Ti racconto un viaggio in Valle d’Aosta … 2000 anni fa!

Una giornata di tempo variabile: bello al mattino e poi, progressivamente, sempre più nuvoloso… le nuvole scure e panciute si addensavano su quell’enorme massiccio coperto di neve e ghiacci. Una montagna maledetta, dicono in molti..sarà…io non conosco le montagne, men che meno montagne come questa..così immensa, imponente… Sì, spaventa, ma è davvero una meraviglia… Il tempo peggiora rapidamente, quindi ci fermeremo qui, in questo grazioso vicus di cui ancora non conosco il nome. Siamo sulla Via delle Gallie e dovremmo arrivare ad Ariolica (La Thuile) in tempo per le nundinae di mezza estate dove proveremo a commerciare con i mercanti Allobrogi e Lugdunensi, ma ora è impossibile proseguire il viaggio, sarebbe troppo rischioso (anche perché ci hanno detto che il tratto di strada che conduce ad Ariolica è molto stretto e ripido e in più i cavalli sono stanchi…). Troviamo posto in una piccola mansio dove ci viene subito offerta una bella zuppa calda accompagnata da un profumato pane di segale. Ci viene chiesto da dove arriviamo ed io, che amo fare amicizia (e sono una gran chiacchierona), inizio a raccontare…

IN VIAGGIO DA EST A OVEST

Il nostro viaggio è stato lungo, molto! Siamo partiti da lontano, dalla bella città di Patavium (Padova), città di acqua e di terra, incastonata tra le anse del Meduacus (il fiume Brenta)nella X Regio. Abbiamo attraversato tutta la grande pianura del fiume Padus (Po, che i Galli chiamano Bodinco), quella che in tanti chiamano Gallia Cisalpina, al di qua delle Alpi. Io mi chiamo Gaia Avillia e sto viaggiando con mio marito, un ricco commerciante di stoffe interessato a sviluppare i suoi affari nelle terre del nord-ovest e che avrebbe in animo di stabilirsi nell’ XI Regio Transpadana.

Ma vorrei raccontarvi brevemente il nostro viaggio. Dopo un primo tratto lungo la Via Postumia fino a Verona, abbiamo preso la cosiddetta “Via Gallica” fino a Mediolanum (Milano), grande centro di origine insubre allo sbocco delle vallate alpine. Lì ci siamo fermati alcuni giorni. Col cielo terso lo sguardo poteva correre sull’orizzonte fino ad intravedere, in lontananza, come fosse un sogno, le catene delle Alpes, spettacolare corona della grande pianura, intensamente coltivata e centuriataQuindi ci siamo rimessi in marcia unendoci ad un’altra famiglia e ad un gruppetto di  commercianti di vino; prossima destinazione Eporedia (Ivrea).

Quartum, Quintum, Septimumle miglia scorrevano veloci in pianura. Una sosta al municipium di Vercellae (Vercelli) e, il giorno successivo, di nuovo in strada verso la colonia di Eporedia…che strano nome..mi dicono sia di origine gallica e sia legato alla lunga tradizione nell’allevamento dei cavalli. Pare inoltre vi venga venerata una dea di nome Epona, sempre raffigurata su un destriero.

Ci riposiamo un paio di giorni e ne approfitto per una passeggiata rigenerante lungo la Duria… che meraviglia i monti e queste dolci colline… I nostri amici commercianti di vino, invece, decidono di fermarsi di più perché la zona ha dei vigneti davvero estesi e notevoli, e loro vogliono capire se riescono ad innestare qualche rapporto coi produttori locali.

E giunge infine il giorno della partenza verso la zona delle alte montagne. Chi ci ha ospitato ci ha ben redarguito e avvisato; dovremo fare grande attenzione perché nella Vallis Augustana la strada è irta di difficoltà.

Ricordo benissimo il mio stupore quando arrivammo in prossimità di un ponte grandissimo e, da lì, in un luogo davvero incredibile dove, per realizzare la strada, era stato necessario sbancare un’intera parete rocciosa a strapiombo sulla Duria…da non credere! Non ricordo se quel minuscolo grappolo di case avesse un nome, ma ricordo che si era a XXXVI milia passuum da Augusta Praetoria: quel miliario così particolare, scolpito nella roccia, e quell’arco tanto insolito…non posso dimenticarli!

Lungo il percorso si incontrava tantissima gente, in particolare soldati e mercanti. Le province galliche erano vicine e questo si vedeva: tratti somatici differenti, abiti dalla foggia a noi estranea e dalle fantasie sgargianti, e idiomi sconosciuti che, spesso maldestramente, provavano a vestirsi di latino!… E si riconoscevano bene i locali, un popolo denominato “Salassi”: gente fiera, apparentemente schiva e di poche parole, grandi e profondi conoscitori dei loro monti inaccessibili, abili cacciatori, attenti allevatori e formidabili produttori di formaggio! Si raccontava che le armate di Augusto li avessero tutti sterminati o fatti schiavi, ma la realtà era ben diversa: molti si erano salvati rifugiandosi nel fondo delle vallate, dove solo loro sapevano addentrarsi, oppure avevano colto la possibilità di fare affari e carriera abbracciando il nuovo regime politico e trasferendosi in città, nella smagliante colonia di Augusta Praetoria Salassorum (Aosta), fondata dal nostro imperatore Ottaviano Augusto nel 25 a.C.

AUGUSTA PRAETORIA … E NON SOLO

Un mio cugino si trova già da tempo in queste terre ; si chiama Caius Avillius Caimus, anche lui padovano, è un imprenditore nel settore dei materiali per l’edilizia e so che è riuscito ad individuare una zona di estrazione di un marmo grigio madreperlato davvero molto apprezzato ed elegante. Grazie ad un manipolo di exploratores assoldati in loco è poi riuscito a trovare una fonte d’acqua da cui ha avviato la costruzione di un ardito canale idraulico scavato nella roccia. Inoltre con la sua nutrita familia di schiavi, liberti e manovalanze ha fatto realizzare un ponte-acquedotto straordinario, incassato in una gola profonda quasi 60 metri (uso le vostre unità di misura per comodità, naturalmente!) e larga meno di 50! Un’operazione per niente semplice e molto costosa. Ma mio cugino, che comunque di denari ne ha parecchi, ha sempre sostenuto che fosse un affare e che avrebbe dato profitto in poco tempo. Questo acquedotto è stato terminato poco più di 1 anno fa (nel 3 a.C.) e funziona a pieno regime! Sono stata con lui a vederlo… impressionante! E potete vederlo ancora oggi pure voi! Si chiama Pont d’Ael.

Beh, mi sono innamorata di Augusta Praetoria, sapete? Che piccola urbs elegante, ricca, industriosa e densa di fascino! Si dice stia crescendo a vista d’occhio… Il foro è magnifico, immenso… degno di una capitale provinciale! Certo, manca ancora un quartiere per gli spettacoli, ma forse verrà costruito, magari tra qualche anno..non si può vivere senza un teatro o un anfiteatro! All’interno delle mura ci sono domus davvero raffinate, ma quando vai nel suburbium…soprattutto in collina, trovi delle ville incredibili! Pensate che gira voce che la prima ad essere costruita fosse di proprietà di Aulo Terenzio Varrone Murena, il legato di Augusto! Ma sì, quello che ha sconfitto i Salassi! Però non è sicuro… Inoltre, si sa, non ha fatto una bella fine, anzi..

Qui è tutto in fermento, tutto un cantiere, e serve di tutto! C’è ricchezza, l’economia gira… mio marito ha già preso diversi contatti!

La zona del Foro è semplicemente abbagliante! La piazza è vastissima in rapporto alle dimensioni della città, con numerose botteghe sempre molto frequentate ed un’elegante basilica giudiziaria estesa lungo il Cardo Maximus.

Un’area immensa (ben 8 isolati! dominata da un’imponente terrazza sacra sulla quale svetta una coppia di splendidi templi gemelli dedicati al divo Augusto e alla dea Roma, madre dell’impero.

Questa coppia di templi si erge al di sopra di una terrazza incorniciata da un raffinato triportico. Sotto di esso, seminterrato, un criptoportico. Un ambiente particolare, che non tutte le colonie possono vantare… Una galleria che recinge tutto lo spazio della terrazza sacra correndo nel sottosuolo e consentendo, comunque, di uscire in corrispondenza con la piazza bassa, così come di proseguire sui lati di quest’ultima.

Il criptoportico è un edificio fondamentale per la grande processione sacra, permettendo di sfilare sfruttando un sapiente gioco di “dentro-fuori”, di “luce-buio”, un vero e proprio percorso catartico. Anche all’interno del criptoportico trovano posto ritratti della dinastia giulio-claudia ed epigrafi menzionanti i VIP della città.

Siamo stati in città circa 7 giorni, ma poi ci siamo rimessi in viaggio verso l’Alpis Graia (voi la conoscete come Colle del Piccolo San Bernardo). Saliscendi, rupi rocciose, burroni…mamma mia, mi vengono ancora i brividi se ripenso a quel passaggio così impervio..stretto…una paura! Oh per Ercole, ma come si chiamava? Beh, non lo ricordo, ma oggi voi lo conoscete come Pierre Taillée: vi assicuro che lì è tremendo! Sotto di te hai una forra inquietante e sopra la tua testa la montagna sporgente..ma davanti agli occhi ti si apre, in tutta la sua maestà, questa montagna gigantesca coperta di nevi sfavillanti! La vedi e senti subito che è abitata dagli dei!

Superato questo angusto passaggio e un ponte poco più avanti, il paesaggio finalmente si è aperto in una conca leggermente ondulata, coltivata, bellissima… Ed eccoci qui, in questo villaggio abitato perlopiù da Salassi, ma già abbastanza attrezzato per i viaggiatori e i forestieri.Passeremo qui la notte. Avremmo voluto partire già domani, ma ho implorato mio marito, complice anche il tempo non proprio stabile, di fermarci un giorno in più tra questa gente così accogliente e simpatica. Per quale motivo? Beh, mi sento molto affaticata sapete… Ancora non ne sono certa, ma se Iuno Lucina mi assisterà, l’estate prossima non tornerò solo con mio marito, ma saremo in 3!

Ora però è meglio dormire; la salita dall’ultima statio verso l’Alpis Graia è lunga e molto molto dura. Ariolica ci aspetta e contiamo di fare buoni affari scambiando le nostre sete scintillanti con le pesanti lane alpine e, perché no, qualche saporita forma di caseus locale!

Che gli dei benigni vi accompagnino, amici!

Gaia Avillia (Stella)

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Bonifacio d’Avise. Un signore valdostano sulle rotte del Sud

Una delle terre più suggestive della Valle d’Aosta, incastonata tra prati e vigneti, scoscese pareti di roccia e inaspettati improvvisi valloni (penso a Vertosan). Qui la valle viene rinserrata in una gola e la Dora si insinua in un solco lontano stretto in una vera morsa di pietra dalle pareti strapiombanti. E’ questo un passaggio forzato; non c’è alternativa a meno che non si voglia allungare di molto il viaggio e salire, salire.. per poi scendere, sì.. ma chissà dove! La montagna è mutevole: le sue forre, i burroni, i boschi fittissimi impediscono di ragionare “in linea d’aria”.

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Già gli antichi Romani avevano deciso che questo stretto passaggio doveva essere domato e controllato e qui realizzarono, lottando strenuamente contro una natura ostile, uno dei tratti più affascinanti e aerei della #ViadelleGallie: la Pierre Taillée. Il baratro sotto i piedi e la mole sovrana del Monte Bianco all’orizzonte. Qui, dove paura e sublime si fondono, in epoca medievale sorse un piccolo regno. E’ la terra dei nobili Signori d’Avise.

Un luogo che ancora oggi conserva la sua naturale e selvaggia bellezza. Un luogo che sa difendersi grazie alla natura stessa. Un luogo strategico per controllare chi arrivava dall’alta Valgrisenche, dal Col du Mont (e quindi dalla Tarantasia), e voleva attraversare proprio in questo punto per salire verso Saint-Nicolas e da lì proseguire verso l’alta valle del Gran San Bernardo da dove continuare alla volta della Svizzera. Il tutto senza dover scendere fino ad Aosta.

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E’ qui che sin dal XII secolo la potente famiglia d’Avise stabilisce il suo quartier generale. Una famiglia il cui stesso cognome racchiude e rivela la natura guerriera: una famiglia “di guardia”, appunto. Una delle casate più antiche del Ducato di Savoia, figura già in documenti dell’XI secolo col titolo di “miles“, cavaliere. Oltre a dominare questa significativa porzione di territorio tra il fondovalle centrale e la Valdigne, i d’Avise estendevano le loro proprietà su Arvier, su Gignod, su Quart, fino a Ayme-en-Tarentaise.

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Il loro potere era rappresentato sul territorio da diversi castelli e caseforti. Ben due ad Avise cui si aggiungono Rochefort (dove oggi sorge il santuario che domina Leverogne e Arvier), Montmayeur (per il quale si rimanda ai nostri post), Planaval (la casaforte ancora oggi esistente seppure pesantemente rimaneggiata). Una sequenza di torri, di punti di avvistamento, distribuiti lungo gli assi di penetrazione di queste vallate irte di pericoli e difficoltà.

Questa la stirpe da cui nacque Bonifacio. Cavaliere e signore d’Avise, nella prima metà del ‘400 sposò Alexie Malluquin grazie alla quale entrò in possesso dei beni che questa famiglia possedeva a Courmayeur e in tutta l’Alta Valle, nonché a Gignod e ad Etroubles. Vi dico questo affinché vi sia chiaro in quali porzioni di territorio lui esercitasse la sua autorità.

XV secolo, tempo di lotte contro i Turchi. Il Mediterraneo era in subbuglio e il Vaticano nutriva fondate preoccupazioni. Fu così che Papa Sisto IV decise di inviare una missiva “urbi et orbi” per chiamare a raccolta i nobili, i cavalieri, i soldati che volessero partire contro l’impero ottomano. Era circa il 1480; il prode Bonifacio d’Avise parte alla testa di ben 800 uomini d’arme reclutati nella sola Valle d’Aosta.

E’ grazie alla poderosa “Storia dei Papi” di Ludovico Von Pastor che possiamo ricostruire almeno le tappe fondamentali di questa missione sulle rotte del Sud. Bonifacio coi suoi si imbarcò a Genova dove proprio dal 1480 il cardinale legato Savelli stava predisponendo una flotta di 34 navi da guerra destinate alle “forze cristiane” dell’Italia nord-occidentale.

30 giugno 1481: l’armata fa il suo ingresso a Roma.

4 luglio 1481: unitasi alle altre navi pontificie fa vela per Napoli dove si unisce alla flotta di re Ferrante I, al secolo Ferdinando d’Aragona. L’intero contingente si diresse, quindi, alla volta di Otranto, tragicamente capitolata proprio nel 1480 sotto l’assedio, lungo e logorante, dei Turchi capitanati dal sultano Maometto II. Durante l’atroce battaglia di Otranto furono uccise e trucidate oltre 800 persone e venne raso al suolo il Monastero di San Nicola di Casole (a pochi km a sud di Otranto), dove era stata costituita la più vasta biblioteca d’Occidente allora conosciuta, oltre ad avere istituito la prima forma di “college” nella storia, che ospitava ragazzi provenienti da tutta Europa che si recavano a Otranto per studiare.

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Ma la città, nonostante l’eccidio, era animata da una viscerale voglia di riscatto. In questo clima giunsero le flotte pontificie; tra queste anche quella su cui viaggiava il fiero signore d’Avise, Bonifacio, giunto sin qui dalla remota terra delle alte montagne.

Dall’11 agosto al 10 settembre 1481 si invertono i ruoli: stavolta sono le truppe cristiane a cingere Otranto d’assedio per poi riuscire a riconquistarla. I progetti del papa avevano previsto un prolungamento della crociata sull’altra sponda dell’Adriatico, a Valona, ma l’autunno ormai alle porte, le spese esorbitanti ed una terribile epidemia di peste scoppiata sulle navi, costrinsero la flotta a rientrare anzitempo. Ai primi di ottobre si era già a Civitavecchia.

Cosa vide Bonifacio in questi mesi? Chi conobbe? E cosa di questo viaggio, in termini di conoscenza oltre che di sofferenza e timore, si portò a casa, in Valle d’Aosta? Di certo questo itinerario tra Genova, Roma, Napoli e la Puglia avrà avuto inevitabili ed importanti implicazioni, non solo sotto l’aspetto socio-culturale, ma anche artistico. Orizzonti figurativi decisamente diversi dal panorama valdostano cui era abituato.

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Ma perché queste riflessioni? Perché la chiesa parrocchiale di Sant’Ilario, a Gignod, racchiude affreschi davvero particolari, attribuiti ad un anonimo “Maestro di Gignod” che non sembra essere locale… anzi… si fa portatore di un linguaggio figurativo e di una luce che potremmo definire “baciati dal mare”. Ma quale mare? Un mare grande, dal respiro europeo: nel tocco e nelle scelte del Maestro di Gignod possiamo trovare echi fiamminghi (non dimentichiamo le frequentazioni artistiche fiamminghe alla corte di Napoli), voci provenzali, carezze partenopee. Quella luce soprattutto; così intensa.. si insinua tra le masse, sottolinea le pieghe dei panneggi, modella le forme e accende di iridescenze la preziosa stoffa rosata degli abiti della Maddalena e di San Sebastiano. Non è una luce alpina, né nordica. E’ la luce del sud.

Chissà se durante questo suo lungo viaggio, Bonifacio conobbe qualcuno che decise, non sappiamo perché, di seguirlo fin quassù. Un artista che poi diede prova di sé in quella chiesa parrocchiale che ancora oggi porta la firma d’Avise, dato che fu sempre Bonifacio a pagare il nuovo campanile e il restauro di tutto l’edificio, condotti magistralmente dal capomastro Yolli de Vuetto di Gressoney.

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Quella magnifica e struggente “Pietà” in fondo alla navata di destra, unita al ciclo dei Profeti nei sottarchi, risale quindi a prima o a dopo il 1481? Difficile ad oggi poterlo dire. Ma il giro d’anni è quello. Anni in cui il signore di quei luoghi, Bonifacio d’Avise, rientra da una lunga e pericolosa missione e mette mano, forse con ardore ancora più grande, ai lavori di abbellimento della chiesa, con tutta la portata simbolica e ostentativa che quell’iniziativa portava con sè.

Chi era il “Maestro di Gignod”? Un indizio in più ci viene dal tipo di croci che lui dipinge: croci a “tau”, francescane. Non così frequenti nelle nostre vallate per l’epoca.E non a caso San Francesco compare anche tra i Santi ai piedi della croce, vicino a San Sebastiano. Dalla’altra parte la Maddalena ed un’altra santa oggi perduta (forse Sant’Agata).

La scena ha luogo su un prato verde chiaro, animato in primo piano da fiorellini e pianticelle, il cui accennato pendio sale in lontananza, verso un castello turrito, forse a voler contestualizzare la scena in un paesaggio valdostano. Incorniciata in una composizione geometricamente perfetta, dal rigoroso impianto piramidale, la tragicità del momento è ben rappresentata dal volto disperato di Maria, dalla quale emana un pervasivo senso di dolore non scevro, però, di una potente maestà.

Va subito notato come la figura di San Francesco rivesta un’importanza notevole. Il santo infatti viene collocato immediatamente a destra della croce di Cristo e, come lui, reca le stigmate; regge inoltre nella mano destra una croce lignea analoga a quella di Gesù. Una stretta serie di corrispondenze che evidenziano Francesco come alter Christus. Possiamo supporre che un qualche esponente dell’ordine francescano abbia avuto un ruolo significativo nella realizzazione del ciclo di Gignod? Sappiamo che il committente Bonifacio d’Avise aveva solidi contatti con l’Ordine di Aosta, tanto che proprio lui diede loro in concessione una sua proprietà a Vertosan dove fece costruire anche una cappella.

San Francesco di Aosta, una splendida chiesa perduta, annullata dal tempo e, ahimé, dall’uomo. Ma non dimenticata! Una chiesa il cui spirito potente ancora pemane tra piazza Chanoux e piazza San Francesco. Lì, a pochi passi dalla Cattedrale di Aosta, un tempo sorgeva uno dei complesso conventuali francescani più grandi e prestigiosi dell’Occidente alpino. Chissà se questo misterioso “maestro di Gignod” potrà mai aiutarci a saperne qualcosa in più…

Frà Giocondo, frà Bartolomeo della Porta, il Beato Angelico… tutti attivi tra la fine del XIV e il XV secolo. Ma non sono certo i soli. Numerosi nella storia dell’arte i pittori divenuti monaci o monaci pittori. 

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Quante storie ancora da svelare si celano dietro all’ombra potente di Bonifacio d’Avise e nelle navate della chiesa di Gignod. Una chiesa che già nel santo cui è dedicata racchiude una sorta di “vocazione guerriera” a difesa della fede. Già, Sant’Ilario di Poitiers, vissuto nel IV secolo d.C., fu un pagano poi convertitosi che divenne un infaticabile oppositore della dottrina ariana che per ben due secoli, tra IV e VII secolo d.C., imperversò e dilagò tra Oriente e Occidente.

E proprio tra Occidente ed Oriente si mosse il prode Bonifacio d’Avise. Dai monti della valle d’Aosta fino alle sponde insanguinate di Otranto e ritorno. La battaglia della fede che lo condusse sulle rotte del Sud. Le stesse rotte dell’enigmatico “Maestro di Gignod”.

 

Stella

 

Dell’arte (e) del potere. Storia di un nobile priore. Giorgio di Challant. Cap. 2

 

Il nobile Giorgio iniziò a vergare il foglio; si fermava spesso. Chiuse gli occhi cerulei ormai stanchi per l’età ma ancora vividi, accesi di quella luce tutta particolare che da sempre aveva contraddistinto il suo sguardo. Occhi grandi, di un azzurro chiarissimo ma non acqueo; un azzurro che ricordava la vastità del cielo, di quegli orizzonti che lui non si stancò mai di sondare, cercare, indagare. Ecco, sì, il suo era uno sguardo indagatore. Molto spesso gli avevano detto che i suoi occhi emanavano regalità, incutevano rispetto se non talvolta persino una sorta di timore. Il suo portamento era regale. Il suo incedere lento e diritto lo faceva apparire persino più alto ed accentuava la sua innata eleganza.

Quasi un sovrano. Gli veniva da sorridere… non avrebbe ambìto a tanto ( o forse sì?), ma sicuramente nel suo campo era un solido punto di riferimento. Regalità. Una qualità forse derivatagli, oltre che dall’educazione impartitagli, anche da quel suo carattere, da quella sua naturale indole “leonina”. Non era forse solo una casualità se la prima luce che quegli occhi videro fu quella del 1 agosto 1439, sotto la costellazione del Leone, segno del Sole e della nobiltà.

Sguardo fiero e severo, seppur non privo di indulgenza e magnanimità. Mascella forte e volitiva, indice di carattere tenace e attitudine al comando. Capelli castano scuro che ancor più esaltavano il suo incarnato diafano. I suoi ritratti di profilo ben si allineavano alla ritrattistica aristocratica all’epoca in voga, derivata dallo studio di quella imperiale romana i cui nobili profili attraversarono le più ampie latitudini geografiche veicolati sulle monete e ben si impressero nelle consuetudini e nell’immaginario comune.

Si sentiva già nell’aria il profumo della primavera. Correva l’anno 1460 e lui era da poco giunto ad Aosta, entrando, ad appena 20 anni, nel Capitolo della Cattedrale. Vi era un’atmosfera di grande fermento perché il nuovo chiostro, dopo quasi un ventennio di lavori, stava per essere consegnato dalle maestranze ed inaugurato dal nobile vescovo Antoine de Prez.

Fu l’anziano canonico François Rosset che gli raccontò le vicissitudini della fabbrica del chiostro. Lui, infatti, era presente al momento della stipula del venerabile patto tra il Capitolo della Cattedrale e il magister Petro Bergerii de Chamberiaco. Era l’8 giugno del 1442.

In quel giorno ormai lontano, otto canonici della Cattedrale stipularono il contratto per la ricostruzione del chiostro capitolare con questo importante architetto savoiardo, sebbene l’inizio vero e proprio dei lavori prese avvio nel marzo 1443, quando era vescovo Johannes de Pringino.

Il rapporto di lavoro con il Berger non andò a buon fine, pare per lungaggini e spese eccessive, tanto che l’architetto transalpino sparì presto dalla circolazione. Si procedeva a rilento e, nel frattempo, cambiarono pure le maestranze. Ancora nel 1456 si sottolineava lo stato di degrado del vecchio chiostro romanico così come di altri edifici del complesso capitolare. Venne così ufficialmente istituita la Fabbriceria della Cattedrale. Capo cantiere divenne il “lathomusMarcellus Gerardi di Saint Marcel.

Giorgio aveva conosciuto personalmente questo Marcellus e ne aveva pubblicamente riconosciuto e apprezzato le indubbie doti artistiche. La sua finezza nel plasmare i blocchi di alabastro cristallino che avrebbero costituito i capitelli del chiostro era notevole.

Il nobile Giorgio si soffermò un istante. Mentre il venticello del tramonto accarezzava l’edera del giardino accesa di porpora e arancio, guardando le colline pensò ancora al suo glorioso passato.

Effettivamente c’erano tre siti che meglio di altri potevano riassumere le maggiori fasi della sua vita, e tutti e tre si trovavano nella sua petrosa ma tanto amata Valle d’Aosta, terra natia dei suoi avi, la nobile e potente casata dei siri di Challant. Innanzitutto la Cattedrale di Aosta: la sua gioventù, il periodo dei grandi sogni, delle forti ambizioni. Quindi il Priorato di Sant’Orso: il trionfo della sua maturità, il luogo che forse più di altri rappresenta la sua doppia identità transalpina e la sua raffinata apertura culturale. Infine il castello di Issogne: icona della sua filosofia di vita, delle sue gesta, delle sue speranze nel futuro, dei suoi auspici… Una dimora sontuosa che doveva fungere da costante insegnamento e monito servendo, allo stesso tempo, da riflessione tanto sulla vita quanto sulla morte. Una senilità che altro non è se non la fulgida ed autorevole sintesi di una vita straordinaria.

“Ebbene”, pensò, “chi vorrà trovare il mio nome scolpito su uno di questi capitelli dovrà accedere al chiostro dal lato sud, direttamente dalla porta di collegamento con la navata nord della Cattedrale. A sinistra dell’ingresso, dopo il capitello recante il nome del canonico Ludovicus de Sancto Petro, ecco il “mio”: Dominus Georgius de Challant canonicus.

20 anni. Appena 20 anni e il mio nome, il nome della mia casata, veniva scolpito in quella pietra brillante, per sempre. La mia carriera era agli inizi, ma sapevo che mi aspettavano grandi successi. Sapevo che avrei fatto grandi cose nella mia vita; me ne ritenevo capace.

E non finisce qui. Entrate in Cattedrale e raggiungete il presbiterio dedicato a Santa Maria Assunta. Lì resterete abbagliati dall’eccezionale eleganza dei magnifici stalli gotici, vero capolavoro di ebanistica, opera di due scultori capaci di modellare il legno con tale fervore da conferirgli un cuore eternamente pulsante, un respiro, un’anima. 61 stalli realizzati dalle sapienti mani di Jean Vionin di Samoens e di Jean de Chetroz. Questo splendore venne portato a termine nel 1469.

La fila sinistra degli stalli gotici
La fila sinistra degli stalli gotici

Naturalmente io non potevo mancare, essendo anche tra i committenti. Salite verso la testa della fila di sinistra e procedendo verso la navata, immediatamente dopo la raffigurazione di San Pietro, troverete quello da me donato riconoscibile innanzitutto grazie allo stemma della mia casata: “d’argento al capo di rosso con filetto nero in banda” sorretto da un angelo. Un angelo assai particolare che ritroverete anche altrove se saprete aguzzare la vista. Lo schienale vede la rappresentazione di re David. Un sovrano, dunque. Un indizio di aristocrazia che già poteva far intuire l’estrazione sociale di chi quello stallo aveva donato. Un re votato alla fede e amante, cultore, delle arti. Sì, in qualche modo, in quel devoto re David, era come se ritrovassi un pò di me.

      

Che anni furono quelli… La seconda metà del Quattrocento vide il trionfo delle più importanti committenze artistiche che mutarono il volto della cattedrale anselmiana. L’antica chiesa dedicata a San Giovanni Battista, la cui grande abside aggettava verso ovest, venne definitivamente demolita e il bel mosaico romanico con animali fantastici spostato nella zona presbiteriale a monte di quello, immenso, dedicato allo scorrere sempiterno dei mesi. Il corpo della navata di Santa Maria veniva allungato verso ovest di due campate e completamente voltato con una nuova copertura a crociera costolonata che andò a ricoprire quella lignea precedente nonché resti di affreschi molto antichi che, ormai, non rispondevano più al gusto della Chiesa.

Fu così che, ad occidente, si diede avvio al ripensamento di una nuova facciata che, però, io non vidi mai terminata.

Sempre nel coro il noto ed apprezzato scultore Stefano Mossettaz aveva creato un magnifico soffitto decorato adatto ad inquadrare in maniera decisamente scenografica la tomba di Francesco di Challant. Al grande orafo fiammingo Jean de Malines, inoltre, venne affidato l’incarico di portare a termine la monumentale cassa per le reliquie di San Grato, oltre a bastoni processionali, cibori, calici per la sagrestia…

Per non parlare delle vetrate del deambulatorio dove ai piedi della Vergine e di San Giovanni, i due dedicatari della Cattedrale, figurava nuovamente il mio stemma: sotto i piedi dell’Assunta sorretto da una coppia di angeli; sotto il Battista dal grifone e dal leone”.

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Ecco, il signore poteva davvero affermare che la grande e vivace Fabbrica quattrocentesca della grande Cattedrale aostana ben sintetizzava la sua gioventù, fatta di studio, di preghiera, certo, ma anche di entusiasmi, di stimoli culturali, di voglia di scoprire, di sfide.

Tornò quindi a sedersi. Si strinse ancor più nel mantello. Ormai le ombre della sera si erano allungate e le prime stelle della notte facevano capolino in lontananza. Era ora di rientrare. Avrebbe proseguito domani, auspicando che, durante la notte, il Signore lo aiutasse nel nitore dei ricordi e gli desse la forza e la salute per redigerli.

Stella

 

 

Archeo-UTMB. Archeologia, storia e leggende del versante nord del Monte Bianco

Lunedì 28 agosto 2017 prenderà il “VIA” l’UTMB. Di certo non mi sogno neppure di mettermi a correre in montagna (non fa per me!!), ma a modo mio voglio contribuire. Un mini-tour storico-archeologico per dare un’occhiata oltre confine, oltre la mole di Sua Maestà il Monte Bianco. Iniziamo dal territorio francese… Un’insolita Chamonix e dintorni!

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Il nostro viaggio sulle orme di un lontano passato parte dal ponte Saint Martin di Sallanches – luogo rappresentato in tutte le sue possibili prospettive dalle stampe ottocentesche –, risale il corso del fiume Arve, lungo la riva destra, per raggiungere, dopo Passy, l’ampia pianura che un tempo, prima dei Romani, si narra, fosse occupata dalla mitica città di Dionisia (o Diouza).
Insediamento travolto in un tempo lontano dal cedimento degli argini del lago di Servoz e successivamente colmato da una frana nella località di Chedde, frana che ha dato origine alla stupenda cascata chiamata “Cascade du Coeur”, perché le sue acque precipitano disegnando un cuore.

INDIZI ARCHEOLOGICI, STAMPE, RACCONTI E UNA NATURA ABBAGLIANTE
Da Chedde saliamo faticosamente a Chatelard, chiusa naturale di quell’antico lago glaciale che occupava la piana di Servoz. Prima sorpresa: ci imbattiamo in antiche fortificazioni innalzate dai Nantuati, popolazione locale, contro i Ceutroni, risalenti ad un periodo pre-romano.

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Servoz era e resta un sogno ad occhi aperti: alla nostra destra, improvvisamente, il Monte Bianco si innalza in tutta la sua bellezza sullo sfondo dei resti del castello di Saint Michel, mentre alla nostra sinistra si scorgono le Gorges du Diosaz, gli orridi più imponenti d’Europa. Il viandante che faticosamente era giunto fin quassù – stupende le descrizioni di viaggio di Alexandre Dumas e di Horace-Benedicte De Saussure – iniziava ora il tratto più pericoloso, che le carrozze non potevano affrontare: la Montà Pellissier. Di qui, attraverso una lunga salita nell’incanto di un bosco medievale, si attraversa Vaudagne raggiungendo la Testa Nera. Spira ancora qui intatto il fascino della leggenda che voleva che da una spaccatura della roccia il Diavolo allettasse e rapisse le vergini facendo loro apparire una stanza piena d’oro. Fascino di una leggenda che non è per nulla turbato dalla presenza in loco di un’epigrafe romana del I secolo d.C. identificante i confini tra le varie giurisdizioni.
La discesa a Les Houches, sempre immersa nel verde del bosco e illuminata dai riverberi del ghiacciaio, resta fuori dal tempo. Les Houches, nome derivante dal termine ‘olca’ con cui i Celti designavano il tratto di terreno coltivato intorno alla casa, è certamente il più antico degli insediamenti della valle, e testimonia la situazione di acquitrini e di residuati morenici che un tempo occupavano la piana di Chamonix.
Questo percorso divenne carrozzabile nel 1818, ma solo con la cessione alla Francia della Haute Savoie e per intervento personale di Napoleone III, assunse la dignità di vera strada (1867).
Per la cronaca i tempi di un viaggio in carrozza da Ginevra a Chamonix nel 1850 erano di ben 11 ore per una distanza di soli 90 km.
Abbiamo così raggiunto Chamonix, la cui origine probabile è del 1119 se consideriamo che a tale data risalgono le fondamenta della chiesa, un tempo abbazia benedettina. Ma solo al 1236 possiamo far risalire con certezza la denominazione attuale come risulta da un documento di cessione del territorio dal Conte di Faucigny all’Abbazia benedettina di Saint Michel de Cluses.
Quale sia il significato del nome Chamonix è abbastanza discusso, per quanto appaia la più credibile quello di ‘campo cintato’ o di ‘campo del mulino’.
Il territorio aveva nel Medioevo una proprio autonomia amministrativa e giuridica anche se i pieni poteri spettavano all’Abbazia di Sallanches.  Al 1770 risale la costruzione del primo albergo, quello di Madame Souterraud, ma già nel 1850 gli alberghi erano diventati nove e i frequentatori di Chamonix ammontavano a ben 5.000.

L’epoca romana fa la sua comparsa anche nel territorio di Saint-Gervais-les-Bains con una particolarissima iscrizione di età vespasianea (74 d.C.) rinvenuta poco a valle del Col de La Forclaz. Questo il testo: EX AUCTORITAT(E)IMP(ERATORIS) CAES(ARIS) VESPASIAN(I)AUG(USTI) PONTIFICIS MAX(IMI)TRIB(UNICIA) POTEST(ATE) V, CO(N)S(ULIS) VDESIG(NATI) VI P(ATRIS) P(ATRIAE)CN(AEUS) PINARIUS CORNEL(IUS)CLEMENS LEG(ATUS) EIUS PRO PR(AETORE)EXERCITUS GERMANICI SUPERIORIS INTER VIENNENSES ET CEUTRONAS TERMINAVIT.

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Un’epigrafe utile a sottolineare i confini tra il territorio dei Ceutroni e dei Viennensi Allobrogi, ossia gli abitanti dell’attuale zona di Vienne, poco distante da Lione. Due territori appartenenti in effetti a due distinte province: gli Allobrogi già in Gallia Narbonense e i Ceutroni nelle Alpes Graiae.

Il versante nord del Bianco. Oltre lo sci, oltre l’alpinismo, oltre lo shopping… c’è ancora tutto un mondo da scoprire…

 

Stella

 

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L’Aosta che ti manca. Emozioni dietro l’angolo

Quante passeggiate con la mia piccola ultimamente… Mattina e pomeriggio si esce alla scoperta di nuovi angoli della nostra città. Cerchiamo spazi di luce, di verde, di tranquillità. Luoghi dove, pur essendo in centro città, poter vivere la sensazione di trovarci in aperta campagna o quasi. E non è facile… neppure ad Aosta, città tormentata da innumerevoli cantieri… polvere, rumori, betoniere, trincee, trapani, martelli pneumatici e non… insomma, bene che vi sia tanto lavoro e tanto da fare, ma passeggiare in tranquillità senza dover per forza andare chissà dove non è cosa semplice!

Alla fine abbiamo individuato un nostro percorso preferenziale, luoghi dove torniamo e ritorniamo ogni giorno perché ci fanno stare bene. Ecco quindi che, dopo averne parlato (Costanza ed io), abbiamo deciso di condividere con i nostri amici del blog queste nostre passeggiate… magari possono fornire spunti per una visita della città diversa dal solito…

Cominciamo dall’Arco d’Augusto, zona in questo periodo più movimentata della Stazione Centrale di Milano per via delle tantissime gite scolastiche che animano il nostro capoluogo. Ci infiliamo subito nella viuzza che porta alla scuola dell’infanzia e, da lì, imbocchiamo il vicolo dell’Antica Vetreria da poco assai ben ristrutturata.

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Svoltiamo l’angolo, pochi passi sul marciapiede di Viale Chabod cercando di focalizzarci sul corso del Buthier ignorando le auto; subito inforchiamo la strada sulla sinistra: Via Guido Rey si insinua, invitante, tra porzioni superstiti di prati, giardini cinti da alte siepi, casette dai colori vivaci e, sempre come sottofondo, il rasserenante rumore dell’acqua, la voce dei rus di campagna. E come quinta scenografica a nord, lui, il maestoso Grand Combin di elvetico accento.

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Sulla destra l’ampia distesa verde fa da “green carpet” all’inconfondibile campanile di Sant’Orso. Lo sguardo corre e si perde cercando non si sa bene cosa lungo le pareti nord della “materna” Becca di Nona e del superbo Emilius, dal profilo secco, quasi himalayano. Una sorta di coppia di coniugi.

18664218_757649131074886_4222925085821607962_nLui più alto, secco, severo seppur, in fondo, buono di animo. Lei, più piccina (ma non troppo)… dipende da come li guardi (e spesso è così anche nelle coppie “umane”!), dai fianchi larghi e dal seno prosperoso. Emilius e Becca, quasi fossero gli antenati, i rocciosi genitori di questa piana verdeggiante solcata dal nastro della Baltea Dora.

Sulla destra ad un certo punto si apre un cancello e, come un giardino segreto, ecco l’antico Cimitero del Borgo di Sant’Orso, amorevolmente curato dai Volontari locali.

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Uno scrigno di storia, di ricordi, di famiglie, di volti ormai lontani ma di anime ancora presenti che, se presti attenzione, sentirai quasi sussurrare tra i cipressi.

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Proseguiamo lungo via Guido Rey e, in fondo, ecco comparire la sagoma imponente e squadrata della Torre dei Balivi… ogni volta mi percorre un brivido, un’emozione che nonostante tutto non riesce ad affievolirsi. Quella torre ha nascosto un grande segreto per secoli; un segreto poi finalmente svelato in quella pallida giornata di febbraio; un segreto faticosamente interpretato e altrettanto faticosamente veicolato. Un segreto che, purtroppo, al momento giace nuovamente sepolto, ignorato. Ma la forza di questo luogo è immensa; a me è sempre parso che quella torre, al di là della sua pluristratificata identità storica, sia come una grande antenna di comunicazione tra passato e presente, tra cielo e terra, tra divino ed umano… e questo gli antichi àuguri lo sapevano benissimo!

E pensare a quando passavo di qui ai tempi delle superiori: “i Balivi” erano le prigioni di Aosta! Le mura nere, sporche… quelle finestrelle tristi, come orbite vuote, nere e con plurime sbarre, quasi fossero fitte ciglia di ferro! A volte vedevi penzolare calzini, mutande, magliette stese dai carcerati ad asciugare… ed oggi, invece, eccola lì la Torre dei Balivi: risplende illuminata dal sole in tutto il suo dorato splendore e, con lei, evade in musica l’intero Conservatorio regionale. Pentagrammi ed armonia han preso il posto dell’angoscia e della desolazione.

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Piccola deviazione: giardinetti di Sant’Orso. Al mattino ancora meglio, meno confusione! Sorvegliati dall’immancabile campanile e dall’elegante torre ottagonale del Priorato ci balocchiamo un pò tra i vari giochini, sostiamo sotto gli alberi, ascoltiamo gli uccellini e i sussurri del vento… Poi, via, si riprende la passeggiata!

Torniamo su via Guido Rey, fiancheggiamo il corpo nord del Conservatorio nato sulle mura di cinta di epoca romana. Passiamo tra queste ultime e il convento di Santa Caterina. Fin da lontano si vede il piccolo campanile romanico della chiesetta delle Suore… una presenza famigliare! Che posto, questo… Costanza, ti rendi conto di dove siamo?!

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Qui, tra la Torre dei Balivi e il Convento nacque Augusta Praetoria. Da qui si cominciò a trainare l’aratro del solco primigenio e qui, guardando verso sud, oltre le mura romane, oltre le mura del convento… sapere che lì, sotto quei meli, riposano i resti dell’Anfiteatro… sì, stiamo “accarezzando” l’antico quartiere romano dedicato agli spettacoli e, da lontano, la facciata del Teatro è lì a ricordarcelo.

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Arriviamo davanti all’ingresso del Convento, sobrio ma prezioso grazie all’elegante affresco tardo quattrocentesco che ne ingentilisce l’ingresso. Ombra, frescura, curiosare di fiori dalle aiuole e dai giardini. La scuola dell’infanzia “Mons. Jourdain” occupa un’altra antica torre romana, “gemella” della Tour du Pailleron (quella vicina alla stazione), chiamata nel Medioevo Tour Perthuis: vi era qui infatti una breccia, un varco, un “pertugio”, appunto, praticato nelle poderosa mura di romana memoria.

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Attraversiamo la strada e imbocchiamo via San Giocondo. Quanto ci piace questa stradella… si fiancheggiano le proprietà vescovili dominate dal grande Seminario Maggiore e dal tozzo campanile di Saint Jacqueme. Guardate con attenzione questo muro di cinta: dopo pochi metri dall’imbocco della via, sulla vostra sinistra, noterete uno stemma: si tratta di una copia, naturalmente, che però vuole richiamare lo stemma originale della Curia vescovile.

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Un tempo lontano questo era un segno importante: chi oltrepassava questo confine entrava automaticamente sotto la protezione del Vescovo.

E’ come un passaggio metaforico, quello tra l’Aosta delle orini, romana e pagana, e l’Aosta cristiana e medievale. L’Aosta del primissimo fonte battesimale di IV secolo d.C., quello le cui tracce permangono all’interno del Criptoportico, quello dove ancora il battesimo veniva impartito per immersione e soltanto nei giorni santi del Triduo pasquale… l’Aosta della prima domus ecclesiae sulle cui mura verrà innalzata la prima cattedrale, quella del secondo fonte battesimale di V secolo d.C.; l’Aosta paleocristiana. Un’Aosta davvero poco conosciuta e che invece meriterebbe maggiore attenzione. Un’Aosta da ritrovare, oltre che nella grande chiesa madre, anche nella chiesa (oggi sconsacrata) di San Lorenzo, quella proprio di fronte a Sant’Orso, le cui sotterranee vestigia archeologiche raccontano di come la fede cristiana si fece largo tra queste montagne, progressivamente sostituendosi, e non senza fatica, ai culti pagani preromani (forse ancora in parte incarnati dal mito di Sant’Orso) e da quelli più ufficiali e patinati del potente Impero di Roma.

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Oltre quelle mura una sorta di piccolo Vaticano fa capolino con alberi di fico di arcaica biblica memoria, di cachi, di mele, pere… vociare di bimbi, intenti a giocare nel campetto dell’oratorio; vociare dall’orto “Din Don” e dai giardini della Cattedrale.

E musica, ancora musica. Spesso le note di un pianoforte o il ritmo delle percussioni ci accolgono in quest’angolo di Aosta dove ha trovato posto la Scuola di Formazione musicale. Al mattino la luce tenue si attorciglia intorno alle alte torri campanarie di Santa Maria Assunta. Al pomeriggio il solleone infiamma la strada creando atmosfere macchiaiole da quadro di Fattori. La sera i toni purpurei del tramonto infiammano le creste dello Chateau Blanc e riverberano il loro fiammeggiare su queste case basse, dalle delicate tinte pastello, strette le une alle altre, soggiogate dalla maestà della grande Cattedrale.

Ad un certo punto svoltiamo a destra e guadagniamo Viale della Pace con le sue infilate di alberi, le siepi, le aiuole. E sempre un allegro vociare di bimbi. E ancora la voce dell’acqua: la Mère des Rives appare e scompare. Torna e se ne va.

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La Mère des Rives, il canale che disegna il confine nord dell’antica città romana e medievale, dopo essersi separata dal Ru de Saint Ours in corrispondenza della Torre dei Balivi, continua il suo viaggio verso ovest, verso la Tour Neuve, antica roccaforte dei De Villa de Turre Nova, vassalli degli Challant, i potenti Visconti di Aosta. Da qui scenderà verso sud, lambendo la zona delle caserme, lì dove un tempo sorgevano mulini ed impianti artigianali; lì, dove ancora prima, trovavano l’eterno riposo gli abitanti di Aosta romana e tardoantica… fino a perdersi verso sud gettandosi nell’azzurro corso della Dora.

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E svoltiamo ancora verso sinistra, alla volta di via Martinet, un tempo Rue du Grand Saint Bernard. Una via un pò defilata, un pò dimenticata… ma che ha tanto da dire, da raccontare.

Qui usciva, dopo aver superato la monumentale Porta Principalis Sinistra (i cui resti si possono vedere nei sotterranei del vicino Museo Archeologico di piazza Roncas) l’antico Kardo Maximus diretto a nord, pronto ad attaccare la ripida rampa che segnava l’inizio del viaggio verso il Summus Poeninus.

Da qui partiva la storica corsa “Aosta-Gran San Bernardo”, vero e proprio momento di aggregazione sociale, fenomeno di costume, evento amato e seguito dagli abitanti di Aosta e non solo, dagli appassionati di auto e corse, ma non solo. Lungo questo tracciato, nel corso dei secoli, sono transitati eserciti, condottieri, viaggiatori e… piloti. Proprio così, corridori che al volante di prestigiose automobili hanno dato vita, fra il 1920 e il 1957, ad una delle corse in salita di maggior rilievo nel panorama sportivo internazionale; una gara che, nell’ultima edizione, fu addirittura inserita nel calendario del Campionato europeo della Montagna.

Paesaggi straordinari, curve tra le più belle ed impegnative d’Europa, atmosfere d’altri tempi che si rinnovano con le auto d’epoca e l’eredità di una gara dal sapore unico; dall’elegante piazza Chanoux, parterre d’eccezione, fino allo storico valico avvolto nel mito,corrono e rimbombano i ricordi e le emozioni di una corsa da non dimenticare!

E non vogliono dimenticare i commercianti di Via Martinet e piazza Roncas che si impegnano in ogni modo per vivacizzare questa strada così densa di storia e per convincere aostani e turisti che il centro storico non finisce in Croce di Città ma prosegue in piazza Roncas e ancora oltre, in questa via ombreggiata, protetta da Santo Stefano, dove lo spirito del Gran San Bernardo prova a farsi percepire, un pò nelle vetrine della Fondation Barry, dedicata ai cani che di questo santo portano (con onore) il nome, e un pò in quel lontano ruggire di motori che, poco oltre, tanta polvere e tanto tifo hanno sollevato.

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Già, perché per trovare la linea di partenza bisogna arrivare alla fine di via Martinet, superare l’incrocio con Corso XXVI febbraio e proseguire in Viale Ginevra. Lì, proprio lì, dove fino alla metà del Novecento, sorgeva l’altro cimitero storico di Aosta, anch’esso cinto da mura e annunciato dalla perduta cappella neogotica di Saint-Jean-de-Rumeyran, si accalcava la folla degli appassionati e dei curiosi.

Chi avrebbe mai potuto immaginare all’epoca che, sotto quel cimitero moderno, ce ne fosse un altro ben più remoto che affondava le sue radici addirittura nella lontana Età del Ferro e che custodiva, al di sotto di una pesante cupola di pietre, le spoglie mortali di un antico principe viaggiatore proveniente da un misterioso nord.

Sono davvero tante le storie e le leggende da raccontare, Costanza… Quel volto che ci osserva da una delle ultime case di Via Martinet è come un silenzioso genius loci.

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Ma ora torniamo indietro. Presto condivideremo coi nostri amici un’altra passeggiata nell’Aosta che ti manca!

Stella

Buon Compleanno ROMA. Aeterna Urbs, aeternus AMOR…

21 aprile 2017. 2770…ANNI! Certo, oggi è il compleanno di una nobile signora, anzi, di una dea, meglio… di un MITO! Oggi è il dies natalis di Roma, aeterna urbs!

Un’alba? Forse… Ce lo possiamo immaginare quel rosato chiarore mattutino, quel cielo appena dorato all’orizzonte…la brina, un probabile velo di umidità nell’aria e sui colli. Romolo aggioga la coppia di buoi,  o meglio: un bue ed una vacca, rigorosamente bianchi, con le corna decorate da fiori e nastri. Sì, quello il punto più elevato, da qui la vista spazia e abbraccia la valle e il Tevere luminoso: è questo il punto indicato dagli dei, annunciato dai segni celesti. Qui sorgerà Roma.

Le bestie si mettono lentamente in marcia; Romolo spinge il sacro aratro il cui vomere affonda nella turgida e nera terra: auspicio di futura prosperità ed eterna ricchezza. I sacerdoti osservano in un mistico silenzio: alcuni continuano a scrutare il cielo, alla ricerca (forse) di altri segni, studiando il ciclico e sempiterno movimento antiorario degli astri di cui il perimetro della futura città dovrà essere sacro riflesso. Altri, invece, osservano con attenzione il tracciamento del solco primigenio, il debordare delle zolle che poi regolarmente vengono rivoltate ed il compiersi di gesti antichi dettati dai sacri libri dell’oscura disciplina.

Romolo è attento, concentrato, assorto. Pensa ad un nome…Roma.

21 di aprile 2016. La leggenda ritorna. Il mito riemerge potente dalle nebbie di un passato lontano. E il cielo ritorna protagonista, coi suoi moti sempre uguali ma comunque imperscrutabili.

Da sempre prima i re della Roma regia, poi, molto dopo, gli imperatori, instaurarono un rapporto privilegiato con gli astri e le sfere celesti: per trarne insegnamento, presagio, previsione, auspicio.

Il 21 di aprile è una data unica. Il 21 di aprile Roma celebra i suoi antichi fondatori e, con loro, i suoi gloriosi dei. In questo sacro giorno il Sole riveste un ruolo da protagonista ed è per tale motivo che ci recheremo al Pantheon.

Già, il Pantheon: indiscusso capolavoro della più alta e raffinata ingegneria romana. Un tempio nato da una sfera ed in questa perfettamente inscrivibile. Un tempio dalla copertura a cupola così ampia e sorprendente da voler richiamare la stessa volta celeste. Un tempio, però, dall’orientamento apparentemente inspiegabile in quanto rivolge il suo ingresso a nord. Perché?

Il primo Pantheon fu voluto da Augusto, imperatore che molto bene sapeva leggere ed utilizzare il potere delle stelle e che altrettanto strategicamente sapeva costruire le città con sagaci allineamenti “parlanti”. E proprio a tale proposito pensiamo al non lontano Campo Marzio: un’area abbracciata da un’ansa del Tevere che, fino ad Augusto, non era mai stata davvero valorizzata. Qui il princeps volle realizzare un luogo monumentale denso di simbolismi, di richiami e di messaggi. Qui infatti venne realizzato il Mausoleo per Augusto; qui l’Ara Pacis; qui il Solarium Augusti ( o Horologium Augusti); qui, infine, venne innalzato l’obelisco importato dall’Egitto. Qui doveva essere il regno del Sole, il Sole di Augusto. L’immensa pavimentazione della piazza riportava la scansione del tempo: stagioni, mesi, ore, zodiaco. L’obelisco fungeva da gnomone, ma solo in un preciso giorno proiettava la sua lunga ombra in maniera emblematica: al tramonto del 23 settembre (giorno di nascita di Augusto) l’ombra ricadeva dal Mausoleo fino all’ingresso dell’Ara Pacis (posizionata diversamente rispetto ad oggi). Il messaggio era: Augusto è nato per portare la Pace (personificata come una vera e propria divinità!).

Il Mausoleo è orientato nord-sud con la porta d’ingresso a meridione. Immaginando di tirare una linea retta annullando tutte le costruzioni che nei secoli hanno riempito tale distanza, arriveremmo fino all’ingresso del Pantheon. Si tratta di un’intuizione e del frutto della ricerca condotta dai Proff. Giulio Magli, docente di Archeoastronomia al Politecnico di Milano, e  Robert Hannah, docente di letteratura classica presso l’Università di Otago (Nuova Zelanda).

Un legame tra Augusto, divi filius, e la sacra dimora di tutti gli dei. Quegli stessi dei che favorirono e patrocinarono la nascita di Roma e che annovereranno anche l’imperatore dopo la sua morte.

21 di aprile. Mezzogiorno. Il Sole passa alto sopra la grande cupola e intercetta, in un momento preciso, in un istante di eternità, il vuoto sommitale. I raggi entrano nell’aula sacra, la invadono e poi si spostano fino ad incontrare il portale d’accesso. Le cornici di marmo si accendono e l’intero edificio quasi rifulge per una luce interiore che richiama i passanti invitandoli a fermarsi, ad osservare, ad entrare. E’ il Natale di Roma e tutti gli dei ne festeggiano la nascita.

Auguri Roma!

Stella

STRADA ROMANA DELLE GALLIE. LEGIONI… “INTO THE WILD”

Cime rocciose, burroni, strapiombi, torrenti impetuosi e ampie zone paludose: questa era la Valle d’Aosta, quello spicchio di Transpadana che le valide armate legionarie si trovarono a dover obbligatoriamente domare, organizzare e gestire per poterlo finalmente attraversare.

“Il legato Aulo Terenzio Varrone Murena non amava particolarmente quelle terre. La neve, che in alcuni momenti dell’anno pareva soffice albume d’uovo montato; le immense distese verdi come smeraldo che si perdevano all’orizzonte; il silenzio […]”. (da “La legione occulta dell’impero romano” di R. Genovesi).

Sì, il silenzio: un silenzio strano, che quasi tappava le orecchie, rotto solo a tratti dal sibilo di quel vento gelido e feroce che rovesciava giù da nord, da quella valle che si diceva “Valle Fredda”. Le province alpine: ecco cos’erano. Il regno delle rocce, dei ghiacci e delle aquile. Terre strategiche, abitate da popoli sfuggenti che facevano delle montagne le loro roccaforti inespugnabili e che trasformavano quella Natura, per loro così famigliare, in una vera e propria arma.

Ma l’esercito, le legioni, dovevano passare. A tutti i costi. Le legioni avrebbero superato quegli infidi crepacci, quegli scuri burroni e quelle forre scoscese. Avrebbero superato le fitte foreste di pini e i cangianti boschi di betulle. E la paura. Le Alpi spaventavano la maggior parte dei soldati, soprattutto quelli provenienti dalle campagne laziali e dalle coste tirreniche, non avvezzi a simili luoghi e a simili temperature; in particolare la neve li terrorizzava, quella neve che, incontrollata, rovinava a valle con boati tremendi. Le compagini di stirpe gallica e pannonica, invece, erano più preparate al gelo e alla fatica delle lunghe marce.

Eporedia era stata fondata nel 100 a.C. ed era diventata una città-baluardo, un’utile “testa di ponte” per penetrare in quella valle di roccia solcata dall’imprevedibile Duria Maior. Quella valle abitata da tribù imprendibili, quasi degli spiriti capaci di vivere in perfetta simbiosi con le montagne, con le caverne, con il vento. Ecco, sì, quasi figli di quel vento e di quelle rocce, i Salassi dominavano i transiti verso le Gallie. Impossibile passare senza pagare un caro prezzo, o in soldi, o in sangue. I Salassi, nascosti in villaggi pressoché irraggiungibili, mimetizzati tra i pascoli e nelle morene. Lassù, come nidi d’aquila, tutto vedevano e tutto controllavano. Invisibili ed imprevedibili, in una notte potevano sbarrare un passaggio creando slavine, distruggendo ponti. Loro che tra quelle gole sapevano muoversi con agilità anche nel buio più nero. Capitava, infatti, a volte, dal fondovalle, di vedere degli sciami luminosi, fugaci, muoversi rapidamente, come fuochi fatui, lungo le pareti di roccia. Erano loro: i Salassi, i signori delle vette.

Ma l’imperatore voleva il passaggio. Un ordine inappellabile. I Salassi sarebbero scesi a patti? Si sarebbe trovato infine un compromesso? O sarebbero stati scontri e rappresaglie continue? Non importava; si sarebbe affrontata ogni situazione. Ormai non si poteva rimandare: doveva essere avviata la costruzione di una strada militare e commerciale che fosse sicura e funzionale. Quella sarebbe diventata la Via delle Gallie. Nonostante tutto.

Stella

Da Pont d’Ael a Industria sulle orme degli Avilli, ricchi imprenditori devoti a Iside.

Probabilmente vi starete già chiedendo in quale “Augusta” vi porterò oggi… giusto? Beh, per oggi niente Auguste! Oggi il nostro viaggio comincia da qui, dalla Valle d’Aosta, per poi proseguire in Piemonte alla scoperta dell’antica città di #Industria, non lontano da Chivasso, nel cosiddetto “oltrePo chivassese”.

Partiremo dal noto ponte-acquedotto romano di #PontdAel, nell’omonimo villaggio lungo la strada che sale a #Cogne, per ritrovare un legame. Sì, per ritrovare le tracce di un’importante famiglia, quella degli AVILLI.

Credo la stragrande maggioranza dei miei ormai fedeli amici valdostani conosca Pont d’Ael alla perfezione. Da quell’estate del 2014 in cui si celebrava il Bimillenario della morte dell’imperatore Ottaviano Augusto in cui avevamo portato Pont d’Ael alla ribalta con frequentatissime e seguitissime visite guidate, oggi questo incredibile, meraviglioso, capolavoro dell’ingegneria idraulica romana è una vera “star” nella “top ten” delle destinazioni culturali regionali.

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Il ponte.acquedotto romano di Pont d’Ael (Valle d’Aosta). Foto: E. Romanzi

Un’unica arcata, poderosa e tenace, ampia quasi 15 metri, scavalca la forra ad un’altezza di 56 metri dal corso d’acqua sottostante. Tutt’intorno irte e strapiombanti pareti rocciose ricoperte di edere e boschi, latifoglie e conifere, quasi a perdita d’orizzonte. E’ il Pont d’Ael. Il Pons Avilli,qui realizzato da un intraprendente e ricco padovano attivo nel settore dell’edilizia ormai più di 2000 anni fa, in piena epoca augustea: CAIUS AVILLIUS CAIMUS.

Un grandiosa opera idraulica. Un ardito ponte-acquedotto suddiviso su due livelli: un percorso scoperto superiore, oggi percorribile a piedi, che in origine costituiva il canale idrico dove passava l’acqua (lo specus); un altro sottostante, in galleria, utile al transito di uomini e animali. Un’infrastruttura privata, come recita a lettere cubitali l’epigrafe ancora in posto al centro della facciata che guarda verso valle, probabilmente voluta per incanalare l’acqua verso le cave di marmo di Aymavilles. Il tracciato completo, in parte ancora esistente, in parte obbligatoriamente ricostruito a tavolino, vede un’opera di presa situata a 2,5 km più a monte rispetto al ponte, lunghi tratti, ancora percorribili, ritagliati nel banco roccioso e sapientemente adattati al profilo morfologico della montagna e, il punto sicuramente più spettacolare, Pont d’Ael, dove l’acqua cambia versante superando il turbolento torrente Grand Eyvia.

Un percorso di visita ad anello realmente emozionante. Si passa in quello che gli archeologi chiamano “specus“, cioé l’antico condotto idrico, risalendo a ritroso rispetto all’originario senso di scorrimento dell’acqua. Giunti in sinistra orografica si scendono alcuni scalini per raggiungere uno dei due ingressi originali del camminamento coperto pedonale. Una vista che mozza il fiato; un cambio di prospettiva che fa sembrare questo monumento ancora più imponente, così aggrappato sulle rocce, umide e lucide per la risalita del vapore acqueo. Un contesto naturalistico speciale, popolato da una varietà floristica notevole (ben 11 specie di rare orchidee!) e, per questo, “abitato” da oltre 96 specie diverse di farfalle. Non a caso, questa, oltre ad essere un’area archeologica, è anche una Riserva naturale protetta!

Una volta entrati…aspettate che gli occhi si abituino alla penombra e poi…Poi vi renderete conto che sotto i vostri piedi c’è il vetro, illuminato dal basso, e vedrete un vuoto profondo ben 3 metri. Quel vetro vuole richiamare l’antica presenza del tavolato ligneo dove gli operai e il dominus Avillius camminavano, ma al di sotto oggi si può apprezzare la struttura stessa del ponte-acquedotto. Un’infilata impressionante di spazi cavi e tramezzi in muratura: una struttura, quindi, organizzata ” a camerette” in modo da essere leggera ed elastica, senza però rinunciare alla necessaria stabilità!

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Pont d’Ael. Il camminamento coperto col glassfloor (Foto: E. Romanzi)

Si percorrono in trasparenza i 50 metri di lunghezza del ponte e si ritorna in destra orografica; si supera l’altro accesso d’origine, rimasto per lunghi secoli chiuso e inutilizzato, e si esce..di nuovo sul vuoto! Sì, perché là dove un tempo i Romani passavano su un ampio sentiero ritagliato nel banco roccioso e poi franato nel torrente, oggi c’è una panoramica passerella in acciaio che consente di ripercorrere il loro stesso tragitto! Una cosa che da secoli non si poteva più fare!

Ma dedichiamoci al nostro Avillio (ah, forse vi sarete accorti della significativa assonanza tra Avillius Caimus e il nome della località di fondovalle: AymAVILLES… no?!). Bene, cerchiamo di conoscerlo più da vicino e, con lui, partiamo alla volta di Industria, importante area archeologica nelle vicinanze dell’attuale paesino di Monteu da Po.

Sulla facciata nord del Pont d’Ael campeggia un’iscrizione (CIL, V, 6899): «IMP CÆSARE AUGUSTO XIII COS DESIG C AVILLIUS C F CAIMUS PATAVINUS PRIVATUM», che consente di datare con esattezza il monumento all’anno 3 a.C. e di attribuirlo all’azione imprenditoriale del padovano Caius Avillius Caimus, esponente di una ricchissima famiglia di origine veneta legata al settore dell’industria edile e al trattamento delle materie prime,
soprattutto dei materiali lapidei e dei metalli. Proprietari di numerose nonché decisamente attive figlinæ (fabbriche di laterizi) nella loro terra natìa, gli Avilli sono attestati come imprenditori edili anche nel Piemonte nord-occidentale (valli di Lanzo e dell’Orco), ma soprattutto nell’antica città di Industria, dove inoltre risultano essere membri del Collegio dei Pastophori, potenti ed influenti sacerdoti del culto di Iside insieme ad appartenenti alla gens Lollia, altra famiglia di spicco della città sebbene anch’essi di origine veneta, veronese per l’esattezza.

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L’epigrafe (restaurata) sul lato nord del Pont d’Ael. Foto: E. Romanzi

Sin dal II secolo a.C., alcuni Avilli risultano operativi a Delo, isola egea frequentatissima dai massimi mercatores del tempo in quanto snodo strategico dei commerci e, soprattutto, in quanto attivissimo mercato di schiavi. In particolare ricordiamo come un certo Δέκμος Αυίλιος Μαάρκο[ς] Ρωμαĩος (Decimus Avillius Marcus, Romanus – ossia di origine romana), mercante di schiavi dedito al culto isiaco, è onorato all’interno di un presunto decreto di Melanofori, ossia un gruppo di penitenti devoti ad Iside che, completamente abbigliati di nero, celebravano le esequie funerarie in onore di Osiride.

Non dobbiamo meravigliarci di questo genere di culto egizio alle nostre latitudini. Dopo la conquista dell’Egitto da parte di Roma e la sua trasformazione in “provincia”, i culti locali iniziarono a dilagare nella penisola italica e a risalirla.

Iside, in particolare, la “dea dai molteplici nomi”, madre di Horus, il Sole, era venerata come protettrice dei parti, come guaritrice, come dea celeste, ma anche come una sorta di Demetra, divinità feconda della natura e delle messi. Una specie di “Madre Natura” universale; ecco, sì, una vera “dea madre” alla quale si poteva chiedere benessere e salute. Il culto inizialmente appannaggio delle classi aristocratiche, ben presto dilagò anche negli strati più umili della società proprio in virtù di questo potente messaggio di speranza.

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Iside. Da http://www.archeoroma.beniculturali.it

Iniziarono ad essere costruiti santuari a lei dedicati un pò dappertutto, dalla Campania (grazie ai porti di Neapolis e Puteoli) fino a Roma, che in poco tempo divenne un vero centro di riferimento del culto isiaco. Nel nord Italia ricordiamo qui i più importanti di Trieste, Aquileia, Verona e, appunto, nel nord-ovest, quello di Industria.

Si tratta di una sorta di città-emporio sorta a breve distanza dal punto in cui la Dora Baltea confluisce nel Po. Un porto fluviale, dunque, dove avveniva la selezione e lo smistamento delle materie prime provenienti dalla vallate alpine circostanti: pietre e metalli su tutti. La città pianificata, urbanisticamente sviluppatasi solo in età augustea (fine I secolo a.C. – inizi I secolo d.C.) con un impianto regolarmente scandito, era però stata già probabilmente fondata, almeno sul piano giuridico, alla fine del II secolo a.C. nel corso delle campagne militari romane nel Monferrato, nei pressi dell’insediamento celto-ligure di Bodincomagus = “mercato sul Po” (Bodinkos per i Liguri).

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Non è un caso che proprio qui importanti e ricchissime famiglie imprenditoriali (giunte dal nord-est sulla scia della progressiva romanizzazione di un nord-ovest ancora tutto da esplorare e soprattutto da sfruttare) fecero convergere i loro interessi politico-commerciali e le loro ambizioni elettorali unendo le indubbie capacità commerciali con rilevanti cariche sacerdotali; da qui a “sponsorizzare” la costruzione di un magnifico santuario a Iside e Serapide il passo fu breve.

È a partire dall’età augustea che Industria si avvia a diventare un importante centro mercantile e cultuale (con la costruzione del tempio e la sua prima fase). Mancano ad oggi studi e ricerche che identifichino nella città tracce evidenti di edifici pubblici quali mura, porte, edifici da spettacolo o terme. Attorno all’area del santuario, tuttavia, sono state individuate tre insulae abitative e, a Nord Est, l’area del foro cittadino, che però non è stato ancora oggetto di scavo archeologico.

L’elemento architettonico connotante l’area sacra e che più di altri salta immediatamente all’occhio è il grande emiciclo originariamente circondato da porticati, che culmina da un lato in un’esedra monumentale fiancheggiata da due tempietti, e dall’altro fronteggia l’alto podio di un tempio dotato di scalinata monumentale.

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Da non dimenticare gli straordinari reperti bronzei ritrovati ad Industria, veri capolavori della lavorazione dei metalli, tra cui la famosa “Danzatrice”, il “toro sacro di Iside”, i numerosi sistri, lo splendido balteo con scena di battaglia (assai simile peraltro a quello esposto al MAR di Aosta) e la testa di sacerdote isiaco, tutti visibili al Museo Archeologico di Torino.

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La danzatrice

In questa vasta terra di campi e d’acqua, l’area archeologica risalta come un gioiello esotico e particolare; peccato, però, non sia né semplice da trovare (scarsissime indicazioni stradali) né adeguatamente accessoriata in termini di pannellistica e supporti alla visita. E’ pur vero che, ogni tanto, vengono organizzate visite guidate di grande soddisfazione, ma va riconosciuto che il visitatore autonomo, se non supportato da opportune informazioni e se non rientrante tra gli “addetti ai lavori”, rischia di capire ben poco…

Segnalo inoltre, poco a nord dell’area santuariale antica, i resti di una chiesetta in cotto; oggi può essere scambiato come una normale cappella campestre (sebbene dalla forma originale), ma in passato era una pieve assai importante: San Giovanni Battista “de Dustria” (o “de Lustria”).

 

Non è difficile ritrovare in questa denominazione una chiara testimonianza dell’antico nome del luogo, sebbene in forma abbreviata. Parrocchia in epoca romanica, dopo la visita pastorale del 1584 perse tale funzione a favore della “nuova” chiesa intitolata a San Grato. Una targa apposta dal Ministero dei Beni Culturali ricorda la passata importanza di questo luogo culto posto “lungo un’antica via di pellegrinaggio, dal Po verso i santuari pagani” e già esistente, parrebbe, sin dall’epoca del primo vescovo del Piemonte, Sant’Eusebio da Vercelli (IV secolo d.C.). E chissà se l’antica sacralità della dea Iside non arrivò a trasformarsi, opportunamente “cristianizzata”, nella misteriosa ma veneratissima “Madonna Nera” del non lontano (e sempre eusebiano) santuario piemontese di Oropa… e non solo! Ma qui si aprirebbe un altro capitolo tutto da approfondire…

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Il paese attuale di Monteu da Po (TO)

Col Medioevo, però, gli splendori di Industria ormai erano tramontati. Il centro abitato si era trasferito su un colle (forse in seguito alle tremende esondazioni del Po, in qualche modo se vogliamo favorite dal progressivo diminuire di manutenzione dopo l’età tardoantica). Nacque così Monteu da Po (e il nome ora si spiega). La piccola pieve di San Giovanni perse di importanza e vide drasticamente ridursi il suo potere accentratore, il ruolo di riferimento per la fede degli abitanti della zona. che, di fatto, si erano spostati. Venne soppiantata e definitivamente abbandonata. Ma oggi, coi suoi resti, vuole ancora raccontarci qualcosa. Vuole ricordarci di una fede antica, pagana, isiaca, ancora prima che cristiana. Vuole ricordarci di un potente santuario e di un’illustre città ora scomparsa sotto i limi e le coltivazioni.

Industria, un ricco ed operoso emporio sul Po protetto da Iside, nato dall’iniziativa di sagaci e lungimiranti imprenditori. Tra questi, gli Avilli: venuti da est, seppero individuare e mettere a frutto le risorse alpine.

Stella

Il TOR che attraversa le rocce tra natura, storia e leggenda

Ciao amici! Caspita… non mi sono resa proprio conto di quanto tempo sia passato dal mio ultimo post… e me ne scuso! Ad ogni modo ho utilizzato queste settimane per raccogliere materiale e … idee!!

Quindi, da ora, si ricomincia! Promesso!

Vorrei dedicare il post di oggi al mitico #Tor des Géants! Io non sono certo una trailer..anzi, forse ne rappresento l’antitesi! Insomma, mi piace andare a camminare in montagna e sul lungo periodo reggo pure discretamente, ma fermandomi e con moooolta calma!! Guardo questi eroi con infinita ammirazione, stupore, spesso condite da incredulità! Mi chiedo come facciano e mi dico che, almeno a livello di testa, vorrei avere anch’io questa forza interiore! Insomma, mi piace pensare che pur nel mio piccolo anch’io mi impegno con una certa costanza! E, in ogni caso, ognuno nella sua vita vive a suo modo il suo personalissimo #TOR quotidiano, no?!

A parte queste considerazioni para-filosofiche, vorrei dedicare a questi Giganti e alla nostra splendida piccola/grande regione, questo mio contributo.. Un #TOR diverso, o meglio: è a tutti gli effetti il Tor, ma visto con un occhio più..”culturale”. Quindi, almeno per questa breve (ma spero piacevole lettura) prendiamoci il nostro tempo e, col pensiero, corriamo!

SALITE E DISCESE

Il paesaggio segue la corsa, a volte dà la carica, spinge, sostiene, a volte asseconda i momenti di respiro (anche mentale) con le sue balconate panoramiche. Oppure dà il benvenuto nelle valli con le sue architetture caratteristiche, i suoi borghi, le chiesette, i campanili. Li vedi magari dall’alto, da lontano: ecco la prossima meta, un punto di riferimento nella tua cartina mentale e psicologica.

È la bellezza del salire e dello scendere, del veder cambiare i paesaggi con un ritmo naturale che accompagna quello del cuore a 1000 e del respiro: i borghi, poi i boschi, sempre più fitti e scuri; poi i pascoli, le ampie radure luminose in quota, fino alle tracce segnate sugli altipiani, i colli, le rocce, la neve residua o appena arrivata. Assaggi d’inverno in una montagna senza tempo.

E quanta storia si nasconde, più o meno segreta, lungo il percorso, nelle pieghe di questa terra così ondulata, severa e dolce allo stesso tempo. C’è un tratto, poi, in particolare: quello da Pontboset a Perloz. Terre dove la storia ha lasciato tracce ben visibili su cui anche i “giganti” del Tor sono obbligati a passare.

Pontboset, villaggio dei ponti: ben 6, sospesi sugli orridi e sui torrenti. Agganciati alle rocce levigate dai movimenti degli antichi ghiacciai. Ponti ricchi di poesia, testimoni di un’arte del costruire, che affonda le sue radici nelle secolari tradizioni delle genti di montagna: pietre, malta, tenace maestria. Ponti “romantici”, anche nel senso più ottocentesco e anglosassone del termine, che improvvisamente occhieggiano dal folto dei boschi di castagno. Ponti a schiena d’asino che, in piccolo, richiamano a modo loro il continuo “saliscendi” del Tor.

E arrivi giù, nel fondovalle, a Hône. Non puoi fermarti, ma lo sai, lo hai letto da qualche parte che lì c’è una chiesa incredibile: sotto di lei, sotto il pavimento, si nascondevano altre 4 chiese precedenti. Sì, è la Chiesa di San Giorgio; magari con calma ci ritorni, perché è davvero sorprendente!

Altro ponte storico e via, si passa la Dora, regina delle acque valdostane.

Ed eccoci in uno scrigno medievale: Bard. Uno dei borghi più belli d’Italia. Un’unica strada che ricalca la via romana delle Gallie e la Via Francigena. Un’unica strada che si insinua tra edifici fiabeschi, corti segrete, sottopassaggi, archi e sottarchi. Sempre sorvegliata dall’imponente e austero Forte sabaudo che, dall’alto della rocca, ricorda antichi presidi a guardia delle leggendarie Clausurae Augustanae, barriera inespugnabile di una Valle tra le rocce.

Donnas, Pont Saint Martin, Perloz

E poi di nuovo giù, verso Donnas, correndo sulla Storia, sui secoli che hanno disegnato questi luoghi, fino a che…eccola! Incredibile, quasi un miraggio: devi per forza passare sulla strada delle Gallie, calpestare pietre con oltre 2000 anni di storia, passare sotto un arco “risparmiato” nella roccia che sta lì da quando le legioni di Augusto decisero di domare la terra dei Salassi.

E tu corri, per forza, magari rallenti e riesci persino a voltarti. Che posto! Un “gate” temporale, sottolineato dall’enigmatica chiesetta di Sant’Orso che segna l’accesso al borgo di Donnas.

Continui la tua corsa: è davvero il Tor des Géants! Ma non solo per le vette, per i “4 4.000” cui si sfiorano i “piedi”, ma anche per questa imponenza storica, per questo passato così evidente, così “presente” che è impossibile da ignorare!

L’arrivo a Pont Saint Martin si celebra con un altro di questi “giganti”: lo splendido ponte romano che consente di superare il torrente Lys. Si erge poderoso dalle rocce umide; un inno ad una regione dall’indiscutibile identità itineraria: soldati, mercanti, pellegrini, imperatori, contrabbandieri, viaggiatori d’ogni genere…quanta gente nei secoli è passata di qui!

E di nuovo su: si attacca la sinuosa sequenza di curve che porta a Perloz, villaggio sospeso, circondato da vigneti audacemente aggrappati alla montagna. Antiche nobili dimore si affacciano silenziose lungo la strada: il castello Charles, il castello Vallaise e, fuori dal borgo, la Tour d’Héréraz, di cui si vociferano leggendarie origini romane.

E intorno una miriade di piccole e graziose frazioni in cui si viene solleticati dal profumo lontano del pane nero cotto come una volta, nei forni comunitari.

Altro torrente da superare, altro magnifico ponte a dorso d’asino: il Pont de Moretta. Incastonato dai boschi, questo ponte del 1710 rievoca ancora oggi storie e leggende tra cui, la più nota, ricorda di un terribile drago che qui, un tempo, viveva. Il prode Vignal lo uccise con l’inganno dandogli una pagnotta infilzata in una spada che trafisse la gola del mostro; ma il sangue del drago, avvelenato, uccise lo stesso Vignal. Un’impronta, una strana forma, visibile ancora oggi sotto il ponte: è il segno lasciato dalla zampa del drago.

Ma devi correre, devi andare avanti, e così ora sono le tue quelle impronte che imprimono la polvere e ti lasci alle spalle il fantasma di quel drago per raggiungere altri villaggi, altri prati, altre quote.

E la corsa continua: fino al Rifugio Coda, fino ai laghi della lunare Riserva del Mont Mars, e su su…verso i Giganti.

Stella

La collina “VIP” di Augusta Praetoria

Aosta romana aveva anche una sua “Beverly Hills”. La prima collina doveva essere punteggiata di ville eleganti e raffinate. Solo una, però, è arrivata fino a noi.  Si tratta di una sontuosa villa urbano-rustica, cioé in parte residenziale e in parte agricola, splendidamente esposta a sud sulla prima collina di Augusta Praetoria. Riuscite ad immaginarvi il contesto? Prati, orti, frutteti e vigneti; una villa terrazzata aperta verso sud, un trionfo di cortili, porticati, giardini e giochi d’acqua. Una dimora elegante, raffinata, ariosa, invasa dal sole…

Prendete via Xavier de Maistre che da piazza Chanoux prosegue verso nord. Uscirete attraversando la cinta muraria romana in corrispondenza di una tozza torre oggi occupata da un asilo, il Mons. Jourdain, anticamente nota come Tour Perthuis, cioé Torre del Pertugio, l’angusta apertura che consentiva di fuoriuscire dalle mura in questo punto. Guardate con attenzione il lato occidentale di questa torre (quello che prospetta sulla strada): noterete una parte di intonaco mancante che consente di apprezzare “cosa c’è sotto”. In pratica: sotto l’intonaco attuale, sotto i secoli moderni e medievali, ancora sopravvive il “fantasma” della torre romana“gemella” (se vogliamo) della Tour du Pailleron che le corrisponde sul lato sud, vicino alla stazione dei pullman.

Una distanza pari a circa 400 metri in linea d’aria dalla cinta romana, in falso piano e, nella parte finale, in leggera salita. Sempre dritto lungo C.so Padre Lorenzo, sottopasso di Via Parigi e sù per Strada dei Cappuccini che deve il suo nome alla presenza, sulla vostra destra, del Seminario Minore oggi sede dell’Università della Valle d’Aosta e di un liceo. Alla prima svoltate a destra e percorrete una graziosa stradella incorniciata da villette e giardinetti fino ad arrivare ad uno spiazzo con alberi e aiuole dove spicca, sempre sulla destra, un edificio basso in cemento evidente meta di molti writers cittadini. Potrete chiedervi come mai una copertura tanto invadente; è perché negli anni ’80 da qui avrebbe dovuto passare una strada, una “bretella” tra Via Parigi e Via Gran San Bernardo. Ma gli abitanti della zona si ribellarono e riuscirono a bloccarne la costruzione, sebbene la copertura della villa, adatta a sostenere appunto il peso di una strada, era già stata fatta. Siete arrivati! Siamo in regione “Consolata” così chiamata per la presenza dell’oratorio dedicato a Nostra Signora della Consolazione, tappa lungo il percorso che portava alla collina de “Les Fourches” luogo deputato alle impiccagioni.

ARIOSI AMBIENTI DI RAPPRESENTANZA

Appena entrati affacciatevi alla ringhiera: siete sul lato est, immersi nella penombra, su un corridoio che si sviluppa alto rispetto ai resti della villa che individuerete sotto i vostri piedi. Davanti a voi un ampio cortile quadrangolare con una cavità quadrata al centro: si tratta dell’atrium, o meglio, di uno dei (probabili) due atria che davano luce e aria alle varie stanze della villa. La cavità centrale è quanto resta dell’antico impluvium, cioè la vasca utile alla raccolta delle acque meteoriche; al di sopra, infatti, il tetto non c’era. Questo spazio era invaso di aria e luce.

A sud dell’atrio un ampio pavimento color albicocca con delle irregolarità: si tratta dell’imponente tablinum , cioè un salone di rappresentanza dove accogliere gli ospiti. Il pavimento si mostra oggi completamente svestito delle “piastrelle” di marmo bianco e nero che lo decoravano; ciò che si vede è la preparazione in cocciopesto (malta con tritume di mattoni). Questo salone doveva essere aperto verso sud dove possiamo immaginare la presenza di un peristilio (cortile porticato) con giardini.

TERME PRIVATE E RICERCATEZZE “POMPEIANE”

Esattamente sotto i vostri piedi vedrete i resti degli antichi balnea: ebbene sì, questa villa possedeva delle piccole ma lussuose terme private composte da un piccolo spogliatoio, uncalidarium (collegato alla cucina tramite la bocca del forno attraverso cui passava l’aria calda nelle suspensurae), un tepidarium ed infine, seppure quasi del tutto scomparso, unfrigidarium. Questa era la sequenza canonica. Quindi, per capirsi, bagni di acqua calda, tiepida e infine fredda. L’ambiente era dunque riscaldato sia a pavimento che a parete, con l’aria calda che correva in speciali mattoni forati sistemati in un’intercapedine apposita.Aguzzando la vista riuscirete a notare l’impiego dell’opus reticulatum, cioè i muri sono composti da una “rete” vera e propria di piccoli blocchetti di pietra. Tale tecnica è tipica del centro-sud Italia e non certo di queste latitudini. Anche perché i blocchetti, per essere così tagliati e sagomati, dovevano essere in una pietra tenera come ad esempio il tufo, che qui è presente solo in scarsissime quantità. Questo significherebbe che la villa è stata costruita da maestranze non locali e, molto probabilmente, in un momento antecedente o in parte coincidente con la fondazione della città, notoriamente avvenuta nel 25 a.C. Che fosse un notabile, un comandante, comunque una personalità di spicco di origine centro-italica insediatosi qui durante la costruzione della nuova colonia? Ciò è assolutamente verosimile!

E perché farla proprio qui? In primis perché il posto doveva essere meraviglioso, e inoltre perché appena a monte della villa correva una strada, già pre-romana, che portava si allacciava al percorso diretto al colle del Gran San Bernardo. In questo luogo dovevano esserci già insediamenti salassi confermati dal ritrovamento di sepolture. Quindi una zona strategica e ben servita dalla viabilità già esistente.

GLI AMBIENTI A NORD

Procedete quindi lungo il corridoio: in successione vedrete sotto di voi la cucina (culina) col praefurnium (l’imboccatura del forno) collegata al calidarium e il bancone per la preparazione dei cibi; quindi una serie di ambienti nei quali, durante le epoche tardoantiche, contro il grande muraglione di contenimento verso nord (la vostra destra) vennero sistemate delle sepolture. Infine, sull’angolo, vedrete un ambiente con delle basi quadrate sul pavimento: si tratta di basi per dei sostegni che, forse, reggevano un soppalco in legno: si tratta di un ambiente che ha subito diversi rimaneggiamenti. In epoca romana, quando la villa era in uso, questo grande vano si presentava diviso in due ambienti di cui uno, quello più vicino al triclinium, possedeva un pavimento in cementizio, mentre quello accanto ha restituito solo un piano in terra battuta. L’ambiente più vicino al triclinium avrebbe potuto essere un piccolo soggiorno o una stanza di servizio collegata alla sala da pranzo. Quello più a nord, invece, un vano più rustico, forse già un deposito, poi ampliato e rimaneggiato quando ormai la villa, già in disuso e in parziale abbandono, aveva perso la sua destinazione residenziale di lusso per privilegiare quella agricola.

I MOSAICI

Svoltate quindi sul lato est. Sotto di voi noterete il triclinium, la sala da pranzo, così chiamata per la presenza dei canonici tre letti a due posti con mensa centrale. La collocazione dei tre letti è intuibile dai relativi posti disegnati sul pavimento dalle tessere rosa. Aguzzate la vista: il suolo è rivestito da delicate tessere chiare con una decorazione a fiorellini sparsi. Si differenzia solo il corridoio di collegamento con le stanze vicine. Una stanza di passaggio, un disimpegno e, più in là, verso la base della copertura, la zona “notte.

Qui sono visibili (seppure troppo da lontano e con una luce non sufficiente), due camere da letto, una doppia a due letti ed una singola: sono i cubicula. Qui i pavimenti sono in tessere scure con disegni in tessere bianche. La camera doppia presenta un grande motivo a rosetta centrale circondato da fasce a meandro; la singola è vivacizzata da motivi a squame, meandri e rombi. I cubicula non avevano finestre perché ci si stava unicamente per dormire e solitamente le dimensioni erano ridotte all’essenziale.

Dovete usare molto la vostra immaginazione e la fantasia per ridare a questa dimora tutti i suoi colori, la sua luce, i suoi spazi aperti sul paesaggio circostante. E’ comunque un sito notevole ed importante: unico in Valle d’Aosta. Voluptas, luxuria et amoenitas sulla collina “VIP” di Aosta romana.

Concludo regalandovi questo suggestivo viaggio virtuale in una villa romana (generica).

Stella