblicamente riconosciuto e apprezzato le indubbie doti artistiche. La sua finezza nel plasmare i blocchi di alabastro cristallino che avrebbero costituito i capitelli del chiostro era notevole.

Il nobile Giorgio si soffermò un istante. Mentre il venticello del tramonto accarezzava l’edera del giardino accesa di porpora e arancio, guardando le colline pensò ancora al suo glorioso passato.

Effettivamente c’erano tre siti che meglio di altri potevano riassumere le maggiori fasi della sua vita, e tutti e tre si trovavano nella sua petrosa ma tanto amata Valle d’Aosta, terra natia dei suoi avi, la nobile e potente casata dei siri di Challant. Innanzitutto la Cattedrale di Aosta: la sua gioventù, il periodo dei grandi sogni, delle forti ambizioni. Quindi il Priorato di Sant’Orso: il trionfo della sua maturità, il luogo che forse più di altri rappresenta la sua doppia identità transalpina e la sua raffinata apertura culturale. Infine il castello di Issogne: icona della sua filosofia di vita, delle sue gesta, delle sue speranze nel futuro, dei suoi auspici… Una dimora sontuosa che doveva fungere da costante insegnamento e monito servendo, allo stesso tempo, da riflessione tanto sulla vita quanto sulla morte. Una senilità che altro non è se non la fulgida ed autorevole sintesi di una vita straordinaria.

“Ebbene”, pensò, “chi vorrà trovare il mio nome scolpito su uno di questi capitelli dovrà accedere al chiostro dal lato sud, direttamente dalla porta di collegamento con la navata nord della Cattedrale. A sinistra dell’ingresso, dopo il capitello recante il nome del canonico Ludovicus de Sancto Petro, ecco il “mio”: Dominus Georgius de Challant canonicus.

20 anni. Appena 20 anni e il mio nome, il nome della mia casata, veniva scolpito in quella pietra brillante, per sempre. La mia carriera era agli inizi, ma sapevo che mi aspettavano grandi successi. Sapevo che avrei fatto grandi cose nella mia vita; me ne ritenevo capace.

E non finisce qui. Entrate in Cattedrale e raggiungete il presbiterio dedicato a Santa Maria Assunta. Lì resterete abbagliati dall’eccezionale eleganza dei magnifici stalli gotici, vero capolavoro di ebanistica, opera di due scultori capaci di modellare il legno con tale fervore da conferirgli un cuore eternamente pulsante, un respiro, un’anima. 61 stalli realizzati dalle sapienti mani di Jean Vionin di Samoens e di Jean de Chetroz. Questo splendore venne portato a termine nel 1469.

La fila sinistra degli stalli gotici
La fila sinistra degli stalli gotici

Naturalmente io non potevo mancare, essendo anche tra i committenti. Salite verso la testa della fila di sinistra e procedendo verso la navata, immediatamente dopo la raffigurazione di San Pietro, troverete quello da me donato riconoscibile innanzitutto grazie allo stemma della mia casata: “d’argento al capo di rosso con filetto nero in banda” sorretto da un angelo. Un angelo assai particolare che ritroverete anche altrove se saprete aguzzare la vista. Lo schienale vede la rappresentazione di re David. Un sovrano, dunque. Un indizio di aristocrazia che già poteva far intuire l’estrazione sociale di chi quello stallo aveva donato. Un re votato alla fede e amante, cultore, delle arti. Sì, in qualche modo, in quel devoto re David, era come se ritrovassi un pò di me.

      

Che anni furono quelli… La seconda metà del Quattrocento vide il trionfo delle più importanti committenze artistiche che mutarono il volto della cattedrale anselmiana. L’antica chiesa dedicata a San Giovanni Battista, la cui grande abside aggettava verso ovest, venne definitivamente demolita e il bel mosaico romanico con animali fantastici spostato nella zona presbiteriale a monte di quello, immenso, dedicato allo scorrere sempiterno dei mesi. Il corpo della navata di Santa Maria veniva allungato verso ovest di due campate e completamente voltato con una nuova copertura a crociera costolonata che andò a ricoprire quella lignea precedente nonché resti di affreschi molto antichi che, ormai, non rispondevano più al gusto della Chiesa.

Fu così che, ad occidente, si diede avvio al ripensamento di una nuova facciata che, però, io non vidi mai terminata.

Sempre nel coro il noto ed apprezzato scultore Stefano Mossettaz aveva creato un magnifico soffitto decorato adatto ad inquadrare in maniera decisamente scenografica la tomba di Francesco di Challant. Al grande orafo fiammingo Jean de Malines, inoltre, venne affidato l’incarico di portare a termine la monumentale cassa per le reliquie di San Grato, oltre a bastoni processionali, cibori, calici per la sagrestia…

Per non parlare delle vetrate del deambulatorio dove ai piedi della Vergine e di San Giovanni, i due dedicatari della Cattedrale, figurava nuovamente il mio stemma: sotto i piedi dell’Assunta sorretto da una coppia di angeli; sotto il Battista dal grifone e dal leone”.

05b - Vetrate

Ecco, il signore poteva davvero affermare che la grande e vivace Fabbrica quattrocentesca della grande Cattedrale aostana ben sintetizzava la sua gioventù, fatta di studio, di preghiera, certo, ma anche di entusiasmi, di stimoli culturali, di voglia di scoprire, di sfide.

Tornò quindi a sedersi. Si strinse ancor più nel mantello. Ormai le ombre della sera si erano allungate e le prime stelle della notte facevano capolino in lontananza. Era ora di rientrare. Avrebbe proseguito domani, auspicando che, durante la notte, il Signore lo aiutasse nel nitore dei ricordi e gli desse la forza e la salute per redigerli.

Stella

 

 

Archeo-UTMB. Archeologia, storia e leggende del versante nord del Monte Bianco

Lunedì 28 agosto 2017 prenderà il “VIA” l’UTMB. Di certo non mi sogno neppure di mettermi a correre in montagna (non fa per me!!), ma a modo mio voglio contribuire. Un mini-tour storico-archeologico per dare un’occhiata oltre confine, oltre la mole di Sua Maestà il Monte Bianco. Iniziamo dal territorio francese… Un’insolita Chamonix e dintorni!

utmb-2011-coureur_720

Il nostro viaggio sulle orme di un lontano passato parte dal ponte Saint Martin di Sallanches – luogo rappresentato in tutte le sue possibili prospettive dalle stampe ottocentesche –, risale il corso del fiume Arve, lungo la riva destra, per raggiungere, dopo Passy, l’ampia pianura che un tempo, prima dei Romani, si narra, fosse occupata dalla mitica città di Dionisia (o Diouza).
Insediamento travolto in un tempo lontano dal cedimento degli argini del lago di Servoz e successivamente colmato da una frana nella località di Chedde, frana che ha dato origine alla stupenda cascata chiamata “Cascade du Coeur”, perché le sue acque precipitano disegnando un cuore.

INDIZI ARCHEOLOGICI, STAMPE, RACCONTI E UNA NATURA ABBAGLIANTE
Da Chedde saliamo faticosamente a Chatelard, chiusa naturale di quell’antico lago glaciale che occupava la piana di Servoz. Prima sorpresa: ci imbattiamo in antiche fortificazioni innalzate dai Nantuati, popolazione locale, contro i Ceutroni, risalenti ad un periodo pre-romano.

UTMB_popoliantichi
Servoz era e resta un sogno ad occhi aperti: alla nostra destra, improvvisamente, il Monte Bianco si innalza in tutta la sua bellezza sullo sfondo dei resti del castello di Saint Michel, mentre alla nostra sinistra si scorgono le Gorges du Diosaz, gli orridi più imponenti d’Europa. Il viandante che faticosamente era giunto fin quassù – stupende le descrizioni di viaggio di Alexandre Dumas e di Horace-Benedicte De Saussure – iniziava ora il tratto più pericoloso, che le carrozze non potevano affrontare: la Montà Pellissier. Di qui, attraverso una lunga salita nell’incanto di un bosco medievale, si attraversa Vaudagne raggiungendo la Testa Nera. Spira ancora qui intatto il fascino della leggenda che voleva che da una spaccatura della roccia il Diavolo allettasse e rapisse le vergini facendo loro apparire una stanza piena d’oro. Fascino di una leggenda che non è per nulla turbato dalla presenza in loco di un’epigrafe romana del I secolo d.C. identificante i confini tra le varie giurisdizioni.
La discesa a Les Houches, sempre immersa nel verde del bosco e illuminata dai riverberi del ghiacciaio, resta fuori dal tempo. Les Houches, nome derivante dal termine ‘olca’ con cui i Celti designavano il tratto di terreno coltivato intorno alla casa, è certamente il più antico degli insediamenti della valle, e testimonia la situazione di acquitrini e di residuati morenici che un tempo occupavano la piana di Chamonix.
Questo percorso divenne carrozzabile nel 1818, ma solo con la cessione alla Francia della Haute Savoie e per intervento personale di Napoleone III, assunse la dignità di vera strada (1867).
Per la cronaca i tempi di un viaggio in carrozza da Ginevra a Chamonix nel 1850 erano di ben 11 ore per una distanza di soli 90 km.
Abbiamo così raggiunto Chamonix, la cui origine probabile è del 1119 se consideriamo che a tale data risalgono le fondamenta della chiesa, un tempo abbazia benedettina. Ma solo al 1236 possiamo far risalire con certezza la denominazione attuale come risulta da un documento di cessione del territorio dal Conte di Faucigny all’Abbazia benedettina di Saint Michel de Cluses.
Quale sia il significato del nome Chamonix è abbastanza discusso, per quanto appaia la più credibile quello di ‘campo cintato’ o di ‘campo del mulino’.
Il territorio aveva nel Medioevo una proprio autonomia amministrativa e giuridica anche se i pieni poteri spettavano all’Abbazia di Sallanches.  Al 1770 risale la costruzione del primo albergo, quello di Madame Souterraud, ma già nel 1850 gli alberghi erano diventati nove e i frequentatori di Chamonix ammontavano a ben 5.000.

L’epoca romana fa la sua comparsa anche nel territorio di Saint-Gervais-les-Bains con una particolarissima iscrizione di età vespasianea (74 d.C.) rinvenuta poco a valle del Col de La Forclaz. Questo il testo: EX AUCTORITAT(E)IMP(ERATORIS) CAES(ARIS) VESPASIAN(I)AUG(USTI) PONTIFICIS MAX(IMI)TRIB(UNICIA) POTEST(ATE) V, CO(N)S(ULIS) VDESIG(NATI) VI P(ATRIS) P(ATRIAE)CN(AEUS) PINARIUS CORNEL(IUS)CLEMENS LEG(ATUS) EIUS PRO PR(AETORE)EXERCITUS GERMANICI SUPERIORIS INTER VIENNENSES ET CEUTRONAS TERMINAVIT.

UTMB_Borne romaine

Un’epigrafe utile a sottolineare i confini tra il territorio dei Ceutroni e dei Viennensi Allobrogi, ossia gli abitanti dell’attuale zona di Vienne, poco distante da Lione. Due territori appartenenti in effetti a due distinte province: gli Allobrogi già in Gallia Narbonense e i Ceutroni nelle Alpes Graiae.

Il versante nord del Bianco. Oltre lo sci, oltre l’alpinismo, oltre lo shopping… c’è ancora tutto un mondo da scoprire…

 

Stella

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

Buon Compleanno ROMA. Aeterna Urbs, aeternus AMOR…

21 aprile 2017. 2770…ANNI! Certo, oggi è il compleanno di una nobile signora, anzi, di una dea, meglio… di un MITO! Oggi è il dies natalis di Roma, aeterna urbs!

Un’alba? Forse… Ce lo possiamo immaginare quel rosato chiarore mattutino, quel cielo appena dorato all’orizzonte…la brina, un probabile velo di umidità nell’aria e sui colli. Romolo aggioga la coppia di buoi,  o meglio: un bue ed una vacca, rigorosamente bianchi, con le corna decorate da fiori e nastri. Sì, quello il punto più elevato, da qui la vista spazia e abbraccia la valle e il Tevere luminoso: è questo il punto indicato dagli dei, annunciato dai segni celesti. Qui sorgerà Roma.

Le bestie si mettono lentamente in marcia; Romolo spinge il sacro aratro il cui vomere affonda nella turgida e nera terra: auspicio di futura prosperità ed eterna ricchezza. I sacerdoti osservano in un mistico silenzio: alcuni continuano a scrutare il cielo, alla ricerca (forse) di altri segni, studiando il ciclico e sempiterno movimento antiorario degli astri di cui il perimetro della futura città dovrà essere sacro riflesso. Altri, invece, osservano con attenzione il tracciamento del solco primigenio, il debordare delle zolle che poi regolarmente vengono rivoltate ed il compiersi di gesti antichi dettati dai sacri libri dell’oscura disciplina.

Romolo è attento, concentrato, assorto. Pensa ad un nome…Roma.

21 di aprile 2016. La leggenda ritorna. Il mito riemerge potente dalle nebbie di un passato lontano. E il cielo ritorna protagonista, coi suoi moti sempre uguali ma comunque imperscrutabili.

Da sempre prima i re della Roma regia, poi, molto dopo, gli imperatori, instaurarono un rapporto privilegiato con gli astri e le sfere celesti: per trarne insegnamento, presagio, previsione, auspicio.

Il 21 di aprile è una data unica. Il 21 di aprile Roma celebra i suoi antichi fondatori e, con loro, i suoi gloriosi dei. In questo sacro giorno il Sole riveste un ruolo da protagonista ed è per tale motivo che ci recheremo al Pantheon.

Già, il Pantheon: indiscusso capolavoro della più alta e raffinata ingegneria romana. Un tempio nato da una sfera ed in questa perfettamente inscrivibile. Un tempio dalla copertura a cupola così ampia e sorprendente da voler richiamare la stessa volta celeste. Un tempio, però, dall’orientamento apparentemente inspiegabile in quanto rivolge il suo ingresso a nord. Perché?

Il primo Pantheon fu voluto da Augusto, imperatore che molto bene sapeva leggere ed utilizzare il potere delle stelle e che altrettanto strategicamente sapeva costruire le città con sagaci allineamenti “parlanti”. E proprio a tale proposito pensiamo al non lontano Campo Marzio: un’area abbracciata da un’ansa del Tevere che, fino ad Augusto, non era mai stata davvero valorizzata. Qui il princeps volle realizzare un luogo monumentale denso di simbolismi, di richiami e di messaggi. Qui infatti venne realizzato il Mausoleo per Augusto; qui l’Ara Pacis; qui il Solarium Augusti ( o Horologium Augusti); qui, infine, venne innalzato l’obelisco importato dall’Egitto. Qui doveva essere il regno del Sole, il Sole di Augusto. L’immensa pavimentazione della piazza riportava la scansione del tempo: stagioni, mesi, ore, zodiaco. L’obelisco fungeva da gnomone, ma solo in un preciso giorno proiettava la sua lunga ombra in maniera emblematica: al tramonto del 23 settembre (giorno di nascita di Augusto) l’ombra ricadeva dal Mausoleo fino all’ingresso dell’Ara Pacis (posizionata diversamente rispetto ad oggi). Il messaggio era: Augusto è nato per portare la Pace (personificata come una vera e propria divinità!).

Il Mausoleo è orientato nord-sud con la porta d’ingresso a meridione. Immaginando di tirare una linea retta annullando tutte le costruzioni che nei secoli hanno riempito tale distanza, arriveremmo fino all’ingresso del Pantheon. Si tratta di un’intuizione e del frutto della ricerca condotta dai Proff. Giulio Magli, docente di Archeoastronomia al Politecnico di Milano, e  Robert Hannah, docente di letteratura classica presso l’Università di Otago (Nuova Zelanda).

Un legame tra Augusto, divi filius, e la sacra dimora di tutti gli dei. Quegli stessi dei che favorirono e patrocinarono la nascita di Roma e che annovereranno anche l’imperatore dopo la sua morte.

21 di aprile. Mezzogiorno. Il Sole passa alto sopra la grande cupola e intercetta, in un momento preciso, in un istante di eternità, il vuoto sommitale. I raggi entrano nell’aula sacra, la invadono e poi si spostano fino ad incontrare il portale d’accesso. Le cornici di marmo si accendono e l’intero edificio quasi rifulge per una luce interiore che richiama i passanti invitandoli a fermarsi, ad osservare, ad entrare. E’ il Natale di Roma e tutti gli dei ne festeggiano la nascita.

Auguri Roma!

Stella

STRADA ROMANA DELLE GALLIE. LEGIONI… “INTO THE WILD”

Cime rocciose, burroni, strapiombi, torrenti impetuosi e ampie zone paludose: questa era la Valle d’Aosta, quello spicchio di Transpadana che le valide armate legionarie si trovarono a dover obbligatoriamente domare, organizzare e gestire per poterlo finalmente attraversare.

“Il legato Aulo Terenzio Varrone Murena non amava particolarmente quelle terre. La neve, che in alcuni momenti dell’anno pareva soffice albume d’uovo montato; le immense distese verdi come smeraldo che si perdevano all’orizzonte; il silenzio […]”. (da “La legione occulta dell’impero romano” di R. Genovesi).

Sì, il silenzio: un silenzio strano, che quasi tappava le orecchie, rotto solo a tratti dal sibilo di quel vento gelido e feroce che rovesciava giù da nord, da quella valle che si diceva “Valle Fredda”. Le province alpine: ecco cos’erano. Il regno delle rocce, dei ghiacci e delle aquile. Terre strategiche, abitate da popoli sfuggenti che facevano delle montagne le loro roccaforti inespugnabili e che trasformavano quella Natura, per loro così famigliare, in una vera e propria arma.

Ma l’esercito, le legioni, dovevano passare. A tutti i costi. Le legioni avrebbero superato quegli infidi crepacci, quegli scuri burroni e quelle forre scoscese. Avrebbero superato le fitte foreste di pini e i cangianti boschi di betulle. E la paura. Le Alpi spaventavano la maggior parte dei soldati, soprattutto quelli provenienti dalle campagne laziali e dalle coste tirreniche, non avvezzi a simili luoghi e a simili temperature; in particolare la neve li terrorizzava, quella neve che, incontrollata, rovinava a valle con boati tremendi. Le compagini di stirpe gallica e pannonica, invece, erano più preparate al gelo e alla fatica delle lunghe marce.

Eporedia era stata fondata nel 100 a.C. ed era diventata una città-baluardo, un’utile “testa di ponte” per penetrare in quella valle di roccia solcata dall’imprevedibile Duria Maior. Quella valle abitata da tribù imprendibili, quasi degli spiriti capaci di vivere in perfetta simbiosi con le montagne, con le caverne, con il vento. Ecco, sì, quasi figli di quel vento e di quelle rocce, i Salassi dominavano i transiti verso le Gallie. Impossibile passare senza pagare un caro prezzo, o in soldi, o in sangue. I Salassi, nascosti in villaggi pressoché irraggiungibili, mimetizzati tra i pascoli e nelle morene. Lassù, come nidi d’aquila, tutto vedevano e tutto controllavano. Invisibili ed imprevedibili, in una notte potevano sbarrare un passaggio creando slavine, distruggendo ponti. Loro che tra quelle gole sapevano muoversi con agilità anche nel buio più nero. Capitava, infatti, a volte, dal fondovalle, di vedere degli sciami luminosi, fugaci, muoversi rapidamente, come fuochi fatui, lungo le pareti di roccia. Erano loro: i Salassi, i signori delle vette.

Ma l’imperatore voleva il passaggio. Un ordine inappellabile. I Salassi sarebbero scesi a patti? Si sarebbe trovato infine un compromesso? O sarebbero stati scontri e rappresaglie continue? Non importava; si sarebbe affrontata ogni situazione. Ormai non si poteva rimandare: doveva essere avviata la costruzione di una strada militare e commerciale che fosse sicura e funzionale. Quella sarebbe diventata la Via delle Gallie. Nonostante tutto.

Stella

“Vacanze romane” in Provenza. Vaison-la-Romaine, splendida civitas

Nell’ultimo post dedicato al versante svizzero dell’UTMB, avevo accennato al gemellaggio tra Martigny e Vaison-la-Romaine. Ebbene, oggi voglio portarvi proprio qui, in questo luminoso angolo di Provenza. Una città che adoro e dove spero di tornare presto.

Come in un perfetto quadro impressionista, incastonata in un paesaggio pennellato nei toni del giallo ocra, del lavanda, del verde e dell’azzurro, la bella Vaison si apre tra le colline e la pianura attraversata dal torrente Ouvèze.

Vigneti, uliveti, campi di lavanda e girasoli… colpi di luce talvolta accecanti in questa terra meravigliosa dove spesso si vorrebbe non solo trascorrere una vacanza, ma un’intera vita.

Le case rosate di Vaison emergono nella piana dominata dal Gigante di Provenza, quel Mont Ventoux cantato dal Petrarca (dopo aver ripreso fiato perché, a quanto dice, la salita lo sfiancò!): verso nord scruta le vette alpine; verso sud, strizza l’occhio alle onde mediterranee.

Vaison_Mont_ventoux_from_mirabel

Siamo nel dipartimento del Vaucluse, nella terra che in antico corrispondeva alla provincia romana della Gallia Narbonense. Vaison-la-Romaine, ossia Vasio Vocontiorum, civitas foederata di Roma, ci restituisce oggi l’area archeologica aperta al pubblico più vasta e meglio conservata di Francia: ben 15 ettari a cielo aperto armonicamente inseriti in un contesto urbano e paesaggistico dalla bellezza quasi commovente. Tutta la poesia della dolce Provenza con oltre 2000 anni di storia alle spalle!

Vasio (derivante probabilmente da una radice celtica col significato di “sorgente”): forse un oppidum della tribù celtica dei Galli Vocontii, in merito ai quali l’enciclopedista “tuttologo” Plinio il Vecchio cita un particolare vino dolce e leggermente effervescente davvero squisito! Ci racconta che i Vocontii conservavano il segreto di conferire a questo vino la giusta effervescenza, pare, lasciandolo per lungo tempo nell’acqua fredda dei torrenti…

I Voconzii fanno la loro comparsa nel IV secolo a.C. calando da nord; la regione a loro piace molto e decidono di stabilirvisi creando due “capitali”: Vasio, appunto, e Lug (attuale Luc-en-Diois). Roma conquista queste terre tra il 125 ed il 118 a.C. e, in breve tempo, le due cittadine diventano i centri più floridi dell’intera Narbonense, come del resto ci racconta lo storico Pompeo Trogo.

All’università avevo studiato questa città e, unita al fatto che la Provenza è una mia terra d’elezione, non vedevo l’ora di andarci! L’Ouvèze, in passato navigabile, divide la città in due parti: la città alta, nata nel Medioevo intorno al severo maniero dei conti di Toulouse, vero gioiello rimasto apparentemente fermo al XIII-XIV secolo! E la città bassa, sorta e sviluppatasi sui resti del centro romano che, tuttavia, dopo le campagne di scavo di inizio Novecento, per ben 15 ettari fanno bella mostra di sé tra le case, accanto alle chiese, nei giardini…

Vaison_vestiges

Il centro moderno è a dir poco delizioso. Domina una calda e rassicurante luce rosa-dorata che accende i colori degli innumerevoli vasi e balconi ridondanti di fiori. Piccoli vicoli ombreggiati conducono a piazzette “gioiello” spesso con fontana, sempre rivestite di fiori. Negozi carinissimi e ristorantini accattivanti occhieggiano tra piante di pomodori, aglio e cipolle; i profumi del timo, dell’origano e dell’immancabile lavanda vi accompagneranno ovunque!

Ma iniziamo a dedicarci all’aspetto più strettamente culturale.

Vaison3

La mia visita era partita con l’area della Villasse, corrispondente ad un ricco quartiere residenziale (con magnifiche domus) e commerciale (con botteghe e porticati). Le tabernae si aprono su un tratto del Kardo Maximus diretto alle vicine terme. Degne di interesse due dimore patrizie: la Domus del Busto d’Argento e la Domus del Delfino. La prima, costruita all’inizio del I sec. d.C., raggiungeva una superficie totale di ben 5000 mq ed è la più vasta ed imponente dimora romana di tutta Vaison al momento messa in luce. La seconda, così chiamata in seguito al ritrovamento di un piccolo delfino in marmo, venne abbellita ed ingrandita nel corso del II secolo d.C.; sul retro, lato sud, uno splendido giardino con piscina. Residenze di lusso, senza dubbio!

Vaison5

Altro sito imperdibile è quello chiamato del Puymin. In posizione leggermente sopraelevata, ospita altre dimore di pregio, un santuario e, udite udite, un fantastico edificio teatrale!

2000 i mq di superficie (solo parziale!!) ad oggi noti per la Domus dell’Apollo laureato, con un tablinum incredibile dal pavimento a marmi policromi affacciato sul peristilio. Per non parlare dell’immensa Domus della Pergola che raggiunge i 3000 mq (e anche questa non è stata scavata del tutto!). Il nome le deriva dal pergolato che caratterizza un amplissimo triclinium estivo affacciato sulla corte centrale. Una zona sud prettamente residenzial-suntuaria (dotata anche di balnea privati) ed una a nord dalle funzioni rustiche e di servizio (un pò come nella Villa della Consolata di Aosta).

E ancora, la visita prosegue con un vasto ed arioso santuario costituito da un periptero porticato aperto su un giardino con vasca centrale. Da qui si può accedere ad un quartiere artigianale.

Ma il “pezzo forte” del Puymin è lui, il teatro! Tutelato come “monumento storico” sin dal 1862, si tratta di un superbo esemplare di epoca claudia realizzato scavando il versante settentrionale della collina del Puymin, cosa che ha assicurato al teatro un’ubicazione al riparo dai venti e, allo stesso tempo, fresca ed ombreggiata. Ulteriormente oggetto di abbellimenti nel II e nel III d.C., si pensa venne distrutto dopo l’emanazione dell’editto di Onorio nel 407 d.C. quando tutte le statue di dei e imperatori che ne ornavano la scaenae frons furono abbattute e/o volutamente sepolte. Durante il Rinascimento del teatro si conoscevano soltanto due arcate, uniche testimoni della grandezza passata. Oggi la cavea con le sue 32 gradinate è stata radicalmente ricostruita, ma il teatro è vivo e vissuto, splendida sede di eventi, spettacoli e manifestazioni.

Teatro-monumentumFR
La cavea del teatro romano (da http://www.monumentum.fr)

Terra di Provenza. Una terra dove “romano” (in francese “romain”), va a braccetto con “romanico” (in francese “roman”). Due termini che nel gallico idioma sono separati e distinti solo da una semplice “i”. Due aggettivi che rievocano due epoche imprescindibili, due culture sfavillanti che forse qui più che altrove hanno saputo avvicinarsi e fondersi. Non di rado infatti accade che una cattedrale romanica altro non sia che il magnifico risultato, architettonico ma anche fortemente ideologico e simbolico, di sapienti e mirati reimpieghi dell’età di Roma.

E anche a Vaison vi consiglio di visitare la suggestiva cattedrale di Notre Dame de Nazareth col suo poetico chiostro; un luogo dello spirito dove fermarsi a guardare fuori ma soprattutto dentro di sé. Un luogo di silenzio e di pace dove la luce potente del Sud si infrange tra le arcate e le colonnine rimbalzando sulle bifore e saltellando sulle mostruose creature che ornano stipiti e portali.

Cattedrale-vauclusevisitesvirtuellesCOM
La facciata della Cattedrale di Notre Dame de Nazareth a Vaison (da http://www.vaucluse-visites-virtuelles.com)
Vaison cattedrale - chiostro2
Il chiostro di Notre Dame de Nazareth (S. Bertarione)

 

E ancora il Museo Archeologico “Theo Desplans”. Non grande ma assai curato, luminoso, coinvolgente e con reperti di notevole interesse che ben raccontano i fasti passati di una cittadina dall’economia fiorente e vivace, per quanto vi sia esposto meno della metà di quel che ci si aspetterebbe… Ci viene detto, infatti, che nei secoli le collezioni sono andate disperse e che reperti provenienti dagli scavi di Vaison sono finiti in tutti i musei di Francia e anche oltre oceano! A tale proposito un’associazione locale ha creato un sito che consente di sapere dove questi si trovano e dove andarli a ricercare.

Vaison_MuseeArcheo
Sala della statuaria

Vaison, Vasio Julia Vocontiorum. Una perla di Provenza che ben fa il paio con la forse più conosciuta Orange. Una terra dai forti contrasti dove il mare si perde nei monti e l’azzurro si confonde col verde, dove la dolcezza dei campi fioriti quasi improvvisamente lascia spazio alla rude severità delle rocce calcaree e dei manieri arroccati. Contrasti che, forse, stando a recenti studi storici, si possono persino ritrovare nella prosa del grande storico Tacito di cui si vociferano origini galliche. In effetti, a ben pensarci, la sua lucida analisi di un impero che pur nella sua struttura centralizzata doveva saper fare i conti con l’elemento “barbaro” forse è frutto di un gallo romanizzato piuttosto che di un autoctono romano purosangue… chi lo sa…

Vaison_panorama

Vi lascio quindi con questa poesia di Provenza e con questi colori negli occhi; ma soprattutto con la voglia di trascorrere delle “vacanze romane” molto particolari nella terra che venne a buon titolo definita sempre dal nostro amico Plinio Italia verius quam provincia”.

Stella

 

Come Lady Oscar verso l’Archeologia 3.0! #ArcheoSocial a #TourismA 2016

Il week-end del 20-21 febbraio è stato per me un super week-end! Sapete perché? Perché ho avuto la fortuna di partecipare non solo a #TourismA2016, ma anche nello specifico al convegno/workshop #ArcheoSocial.

2tourisma

#TourismA è un importante evento nel settore del turismo archeologico e dei beni culturali che quest’anno ha visto la sua seconda edizione al Palazzo dei Congressi di Firenze. Visitata e apprezzata da oltre 10.000 persone, TourismA è stata l’occasione per fare il punto sulla situazione del turismo archeologico in Italia e sulle diverse forme di comunicazione e promozione dei BBCC, con particolare riguardo ai beni archeologici.

Archeologi, storici, giornalisti di settore, tour operator, e un vero e proprio esercito di appassionati! E una miriade di famiglie coi bambini assolutamente incontenibili di fronte al richiamo del passato…che fa leva sulla loro fervida immaginazione, sulla fantasia, ma anche su quello che assorbono a scuola!

CbpFBSUW8AAWeoQ

Ma vi racconto di #ArcheoSocial. E’ stato davvero bello, sin dalle 9 del mattino, affacciarsi su quella sala (che di lì a poco si sarebbe riempita) e riconoscere i volti di Paola Romi, Domenica Pate e Astrid D’Eredità.. o meglio delle archeo-bloggers di “Professione Archeologo” e “ArcheoPop“. Mi vedono, mi guardano e… mi riconoscono! In fin dei conti il mio è un archeo-blog ancora in fasce; rispetto a loro ho una strada infinita da fare… sono felice di poterle conoscere di persona e soprattutto di seguire questo workshop per capire e imparare le tecniche e le strategie per comunicare l’archeologia sui social!

Prendo posto in seconda fila (in prima è troppo da “nerd”) e la sala inizia a riempirsi. Riconosco (e poi conoscerò) anche Antonia Falcone, della “premiata ditta” Professione Archeologo. E Marianna Marcucci, regista delle “Invasioni Digitali” con cui avevo allacciato i primi contatti l’anno scorso quando ho organizzato le ID di Aosta romana. Un vulcano di idee e di energia, una grande coach nel settore, senza dubbio!

ArcheoPop_1

Archeosocial_3

E poi ancora Marina Lo Blundo, di “Generazione di Archeologi“, Marta Coccoluto di “Nomadi digitali” e, solo di vista, il misterioso Djed Medu – blog di Egittologia, al secolo Mattia Mancini.

E con immenso piacere ho riabbracciato Simonetta Pirredda, dell’Associazione Nazionale Piccoli Museigià conoscenza di epoca patavina; per non parlare della felicità di aver rivisto Ivana Cerato di “Staiway to Event“, che mi ha riportato in men che non si dica ai tempi degli scavi di Nora (e parlo dei primi anni 2000!). E sicuramente ce ne sono molti altri, ma non voglio produrre un elenco noioso.. voglio che invece emerga la carica che mi ha dato questa iniziativa.

L’archeologia ha un pubblico sempre più folto e appassionato. Un pubblico ampio che necessita di declinazioni e sfumature. Innanzitutto NO all’archeologichese, NO ai tecnicismi usati per timore di apparire banali o poco preparati, NO ai dati recitati in stile “elenco del telefono”. Quanti di voi (di noi) a scuola si lamentavano che la Storia era noiosa perché era tutta “nomi e date”?! Ebbene, non dati, ma EMOZIONI! Il pubblico dell’Archeologia quelle vuole, quelle cerca! Vuole storie da vivere e da rivivere, vuole emozioni da sentire e da raccontare. 

La comunicazione non è quel che si dice, ma quello che arriva agli altri. Non si ricorderanno mai di tutto ciò che avete detto, ma di come li avrete fatti sentire!

Data_Hearts

E’ l’arte dello story telling, che però deve basarsi su solide conoscenze.

 

Sì, perché è finito ormai il tempo dell’archeologo da turris eburnea, il tempo ammuffito delle tanto temute “Belle Arti”… sì, quelli che studiano solo per loro stessi, che parlano difficile, che ti fanno capire non senza un malcelato snobismo, che l’archeologia non è per chiunque.. NO! Ed è anche finito il tempo delle “etichette”, delle rigide suddivisioni in categorie. Perché si può essere archeologi in tanti modi diversi! E ognuno col suo prezioso contributo. Tutto sta nel linguaggio, nello stile, nella creatività. Senza rinunciare all’affidabilità e alla comprovata veridicità dei contenuti.

Per citare le amiche di Professione Archeologo: “È diventato quasi un inside joke tra alcuni archeoblogger l’espressione “il tempio tetrastilo”. Alessandro D’Amore (archeo-blogger di “Le Parole in Archeologia“) l’ha usata in un suo post non molto tempo addietro analizzando il gap comunicativo tra archeologi e pubblico: chiunque ha studiato archeologia sa cos’è un tempio tetrastilo, ha ben chiaro il tipo di struttura, il contesto storico e culturale a cui ci riferiamo, ma gli altri?   Serve comunicare l’archeologia se parlo di templi tetrastili e esedre e plinti e vetrina e protograffita? “.

Già da diversi anni in Francia (sto pensando all’INRAP Institut Nationa Recherches Archéologiques Préventives) esiste la figura dell’ “archéologue chargé de la communication”: una figura professionalmente preparata, che segue e capisce i lavori dei colleghi, ma che è deputato alla comunicazione col pubblico. Teoricamente dovrebbe essercene uno su ogni cantiere… anche giorno per giorno, dovendo soddisfare le curiosità dei tanti passanti ( i famigerati pensionati…). Quando uno lavora e si concentra sulle US, non ha né tempo né voglia di dedicarsi a quelli che passano e che si fermano spesso con le domande più insulse, o no?!

Vogliamo renderci conto di quanto l’archeologia sia importante e presente nella nostra quotidianità? E di quanto – ahimé – troppo spesso venga ridotta a “perdita di tempo e denaro”, “gran rottura di scatole”, “disagio per il traffico” e cose simili? Tutto sta nel curare e gestire il rapporto con la cittadinanza, col grande pubblico. E oggi i social media ci danno una grande mano in questo.

289551731

Facebook, Twitter, Instagram, i blog… tutti strumenti che aiutano a coinvolgere, a tenere acceso l’interesse, ad incuriosire, a dialogare col pubblico sia esso composto da esimi studiosi quanto da semplici cittadini. Certo con precise accortezze per il linguaggio e naturalmente l’uso di foto ad hoc, capaci di suscitare reazioni, empatia. Dopotutto chi tra di noi non riconosce l’indubbio (e “zankeriano”) “potere delle immagini”?! Ma l’archeologia viaggia bene anche sui soli 140 caratteri di Twitter; non è impossibile! Basta sapere scegliere l’hashtag giusto, quello che fa sì che si creino delle vere e proprie communities di discussione. E bisogna farsi trovare, esserci, interagire! Bisogna che se ne parli, che le notizie circolino e che la gente abbia voglia di mettersi in viaggio per andare a visitare un certo sito iniziando ad assaporarne l’atmosfera e la magia sin dal divano di casa!

Già i turisti dell’archeologia. Sì, perché l’archeologia può essere una fortissima motivazione di viaggio. E cosa spinge a viaggiare verso mete del genere? La voglia di “esotico”, nel senso di luoghi “altri”, insoliti, affascinanti, misteriosi. Luoghi dove dimenticare la realtà tuffandosi in epoche lontane, in città perdute, in echi di battaglie e di conquiste, sulle orme di valorosi condottieri e ammalianti regine d’Oriente. Con un viaggio archeologico, il mito può diventare realtà!

Ecco perché bisogna saper lavorare sulla forza dell’immaginario, sul turismo “emozionale” che può dare l’archeologia. E che spesso poi aiuta a valorizzare un intero territorio, con le sue peculiarità, le sue identità, le sue leggende e la sua cucina. Cultura materiale e immateriale unite per ampliare l’offerta turistica, per fare rete nell’ottica di un marketing territoriale dall’indubbio appeal. Con l’archeologia si può viaggiare, non solo nello spazio, ma anche nel tempo! Un sito archeologico può davvero diventare una sorta di “time gate” dove vivere esperienze indimenticabili, nel segno del più trendy turismo esperienziale! E perché spesso disdegnare o inarcare cinicamente il sopracciglio davanti alle rievocazioni storiche? A TourismA l’associazione Prima Legio Italica di Villadose (RO) si è presentata “in arme” con tutto lo splendore della legione romana! E vedendo i video delle loro performances si capisce quanta presa riescano a fare sul pubblico contribuendo non poco a dare vita ad un luogo antico! Io me li vedevo in marcia lungo la nostra #ViadelleGallie, oppure sù, tra le rocce e le brume del valico del Gran San Bernardo… pura magia! Sì, ecco, come vivere una sorta di incantesimo… questo cerca il turista archeologico!

Ad ogni modo, un’ultima riflessione. Il turista archeologico (archeofilo) di certo non parte unicamente per quel certo sito e basta! Fa anch’egli parte della grande famiglia dei turisti culturali che, è noto, sono i più slow, i più “spirituali”, i più attenti al paesaggio e alle sue specificità! Sono anche quelli che amano le tradizioni enogastronomiche e vogliono scoprirle. Sono quelli che, stando alle ricerche, spendono in media di più! Quindi: invitare la gente a venire a visitare un’importante area archeologica non può prescindere da una progettualità territoriale più ampia che comprenda l’intero soggiorno, il viaggio e la sua preparazione (già da casa), le attrattive.. insomma: io visito quel monumento? Bene, e poi? E’ anch’esso un prodotto turistico che esige di essere attentamente costruito sul territorio a 360 gradi!

Archeosocial_2

E per restare in tema, non dimentichiamo la sezione #ArcheoKids (che è anche un blog che vi segnalo!): i bambini, grandi estimatori del genere! Con la loro fantasia sanno rivivere (e far rivivere) qualunque cosa. Li aveste visti, i più piccini, assolutamente a loro agio con il digitale, il virtuale, la realtà aumentata, i touch screen, ecc… con mamma e papà attoniti e fieri! Importante coinvolgerli, organizzare attività per loro, meglio ancora se in costume! Perché la storia va toccata, va simulata, va anche annusata e mangiata! #LivingHistory… per tutti! 

E l’#ArcheoFun? Quel lato lieve, divertente, dell’archeologia, che la rende simpatica e accattivante. Quel modo tutto particolare di raccontare le cose senza essere pedanti. Quindi ok anche a sapersi “prendere un pò in giro” a non fare i seriosi a tutti i costi, a non inorridire davanti all’ennesimo che ci parla di Indiana Jones e di Templari, ma riuscire a cavalcare l’onda, anche quella degli stereotipi!

L’archeologia è social! Deve esserlo! Soprattutto in un Paese come il nostro. La sfida consiste nel riuscire a modulare l’abituale linguaggio scientifico verso forme più piane, agili, fresche e divertenti. A tale proposito eventi come le Invasioni Digitali si rivelano assai importanti perché avvicinano la gente ai beni culturali proprio grazie alla forza pervasiva dello share, delle condivisioni social! Una semplice visita si trasforma in un prezioso momento di divertimento e di promozione, e questo senz’altro aiuta e favorisce l’attaccamento ad un luogo, la sua comprensione. Se quel luogo (antico o meno) io lo conosco e lo apprezzo, se per qualche ragione mi ci sento legato, allora sarò io il primo a consigliarlo agli amici e a volerlo tutelare e comunicare! #LiberalaCultura!

E sull’onda di un entusiasmo sempre più dirompente, arriva lei, Alessandra Cilio, giovane archeologa siciliana reinventatasi sceneggiatrice! Lavorando con la casa cinematografica FineArt Produzioni, ha redatto la storia, o meglio le storie di ” tà gunakèia – cose di donne”, film vincitore del premio speciale della Giuria degli Archeobloggers al Festival del Cinema Archeologico di Rovereto. Ne abbiamo visto solo un breve trailer, ma è bastato! Pelle d’oca, salivazione azzerata… emozione pura! Anche questo è archeologia! Qualcosa capace di prendere i racconti e i miti del più lontano passato e farceli rivivere come cose di oggi, di tutti i giorni!

12715657_790399687732419_6360953362536895218_n

E ci sentivamo tutti come Lady Oscar: un’eroina appassionata ed indomabile, capace di grandi progetti e ambizioni! Eroi della comunicazione oltre ogni confine! Eroi di un’archeologia 3.0! Per favore, non fateci svegliare un bel giorno facendoci sentire come dei Don Chisciotte o, peggio ancora, come Fantozzi! Usateci, valorizzateci, non abbiate timore! Bisogna saper rischiare, azzardare! Non è detto che non funzioni… no? Altrimenti, diteci, altre soluzioni?

ArcheoSocial. Tutta la passione delle nuove generazioni di archeologi da comunicare (e vivere) in un “LIKE”! #FollowUs!

 

Stella

 

22 febbraio 1300. Giubileo di papa Bonifacio VIII. Passaggio in Valle d’Aosta

Siamo dei pellegrini in viaggio verso Roma. Corre l’anno 1300 e papa Bonifacio VIII ha indetto il primo grande Giubileo della cristianità. Siamo partiti dall’antica Urbs Remensis (oggi Reims), per i Romani Durocortorum, nel nord della Francia e lungo il cammino abbiamo incontrato tanti, tantissimi compagni di viaggio; molti si sono però dovuti fermare, alcuni si sono uniti a noi o ad altri, altri ancora, ahimé, non hanno sopportato le fatiche e i pericoli del percorso.

DAL VALLESE AL GRAN S. BERNARDO

Dall’oppidum di Agaunum (oggi Saint-Maurice d’Agaune, nel Vallese) una lunga e faticosa salita ed un lento cammino di 2 giorni ci ha portati fin quassù, nel cuore di queste montagne selvagge. Nel punto dove le rocce si abbassano sorge un luogo di santa ospitalità e qui ci fermiamo: è il Mons Jovis, il colle del Gran San Bernardo.Ci siamo svegliati di buon’ora: una mattina cristallina ma assai fredda, quassù. Dopo una colazione frugale offerta dai canonici, ci apprestiamo a ripartire dall’ospizio voluto dall’arcidiacono di Aosta Bernardo verso la metà dell’XI secolo, vero e proprio baluardo contro i venti, il gelo e le tempeste di neve che spesso affliggono questa località così vicina a Dio. La mattina è fredda pur essendo piena estate, come del resto è normale che sia a 2473 metri di altezza, ma ci sentiamo decisamente rinvigoriti al pensiero che la salita è ormai terminata e ci aspetta solo una rapida e sicura discesa verso la piana di Augusta (Aosta).

Ma oggi possiamo vedere cose che i nostri amici pellegrini del XIV secolo non avrebbero potuto apprezzare. Innanzitutto l’attuale edificio dell’Hospice risale al 1821-25 ed è quindi di ben cinque secoli successivo, mentre la chiesa che oggi sorge al valico presenta forme seicentesche.
Non avrebbero certo potuto visitare il museo archeologico dedicato ai ritrovamenti di eccezionale importanza effettuati al Plan de Jupiter, pertinenti ai resti di una stazione di sosta (mansio) edificata all’inizio del I secolo d. C. su un sito già conosciuto e frequentato sin da epoca preistorica, incluse le numerose tavolette votive offerte dai legionari e dai mercanti di passaggio a Giove Pennino, divinità eponima di questo luogo, per la grazia concessa loro nell’attraversamento di questi monti.
Infine non sarebbero stati accolti dall’abbaiare dei cani San Bernardo oggi simbolo di questo passo, giunti all’ospizio solo nel XVII secolo.
Ma torniamo nel 1300 e seguiamo il loro peregrinare.

IN CAMMINO SULLA STRADA ROMANA

Cercando di non pensare al freddo, affrontiamo con i nostri compagni di viaggio  (viaggiare da soli non è mai prudente) la strada che, con grandi tornanti, ci porta a perdere velocemente quota. Quello che ci colpisce è la qualità di questo tratto di carrareccia, che si presenta a volte tagliata in roccia, altre volte lastricata, caratteristiche che non abbiamo trovato spesso nel corso del nostro pellegrinaggio e che ci fanno immediatamente capire che deve trattarsi di una via di grande importanza. Uno dei nostri compagni ci spiega che questa strada venne costruita dagli antichi Romani, e che era una grande via di comunicazione tre le regioni cisalpine e transalpine; ammirati dall’ingegno di questo popolo capace di piegare la natura ai propri bisogni, proseguiamo il cammino senza poter immaginare che il pellegrino del XX secolo non avrebbe più potuto percorrere, se non per pochi tratti, questa straordinaria via di collegamento,modificata prima dall’avvento dell’esercito napoleonico all’inizio del XIX secolo e poi quasi definitivamente cancellata dall’odierna statale 27.
Pochi chilometri ed una pendenza mozzafiato ci conducono all’ospizio di Fonteinte, fondato dal vescovo Pierre de Bosses grazie alle donazioni del nobile Nicolas de Richard de Vachéry nel 1258. Veniamo accolti dal rettore che ci offre una pagnotta ed un buon bicchiere di vino, mentre ci spiega che la struttura di carità è aperta dalla festa di San Martino (11 novembre) alla Visitazione della Vergine (31 maggio), col compito di aiutare i pellegrini (servizio che dismetterà solo nel XVIII secolo).

SUI PASSI DI SIGERICO

Dopo una benedizione nella piccola cappella, si riparte tra i pascoli, per giungere, proprio dove questi lasciano il posto alle conifere, al borgo citato nel diario di Sigerico come Sancte Remei, Saint-Rhémy, nome probabilmente legato al culto di San Remigio vescovo di Reims ( e ci sentiamo un pò a casa). Anche in questo borgo (l’antica Eudracinum romana), che ci appare subito decisamente florido dal punto di vista economico come testimoniano la qualità di alcune abitazioni e la presenza di mura a cingere il complesso abitato, è presente un luogo di ricoveroper i viandanti con annessa una cappella dedicata a San Maurizio. Chiuso nel 1669, oggi non ne rimane traccia, ma nel 1300 era sicuramente nel pieno della sua attività. Inoltre il paese pullula di pellegrini sulla via del ritorno, e la popolazione locale è organizzata per fornire un vero e proprio servizio come accompagnatori e portatori, i cosiddetti vectuarii (poi marronniers), indispensabile specie nei mesi più freddi dell’anno. Salutiamo alcuni nostri compagni, che hanno deciso di fermarsi qui per la notte, e proseguiamo fino all’abitato sparso diBosses, dove ci colpisce in particolare la presenza di una massiccia costruzione fortificata a pianta quadrata: si tratta della residenza di una nobile famiglia, i signori De Bocza (oggi trasformata in centro espositivo). La chiesa, dedicata a San Leonardo, è invece decisamente piccolina (quella attuale è del 1860-61) ed il tempo, che sembra iniziare a guastarsi, ci spinge ad accelerare il passo in direzione del villaggio successivo, Sancti Eugendi (Saint-Oyen).

UNA LUNGA STORIA DI ACCOGLIENZA E OSPITALITA’

A passo spedito raggiungiamo il villaggio, dove cerchiamo immediatamente un posto per trovare riparo dall’inclemenza del tempo. Veniamo indirizzati verso una sorta di grangia, un complesso che sotto il nome di Castellum Verdunense (Château-Verdun) cela un’antica casa ospitaliera (gestita dai monaci del Gran San Bernardo dal 1337, anno in cui venne loro donata dal conte savoiardo Amedeo III, ed ancora attiva oggi all’inizio del XXI secolo). Mentre usufruiamo della carità offertaci, ascoltiamo racconti che parlano del passaggio per queste contrade persino di Carlo Magno, quasi sei secoli prima di noi, e ci sentiamo davvero immersi in un percorso dove ogni pietra trasuda storia e fede. Decidiamo di passare qui la notte e, dopo aver dedicato il vespro alla cura della nostra anima, concediamo alle membra il meritato riposo.
Il giorno successivo riprendiamo il cammino in direzione del borgo di Estruble o Restopolis(oggi Étroubles), così chiamato in una Cronica del 1130 del monaco belga Rodolfo di Saint-Trond. Poche miglia e veniamo accolti dal profilo tozzo e squadrato di una torre, che i locali chiamano Tour de Vachéry, un vero e proprio monolite a controllo della strada, come spesso ci è capitato di vederne nel nostro cammino. Affrontiamo le formalità e possiamo quindi entrare nel borgo fortificato, dove ci dirigiamo verso la chiesa dedicata all’Assunta, che verrà ricostruita nel corso del XV secolo e poi completamente riedificata nelle forme attuali nel XIX secolo. Nel 1300 non è ancora stato realizzato l’ospizio intitolato ai SS. Nicola e Maddalena, fondato nel 1317, mail paese è già strutturato per fornire assistenza ai pellegrini, specie grazie al servizio di marronnaggio che, in seguito agli Statuti emanati da Casa Savoia nel 1273, è stato riservato ai soli abitanti dei borghi di Étroubles e Saint-Rhémy.
Proseguiamo uscendo dal villaggio, dopo aver ammirato una seconda maestosa torre appena al di fuori dell’abitato, chiamata Tour d’Étroubles (oggi scomparsa), per giungere poco dopo in località Echevennoz e quindi all’antico ospizio di La Clusaz, esistente dal 1140 (oggi trasformato in accogliente albergo-ristorante). Dopo una preghiera nell’adiacente cappella dei SS. Maria e Pantaleone, riprendiamo il cammino fino a Gignod, dove veniamo accolti dall’imponente mole della torre quadrata a controllo dell’accesso viario, che ben chiarisce, insieme alla casaforte della famiglia dei nobili Archiéry, l’importanza commerciale e politica di questa statio, sorta già in epoca romana.
Nel sito dove oggi sorge la chiesa di Sant’Ilario, nel 1300 è presente un castello, ed è quello che i nostri occhi possono ammirare mentre attraversiamo questa località dove confluisce il cammino proveniente dalla conca della Vallis Poenina (Valpelline), attraverso cui hanno accesso alla Vallis Augustana (Valle d’Aosta) i pellegrini provenienti dall’area elvetica orientale.
Si passano villaggi dove la presenza della Via Francigena è ben radicata, come testimoniano numerose cappelle lungo il tracciato, oltre a siti fortificati a controllo della strada, tra cui emerge la cosiddetta Tornalla presso il Castrum Agaciae (Oyace), insediamento già citato dallo storico romano Strabone nel I sec. d.C..
Dopo una breve sosta ci prepariamo a ripartire e, dopo poche miglia, finalmente la valle si apre lasciandoci scorgere in fondo la prossima tappa del nostro viaggio: Augusta (Aosta). È lì che passeremo la notte, in uno dei tanti ostelli e xenodochi presenti in città, prima di rimetterci in cammino alla volta della meta ultima del nostro pellegrinaggio: Roma, caput et fundamentum totius christianitatis.
(Stella)

Questo slideshow richiede JavaScript.

Il TOR che attraversa le rocce tra natura, storia e leggenda

Ciao amici! Caspita… non mi sono resa proprio conto di quanto tempo sia passato dal mio ultimo post… e me ne scuso! Ad ogni modo ho utilizzato queste settimane per raccogliere materiale e … idee!!

Quindi, da ora, si ricomincia! Promesso!

Vorrei dedicare il post di oggi al mitico #Tor des Géants! Io non sono certo una trailer..anzi, forse ne rappresento l’antitesi! Insomma, mi piace andare a camminare in montagna e sul lungo periodo reggo pure discretamente, ma fermandomi e con moooolta calma!! Guardo questi eroi con infinita ammirazione, stupore, spesso condite da incredulità! Mi chiedo come facciano e mi dico che, almeno a livello di testa, vorrei avere anch’io questa forza interiore! Insomma, mi piace pensare che pur nel mio piccolo anch’io mi impegno con una certa costanza! E, in ogni caso, ognuno nella sua vita vive a suo modo il suo personalissimo #TOR quotidiano, no?!

A parte queste considerazioni para-filosofiche, vorrei dedicare a questi Giganti e alla nostra splendida piccola/grande regione, questo mio contributo.. Un #TOR diverso, o meglio: è a tutti gli effetti il Tor, ma visto con un occhio più..”culturale”. Quindi, almeno per questa breve (ma spero piacevole lettura) prendiamoci il nostro tempo e, col pensiero, corriamo!

SALITE E DISCESE

Il paesaggio segue la corsa, a volte dà la carica, spinge, sostiene, a volte asseconda i momenti di respiro (anche mentale) con le sue balconate panoramiche. Oppure dà il benvenuto nelle valli con le sue architetture caratteristiche, i suoi borghi, le chiesette, i campanili. Li vedi magari dall’alto, da lontano: ecco la prossima meta, un punto di riferimento nella tua cartina mentale e psicologica.

È la bellezza del salire e dello scendere, del veder cambiare i paesaggi con un ritmo naturale che accompagna quello del cuore a 1000 e del respiro: i borghi, poi i boschi, sempre più fitti e scuri; poi i pascoli, le ampie radure luminose in quota, fino alle tracce segnate sugli altipiani, i colli, le rocce, la neve residua o appena arrivata. Assaggi d’inverno in una montagna senza tempo.

E quanta storia si nasconde, più o meno segreta, lungo il percorso, nelle pieghe di questa terra così ondulata, severa e dolce allo stesso tempo. C’è un tratto, poi, in particolare: quello da Pontboset a Perloz. Terre dove la storia ha lasciato tracce ben visibili su cui anche i “giganti” del Tor sono obbligati a passare.

Pontboset, villaggio dei ponti: ben 6, sospesi sugli orridi e sui torrenti. Agganciati alle rocce levigate dai movimenti degli antichi ghiacciai. Ponti ricchi di poesia, testimoni di un’arte del costruire, che affonda le sue radici nelle secolari tradizioni delle genti di montagna: pietre, malta, tenace maestria. Ponti “romantici”, anche nel senso più ottocentesco e anglosassone del termine, che improvvisamente occhieggiano dal folto dei boschi di castagno. Ponti a schiena d’asino che, in piccolo, richiamano a modo loro il continuo “saliscendi” del Tor.

E arrivi giù, nel fondovalle, a Hône. Non puoi fermarti, ma lo sai, lo hai letto da qualche parte che lì c’è una chiesa incredibile: sotto di lei, sotto il pavimento, si nascondevano altre 4 chiese precedenti. Sì, è la Chiesa di San Giorgio; magari con calma ci ritorni, perché è davvero sorprendente!

Altro ponte storico e via, si passa la Dora, regina delle acque valdostane.

Ed eccoci in uno scrigno medievale: Bard. Uno dei borghi più belli d’Italia. Un’unica strada che ricalca la via romana delle Gallie e la Via Francigena. Un’unica strada che si insinua tra edifici fiabeschi, corti segrete, sottopassaggi, archi e sottarchi. Sempre sorvegliata dall’imponente e austero Forte sabaudo che, dall’alto della rocca, ricorda antichi presidi a guardia delle leggendarie Clausurae Augustanae, barriera inespugnabile di una Valle tra le rocce.

Donnas, Pont Saint Martin, Perloz

E poi di nuovo giù, verso Donnas, correndo sulla Storia, sui secoli che hanno disegnato questi luoghi, fino a che…eccola! Incredibile, quasi un miraggio: devi per forza passare sulla strada delle Gallie, calpestare pietre con oltre 2000 anni di storia, passare sotto un arco “risparmiato” nella roccia che sta lì da quando le legioni di Augusto decisero di domare la terra dei Salassi.

E tu corri, per forza, magari rallenti e riesci persino a voltarti. Che posto! Un “gate” temporale, sottolineato dall’enigmatica chiesetta di Sant’Orso che segna l’accesso al borgo di Donnas.

Continui la tua corsa: è davvero il Tor des Géants! Ma non solo per le vette, per i “4 4.000” cui si sfiorano i “piedi”, ma anche per questa imponenza storica, per questo passato così evidente, così “presente” che è impossibile da ignorare!

L’arrivo a Pont Saint Martin si celebra con un altro di questi “giganti”: lo splendido ponte romano che consente di superare il torrente Lys. Si erge poderoso dalle rocce umide; un inno ad una regione dall’indiscutibile identità itineraria: soldati, mercanti, pellegrini, imperatori, contrabbandieri, viaggiatori d’ogni genere…quanta gente nei secoli è passata di qui!

E di nuovo su: si attacca la sinuosa sequenza di curve che porta a Perloz, villaggio sospeso, circondato da vigneti audacemente aggrappati alla montagna. Antiche nobili dimore si affacciano silenziose lungo la strada: il castello Charles, il castello Vallaise e, fuori dal borgo, la Tour d’Héréraz, di cui si vociferano leggendarie origini romane.

E intorno una miriade di piccole e graziose frazioni in cui si viene solleticati dal profumo lontano del pane nero cotto come una volta, nei forni comunitari.

Altro torrente da superare, altro magnifico ponte a dorso d’asino: il Pont de Moretta. Incastonato dai boschi, questo ponte del 1710 rievoca ancora oggi storie e leggende tra cui, la più nota, ricorda di un terribile drago che qui, un tempo, viveva. Il prode Vignal lo uccise con l’inganno dandogli una pagnotta infilzata in una spada che trafisse la gola del mostro; ma il sangue del drago, avvelenato, uccise lo stesso Vignal. Un’impronta, una strana forma, visibile ancora oggi sotto il ponte: è il segno lasciato dalla zampa del drago.

Ma devi correre, devi andare avanti, e così ora sono le tue quelle impronte che imprimono la polvere e ti lasci alle spalle il fantasma di quel drago per raggiungere altri villaggi, altri prati, altre quote.

E la corsa continua: fino al Rifugio Coda, fino ai laghi della lunare Riserva del Mont Mars, e su su…verso i Giganti.

Stella