Donne in vetta. Viaggiatrici, esploratrici e regine dal primo alpinismo alla montagna glamour degli anni ’50.

Un post, questo, dedicato alle #donne e alla #montagna. Le prime esploratrici. Le prime ascensioniste (così chiamate perché non ritenute ancora vere e proprie alpiniste).

#Donne coraggiose ed ardite; #donne curiose e avventurose. Donne che, coi loro abiti ingombranti, i corsetti e i cappelli a tesa larga, han saputo compiere viaggi lunghi ed estenuanti, scalare montagne, superare valichi e colli, in barba ai benpensanti, agli stereotipi e … agli uomini!

Le donne, per secoli, sono state solo le mogli degli alpinisti, quelle che dovevano stare a casa ad aspettare. Per troppo tempo i monti e le donne sono stati contrapposti in virtù di stereotipi e pregiudizi per cui, il gentil sesso, mai e poi mai avrebbe potuto avvicinarsi alle alte quote, per ovvi motivi fisici e mentali. Addirittura, nel XVIII secolo, alcuni medici ritenevano che se una donna avesse provato a salire una montagna, lo sforzo sarebbe stato talmente grande che le avrebbe provocato sterilità. Figuriamoci.

Eppure donne e montagna in un certo senso si somigliano: entrambe esigono una conquista, entrambe sono tanto belle e desiderate quanto spesso inaccessibili. Donne e montagna in realtà sanno dialogare, instaurando una relazione fatta di forza e di rispetto in cui, oltre ai muscoli, serve soprattutto la testa.

Quattro passi nella storia

L’alpinismo al femminile ha iniziato a profilarsi sin dal XVI secolo, quando le prime timide compagini di nobili e avventurose signore si legavano in cordata per affrontare i severi pendii innevati coi loro pesanti gonnelloni.

Marie Paradis

Tuttavia è stato grazie ad una certa Marie Paradischamoniarde DOC, che per la prima volta la cima di una montagna (e che montagna, dato che si trattava niente meno che di Sua Maestà il Monte Bianco!) venne associata ad un’alpinista, o meglio, ad un’ascensionista donna. Era il 14 luglio del 1808, Marie aveva 30 anni e gestiva una locanda in quel di Chamonix. Le finanze languivano. Così lei, per necessità economiche e per desiderio di gloria, decise di azzardare un’impresa fino ad allora impensabile per una donna: scalare il Monte Bianco. Vi riuscì, seppure in seguito i pettegolezzi e le maldicenze si sprecarono. In ogni caso, da quella volta, lei divenne Marie du Mont Blanc.

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Henriette d’Angeville

E cosa vogliamo dire dell’ardimentosa Henriette d’Angeville che, il 4 settembre 1838, col suo nutrito seguito di guide e servitori, col suo particolare abbigliamento e i suoi tanto discussi pantaloni imbottiti stretti in vita e alle caviglie (fu uno scandalo: una nobildonna in braghe!) riuscì, con una vera e propria spedizione, a salire in vetta al Bianco? Henriette annotò la sua impresa nel famoso Carnet Vert, preziosa testimonianza della sua ineccepibile e “tutta femminile” organizzazione. Leggendo questo suo dettagliato resoconto, davvero basta poco per lasciarsi conquistare dalla tenacia di questa viaggiatrice solitaria che, senza remore, andò dritta sull’obiettivo.

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Jane Freshfield

Nata il 5 luglio 1814, al secolo Jane Quinton Crawford convolò a nozze all’età di 25 anni col ricchissimo Henry Ray Freshfield, procuratore legale alla Bank of England nonché rampollo di un’illustre dinastia di avvocati londinesi (peraltro ancora oggi attivi nel campo con uno stuolo di associati). Nel 1845 vide la luce il loro unico figlio, Douglas William Freshfield, che, oltre a seguire le orme paterne laureandosi in legge a Oxford, coltivò la passione per i viaggi e l’avventura, ma soprattutto per la montagna trasmessagli dalla mamma. A soli 16 anni, il giovane Douglas conquistò la sua prima cima: il Monte Nero, in Valmalenco.

Jane infatti rivestì un ruolo significativo nella storia del movimento alpinistico femminile grazie alla sua prolungata e attiva frequentazione delle Alpi dal 1854 al 1862 in seguito a cui scrisse due libri:  “Alpine Byways Or Light Leaves Gathered in 1859 and 1860“, Longman Green Longman&Roberts, (London 1861) e, l’anno successivo presso lo stesso editore, “A summer tour in the Grisons and Italian Valleys of the Bernina”.

Lady Freshfield ci descrive i luoghi, la gente, le usanze, senza tralasciare, con genuino piglio anglosassone, ciò che non incontrava il suo gusto o che la lasciava perplessa. I suoi racconti sono corredati dai disegni dell’amica e compagna di viaggio Charlotte Gosselin: non fotografie ma vere e proprie istantanee piene di arte e di emozione.

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Eliza Robinson Cole

“Sono certa che ogni signora, benedetta da una discreta salute ed attiva e che abbia il senso del pittoresco e del sublime, possa effettuare il tour del Monte Rosa con grande piacere e pochi inconvenienti e che tutte quelle che lo faranno porteranno con sé un bagaglio di deliziosi ricordi a consolazione dei giorni futuri. Due o tre ore nelle sale mal ventilate di un’affollata galleria d’arte saranno senz’altro più stancanti di una camminata di otto ore nella pura e rinvigorente aria di montagna. Allo stesso tempo voglio comunque mettere in guardia le signore dall’intraprendere, senza un adeguato allenamento un viaggio lungo e difficile… Lo sforzo del cavalcare e del camminare per diverse ore dovrebbe essere sperimentato con un po’ di anticipo, iniziando dapprima con facili escursioni giornaliere”.

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Così scriveva Eliza Robinson Cole, dopo aver raccontato in più di 400 pagine le sue esperienze di donna alpinista, alla fine del suo libro “A lady’s tour round the Monte Rosa” edito a Londra nel 1859. In epoca Vittoriana, dal 1837 al 1910, le donne inglesi hanno lasciato le loro testimonianze di viaggio in più di 1400 testi dimostrando un senso di avventura e di adattamento paragonabile a quello dei loro compagni.

Pubblicato a Londra per la prima volta nel 1859 il “Viaggio di una signora intorno al Monte Rosa” racconta in maniera dettagliata i viaggi effettuati intorno al Monte Rosa e nelle valli italiane di Anzasca, Mastalone, Camasco, Sesia, Lys, Challant, Aosta e Cogne in una serie di escursioni negli anni 1850-56-58. A metà Ottocento, in Italia più che in altri Paesi, l’esperienza della Cole era senza dubbio fuori dal comune; per una donna non era usuale viaggiare a piedi o a dorso di mulo per superare passi alpini o avventurarsi in valli pressoché selvaggi salendo erti sentieri. Spesso la Cole racconta di aver dovuto scendere dalla cavalcatura per superare sentieri troppo impervi e pericolosi e di aver proseguito il viaggio a piedi al pari degli uomini suoi compagni di viaggio che, peraltro, sono nominati solo raramente ed in modo molto rapido nel diario. Del marito, citato solo con l’iniziale H., non sappiano pressoché nulla se non la sua appartenenza al prestigioso Alpin Club.

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Lady Cole, inoltre, descrive con precisione gli indumenti e le calzature più adatte suggerendo alle donne anche i possibili accorgimenti per rendere più sicuro ed agevole il cammino in montagna. Curioso l’espediente dei piccoli anelli fissati sul vestito nei quali passare un cordino per sollevare l’abito all’altezza desiderata velocemente e con un solo gesto. 

Lucy Walker

Altra donna eccezionale fu Lucy Walker, sorella del celebre Horace, conquistatore delle Grandes Jorasses nel 1868. Lei acquisì fama per essere stata la prima donna a scalare il Cervino nel 1871, raggiungendo la vetta lungo la cresta Hörnli. Ma questa fu solo una, seppure forse la più nota, delle 98 scalate che Lucy compì nelll’arco della sua vita. Ecco, con Lucy abbiamo realmente un primo, fulgido esempio di vera alpinista donna, un’alpinista “con l’apostrofo”, come dice Erri De Luca.

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Margherita di Savoia

Donna forse non bellissima ma sicuramente carismatica, colta e affascinante, Margherita fu sempre una regina molto amata dal popolo e dagli intellettuali. Amava moltissimo la montagna e rese consuetudinari i suoi lunghi soggiorni estivi a Gressoney-Saint-Jean, in Valle d’Aosta, dove ancora oggi si può visitare il suo fiabesco castello, realizzato tra il 1899 ed il 1904.

Margherita amava questi monti dove la natura selvaggia le consentiva di essere se stessa lontana dal protocollo e dalle aspettative di corte; dove la lingua germanica la faceva sentire a casa, dato che la madre era Elisabetta di Sassonia. Quand’era qui, nonostante il suo castello fosse davvero la pietrificazione dei suoi sogni, lei trascorreva molto tempo in mezzo alla gente e soprattutto adorava le passeggiate e le ascensioni in montagna.

Donna robusta, alta e in ottima forma fisica raggiunse, pur abbigliata di tutto punto, con gonnellone, corpetto e cappello, i 4554 metri della Capanna a lei intitolata (la Capanna Regina Margherita), sulla Punta Gnifetti, il rifugio più alto d’Europa!

Ritratto della regina Margherita di Savoia col costume di Gressoney
Ritratto della regina Margherita di Savoia col costume di Gressoney
La regina Margherita raggiunge la Capanna a lei intitolata a 4554 metri di quota
La regina Margherita raggiunge la Capanna a lei intitolata a 4554 metri di quota

Maria José di Savoia

Senza dubbio forte e determinante fu la figura del padre, re Alberto I, sovrano del Belgio e appassionato alpinista, ad instillare in Maria José l’amore per la montagna.

L’ultima sovrana d’Italia, la bionda “regina di maggio” nutriva una profonda passione per la natura severa ed autentica delle montagne, in particolare quelle valdostane. Una regione, la Valle d’Aosta, dove ebbe modo di recarsi assai spesso, a cominciare da quel gennaio 1930 che la vide ospite a Courmayeur col neo-sposo Umberto II in luna di miele sugli sci. Giovani, bellissimi ed elegantissimi. Raffinatezza e sobrietà anche sulle piste.

La coppia reale sugli sci a Courmayeur per la luna di miele - 1930 (dal libro "Umberto e Maria José di Savoia. Escursioni e soggiorni in Valle d'Aosta", di M. Fresia Paparazzo)
La coppia reale sugli sci a Courmayeur per la luna di miele – 1930 (dal libro “Umberto e Maria José di Savoia. Escursioni e soggiorni in Valle d’Aosta”, di M. Fresia Paparazzo)

Una piccola terra di roccia e boschi dove Maria José si rifugiava per le vacanze estive coi principini: base al Castello Reale di Sarre e, da lì, via per gite ed escursioni, anche in campeggio, come quella volta in alta Val d’Ayas!

Ma non dimentichiamo che la regina dagli occhi di ghiaccio fu anche una validissima alpinista che riuscì a salire in vetta al Monte Bianco e al Cervino conquistandosi la stima delle guide alpine, l’amore della popolazione locale e la ribalta della cronaca.

La sua eleganza misurata e per nulla vistosa viene sempre sottolineata dalla stampa. Assolutamente #allamoda nell’estate del 1937 quando si perde ad osservare col cannocchiale il paesaggio delle Cime Bianche: una camicetta bianca ed un paio di pantaloni molto ampi leggermente scampanati, parrebbe in “Principe di Galles”, tagliati sotto il polpaccio e trattenuti in vita da una fusciacca.

Maria Josè alle Cime Bianche (dal libro "Umberto e Maria José di Savoia. Escursioni e soggiorni in Valle d'Aosta", di M. Fresia Paparazzo
Maria Josè alle Cime Bianche (dal libro “Umberto e Maria José di Savoia. Escursioni e soggiorni in Valle d’Aosta”, di M. Fresia Paparazzo)

Un’ultima curiosità: Maria José fu la prima ad utilizzare scarponi tecnici con suola in Vibram abbandonando quelli con suola chiodata!

Gli anni ’50 e il boom della vacanza in montagna

“Oh, la belle chose qu’une belle femme sur le sommet d’une montagne!” (M.Morin, Les femmes alpinistes, 1956).

Veniamo quindi ai favolosi anni ’50, quelli della rinascita, del boom economico, dell’occhiolino alle mode made in USA, dell’utilitaria, della Vespa, delle vacanze…

Ecco, appunto, le vacanze degli Italiani. Non solo mare, certo, ma anche montagna!

E come far passare in maniera davvero POP l’idea che la montagna è bella, distensiva, salutare e adatta a tutti? Ovvio! Creando manifesti pubblicitari in cui protagoniste sono loro, le #donne! Bellezze da copertina; forme pronunciate, labbra rosso fuoco, capelli ondulati e sguardi da gatta! Sorrisi abbaglianti illuminano le affiches turistiche dell’epoca; artisti come Gino Boccasile firmano pubblicità entrate nel mito!

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Bellezze sulla neve, in funivia, in mezzo ai prati… Bellezze sui monti insomma!

E ancora oggi cerchiamo queste immagini “vintage”, simbolo di felicità e benessere, di vacanze spensierate e splendidi paesaggi!

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Stella

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Ti racconto un viaggio in Valle d’Aosta … 2000 anni fa!

Una giornata di tempo variabile: bello al mattino e poi, progressivamente, sempre più nuvoloso… le nuvole scure e panciute si addensavano su quell’enorme massiccio coperto di neve e ghiacci. Una montagna maledetta, dicono in molti..sarà…io non conosco le montagne, men che meno montagne come questa..così immensa, imponente… Sì, spaventa, ma è davvero una meraviglia… Il tempo peggiora rapidamente, quindi ci fermeremo qui, in questo grazioso vicus di cui ancora non conosco il nome. Siamo sulla Via delle Gallie e dovremmo arrivare ad Ariolica (La Thuile) in tempo per le nundinae di mezza estate dove proveremo a commerciare con i mercanti Allobrogi e Lugdunensi, ma ora è impossibile proseguire il viaggio, sarebbe troppo rischioso (anche perché ci hanno detto che il tratto di strada che conduce ad Ariolica è molto stretto e ripido e in più i cavalli sono stanchi…). Troviamo posto in una piccola mansio dove ci viene subito offerta una bella zuppa calda accompagnata da un profumato pane di segale. Ci viene chiesto da dove arriviamo ed io, che amo fare amicizia (e sono una gran chiacchierona), inizio a raccontare…

IN VIAGGIO DA EST A OVEST

Il nostro viaggio è stato lungo, molto! Siamo partiti da lontano, dalla bella città di Patavium (Padova), città di acqua e di terra, incastonata tra le anse del Meduacus (il fiume Brenta)nella X Regio. Abbiamo attraversato tutta la grande pianura del fiume Padus (Po, che i Galli chiamano Bodinco), quella che in tanti chiamano Gallia Cisalpina, al di qua delle Alpi. Io mi chiamo Gaia Avillia e sto viaggiando con mio marito, un ricco commerciante di stoffe interessato a sviluppare i suoi affari nelle terre del nord-ovest e che avrebbe in animo di stabilirsi nell’ XI Regio Transpadana.

Ma vorrei raccontarvi brevemente il nostro viaggio. Dopo un primo tratto lungo la Via Postumia fino a Verona, abbiamo preso la cosiddetta “Via Gallica” fino a Mediolanum (Milano), grande centro di origine insubre allo sbocco delle vallate alpine. Lì ci siamo fermati alcuni giorni. Col cielo terso lo sguardo poteva correre sull’orizzonte fino ad intravedere, in lontananza, come fosse un sogno, le catene delle Alpes, spettacolare corona della grande pianura, intensamente coltivata e centuriataQuindi ci siamo rimessi in marcia unendoci ad un’altra famiglia e ad un gruppetto di  commercianti di vino; prossima destinazione Eporedia (Ivrea).

Quartum, Quintum, Septimumle miglia scorrevano veloci in pianura. Una sosta al municipium di Vercellae (Vercelli) e, il giorno successivo, di nuovo in strada verso la colonia di Eporedia…che strano nome..mi dicono sia di origine gallica e sia legato alla lunga tradizione nell’allevamento dei cavalli. Pare inoltre vi venga venerata una dea di nome Epona, sempre raffigurata su un destriero.

Ci riposiamo un paio di giorni e ne approfitto per una passeggiata rigenerante lungo la Duria… che meraviglia i monti e queste dolci colline… I nostri amici commercianti di vino, invece, decidono di fermarsi di più perché la zona ha dei vigneti davvero estesi e notevoli, e loro vogliono capire se riescono ad innestare qualche rapporto coi produttori locali.

E giunge infine il giorno della partenza verso la zona delle alte montagne. Chi ci ha ospitato ci ha ben redarguito e avvisato; dovremo fare grande attenzione perché nella Vallis Augustana la strada è irta di difficoltà.

Ricordo benissimo il mio stupore quando arrivammo in prossimità di un ponte grandissimo e, da lì, in un luogo davvero incredibile dove, per realizzare la strada, era stato necessario sbancare un’intera parete rocciosa a strapiombo sulla Duria…da non credere! Non ricordo se quel minuscolo grappolo di case avesse un nome, ma ricordo che si era a XXXVI milia passuum da Augusta Praetoria: quel miliario così particolare, scolpito nella roccia, e quell’arco tanto insolito…non posso dimenticarli!

Lungo il percorso si incontrava tantissima gente, in particolare soldati e mercanti. Le province galliche erano vicine e questo si vedeva: tratti somatici differenti, abiti dalla foggia a noi estranea e dalle fantasie sgargianti, e idiomi sconosciuti che, spesso maldestramente, provavano a vestirsi di latino!… E si riconoscevano bene i locali, un popolo denominato “Salassi”: gente fiera, apparentemente schiva e di poche parole, grandi e profondi conoscitori dei loro monti inaccessibili, abili cacciatori, attenti allevatori e formidabili produttori di formaggio! Si raccontava che le armate di Augusto li avessero tutti sterminati o fatti schiavi, ma la realtà era ben diversa: molti si erano salvati rifugiandosi nel fondo delle vallate, dove solo loro sapevano addentrarsi, oppure avevano colto la possibilità di fare affari e carriera abbracciando il nuovo regime politico e trasferendosi in città, nella smagliante colonia di Augusta Praetoria Salassorum (Aosta), fondata dal nostro imperatore Ottaviano Augusto nel 25 a.C.

AUGUSTA PRAETORIA … E NON SOLO

Un mio cugino si trova già da tempo in queste terre ; si chiama Caius Avillius Caimus, anche lui padovano, è un imprenditore nel settore dei materiali per l’edilizia e so che è riuscito ad individuare una zona di estrazione di un marmo grigio madreperlato davvero molto apprezzato ed elegante. Grazie ad un manipolo di exploratores assoldati in loco è poi riuscito a trovare una fonte d’acqua da cui ha avviato la costruzione di un ardito canale idraulico scavato nella roccia. Inoltre con la sua nutrita familia di schiavi, liberti e manovalanze ha fatto realizzare un ponte-acquedotto straordinario, incassato in una gola profonda quasi 60 metri (uso le vostre unità di misura per comodità, naturalmente!) e larga meno di 50! Un’operazione per niente semplice e molto costosa. Ma mio cugino, che comunque di denari ne ha parecchi, ha sempre sostenuto che fosse un affare e che avrebbe dato profitto in poco tempo. Questo acquedotto è stato terminato poco più di 1 anno fa (nel 3 a.C.) e funziona a pieno regime! Sono stata con lui a vederlo… impressionante! E potete vederlo ancora oggi pure voi! Si chiama Pont d’Ael.

Beh, mi sono innamorata di Augusta Praetoria, sapete? Che piccola urbs elegante, ricca, industriosa e densa di fascino! Si dice stia crescendo a vista d’occhio… Il foro è magnifico, immenso… degno di una capitale provinciale! Certo, manca ancora un quartiere per gli spettacoli, ma forse verrà costruito, magari tra qualche anno..non si può vivere senza un teatro o un anfiteatro! All’interno delle mura ci sono domus davvero raffinate, ma quando vai nel suburbium…soprattutto in collina, trovi delle ville incredibili! Pensate che gira voce che la prima ad essere costruita fosse di proprietà di Aulo Terenzio Varrone Murena, il legato di Augusto! Ma sì, quello che ha sconfitto i Salassi! Però non è sicuro… Inoltre, si sa, non ha fatto una bella fine, anzi..

Qui è tutto in fermento, tutto un cantiere, e serve di tutto! C’è ricchezza, l’economia gira… mio marito ha già preso diversi contatti!

La zona del Foro è semplicemente abbagliante! La piazza è vastissima in rapporto alle dimensioni della città, con numerose botteghe sempre molto frequentate ed un’elegante basilica giudiziaria estesa lungo il Cardo Maximus.

Un’area immensa (ben 8 isolati! dominata da un’imponente terrazza sacra sulla quale svetta una coppia di splendidi templi gemelli dedicati al divo Augusto e alla dea Roma, madre dell’impero.

Questa coppia di templi si erge al di sopra di una terrazza incorniciata da un raffinato triportico. Sotto di esso, seminterrato, un criptoportico. Un ambiente particolare, che non tutte le colonie possono vantare… Una galleria che recinge tutto lo spazio della terrazza sacra correndo nel sottosuolo e consentendo, comunque, di uscire in corrispondenza con la piazza bassa, così come di proseguire sui lati di quest’ultima.

Il criptoportico è un edificio fondamentale per la grande processione sacra, permettendo di sfilare sfruttando un sapiente gioco di “dentro-fuori”, di “luce-buio”, un vero e proprio percorso catartico. Anche all’interno del criptoportico trovano posto ritratti della dinastia giulio-claudia ed epigrafi menzionanti i VIP della città.

Siamo stati in città circa 7 giorni, ma poi ci siamo rimessi in viaggio verso l’Alpis Graia (voi la conoscete come Colle del Piccolo San Bernardo). Saliscendi, rupi rocciose, burroni…mamma mia, mi vengono ancora i brividi se ripenso a quel passaggio così impervio..stretto…una paura! Oh per Ercole, ma come si chiamava? Beh, non lo ricordo, ma oggi voi lo conoscete come Pierre Taillée: vi assicuro che lì è tremendo! Sotto di te hai una forra inquietante e sopra la tua testa la montagna sporgente..ma davanti agli occhi ti si apre, in tutta la sua maestà, questa montagna gigantesca coperta di nevi sfavillanti! La vedi e senti subito che è abitata dagli dei!

Superato questo angusto passaggio e un ponte poco più avanti, il paesaggio finalmente si è aperto in una conca leggermente ondulata, coltivata, bellissima… Ed eccoci qui, in questo villaggio abitato perlopiù da Salassi, ma già abbastanza attrezzato per i viaggiatori e i forestieri.Passeremo qui la notte. Avremmo voluto partire già domani, ma ho implorato mio marito, complice anche il tempo non proprio stabile, di fermarci un giorno in più tra questa gente così accogliente e simpatica. Per quale motivo? Beh, mi sento molto affaticata sapete… Ancora non ne sono certa, ma se Iuno Lucina mi assisterà, l’estate prossima non tornerò solo con mio marito, ma saremo in 3!

Ora però è meglio dormire; la salita dall’ultima statio verso l’Alpis Graia è lunga e molto molto dura. Ariolica ci aspetta e contiamo di fare buoni affari scambiando le nostre sete scintillanti con le pesanti lane alpine e, perché no, qualche saporita forma di caseus locale!

Che gli dei benigni vi accompagnino, amici!

Gaia Avillia (Stella)

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Bonifacio d’Avise. Un signore valdostano sulle rotte del Sud

Una delle terre più suggestive della Valle d’Aosta, incastonata tra prati e vigneti, scoscese pareti di roccia e inaspettati improvvisi valloni (penso a Vertosan). Qui la valle viene rinserrata in una gola e la Dora si insinua in un solco lontano stretto in una vera morsa di pietra dalle pareti strapiombanti. E’ questo un passaggio forzato; non c’è alternativa a meno che non si voglia allungare di molto il viaggio e salire, salire.. per poi scendere, sì.. ma chissà dove! La montagna è mutevole: le sue forre, i burroni, i boschi fittissimi impediscono di ragionare “in linea d’aria”.

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Già gli antichi Romani avevano deciso che questo stretto passaggio doveva essere domato e controllato e qui realizzarono, lottando strenuamente contro una natura ostile, uno dei tratti più affascinanti e aerei della #ViadelleGallie: la Pierre Taillée. Il baratro sotto i piedi e la mole sovrana del Monte Bianco all’orizzonte. Qui, dove paura e sublime si fondono, in epoca medievale sorse un piccolo regno. E’ la terra dei nobili Signori d’Avise.

Un luogo che ancora oggi conserva la sua naturale e selvaggia bellezza. Un luogo che sa difendersi grazie alla natura stessa. Un luogo strategico per controllare chi arrivava dall’alta Valgrisenche, dal Col du Mont (e quindi dalla Tarantasia), e voleva attraversare proprio in questo punto per salire verso Saint-Nicolas e da lì proseguire verso l’alta valle del Gran San Bernardo da dove continuare alla volta della Svizzera. Il tutto senza dover scendere fino ad Aosta.

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E’ qui che sin dal XII secolo la potente famiglia d’Avise stabilisce il suo quartier generale. Una famiglia il cui stesso cognome racchiude e rivela la natura guerriera: una famiglia “di guardia”, appunto. Una delle casate più antiche del Ducato di Savoia, figura già in documenti dell’XI secolo col titolo di “miles“, cavaliere. Oltre a dominare questa significativa porzione di territorio tra il fondovalle centrale e la Valdigne, i d’Avise estendevano le loro proprietà su Arvier, su Gignod, su Quart, fino a Ayme-en-Tarentaise.

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Il loro potere era rappresentato sul territorio da diversi castelli e caseforti. Ben due ad Avise cui si aggiungono Rochefort (dove oggi sorge il santuario che domina Leverogne e Arvier), Montmayeur (per il quale si rimanda ai nostri post), Planaval (la casaforte ancora oggi esistente seppure pesantemente rimaneggiata). Una sequenza di torri, di punti di avvistamento, distribuiti lungo gli assi di penetrazione di queste vallate irte di pericoli e difficoltà.

Questa la stirpe da cui nacque Bonifacio. Cavaliere e signore d’Avise, nella prima metà del ‘400 sposò Alexie Malluquin grazie alla quale entrò in possesso dei beni che questa famiglia possedeva a Courmayeur e in tutta l’Alta Valle, nonché a Gignod e ad Etroubles. Vi dico questo affinché vi sia chiaro in quali porzioni di territorio lui esercitasse la sua autorità.

XV secolo, tempo di lotte contro i Turchi. Il Mediterraneo era in subbuglio e il Vaticano nutriva fondate preoccupazioni. Fu così che Papa Sisto IV decise di inviare una missiva “urbi et orbi” per chiamare a raccolta i nobili, i cavalieri, i soldati che volessero partire contro l’impero ottomano. Era circa il 1480; il prode Bonifacio d’Avise parte alla testa di ben 800 uomini d’arme reclutati nella sola Valle d’Aosta.

E’ grazie alla poderosa “Storia dei Papi” di Ludovico Von Pastor che possiamo ricostruire almeno le tappe fondamentali di questa missione sulle rotte del Sud. Bonifacio coi suoi si imbarcò a Genova dove proprio dal 1480 il cardinale legato Savelli stava predisponendo una flotta di 34 navi da guerra destinate alle “forze cristiane” dell’Italia nord-occidentale.

30 giugno 1481: l’armata fa il suo ingresso a Roma.

4 luglio 1481: unitasi alle altre navi pontificie fa vela per Napoli dove si unisce alla flotta di re Ferrante I, al secolo Ferdinando d’Aragona. L’intero contingente si diresse, quindi, alla volta di Otranto, tragicamente capitolata proprio nel 1480 sotto l’assedio, lungo e logorante, dei Turchi capitanati dal sultano Maometto II. Durante l’atroce battaglia di Otranto furono uccise e trucidate oltre 800 persone e venne raso al suolo il Monastero di San Nicola di Casole (a pochi km a sud di Otranto), dove era stata costituita la più vasta biblioteca d’Occidente allora conosciuta, oltre ad avere istituito la prima forma di “college” nella storia, che ospitava ragazzi provenienti da tutta Europa che si recavano a Otranto per studiare.

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Ma la città, nonostante l’eccidio, era animata da una viscerale voglia di riscatto. In questo clima giunsero le flotte pontificie; tra queste anche quella su cui viaggiava il fiero signore d’Avise, Bonifacio, giunto sin qui dalla remota terra delle alte montagne.

Dall’11 agosto al 10 settembre 1481 si invertono i ruoli: stavolta sono le truppe cristiane a cingere Otranto d’assedio per poi riuscire a riconquistarla. I progetti del papa avevano previsto un prolungamento della crociata sull’altra sponda dell’Adriatico, a Valona, ma l’autunno ormai alle porte, le spese esorbitanti ed una terribile epidemia di peste scoppiata sulle navi, costrinsero la flotta a rientrare anzitempo. Ai primi di ottobre si era già a Civitavecchia.

Cosa vide Bonifacio in questi mesi? Chi conobbe? E cosa di questo viaggio, in termini di conoscenza oltre che di sofferenza e timore, si portò a casa, in Valle d’Aosta? Di certo questo itinerario tra Genova, Roma, Napoli e la Puglia avrà avuto inevitabili ed importanti implicazioni, non solo sotto l’aspetto socio-culturale, ma anche artistico. Orizzonti figurativi decisamente diversi dal panorama valdostano cui era abituato.

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Ma perché queste riflessioni? Perché la chiesa parrocchiale di Sant’Ilario, a Gignod, racchiude affreschi davvero particolari, attribuiti ad un anonimo “Maestro di Gignod” che non sembra essere locale… anzi… si fa portatore di un linguaggio figurativo e di una luce che potremmo definire “baciati dal mare”. Ma quale mare? Un mare grande, dal respiro europeo: nel tocco e nelle scelte del Maestro di Gignod possiamo trovare echi fiamminghi (non dimentichiamo le frequentazioni artistiche fiamminghe alla corte di Napoli), voci provenzali, carezze partenopee. Quella luce soprattutto; così intensa.. si insinua tra le masse, sottolinea le pieghe dei panneggi, modella le forme e accende di iridescenze la preziosa stoffa rosata degli abiti della Maddalena e di San Sebastiano. Non è una luce alpina, né nordica. E’ la luce del sud.

Chissà se durante questo suo lungo viaggio, Bonifacio conobbe qualcuno che decise, non sappiamo perché, di seguirlo fin quassù. Un artista che poi diede prova di sé in quella chiesa parrocchiale che ancora oggi porta la firma d’Avise, dato che fu sempre Bonifacio a pagare il nuovo campanile e il restauro di tutto l’edificio, condotti magistralmente dal capomastro Yolli de Vuetto di Gressoney.

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Quella magnifica e struggente “Pietà” in fondo alla navata di destra, unita al ciclo dei Profeti nei sottarchi, risale quindi a prima o a dopo il 1481? Difficile ad oggi poterlo dire. Ma il giro d’anni è quello. Anni in cui il signore di quei luoghi, Bonifacio d’Avise, rientra da una lunga e pericolosa missione e mette mano, forse con ardore ancora più grande, ai lavori di abbellimento della chiesa, con tutta la portata simbolica e ostentativa che quell’iniziativa portava con sè.

Chi era il “Maestro di Gignod”? Un indizio in più ci viene dal tipo di croci che lui dipinge: croci a “tau”, francescane. Non così frequenti nelle nostre vallate per l’epoca.E non a caso San Francesco compare anche tra i Santi ai piedi della croce, vicino a San Sebastiano. Dalla’altra parte la Maddalena ed un’altra santa oggi perduta (forse Sant’Agata).

La scena ha luogo su un prato verde chiaro, animato in primo piano da fiorellini e pianticelle, il cui accennato pendio sale in lontananza, verso un castello turrito, forse a voler contestualizzare la scena in un paesaggio valdostano. Incorniciata in una composizione geometricamente perfetta, dal rigoroso impianto piramidale, la tragicità del momento è ben rappresentata dal volto disperato di Maria, dalla quale emana un pervasivo senso di dolore non scevro, però, di una potente maestà.

Va subito notato come la figura di San Francesco rivesta un’importanza notevole. Il santo infatti viene collocato immediatamente a destra della croce di Cristo e, come lui, reca le stigmate; regge inoltre nella mano destra una croce lignea analoga a quella di Gesù. Una stretta serie di corrispondenze che evidenziano Francesco come alter Christus. Possiamo supporre che un qualche esponente dell’ordine francescano abbia avuto un ruolo significativo nella realizzazione del ciclo di Gignod? Sappiamo che il committente Bonifacio d’Avise aveva solidi contatti con l’Ordine di Aosta, tanto che proprio lui diede loro in concessione una sua proprietà a Vertosan dove fece costruire anche una cappella.

San Francesco di Aosta, una splendida chiesa perduta, annullata dal tempo e, ahimé, dall’uomo. Ma non dimenticata! Una chiesa il cui spirito potente ancora pemane tra piazza Chanoux e piazza San Francesco. Lì, a pochi passi dalla Cattedrale di Aosta, un tempo sorgeva uno dei complesso conventuali francescani più grandi e prestigiosi dell’Occidente alpino. Chissà se questo misterioso “maestro di Gignod” potrà mai aiutarci a saperne qualcosa in più…

Frà Giocondo, frà Bartolomeo della Porta, il Beato Angelico… tutti attivi tra la fine del XIV e il XV secolo. Ma non sono certo i soli. Numerosi nella storia dell’arte i pittori divenuti monaci o monaci pittori. 

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Quante storie ancora da svelare si celano dietro all’ombra potente di Bonifacio d’Avise e nelle navate della chiesa di Gignod. Una chiesa che già nel santo cui è dedicata racchiude una sorta di “vocazione guerriera” a difesa della fede. Già, Sant’Ilario di Poitiers, vissuto nel IV secolo d.C., fu un pagano poi convertitosi che divenne un infaticabile oppositore della dottrina ariana che per ben due secoli, tra IV e VII secolo d.C., imperversò e dilagò tra Oriente e Occidente.

E proprio tra Occidente ed Oriente si mosse il prode Bonifacio d’Avise. Dai monti della valle d’Aosta fino alle sponde insanguinate di Otranto e ritorno. La battaglia della fede che lo condusse sulle rotte del Sud. Le stesse rotte dell’enigmatico “Maestro di Gignod”.

 

Stella

 

Dell’arte (e) del potere. Giorgio di Challant. Cap. 4

“Zio Giorgio! Zio! Dai, vieni a giocare con noi!!”, “Zio, zio… guarda! Guarda come salto in alto adesso!”… Eh, sì, Giorgio ricordava assai nitidamente quelle voci allegre e le risate argentine dei suoi adorati “nipotini” (in realtà cugini di secondo grado, ma era più semplice così). I piccoli Philibert, Jacques, Charles e Louise, figli del cugino Louis e a lui affidati, erano la sua speranza, rappresentavano il futuro suo e dell’intera casata Challant. Quanto amavano giocare e rincorrersi nel cortile e nel giardino del castello di Issogne…

Già, Issogne… volendo quasi parafrasare questo nome: “il sogno”!

Un sogno fattosi realtà per il nobile priore. E certo non poteva immaginare che, a distanza di secoli, gli stessi abitanti del paesello intorno alla dimora lo avrebbero proprio chiamato così: “il castello dei sogni!”.

Sin dalla prima volta in cui aveva visto l’antica, ormai obsoleta, casaforte medievale fatta erigere dall’antenato Ibleto, signore di Verrès, sui resti di una ancora precedente casaforte di proprietà vescovile, aveva capito le potenzialità di quella dimora circondata da prati, non lontana dal fiume e dirimpettaia dell’avita fortezza di Verrès.

Morto il cugino Louis, padre dei suoi “nipotini”, Giorgio si impegnò al massimo per ottenere una dimora di raffinato gusto aristocratico, al passo coi tempi e con le eleganti corti padane da lui visitate in occasione dei suoi frequenti viaggi. Ogni parete, ogni stanza, ogni loggiato doveva esprimere l’elevata cultura, le ambizioni, i valori della sua dinastia.

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Come in un potente abbraccio denso di significato, il cortile era avvolto su tre lati da pareti interamente rivestite da affreschi il cui insieme rispondeva al nome di Miroir pour les enfants de Challant. Quelle pareti, come un efficace libro di storia, avrebbero perennemente raccontato agli eredi Challant, quali fossero le loro nobili origini, le loro radici. E, non in ultimo, a quale importante compito fossero chiamati mantenendo sempre alto il nome di questa nobile famiglia.

Era tutto, infatti, un trionfo di araldica, un fitto e coloratissimo susseguirsi di stemmi e blasoni rappresentanti, oltre ai numerosi rami della casata, i tanti matrimoni e le proficue alleanze.

Al centro del cortile, una fontana. Ma non una fontana qualsiasi. Fu questo il dono che lui volle fare all’amato nipote Philibert nel giorno delle sue nozze con Louise d’Aarberg. Un albero, un ibrido tra quercia e melograno, simboleggiante la robustezza e la solidità del casato unita alla fecondità e al proliferare di eredi che si auspicava nei secoli a venire. La quercia, simbolo di forza eterna. Il melograno, frutto già sacro alla dea Giunone, simbolo dell’utero femminile ricco di ovuli fecondi; simbolo di matrimoni forieri di nuovi giovani virgulti.

Sui rami, qua e là dissimulati, dei draghetti (che piacevano così tanto ai piccoli!). O si trattava forse di basilischi, lo stesso animale mitologico presente nel suo stemma personale? Figure animali chiamate ad allontanare il male e l’invidia dei nemici, rappresentando al contempo l’immortalità di questa stirpe (quasi) regale.

E, per finire, la forma della vasca: un ottagono. Come fosse un fonte battesimale, simbolo di vita eterna, di rinnovamento e di rinascita nel segno della purezza dell’acqua.

E poi, il giardino. Un cameo. Uno scrigno. Piccolo, ma delizioso giardino all’italiana, con aiuole ben curate e geometriche, ricche di essenze variopinte e profumate, di fiori ed erbe aromatiche. Il tutto composto in un ricercato hortus conclusus cinto da mura decorate da affreschi con figure di saggi e di eroi evocanti le virtù della tradizione antica.

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Dal suo “Torione” pinerolese, il nobile Giorgio, decisamente affaticato, scrutava l’orizzonte avvolto nelle ombre violacee del vespro. Respirava a pieni polmoni l’aria profumata di erba e terra proveniente dalla campagna circostante. Chiudeva i grandi occhi azzurri e…si perdeva nei ricordi.

Issogne, il castello dei suoi sogni, della sua famiglia. Ricordava il fervere dei lavori, l’andirivieni costante e frenetico della maestranze, la curiosità dei villici e dei locali che, appena potevano, curiosavano fugaci oltre il grande portone d’accesso aperto nella torre orientale, proprio con affaccio sulla piccola ma vivace piazza del villaggio.

Ricordava i frequenti sopralluoghi al cantiere, i consigli ai capimastri, gli scambi di idee e di proposte con artisti e botteghe; e quel “maitre Colin” così talentuoso e creativo! Gli era piaciuto da subito!

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Il bel portico al pianterreno, illuminato dalla luce del vicino cortile, doveva rappresentare il trionfo della pace e del “buon governo”: i soldati a riposo, le botteghe ricche di mercanzie, le donne al mercato, l’abbondanza… E, su tutto, raffigurato al centro delle volte a crociera, lo stemma degli Challant.

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Le cucine, gli ambienti di servizio, la sala da pranzo…

Ma, innanzitutto, la “Salle Basse”, o “Sala di Giustizia”, che Giorgio volle affrescata con un finto colonnato in cui si alternano colonne lignee, di cristallo e di alabastro, arricchito da stoffe preziose e affacciato su paesaggi di gusto nordico con graziosi villaggetti e città con curiose case a graticcio, una miriade di personaggi occupati nelle più varie attività, stormi di uccelli in volo e insolite scene di commercio fluviale, da un lato, su uno scorcio dominato da una fortezza simile a quella di Verrès e dalla Città di Gerusalemme, sull’altro.

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Gli veniva ancora da sorridere se ripensava all’espressione dei piccoli quando videro le navi dipinte sulla parete… non ne avevano ancora mai viste davvero e Giorgio augurò loro di viaggiare molto e conoscere il mondo quanto più possibile, per arricchire la loro cultura e, soprattutto, per aprire le loro menti. Per quanto gli era possibile, compatibilmente coi suoi numerosi impegni. voleva essere lui ad istruire i piccoli, personalmente! In sua assenza si era premurato di individuare dei precettori referenziati e di alto livello. Solo e sempre il meglio per i discendenti di casa Challant!

Sulla parete di fondo, di fronte agli scranni dei giudici, una scena di giudizio mitologico: quello, assai difficile, cui fu chiamato il giovane principe Paride nel dover scegliere a quale dea assegnare il pomo d’oro destinato “alla più bella”: Athena, Afrodite o Hera?

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Lo assegnò ad Afrodite che, in cambio, gli donò l’amore della donna più bella del mondo: Elena di Troia. Fu così che ebbe inizio la decennale ed epica guerra cantata da Omero.

Quanto occorre ponderare ogni singola scelta, anche quella apparentemente più scontata… quanta attenzione per saper correttamente distinguere tra verità e calunnia, tra realtà e finzione, divincolandosi tra insidiose menzogne costruite ad arte e falsi adulatori…

Già, quante volte nel corso della sua vita aveva dovuto stare in guardia, diffidare, soppesare, valutare le persone che gli stavano davanti e le parole che dicevano… Spesso le apparenze erano ingannevoli, beffarde. Spesso persino chi ritenevi amici si rivelavano velenosi serpenti approfittatori. Oppure poteva anche capitare il contrario: persone cui non avresti attribuito la minima fiducia che riuscivano a sorprenderti con gesti ed azioni encomiabili, e magari senza pretendere nulla in cambio!

E poi sorrise ancora pensando all’espressione del piccolo Philibert, il maggiore dei “nipotini” quando lo condusse a vedere il suo oratorio al secondo piano del castello, immediatamente al termine dei lavori. Ancora si sentiva l’odore dei pigmenti stesi di fresco. “Oh zio, un piccolo smeraldo istoriato!”, esclamò Philibert, abbagliato dal verde acceso che dominava in quel piccolo ambiente. “E tu! Zio, ma tu sei meglio dal vivo!!”.

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Rise di gusto il nobile Giorgio e ringraziò per il bel complimento! “Qui nel dipinto sembri più vecchio…”, aggiunse il nipote. Giorgio allora gli illustrò le scene raffigurate (Crocifissione, Deposizione e Compianto), gli insegnò a riconoscere i santi osservando quali particolari oggetti recassero o quali altre creature eventualmente li accompagnassero. Philibert rimase colpito da Santa Margherita e dal drago che l’aveva inghiottita ma dal quale lei, con l’aiuto di Dio, era riuscita ad uscire viva e vegeta! Giorgio nutriva, inoltre, una particolare attenzione verso la figura della Maddalena e qui, nel suo oratorio privato, ben la si riconosceva ai piedi della croce, ammantata dai suoi lunghi capelli biondi.

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Una figura decisamente intensa, ricca di sfumature; una donna in cui peccato e redenzione, lussuria e santità si mescolavano misteriosamente; una peccatrice che, tuttavia, si era guadagnata un posto speciale nella vita e nel cuore di nostro Signore Gesù. Una figura da molti ecclesiastici rifiutata, additata, quasi temuta o utilizzata quale esempio di peccato; eppure… eccola, affranta, distrutta da un dolore senza limite, piangere la morte terrena del figlio di Dio. Nella Maddalena, Giorgio vedeva l’umanità intera.

E quella volta in cui, già anziano, era tornato ad Issogne per assistere alla posa del magnifico altare della cappella del primo piano. Una vera meraviglia. Affacciandosi dalla penombra del viret, attraverso il gioco di bussole e porte, rimase immediatamente colpito dal bagliore dorato del polittico in stile borgognone al centro del quale spiccava la scena della Natività. E le ante, così come gli affreschi alle pareti, sempre opera di quel maitre Colin che già aveva illuminato coi suoi affreschi magistrali il porticato del pianterreno.

Che atmosfera, quell’anno stesso, la messa di Natale, in presenza dei suoi famigliari, davanti a quel gioiello tardogotico, risplendente nella sua solenne sacralità.

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Perso nei ricordi e nei pensieri, si accorse quasi per caso che le ultime luci del tramonto erano ormai svanite, lasciando il posto alla notte, dominata da una luna incredibilmente grande e vicina, così luminosa da oscurare le stelle. Una notte terribilmente fredda, ammantata da uno strano silenzio… tutto sembrava ovattato, come se nevicasse… E, in effetti, nel pomeriggio aveva nevicato. La campagna pinerolese stava vestendo gli abiti invernali e risplendeva in quella fredda notte di fine dicembre. I rumori erano così vaghi, lontani…

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Il nobile priore pensò fosse giunto il momento di ritirarsi in casa e andare a riposare.

Si stese sotto una coltre di coperte che pareva pesare come un cumulo di pietre. Si girava e si rigirava, ma i pensieri si affollavano nella mente. Nulla da fare. Proprio non c’era verso di prendere sonno.

Si alzò nuovamente. Gli pareva di soffocare; uscì nel loggiato e si sedette. La sua intensa vita continuava a passargli davanti agli occhi: luoghi, volti, gesti, momenti…

Si ricordò che doveva terminare il suo testamento. Si diresse allo scrittoio e lo estrasse da un cofanetto a doppio fondo nel quale lo aveva racchiuso. Lo lesse e lo rilesse più volte. Chissà se quelle sue volontà avrebbero trovato le orecchie giuste, ma soprattutto la mente e l’animo davvero capaci di ascoltarle e metterle in pratica pensando al bene di tutti e non al proprio tornaconto. Chissà se i suoi eredi sarebbero stati in grado di dare giusto seguito a quelle parole lasciate per iscritto. Prese il documento, dell’inchiostro, e tornò nel loggiato, il suo posto preferito. Quasi bastava la luce della dea Diana per accompagnare la sua scrittura…

Tutto ad un tratto ebbe come un sussulto; la sensazione come di un violento pugno allo stomaco, un dolore lancinante lo attanagliò, una stretta feroce gli serrò la gola. Il cuore prese a battere all’impazzata. Provò a chiamare soccorso, ma la voce non usciva. Le gambe non reggevano più, si aggrappò con tutta la forza che aveva alla balaustra del portico, cercando aria, cercando sollievo… Tutto intorno a lui girava vorticosamente. Perse l’equilibrio e, cadendo, urtò sedia e tavolino che caddero a loro volta; il rumore attirò un servitore dal pianterreno. Costui si precipitò in casa chiamando a gran voce le inservienti e il cerusico, che in quei giorni soggiornava al “Torione” in modo da essere pronto ad ogni evenienza.

Trovarono il nobile Giorgio in preda al delirio, madido di sudore, agonizzante… Stringeva forte nelle mani un foglio; non c’era verso di prenderglielo… Lo portarono di peso fin sul suo letto. Il priore a stento respirava e a stento riusciva ad aprire gli occhi.

“Anne! Anne, presto! Corri! Portami acqua calda e biancospino!”. Udendo quel nome, a lui così caro, il priore aprì gli occhi. Il suo sguardo incrociò il giovane volto di una cameriera, di nome Anne, accorsa per prestare aiuto con quanto richiesto dal cerusico.

Il nome e… E quel volto, la pelle chiara, i grandi occhi azzurri, i lunghi capelli scuri… “Madre…madre!”, ansimò il priore, “siete qui!”. Tutti si guardarono, attoniti… stava perdendo il senno!

“Madre, Madonna del Petit Paradis“… Le espressioni dei presenti si fecero ancor più interrogative. “Tenete, solo voi potete prendervi cura di quanto scritto. Tenetelo voi, ma, vi prego, non datelo a nessuno! Tenetelo finché non sarete ad Aosta, in quel sacro luogo a me caro… Portate questo scritto fino lì e lì riponetelo, al sicuro. Chi verrà, saprà. Ma solo chi avrà la capacità di capire, lo troverà. Qui ho scritto le mie volontà; qui ho raccontato la mia vita. Qui, infine, ho vergato le mie conoscenze…”.

Pose quindi il rotolo nelle mani della giovane servitrice, che, non capendo, si guardò intorno cercando aiuto e supporto. Il cerusico, interpretando le parole del nobile Giorgio, non solo suo illustre paziente, ma decennale amico, chiuse con la cera di una candela quel rotolo e lo timbrò col sigillo riportato sull’anello del priore che, per quanto gli era ancora consentito, riuscì persino ad abbozzare un sorriso, quasi per ringraziarlo.

La notte era alta. Ma, all’improvviso, quella grande luna che tutto illuminava del suo raggio d’argento, scomparve. Il buio più fitto avvolse la campagna. Non si sa da dove né come, ma una densa coltre di nubi aveva occultato l’astro della dea della notte. Il silenzio, se possibile, era ancora più intenso. Una folata di vento entrò furtiva dalla finestra; le candele si spensero, tutte contemporaneamente. Era il 30 dicembre 1509. Il nobile Giorgio esalò l’ultimo respiro.

Il giorno seguente il cerusico accompagnò la giovane cameriera, designata ambasciatrice dal priore, fino al luogo sacro a lui caro. Spiegò al nuovo Priore l’accaduto e, nonostante un iniziale sospetto, le venne consentito di accedere, accompagnata dal cerusico, fino alla soglia del Petit Paradis.

CappellaPriorato

Effettivamente, per quanto fosse semianalfabeta e assai timorosa, la giovane ancella si accorse immediatamente di una straordinaria somiglianza; una somiglianza che la fece sentire “accolta”, ancor più orgogliosa di essere stata scelta quale depositaria di una tale importante missione.

Anne“, la chiamò il cerusico, “deposita il documento nel luogo che a tuo avviso può ritenersi il più adatto e sicuro”. La giovane, che oltretutto portava lo stesso nome della madre di Giorgio di Challant, si guardò attentamente intorno.

Notò una sorta di piccola nicchia ai piedi dell’affresco raffigurante la Madonna in trono. Una specie di sportellino quasi mimetizzato dall’ingombro della grande mensa d’altare. Lo indicò e guardò il cerusico, chiedendo un’ultima volta conferma e autorizzazione. Da lontano, il Priore in carica sorvegliava il tutto; sapeva cos’era successo e si fidava del noto e sapiente cerusico, uomo di fiducia del nobile Giorgio. Sorvegliava ma in modo discreto; tutto doveva svolgersi così come Giorgio aveva indicato prima di morire.

La fanciulla, ora più sicura, rivolse un’ultima volta gli occhi a Maria e all’allora giovane Giorgio di Challant. Aprì lo sportellino, vide che celava un doppiofondo ricavato ancor più all’interno della parete: lì depose il documento. Una volta richiusolo con grande accuratezza, si fermò a pregare il buon Dio chiedendo la sua protezione.

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Il testamento del nobile Giorgio era dove doveva essere. Nel luogo sacro a lui così caro.

Lì sarebbe rimasto per molto tempo. Nessuno proferì mai parola in proposito.

Ancora oggi ci si domanda che fine possa aver fatto quel testamento. Chissà se, nel corso dei secoli e dei numerosi interventi effettuati in quel luogo, qualcuno lo ha rinvenuto…

Ma il grande Priore aveva parlato chiaro: “Solo chi avrà la capacità di capire, lo troverà”.

Stella

 

 

Dell’arte (e) del potere. Storia di un nobile priore. Giorgio di Challant. Cap. 2

 

Il nobile Giorgio iniziò a vergare il foglio; si fermava spesso. Chiuse gli occhi cerulei ormai stanchi per l’età ma ancora vividi, accesi di quella luce tutta particolare che da sempre aveva contraddistinto il suo sguardo. Occhi grandi, di un azzurro chiarissimo ma non acqueo; un azzurro che ricordava la vastità del cielo, di quegli orizzonti che lui non si stancò mai di sondare, cercare, indagare. Ecco, sì, il suo era uno sguardo indagatore. Molto spesso gli avevano detto che i suoi occhi emanavano regalità, incutevano rispetto se non talvolta persino una sorta di timore. Il suo portamento era regale. Il suo incedere lento e diritto lo faceva apparire persino più alto ed accentuava la sua innata eleganza.

Quasi un sovrano. Gli veniva da sorridere… non avrebbe ambìto a tanto ( o forse sì?), ma sicuramente nel suo campo era un solido punto di riferimento. Regalità. Una qualità forse derivatagli, oltre che dall’educazione impartitagli, anche da quel suo carattere, da quella sua naturale indole “leonina”. Non era forse solo una casualità se la prima luce che quegli occhi videro fu quella del 1 agosto 1439, sotto la costellazione del Leone, segno del Sole e della nobiltà.

Sguardo fiero e severo, seppur non privo di indulgenza e magnanimità. Mascella forte e volitiva, indice di carattere tenace e attitudine al comando. Capelli castano scuro che ancor più esaltavano il suo incarnato diafano. I suoi ritratti di profilo ben si allineavano alla ritrattistica aristocratica all’epoca in voga, derivata dallo studio di quella imperiale romana i cui nobili profili attraversarono le più ampie latitudini geografiche veicolati sulle monete e ben si impressero nelle consuetudini e nell’immaginario comune.

Si sentiva già nell’aria il profumo della primavera. Correva l’anno 1460 e lui era da poco giunto ad Aosta, entrando, ad appena 20 anni, nel Capitolo della Cattedrale. Vi era un’atmosfera di grande fermento perché il nuovo chiostro, dopo quasi un ventennio di lavori, stava per essere consegnato dalle maestranze ed inaugurato dal nobile vescovo Antoine de Prez.

Fu l’anziano canonico François Rosset che gli raccontò le vicissitudini della fabbrica del chiostro. Lui, infatti, era presente al momento della stipula del venerabile patto tra il Capitolo della Cattedrale e il magister Petro Bergerii de Chamberiaco. Era l’8 giugno del 1442.

In quel giorno ormai lontano, otto canonici della Cattedrale stipularono il contratto per la ricostruzione del chiostro capitolare con questo importante architetto savoiardo, sebbene l’inizio vero e proprio dei lavori prese avvio nel marzo 1443, quando era vescovo Johannes de Pringino.

Il rapporto di lavoro con il Berger non andò a buon fine, pare per lungaggini e spese eccessive, tanto che l’architetto transalpino sparì presto dalla circolazione. Si procedeva a rilento e, nel frattempo, cambiarono pure le maestranze. Ancora nel 1456 si sottolineava lo stato di degrado del vecchio chiostro romanico così come di altri edifici del complesso capitolare. Venne così ufficialmente istituita la Fabbriceria della Cattedrale. Capo cantiere divenne il “lathomusMarcellus Gerardi di Saint Marcel.

Giorgio aveva conosciuto personalmente questo Marcellus e ne aveva pubblicamente riconosciuto e apprezzato le indubbie doti artistiche. La sua finezza nel plasmare i blocchi di alabastro cristallino che avrebbero costituito i capitelli del chiostro era notevole.

Il nobile Giorgio si soffermò un istante. Mentre il venticello del tramonto accarezzava l’edera del giardino accesa di porpora e arancio, guardando le colline pensò ancora al suo glorioso passato.

Effettivamente c’erano tre siti che meglio di altri potevano riassumere le maggiori fasi della sua vita, e tutti e tre si trovavano nella sua petrosa ma tanto amata Valle d’Aosta, terra natia dei suoi avi, la nobile e potente casata dei siri di Challant. Innanzitutto la Cattedrale di Aosta: la sua gioventù, il periodo dei grandi sogni, delle forti ambizioni. Quindi il Priorato di Sant’Orso: il trionfo della sua maturità, il luogo che forse più di altri rappresenta la sua doppia identità transalpina e la sua raffinata apertura culturale. Infine il castello di Issogne: icona della sua filosofia di vita, delle sue gesta, delle sue speranze nel futuro, dei suoi auspici… Una dimora sontuosa che doveva fungere da costante insegnamento e monito servendo, allo stesso tempo, da riflessione tanto sulla vita quanto sulla morte. Una senilità che altro non è se non la fulgida ed autorevole sintesi di una vita straordinaria.

“Ebbene”, pensò, “chi vorrà trovare il mio nome scolpito su uno di questi capitelli dovrà accedere al chiostro dal lato sud, direttamente dalla porta di collegamento con la navata nord della Cattedrale. A sinistra dell’ingresso, dopo il capitello recante il nome del canonico Ludovicus de Sancto Petro, ecco il “mio”: Dominus Georgius de Challant canonicus.

20 anni. Appena 20 anni e il mio nome, il nome della mia casata, veniva scolpito in quella pietra brillante, per sempre. La mia carriera era agli inizi, ma sapevo che mi aspettavano grandi successi. Sapevo che avrei fatto grandi cose nella mia vita; me ne ritenevo capace.

E non finisce qui. Entrate in Cattedrale e raggiungete il presbiterio dedicato a Santa Maria Assunta. Lì resterete abbagliati dall’eccezionale eleganza dei magnifici stalli gotici, vero capolavoro di ebanistica, opera di due scultori capaci di modellare il legno con tale fervore da conferirgli un cuore eternamente pulsante, un respiro, un’anima. 61 stalli realizzati dalle sapienti mani di Jean Vionin di Samoens e di Jean de Chetroz. Questo splendore venne portato a termine nel 1469.

La fila sinistra degli stalli gotici
La fila sinistra degli stalli gotici

Naturalmente io non potevo mancare, essendo anche tra i committenti. Salite verso la testa della fila di sinistra e procedendo verso la navata, immediatamente dopo la raffigurazione di San Pietro, troverete quello da me donato riconoscibile innanzitutto grazie allo stemma della mia casata: “d’argento al capo di rosso con filetto nero in banda” sorretto da un angelo. Un angelo assai particolare che ritroverete anche altrove se saprete aguzzare la vista. Lo schienale vede la rappresentazione di re David. Un sovrano, dunque. Un indizio di aristocrazia che già poteva far intuire l’estrazione sociale di chi quello stallo aveva donato. Un re votato alla fede e amante, cultore, delle arti. Sì, in qualche modo, in quel devoto re David, era come se ritrovassi un pò di me.

      

Che anni furono quelli… La seconda metà del Quattrocento vide il trionfo delle più importanti committenze artistiche che mutarono il volto della cattedrale anselmiana. L’antica chiesa dedicata a San Giovanni Battista, la cui grande abside aggettava verso ovest, venne definitivamente demolita e il bel mosaico romanico con animali fantastici spostato nella zona presbiteriale a monte di quello, immenso, dedicato allo scorrere sempiterno dei mesi. Il corpo della navata di Santa Maria veniva allungato verso ovest di due campate e completamente voltato con una nuova copertura a crociera costolonata che andò a ricoprire quella lignea precedente nonché resti di affreschi molto antichi che, ormai, non rispondevano più al gusto della Chiesa.

Fu così che, ad occidente, si diede avvio al ripensamento di una nuova facciata che, però, io non vidi mai terminata.

Sempre nel coro il noto ed apprezzato scultore Stefano Mossettaz aveva creato un magnifico soffitto decorato adatto ad inquadrare in maniera decisamente scenografica la tomba di Francesco di Challant. Al grande orafo fiammingo Jean de Malines, inoltre, venne affidato l’incarico di portare a termine la monumentale cassa per le reliquie di San Grato, oltre a bastoni processionali, cibori, calici per la sagrestia…

Per non parlare delle vetrate del deambulatorio dove ai piedi della Vergine e di San Giovanni, i due dedicatari della Cattedrale, figurava nuovamente il mio stemma: sotto i piedi dell’Assunta sorretto da una coppia di angeli; sotto il Battista dal grifone e dal leone”.

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Ecco, il signore poteva davvero affermare che la grande e vivace Fabbrica quattrocentesca della grande Cattedrale aostana ben sintetizzava la sua gioventù, fatta di studio, di preghiera, certo, ma anche di entusiasmi, di stimoli culturali, di voglia di scoprire, di sfide.

Tornò quindi a sedersi. Si strinse ancor più nel mantello. Ormai le ombre della sera si erano allungate e le prime stelle della notte facevano capolino in lontananza. Era ora di rientrare. Avrebbe proseguito domani, auspicando che, durante la notte, il Signore lo aiutasse nel nitore dei ricordi e gli desse la forza e la salute per redigerli.

Stella

 

 

Archeo-UTMB. Archeologia, storia e leggende del versante nord del Monte Bianco

Lunedì 28 agosto 2017 prenderà il “VIA” l’UTMB. Di certo non mi sogno neppure di mettermi a correre in montagna (non fa per me!!), ma a modo mio voglio contribuire. Un mini-tour storico-archeologico per dare un’occhiata oltre confine, oltre la mole di Sua Maestà il Monte Bianco. Iniziamo dal territorio francese… Un’insolita Chamonix e dintorni!

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Il nostro viaggio sulle orme di un lontano passato parte dal ponte Saint Martin di Sallanches – luogo rappresentato in tutte le sue possibili prospettive dalle stampe ottocentesche –, risale il corso del fiume Arve, lungo la riva destra, per raggiungere, dopo Passy, l’ampia pianura che un tempo, prima dei Romani, si narra, fosse occupata dalla mitica città di Dionisia (o Diouza).
Insediamento travolto in un tempo lontano dal cedimento degli argini del lago di Servoz e successivamente colmato da una frana nella località di Chedde, frana che ha dato origine alla stupenda cascata chiamata “Cascade du Coeur”, perché le sue acque precipitano disegnando un cuore.

INDIZI ARCHEOLOGICI, STAMPE, RACCONTI E UNA NATURA ABBAGLIANTE
Da Chedde saliamo faticosamente a Chatelard, chiusa naturale di quell’antico lago glaciale che occupava la piana di Servoz. Prima sorpresa: ci imbattiamo in antiche fortificazioni innalzate dai Nantuati, popolazione locale, contro i Ceutroni, risalenti ad un periodo pre-romano.

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Servoz era e resta un sogno ad occhi aperti: alla nostra destra, improvvisamente, il Monte Bianco si innalza in tutta la sua bellezza sullo sfondo dei resti del castello di Saint Michel, mentre alla nostra sinistra si scorgono le Gorges du Diosaz, gli orridi più imponenti d’Europa. Il viandante che faticosamente era giunto fin quassù – stupende le descrizioni di viaggio di Alexandre Dumas e di Horace-Benedicte De Saussure – iniziava ora il tratto più pericoloso, che le carrozze non potevano affrontare: la Montà Pellissier. Di qui, attraverso una lunga salita nell’incanto di un bosco medievale, si attraversa Vaudagne raggiungendo la Testa Nera. Spira ancora qui intatto il fascino della leggenda che voleva che da una spaccatura della roccia il Diavolo allettasse e rapisse le vergini facendo loro apparire una stanza piena d’oro. Fascino di una leggenda che non è per nulla turbato dalla presenza in loco di un’epigrafe romana del I secolo d.C. identificante i confini tra le varie giurisdizioni.
La discesa a Les Houches, sempre immersa nel verde del bosco e illuminata dai riverberi del ghiacciaio, resta fuori dal tempo. Les Houches, nome derivante dal termine ‘olca’ con cui i Celti designavano il tratto di terreno coltivato intorno alla casa, è certamente il più antico degli insediamenti della valle, e testimonia la situazione di acquitrini e di residuati morenici che un tempo occupavano la piana di Chamonix.
Questo percorso divenne carrozzabile nel 1818, ma solo con la cessione alla Francia della Haute Savoie e per intervento personale di Napoleone III, assunse la dignità di vera strada (1867).
Per la cronaca i tempi di un viaggio in carrozza da Ginevra a Chamonix nel 1850 erano di ben 11 ore per una distanza di soli 90 km.
Abbiamo così raggiunto Chamonix, la cui origine probabile è del 1119 se consideriamo che a tale data risalgono le fondamenta della chiesa, un tempo abbazia benedettina. Ma solo al 1236 possiamo far risalire con certezza la denominazione attuale come risulta da un documento di cessione del territorio dal Conte di Faucigny all’Abbazia benedettina di Saint Michel de Cluses.
Quale sia il significato del nome Chamonix è abbastanza discusso, per quanto appaia la più credibile quello di ‘campo cintato’ o di ‘campo del mulino’.
Il territorio aveva nel Medioevo una proprio autonomia amministrativa e giuridica anche se i pieni poteri spettavano all’Abbazia di Sallanches.  Al 1770 risale la costruzione del primo albergo, quello di Madame Souterraud, ma già nel 1850 gli alberghi erano diventati nove e i frequentatori di Chamonix ammontavano a ben 5.000.

L’epoca romana fa la sua comparsa anche nel territorio di Saint-Gervais-les-Bains con una particolarissima iscrizione di età vespasianea (74 d.C.) rinvenuta poco a valle del Col de La Forclaz. Questo il testo: EX AUCTORITAT(E)IMP(ERATORIS) CAES(ARIS) VESPASIAN(I)AUG(USTI) PONTIFICIS MAX(IMI)TRIB(UNICIA) POTEST(ATE) V, CO(N)S(ULIS) VDESIG(NATI) VI P(ATRIS) P(ATRIAE)CN(AEUS) PINARIUS CORNEL(IUS)CLEMENS LEG(ATUS) EIUS PRO PR(AETORE)EXERCITUS GERMANICI SUPERIORIS INTER VIENNENSES ET CEUTRONAS TERMINAVIT.

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Un’epigrafe utile a sottolineare i confini tra il territorio dei Ceutroni e dei Viennensi Allobrogi, ossia gli abitanti dell’attuale zona di Vienne, poco distante da Lione. Due territori appartenenti in effetti a due distinte province: gli Allobrogi già in Gallia Narbonense e i Ceutroni nelle Alpes Graiae.

Il versante nord del Bianco. Oltre lo sci, oltre l’alpinismo, oltre lo shopping… c’è ancora tutto un mondo da scoprire…

 

Stella

 

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L’Aosta che ti manca. Emozioni dietro l’angolo

Quante passeggiate con la mia piccola ultimamente… Mattina e pomeriggio si esce alla scoperta di nuovi angoli della nostra città. Cerchiamo spazi di luce, di verde, di tranquillità. Luoghi dove, pur essendo in centro città, poter vivere la sensazione di trovarci in aperta campagna o quasi. E non è facile… neppure ad Aosta, città tormentata da innumerevoli cantieri… polvere, rumori, betoniere, trincee, trapani, martelli pneumatici e non… insomma, bene che vi sia tanto lavoro e tanto da fare, ma passeggiare in tranquillità senza dover per forza andare chissà dove non è cosa semplice!

Alla fine abbiamo individuato un nostro percorso preferenziale, luoghi dove torniamo e ritorniamo ogni giorno perché ci fanno stare bene. Ecco quindi che, dopo averne parlato (Costanza ed io), abbiamo deciso di condividere con i nostri amici del blog queste nostre passeggiate… magari possono fornire spunti per una visita della città diversa dal solito…

Cominciamo dall’Arco d’Augusto, zona in questo periodo più movimentata della Stazione Centrale di Milano per via delle tantissime gite scolastiche che animano il nostro capoluogo. Ci infiliamo subito nella viuzza che porta alla scuola dell’infanzia e, da lì, imbocchiamo il vicolo dell’Antica Vetreria da poco assai ben ristrutturata.

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Svoltiamo l’angolo, pochi passi sul marciapiede di Viale Chabod cercando di focalizzarci sul corso del Buthier ignorando le auto; subito inforchiamo la strada sulla sinistra: Via Guido Rey si insinua, invitante, tra porzioni superstiti di prati, giardini cinti da alte siepi, casette dai colori vivaci e, sempre come sottofondo, il rasserenante rumore dell’acqua, la voce dei rus di campagna. E come quinta scenografica a nord, lui, il maestoso Grand Combin di elvetico accento.

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Sulla destra l’ampia distesa verde fa da “green carpet” all’inconfondibile campanile di Sant’Orso. Lo sguardo corre e si perde cercando non si sa bene cosa lungo le pareti nord della “materna” Becca di Nona e del superbo Emilius, dal profilo secco, quasi himalayano. Una sorta di coppia di coniugi.

18664218_757649131074886_4222925085821607962_nLui più alto, secco, severo seppur, in fondo, buono di animo. Lei, più piccina (ma non troppo)… dipende da come li guardi (e spesso è così anche nelle coppie “umane”!), dai fianchi larghi e dal seno prosperoso. Emilius e Becca, quasi fossero gli antenati, i rocciosi genitori di questa piana verdeggiante solcata dal nastro della Baltea Dora.

Sulla destra ad un certo punto si apre un cancello e, come un giardino segreto, ecco l’antico Cimitero del Borgo di Sant’Orso, amorevolmente curato dai Volontari locali.

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Uno scrigno di storia, di ricordi, di famiglie, di volti ormai lontani ma di anime ancora presenti che, se presti attenzione, sentirai quasi sussurrare tra i cipressi.

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Proseguiamo lungo via Guido Rey e, in fondo, ecco comparire la sagoma imponente e squadrata della Torre dei Balivi… ogni volta mi percorre un brivido, un’emozione che nonostante tutto non riesce ad affievolirsi. Quella torre ha nascosto un grande segreto per secoli; un segreto poi finalmente svelato in quella pallida giornata di febbraio; un segreto faticosamente interpretato e altrettanto faticosamente veicolato. Un segreto che, purtroppo, al momento giace nuovamente sepolto, ignorato. Ma la forza di questo luogo è immensa; a me è sempre parso che quella torre, al di là della sua pluristratificata identità storica, sia come una grande antenna di comunicazione tra passato e presente, tra cielo e terra, tra divino ed umano… e questo gli antichi àuguri lo sapevano benissimo!

E pensare a quando passavo di qui ai tempi delle superiori: “i Balivi” erano le prigioni di Aosta! Le mura nere, sporche… quelle finestrelle tristi, come orbite vuote, nere e con plurime sbarre, quasi fossero fitte ciglia di ferro! A volte vedevi penzolare calzini, mutande, magliette stese dai carcerati ad asciugare… ed oggi, invece, eccola lì la Torre dei Balivi: risplende illuminata dal sole in tutto il suo dorato splendore e, con lei, evade in musica l’intero Conservatorio regionale. Pentagrammi ed armonia han preso il posto dell’angoscia e della desolazione.

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Piccola deviazione: giardinetti di Sant’Orso. Al mattino ancora meglio, meno confusione! Sorvegliati dall’immancabile campanile e dall’elegante torre ottagonale del Priorato ci balocchiamo un pò tra i vari giochini, sostiamo sotto gli alberi, ascoltiamo gli uccellini e i sussurri del vento… Poi, via, si riprende la passeggiata!

Torniamo su via Guido Rey, fiancheggiamo il corpo nord del Conservatorio nato sulle mura di cinta di epoca romana. Passiamo tra queste ultime e il convento di Santa Caterina. Fin da lontano si vede il piccolo campanile romanico della chiesetta delle Suore… una presenza famigliare! Che posto, questo… Costanza, ti rendi conto di dove siamo?!

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Qui, tra la Torre dei Balivi e il Convento nacque Augusta Praetoria. Da qui si cominciò a trainare l’aratro del solco primigenio e qui, guardando verso sud, oltre le mura romane, oltre le mura del convento… sapere che lì, sotto quei meli, riposano i resti dell’Anfiteatro… sì, stiamo “accarezzando” l’antico quartiere romano dedicato agli spettacoli e, da lontano, la facciata del Teatro è lì a ricordarcelo.

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Arriviamo davanti all’ingresso del Convento, sobrio ma prezioso grazie all’elegante affresco tardo quattrocentesco che ne ingentilisce l’ingresso. Ombra, frescura, curiosare di fiori dalle aiuole e dai giardini. La scuola dell’infanzia “Mons. Jourdain” occupa un’altra antica torre romana, “gemella” della Tour du Pailleron (quella vicina alla stazione), chiamata nel Medioevo Tour Perthuis: vi era qui infatti una breccia, un varco, un “pertugio”, appunto, praticato nelle poderosa mura di romana memoria.

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Attraversiamo la strada e imbocchiamo via San Giocondo. Quanto ci piace questa stradella… si fiancheggiano le proprietà vescovili dominate dal grande Seminario Maggiore e dal tozzo campanile di Saint Jacqueme. Guardate con attenzione questo muro di cinta: dopo pochi metri dall’imbocco della via, sulla vostra sinistra, noterete uno stemma: si tratta di una copia, naturalmente, che però vuole richiamare lo stemma originale della Curia vescovile.

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Un tempo lontano questo era un segno importante: chi oltrepassava questo confine entrava automaticamente sotto la protezione del Vescovo.

E’ come un passaggio metaforico, quello tra l’Aosta delle orini, romana e pagana, e l’Aosta cristiana e medievale. L’Aosta del primissimo fonte battesimale di IV secolo d.C., quello le cui tracce permangono all’interno del Criptoportico, quello dove ancora il battesimo veniva impartito per immersione e soltanto nei giorni santi del Triduo pasquale… l’Aosta della prima domus ecclesiae sulle cui mura verrà innalzata la prima cattedrale, quella del secondo fonte battesimale di V secolo d.C.; l’Aosta paleocristiana. Un’Aosta davvero poco conosciuta e che invece meriterebbe maggiore attenzione. Un’Aosta da ritrovare, oltre che nella grande chiesa madre, anche nella chiesa (oggi sconsacrata) di San Lorenzo, quella proprio di fronte a Sant’Orso, le cui sotterranee vestigia archeologiche raccontano di come la fede cristiana si fece largo tra queste montagne, progressivamente sostituendosi, e non senza fatica, ai culti pagani preromani (forse ancora in parte incarnati dal mito di Sant’Orso) e da quelli più ufficiali e patinati del potente Impero di Roma.

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Oltre quelle mura una sorta di piccolo Vaticano fa capolino con alberi di fico di arcaica biblica memoria, di cachi, di mele, pere… vociare di bimbi, intenti a giocare nel campetto dell’oratorio; vociare dall’orto “Din Don” e dai giardini della Cattedrale.

E musica, ancora musica. Spesso le note di un pianoforte o il ritmo delle percussioni ci accolgono in quest’angolo di Aosta dove ha trovato posto la Scuola di Formazione musicale. Al mattino la luce tenue si attorciglia intorno alle alte torri campanarie di Santa Maria Assunta. Al pomeriggio il solleone infiamma la strada creando atmosfere macchiaiole da quadro di Fattori. La sera i toni purpurei del tramonto infiammano le creste dello Chateau Blanc e riverberano il loro fiammeggiare su queste case basse, dalle delicate tinte pastello, strette le une alle altre, soggiogate dalla maestà della grande Cattedrale.

Ad un certo punto svoltiamo a destra e guadagniamo Viale della Pace con le sue infilate di alberi, le siepi, le aiuole. E sempre un allegro vociare di bimbi. E ancora la voce dell’acqua: la Mère des Rives appare e scompare. Torna e se ne va.

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La Mère des Rives, il canale che disegna il confine nord dell’antica città romana e medievale, dopo essersi separata dal Ru de Saint Ours in corrispondenza della Torre dei Balivi, continua il suo viaggio verso ovest, verso la Tour Neuve, antica roccaforte dei De Villa de Turre Nova, vassalli degli Challant, i potenti Visconti di Aosta. Da qui scenderà verso sud, lambendo la zona delle caserme, lì dove un tempo sorgevano mulini ed impianti artigianali; lì, dove ancora prima, trovavano l’eterno riposo gli abitanti di Aosta romana e tardoantica… fino a perdersi verso sud gettandosi nell’azzurro corso della Dora.

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E svoltiamo ancora verso sinistra, alla volta di via Martinet, un tempo Rue du Grand Saint Bernard. Una via un pò defilata, un pò dimenticata… ma che ha tanto da dire, da raccontare.

Qui usciva, dopo aver superato la monumentale Porta Principalis Sinistra (i cui resti si possono vedere nei sotterranei del vicino Museo Archeologico di piazza Roncas) l’antico Kardo Maximus diretto a nord, pronto ad attaccare la ripida rampa che segnava l’inizio del viaggio verso il Summus Poeninus.

Da qui partiva la storica corsa “Aosta-Gran San Bernardo”, vero e proprio momento di aggregazione sociale, fenomeno di costume, evento amato e seguito dagli abitanti di Aosta e non solo, dagli appassionati di auto e corse, ma non solo. Lungo questo tracciato, nel corso dei secoli, sono transitati eserciti, condottieri, viaggiatori e… piloti. Proprio così, corridori che al volante di prestigiose automobili hanno dato vita, fra il 1920 e il 1957, ad una delle corse in salita di maggior rilievo nel panorama sportivo internazionale; una gara che, nell’ultima edizione, fu addirittura inserita nel calendario del Campionato europeo della Montagna.

Paesaggi straordinari, curve tra le più belle ed impegnative d’Europa, atmosfere d’altri tempi che si rinnovano con le auto d’epoca e l’eredità di una gara dal sapore unico; dall’elegante piazza Chanoux, parterre d’eccezione, fino allo storico valico avvolto nel mito,corrono e rimbombano i ricordi e le emozioni di una corsa da non dimenticare!

E non vogliono dimenticare i commercianti di Via Martinet e piazza Roncas che si impegnano in ogni modo per vivacizzare questa strada così densa di storia e per convincere aostani e turisti che il centro storico non finisce in Croce di Città ma prosegue in piazza Roncas e ancora oltre, in questa via ombreggiata, protetta da Santo Stefano, dove lo spirito del Gran San Bernardo prova a farsi percepire, un pò nelle vetrine della Fondation Barry, dedicata ai cani che di questo santo portano (con onore) il nome, e un pò in quel lontano ruggire di motori che, poco oltre, tanta polvere e tanto tifo hanno sollevato.

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Già, perché per trovare la linea di partenza bisogna arrivare alla fine di via Martinet, superare l’incrocio con Corso XXVI febbraio e proseguire in Viale Ginevra. Lì, proprio lì, dove fino alla metà del Novecento, sorgeva l’altro cimitero storico di Aosta, anch’esso cinto da mura e annunciato dalla perduta cappella neogotica di Saint-Jean-de-Rumeyran, si accalcava la folla degli appassionati e dei curiosi.

Chi avrebbe mai potuto immaginare all’epoca che, sotto quel cimitero moderno, ce ne fosse un altro ben più remoto che affondava le sue radici addirittura nella lontana Età del Ferro e che custodiva, al di sotto di una pesante cupola di pietre, le spoglie mortali di un antico principe viaggiatore proveniente da un misterioso nord.

Sono davvero tante le storie e le leggende da raccontare, Costanza… Quel volto che ci osserva da una delle ultime case di Via Martinet è come un silenzioso genius loci.

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Ma ora torniamo indietro. Presto condivideremo coi nostri amici un’altra passeggiata nell’Aosta che ti manca!

Stella

“Vacanze romane” in Provenza. Vaison-la-Romaine, splendida civitas

Nell’ultimo post dedicato al versante svizzero dell’UTMB, avevo accennato al gemellaggio tra Martigny e Vaison-la-Romaine. Ebbene, oggi voglio portarvi proprio qui, in questo luminoso angolo di Provenza. Una città che adoro e dove spero di tornare presto.

Come in un perfetto quadro impressionista, incastonata in un paesaggio pennellato nei toni del giallo ocra, del lavanda, del verde e dell’azzurro, la bella Vaison si apre tra le colline e la pianura attraversata dal torrente Ouvèze.

Vigneti, uliveti, campi di lavanda e girasoli… colpi di luce talvolta accecanti in questa terra meravigliosa dove spesso si vorrebbe non solo trascorrere una vacanza, ma un’intera vita.

Le case rosate di Vaison emergono nella piana dominata dal Gigante di Provenza, quel Mont Ventoux cantato dal Petrarca (dopo aver ripreso fiato perché, a quanto dice, la salita lo sfiancò!): verso nord scruta le vette alpine; verso sud, strizza l’occhio alle onde mediterranee.

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Siamo nel dipartimento del Vaucluse, nella terra che in antico corrispondeva alla provincia romana della Gallia Narbonense. Vaison-la-Romaine, ossia Vasio Vocontiorum, civitas foederata di Roma, ci restituisce oggi l’area archeologica aperta al pubblico più vasta e meglio conservata di Francia: ben 15 ettari a cielo aperto armonicamente inseriti in un contesto urbano e paesaggistico dalla bellezza quasi commovente. Tutta la poesia della dolce Provenza con oltre 2000 anni di storia alle spalle!

Vasio (derivante probabilmente da una radice celtica col significato di “sorgente”): forse un oppidum della tribù celtica dei Galli Vocontii, in merito ai quali l’enciclopedista “tuttologo” Plinio il Vecchio cita un particolare vino dolce e leggermente effervescente davvero squisito! Ci racconta che i Vocontii conservavano il segreto di conferire a questo vino la giusta effervescenza, pare, lasciandolo per lungo tempo nell’acqua fredda dei torrenti…

I Voconzii fanno la loro comparsa nel IV secolo a.C. calando da nord; la regione a loro piace molto e decidono di stabilirvisi creando due “capitali”: Vasio, appunto, e Lug (attuale Luc-en-Diois). Roma conquista queste terre tra il 125 ed il 118 a.C. e, in breve tempo, le due cittadine diventano i centri più floridi dell’intera Narbonense, come del resto ci racconta lo storico Pompeo Trogo.

All’università avevo studiato questa città e, unita al fatto che la Provenza è una mia terra d’elezione, non vedevo l’ora di andarci! L’Ouvèze, in passato navigabile, divide la città in due parti: la città alta, nata nel Medioevo intorno al severo maniero dei conti di Toulouse, vero gioiello rimasto apparentemente fermo al XIII-XIV secolo! E la città bassa, sorta e sviluppatasi sui resti del centro romano che, tuttavia, dopo le campagne di scavo di inizio Novecento, per ben 15 ettari fanno bella mostra di sé tra le case, accanto alle chiese, nei giardini…

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Il centro moderno è a dir poco delizioso. Domina una calda e rassicurante luce rosa-dorata che accende i colori degli innumerevoli vasi e balconi ridondanti di fiori. Piccoli vicoli ombreggiati conducono a piazzette “gioiello” spesso con fontana, sempre rivestite di fiori. Negozi carinissimi e ristorantini accattivanti occhieggiano tra piante di pomodori, aglio e cipolle; i profumi del timo, dell’origano e dell’immancabile lavanda vi accompagneranno ovunque!

Ma iniziamo a dedicarci all’aspetto più strettamente culturale.

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La mia visita era partita con l’area della Villasse, corrispondente ad un ricco quartiere residenziale (con magnifiche domus) e commerciale (con botteghe e porticati). Le tabernae si aprono su un tratto del Kardo Maximus diretto alle vicine terme. Degne di interesse due dimore patrizie: la Domus del Busto d’Argento e la Domus del Delfino. La prima, costruita all’inizio del I sec. d.C., raggiungeva una superficie totale di ben 5000 mq ed è la più vasta ed imponente dimora romana di tutta Vaison al momento messa in luce. La seconda, così chiamata in seguito al ritrovamento di un piccolo delfino in marmo, venne abbellita ed ingrandita nel corso del II secolo d.C.; sul retro, lato sud, uno splendido giardino con piscina. Residenze di lusso, senza dubbio!

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Altro sito imperdibile è quello chiamato del Puymin. In posizione leggermente sopraelevata, ospita altre dimore di pregio, un santuario e, udite udite, un fantastico edificio teatrale!

2000 i mq di superficie (solo parziale!!) ad oggi noti per la Domus dell’Apollo laureato, con un tablinum incredibile dal pavimento a marmi policromi affacciato sul peristilio. Per non parlare dell’immensa Domus della Pergola che raggiunge i 3000 mq (e anche questa non è stata scavata del tutto!). Il nome le deriva dal pergolato che caratterizza un amplissimo triclinium estivo affacciato sulla corte centrale. Una zona sud prettamente residenzial-suntuaria (dotata anche di balnea privati) ed una a nord dalle funzioni rustiche e di servizio (un pò come nella Villa della Consolata di Aosta).

E ancora, la visita prosegue con un vasto ed arioso santuario costituito da un periptero porticato aperto su un giardino con vasca centrale. Da qui si può accedere ad un quartiere artigianale.

Ma il “pezzo forte” del Puymin è lui, il teatro! Tutelato come “monumento storico” sin dal 1862, si tratta di un superbo esemplare di epoca claudia realizzato scavando il versante settentrionale della collina del Puymin, cosa che ha assicurato al teatro un’ubicazione al riparo dai venti e, allo stesso tempo, fresca ed ombreggiata. Ulteriormente oggetto di abbellimenti nel II e nel III d.C., si pensa venne distrutto dopo l’emanazione dell’editto di Onorio nel 407 d.C. quando tutte le statue di dei e imperatori che ne ornavano la scaenae frons furono abbattute e/o volutamente sepolte. Durante il Rinascimento del teatro si conoscevano soltanto due arcate, uniche testimoni della grandezza passata. Oggi la cavea con le sue 32 gradinate è stata radicalmente ricostruita, ma il teatro è vivo e vissuto, splendida sede di eventi, spettacoli e manifestazioni.

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La cavea del teatro romano (da http://www.monumentum.fr)

Terra di Provenza. Una terra dove “romano” (in francese “romain”), va a braccetto con “romanico” (in francese “roman”). Due termini che nel gallico idioma sono separati e distinti solo da una semplice “i”. Due aggettivi che rievocano due epoche imprescindibili, due culture sfavillanti che forse qui più che altrove hanno saputo avvicinarsi e fondersi. Non di rado infatti accade che una cattedrale romanica altro non sia che il magnifico risultato, architettonico ma anche fortemente ideologico e simbolico, di sapienti e mirati reimpieghi dell’età di Roma.

E anche a Vaison vi consiglio di visitare la suggestiva cattedrale di Notre Dame de Nazareth col suo poetico chiostro; un luogo dello spirito dove fermarsi a guardare fuori ma soprattutto dentro di sé. Un luogo di silenzio e di pace dove la luce potente del Sud si infrange tra le arcate e le colonnine rimbalzando sulle bifore e saltellando sulle mostruose creature che ornano stipiti e portali.

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La facciata della Cattedrale di Notre Dame de Nazareth a Vaison (da http://www.vaucluse-visites-virtuelles.com)
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Il chiostro di Notre Dame de Nazareth (S. Bertarione)

 

E ancora il Museo Archeologico “Theo Desplans”. Non grande ma assai curato, luminoso, coinvolgente e con reperti di notevole interesse che ben raccontano i fasti passati di una cittadina dall’economia fiorente e vivace, per quanto vi sia esposto meno della metà di quel che ci si aspetterebbe… Ci viene detto, infatti, che nei secoli le collezioni sono andate disperse e che reperti provenienti dagli scavi di Vaison sono finiti in tutti i musei di Francia e anche oltre oceano! A tale proposito un’associazione locale ha creato un sito che consente di sapere dove questi si trovano e dove andarli a ricercare.

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Sala della statuaria

Vaison, Vasio Julia Vocontiorum. Una perla di Provenza che ben fa il paio con la forse più conosciuta Orange. Una terra dai forti contrasti dove il mare si perde nei monti e l’azzurro si confonde col verde, dove la dolcezza dei campi fioriti quasi improvvisamente lascia spazio alla rude severità delle rocce calcaree e dei manieri arroccati. Contrasti che, forse, stando a recenti studi storici, si possono persino ritrovare nella prosa del grande storico Tacito di cui si vociferano origini galliche. In effetti, a ben pensarci, la sua lucida analisi di un impero che pur nella sua struttura centralizzata doveva saper fare i conti con l’elemento “barbaro” forse è frutto di un gallo romanizzato piuttosto che di un autoctono romano purosangue… chi lo sa…

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Vi lascio quindi con questa poesia di Provenza e con questi colori negli occhi; ma soprattutto con la voglia di trascorrere delle “vacanze romane” molto particolari nella terra che venne a buon titolo definita sempre dal nostro amico Plinio Italia verius quam provincia”.

Stella

 

Da Pont d’Ael a Industria sulle orme degli Avilli, ricchi imprenditori devoti a Iside.

Probabilmente vi starete già chiedendo in quale “Augusta” vi porterò oggi… giusto? Beh, per oggi niente Auguste! Oggi il nostro viaggio comincia da qui, dalla Valle d’Aosta, per poi proseguire in Piemonte alla scoperta dell’antica città di #Industria, non lontano da Chivasso, nel cosiddetto “oltrePo chivassese”.

Partiremo dal noto ponte-acquedotto romano di #PontdAel, nell’omonimo villaggio lungo la strada che sale a #Cogne, per ritrovare un legame. Sì, per ritrovare le tracce di un’importante famiglia, quella degli AVILLI.

Credo la stragrande maggioranza dei miei ormai fedeli amici valdostani conosca Pont d’Ael alla perfezione. Da quell’estate del 2014 in cui si celebrava il Bimillenario della morte dell’imperatore Ottaviano Augusto in cui avevamo portato Pont d’Ael alla ribalta con frequentatissime e seguitissime visite guidate, oggi questo incredibile, meraviglioso, capolavoro dell’ingegneria idraulica romana è una vera “star” nella “top ten” delle destinazioni culturali regionali.

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Il ponte.acquedotto romano di Pont d’Ael (Valle d’Aosta). Foto: E. Romanzi

Un’unica arcata, poderosa e tenace, ampia quasi 15 metri, scavalca la forra ad un’altezza di 56 metri dal corso d’acqua sottostante. Tutt’intorno irte e strapiombanti pareti rocciose ricoperte di edere e boschi, latifoglie e conifere, quasi a perdita d’orizzonte. E’ il Pont d’Ael. Il Pons Avilli,qui realizzato da un intraprendente e ricco padovano attivo nel settore dell’edilizia ormai più di 2000 anni fa, in piena epoca augustea: CAIUS AVILLIUS CAIMUS.

Un grandiosa opera idraulica. Un ardito ponte-acquedotto suddiviso su due livelli: un percorso scoperto superiore, oggi percorribile a piedi, che in origine costituiva il canale idrico dove passava l’acqua (lo specus); un altro sottostante, in galleria, utile al transito di uomini e animali. Un’infrastruttura privata, come recita a lettere cubitali l’epigrafe ancora in posto al centro della facciata che guarda verso valle, probabilmente voluta per incanalare l’acqua verso le cave di marmo di Aymavilles. Il tracciato completo, in parte ancora esistente, in parte obbligatoriamente ricostruito a tavolino, vede un’opera di presa situata a 2,5 km più a monte rispetto al ponte, lunghi tratti, ancora percorribili, ritagliati nel banco roccioso e sapientemente adattati al profilo morfologico della montagna e, il punto sicuramente più spettacolare, Pont d’Ael, dove l’acqua cambia versante superando il turbolento torrente Grand Eyvia.

Un percorso di visita ad anello realmente emozionante. Si passa in quello che gli archeologi chiamano “specus“, cioé l’antico condotto idrico, risalendo a ritroso rispetto all’originario senso di scorrimento dell’acqua. Giunti in sinistra orografica si scendono alcuni scalini per raggiungere uno dei due ingressi originali del camminamento coperto pedonale. Una vista che mozza il fiato; un cambio di prospettiva che fa sembrare questo monumento ancora più imponente, così aggrappato sulle rocce, umide e lucide per la risalita del vapore acqueo. Un contesto naturalistico speciale, popolato da una varietà floristica notevole (ben 11 specie di rare orchidee!) e, per questo, “abitato” da oltre 96 specie diverse di farfalle. Non a caso, questa, oltre ad essere un’area archeologica, è anche una Riserva naturale protetta!

Una volta entrati…aspettate che gli occhi si abituino alla penombra e poi…Poi vi renderete conto che sotto i vostri piedi c’è il vetro, illuminato dal basso, e vedrete un vuoto profondo ben 3 metri. Quel vetro vuole richiamare l’antica presenza del tavolato ligneo dove gli operai e il dominus Avillius camminavano, ma al di sotto oggi si può apprezzare la struttura stessa del ponte-acquedotto. Un’infilata impressionante di spazi cavi e tramezzi in muratura: una struttura, quindi, organizzata ” a camerette” in modo da essere leggera ed elastica, senza però rinunciare alla necessaria stabilità!

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Pont d’Ael. Il camminamento coperto col glassfloor (Foto: E. Romanzi)

Si percorrono in trasparenza i 50 metri di lunghezza del ponte e si ritorna in destra orografica; si supera l’altro accesso d’origine, rimasto per lunghi secoli chiuso e inutilizzato, e si esce..di nuovo sul vuoto! Sì, perché là dove un tempo i Romani passavano su un ampio sentiero ritagliato nel banco roccioso e poi franato nel torrente, oggi c’è una panoramica passerella in acciaio che consente di ripercorrere il loro stesso tragitto! Una cosa che da secoli non si poteva più fare!

Ma dedichiamoci al nostro Avillio (ah, forse vi sarete accorti della significativa assonanza tra Avillius Caimus e il nome della località di fondovalle: AymAVILLES… no?!). Bene, cerchiamo di conoscerlo più da vicino e, con lui, partiamo alla volta di Industria, importante area archeologica nelle vicinanze dell’attuale paesino di Monteu da Po.

Sulla facciata nord del Pont d’Ael campeggia un’iscrizione (CIL, V, 6899): «IMP CÆSARE AUGUSTO XIII COS DESIG C AVILLIUS C F CAIMUS PATAVINUS PRIVATUM», che consente di datare con esattezza il monumento all’anno 3 a.C. e di attribuirlo all’azione imprenditoriale del padovano Caius Avillius Caimus, esponente di una ricchissima famiglia di origine veneta legata al settore dell’industria edile e al trattamento delle materie prime,
soprattutto dei materiali lapidei e dei metalli. Proprietari di numerose nonché decisamente attive figlinæ (fabbriche di laterizi) nella loro terra natìa, gli Avilli sono attestati come imprenditori edili anche nel Piemonte nord-occidentale (valli di Lanzo e dell’Orco), ma soprattutto nell’antica città di Industria, dove inoltre risultano essere membri del Collegio dei Pastophori, potenti ed influenti sacerdoti del culto di Iside insieme ad appartenenti alla gens Lollia, altra famiglia di spicco della città sebbene anch’essi di origine veneta, veronese per l’esattezza.

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L’epigrafe (restaurata) sul lato nord del Pont d’Ael. Foto: E. Romanzi

Sin dal II secolo a.C., alcuni Avilli risultano operativi a Delo, isola egea frequentatissima dai massimi mercatores del tempo in quanto snodo strategico dei commerci e, soprattutto, in quanto attivissimo mercato di schiavi. In particolare ricordiamo come un certo Δέκμος Αυίλιος Μαάρκο[ς] Ρωμαĩος (Decimus Avillius Marcus, Romanus – ossia di origine romana), mercante di schiavi dedito al culto isiaco, è onorato all’interno di un presunto decreto di Melanofori, ossia un gruppo di penitenti devoti ad Iside che, completamente abbigliati di nero, celebravano le esequie funerarie in onore di Osiride.

Non dobbiamo meravigliarci di questo genere di culto egizio alle nostre latitudini. Dopo la conquista dell’Egitto da parte di Roma e la sua trasformazione in “provincia”, i culti locali iniziarono a dilagare nella penisola italica e a risalirla.

Iside, in particolare, la “dea dai molteplici nomi”, madre di Horus, il Sole, era venerata come protettrice dei parti, come guaritrice, come dea celeste, ma anche come una sorta di Demetra, divinità feconda della natura e delle messi. Una specie di “Madre Natura” universale; ecco, sì, una vera “dea madre” alla quale si poteva chiedere benessere e salute. Il culto inizialmente appannaggio delle classi aristocratiche, ben presto dilagò anche negli strati più umili della società proprio in virtù di questo potente messaggio di speranza.

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Iside. Da http://www.archeoroma.beniculturali.it

Iniziarono ad essere costruiti santuari a lei dedicati un pò dappertutto, dalla Campania (grazie ai porti di Neapolis e Puteoli) fino a Roma, che in poco tempo divenne un vero centro di riferimento del culto isiaco. Nel nord Italia ricordiamo qui i più importanti di Trieste, Aquileia, Verona e, appunto, nel nord-ovest, quello di Industria.

Si tratta di una sorta di città-emporio sorta a breve distanza dal punto in cui la Dora Baltea confluisce nel Po. Un porto fluviale, dunque, dove avveniva la selezione e lo smistamento delle materie prime provenienti dalla vallate alpine circostanti: pietre e metalli su tutti. La città pianificata, urbanisticamente sviluppatasi solo in età augustea (fine I secolo a.C. – inizi I secolo d.C.) con un impianto regolarmente scandito, era però stata già probabilmente fondata, almeno sul piano giuridico, alla fine del II secolo a.C. nel corso delle campagne militari romane nel Monferrato, nei pressi dell’insediamento celto-ligure di Bodincomagus = “mercato sul Po” (Bodinkos per i Liguri).

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Non è un caso che proprio qui importanti e ricchissime famiglie imprenditoriali (giunte dal nord-est sulla scia della progressiva romanizzazione di un nord-ovest ancora tutto da esplorare e soprattutto da sfruttare) fecero convergere i loro interessi politico-commerciali e le loro ambizioni elettorali unendo le indubbie capacità commerciali con rilevanti cariche sacerdotali; da qui a “sponsorizzare” la costruzione di un magnifico santuario a Iside e Serapide il passo fu breve.

È a partire dall’età augustea che Industria si avvia a diventare un importante centro mercantile e cultuale (con la costruzione del tempio e la sua prima fase). Mancano ad oggi studi e ricerche che identifichino nella città tracce evidenti di edifici pubblici quali mura, porte, edifici da spettacolo o terme. Attorno all’area del santuario, tuttavia, sono state individuate tre insulae abitative e, a Nord Est, l’area del foro cittadino, che però non è stato ancora oggetto di scavo archeologico.

L’elemento architettonico connotante l’area sacra e che più di altri salta immediatamente all’occhio è il grande emiciclo originariamente circondato da porticati, che culmina da un lato in un’esedra monumentale fiancheggiata da due tempietti, e dall’altro fronteggia l’alto podio di un tempio dotato di scalinata monumentale.

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Da non dimenticare gli straordinari reperti bronzei ritrovati ad Industria, veri capolavori della lavorazione dei metalli, tra cui la famosa “Danzatrice”, il “toro sacro di Iside”, i numerosi sistri, lo splendido balteo con scena di battaglia (assai simile peraltro a quello esposto al MAR di Aosta) e la testa di sacerdote isiaco, tutti visibili al Museo Archeologico di Torino.

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La danzatrice

In questa vasta terra di campi e d’acqua, l’area archeologica risalta come un gioiello esotico e particolare; peccato, però, non sia né semplice da trovare (scarsissime indicazioni stradali) né adeguatamente accessoriata in termini di pannellistica e supporti alla visita. E’ pur vero che, ogni tanto, vengono organizzate visite guidate di grande soddisfazione, ma va riconosciuto che il visitatore autonomo, se non supportato da opportune informazioni e se non rientrante tra gli “addetti ai lavori”, rischia di capire ben poco…

Segnalo inoltre, poco a nord dell’area santuariale antica, i resti di una chiesetta in cotto; oggi può essere scambiato come una normale cappella campestre (sebbene dalla forma originale), ma in passato era una pieve assai importante: San Giovanni Battista “de Dustria” (o “de Lustria”).

 

Non è difficile ritrovare in questa denominazione una chiara testimonianza dell’antico nome del luogo, sebbene in forma abbreviata. Parrocchia in epoca romanica, dopo la visita pastorale del 1584 perse tale funzione a favore della “nuova” chiesa intitolata a San Grato. Una targa apposta dal Ministero dei Beni Culturali ricorda la passata importanza di questo luogo culto posto “lungo un’antica via di pellegrinaggio, dal Po verso i santuari pagani” e già esistente, parrebbe, sin dall’epoca del primo vescovo del Piemonte, Sant’Eusebio da Vercelli (IV secolo d.C.). E chissà se l’antica sacralità della dea Iside non arrivò a trasformarsi, opportunamente “cristianizzata”, nella misteriosa ma veneratissima “Madonna Nera” del non lontano (e sempre eusebiano) santuario piemontese di Oropa… e non solo! Ma qui si aprirebbe un altro capitolo tutto da approfondire…

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Il paese attuale di Monteu da Po (TO)

Col Medioevo, però, gli splendori di Industria ormai erano tramontati. Il centro abitato si era trasferito su un colle (forse in seguito alle tremende esondazioni del Po, in qualche modo se vogliamo favorite dal progressivo diminuire di manutenzione dopo l’età tardoantica). Nacque così Monteu da Po (e il nome ora si spiega). La piccola pieve di San Giovanni perse di importanza e vide drasticamente ridursi il suo potere accentratore, il ruolo di riferimento per la fede degli abitanti della zona. che, di fatto, si erano spostati. Venne soppiantata e definitivamente abbandonata. Ma oggi, coi suoi resti, vuole ancora raccontarci qualcosa. Vuole ricordarci di una fede antica, pagana, isiaca, ancora prima che cristiana. Vuole ricordarci di un potente santuario e di un’illustre città ora scomparsa sotto i limi e le coltivazioni.

Industria, un ricco ed operoso emporio sul Po protetto da Iside, nato dall’iniziativa di sagaci e lungimiranti imprenditori. Tra questi, gli Avilli: venuti da est, seppero individuare e mettere a frutto le risorse alpine.

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Come Lady Oscar verso l’Archeologia 3.0! #ArcheoSocial a #TourismA 2016

Il week-end del 20-21 febbraio è stato per me un super week-end! Sapete perché? Perché ho avuto la fortuna di partecipare non solo a #TourismA2016, ma anche nello specifico al convegno/workshop #ArcheoSocial.

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#TourismA è un importante evento nel settore del turismo archeologico e dei beni culturali che quest’anno ha visto la sua seconda edizione al Palazzo dei Congressi di Firenze. Visitata e apprezzata da oltre 10.000 persone, TourismA è stata l’occasione per fare il punto sulla situazione del turismo archeologico in Italia e sulle diverse forme di comunicazione e promozione dei BBCC, con particolare riguardo ai beni archeologici.

Archeologi, storici, giornalisti di settore, tour operator, e un vero e proprio esercito di appassionati! E una miriade di famiglie coi bambini assolutamente incontenibili di fronte al richiamo del passato…che fa leva sulla loro fervida immaginazione, sulla fantasia, ma anche su quello che assorbono a scuola!

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Ma vi racconto di #ArcheoSocial. E’ stato davvero bello, sin dalle 9 del mattino, affacciarsi su quella sala (che di lì a poco si sarebbe riempita) e riconoscere i volti di Paola Romi, Domenica Pate e Astrid D’Eredità.. o meglio delle archeo-bloggers di “Professione Archeologo” e “ArcheoPop“. Mi vedono, mi guardano e… mi riconoscono! In fin dei conti il mio è un archeo-blog ancora in fasce; rispetto a loro ho una strada infinita da fare… sono felice di poterle conoscere di persona e soprattutto di seguire questo workshop per capire e imparare le tecniche e le strategie per comunicare l’archeologia sui social!

Prendo posto in seconda fila (in prima è troppo da “nerd”) e la sala inizia a riempirsi. Riconosco (e poi conoscerò) anche Antonia Falcone, della “premiata ditta” Professione Archeologo. E Marianna Marcucci, regista delle “Invasioni Digitali” con cui avevo allacciato i primi contatti l’anno scorso quando ho organizzato le ID di Aosta romana. Un vulcano di idee e di energia, una grande coach nel settore, senza dubbio!

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E poi ancora Marina Lo Blundo, di “Generazione di Archeologi“, Marta Coccoluto di “Nomadi digitali” e, solo di vista, il misterioso Djed Medu – blog di Egittologia, al secolo Mattia Mancini.

E con immenso piacere ho riabbracciato Simonetta Pirredda, dell’Associazione Nazionale Piccoli Museigià conoscenza di epoca patavina; per non parlare della felicità di aver rivisto Ivana Cerato di “Staiway to Event“, che mi ha riportato in men che non si dica ai tempi degli scavi di Nora (e parlo dei primi anni 2000!). E sicuramente ce ne sono molti altri, ma non voglio produrre un elenco noioso.. voglio che invece emerga la carica che mi ha dato questa iniziativa.

L’archeologia ha un pubblico sempre più folto e appassionato. Un pubblico ampio che necessita di declinazioni e sfumature. Innanzitutto NO all’archeologichese, NO ai tecnicismi usati per timore di apparire banali o poco preparati, NO ai dati recitati in stile “elenco del telefono”. Quanti di voi (di noi) a scuola si lamentavano che la Storia era noiosa perché era tutta “nomi e date”?! Ebbene, non dati, ma EMOZIONI! Il pubblico dell’Archeologia quelle vuole, quelle cerca! Vuole storie da vivere e da rivivere, vuole emozioni da sentire e da raccontare. 

La comunicazione non è quel che si dice, ma quello che arriva agli altri. Non si ricorderanno mai di tutto ciò che avete detto, ma di come li avrete fatti sentire!

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E’ l’arte dello story telling, che però deve basarsi su solide conoscenze.

 

Sì, perché è finito ormai il tempo dell’archeologo da turris eburnea, il tempo ammuffito delle tanto temute “Belle Arti”… sì, quelli che studiano solo per loro stessi, che parlano difficile, che ti fanno capire non senza un malcelato snobismo, che l’archeologia non è per chiunque.. NO! Ed è anche finito il tempo delle “etichette”, delle rigide suddivisioni in categorie. Perché si può essere archeologi in tanti modi diversi! E ognuno col suo prezioso contributo. Tutto sta nel linguaggio, nello stile, nella creatività. Senza rinunciare all’affidabilità e alla comprovata veridicità dei contenuti.

Per citare le amiche di Professione Archeologo: “È diventato quasi un inside joke tra alcuni archeoblogger l’espressione “il tempio tetrastilo”. Alessandro D’Amore (archeo-blogger di “Le Parole in Archeologia“) l’ha usata in un suo post non molto tempo addietro analizzando il gap comunicativo tra archeologi e pubblico: chiunque ha studiato archeologia sa cos’è un tempio tetrastilo, ha ben chiaro il tipo di struttura, il contesto storico e culturale a cui ci riferiamo, ma gli altri?   Serve comunicare l’archeologia se parlo di templi tetrastili e esedre e plinti e vetrina e protograffita? “.

Già da diversi anni in Francia (sto pensando all’INRAP Institut Nationa Recherches Archéologiques Préventives) esiste la figura dell’ “archéologue chargé de la communication”: una figura professionalmente preparata, che segue e capisce i lavori dei colleghi, ma che è deputato alla comunicazione col pubblico. Teoricamente dovrebbe essercene uno su ogni cantiere… anche giorno per giorno, dovendo soddisfare le curiosità dei tanti passanti ( i famigerati pensionati…). Quando uno lavora e si concentra sulle US, non ha né tempo né voglia di dedicarsi a quelli che passano e che si fermano spesso con le domande più insulse, o no?!

Vogliamo renderci conto di quanto l’archeologia sia importante e presente nella nostra quotidianità? E di quanto – ahimé – troppo spesso venga ridotta a “perdita di tempo e denaro”, “gran rottura di scatole”, “disagio per il traffico” e cose simili? Tutto sta nel curare e gestire il rapporto con la cittadinanza, col grande pubblico. E oggi i social media ci danno una grande mano in questo.

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Facebook, Twitter, Instagram, i blog… tutti strumenti che aiutano a coinvolgere, a tenere acceso l’interesse, ad incuriosire, a dialogare col pubblico sia esso composto da esimi studiosi quanto da semplici cittadini. Certo con precise accortezze per il linguaggio e naturalmente l’uso di foto ad hoc, capaci di suscitare reazioni, empatia. Dopotutto chi tra di noi non riconosce l’indubbio (e “zankeriano”) “potere delle immagini”?! Ma l’archeologia viaggia bene anche sui soli 140 caratteri di Twitter; non è impossibile! Basta sapere scegliere l’hashtag giusto, quello che fa sì che si creino delle vere e proprie communities di discussione. E bisogna farsi trovare, esserci, interagire! Bisogna che se ne parli, che le notizie circolino e che la gente abbia voglia di mettersi in viaggio per andare a visitare un certo sito iniziando ad assaporarne l’atmosfera e la magia sin dal divano di casa!

Già i turisti dell’archeologia. Sì, perché l’archeologia può essere una fortissima motivazione di viaggio. E cosa spinge a viaggiare verso mete del genere? La voglia di “esotico”, nel senso di luoghi “altri”, insoliti, affascinanti, misteriosi. Luoghi dove dimenticare la realtà tuffandosi in epoche lontane, in città perdute, in echi di battaglie e di conquiste, sulle orme di valorosi condottieri e ammalianti regine d’Oriente. Con un viaggio archeologico, il mito può diventare realtà!

Ecco perché bisogna saper lavorare sulla forza dell’immaginario, sul turismo “emozionale” che può dare l’archeologia. E che spesso poi aiuta a valorizzare un intero territorio, con le sue peculiarità, le sue identità, le sue leggende e la sua cucina. Cultura materiale e immateriale unite per ampliare l’offerta turistica, per fare rete nell’ottica di un marketing territoriale dall’indubbio appeal. Con l’archeologia si può viaggiare, non solo nello spazio, ma anche nel tempo! Un sito archeologico può davvero diventare una sorta di “time gate” dove vivere esperienze indimenticabili, nel segno del più trendy turismo esperienziale! E perché spesso disdegnare o inarcare cinicamente il sopracciglio davanti alle rievocazioni storiche? A TourismA l’associazione Prima Legio Italica di Villadose (RO) si è presentata “in arme” con tutto lo splendore della legione romana! E vedendo i video delle loro performances si capisce quanta presa riescano a fare sul pubblico contribuendo non poco a dare vita ad un luogo antico! Io me li vedevo in marcia lungo la nostra #ViadelleGallie, oppure sù, tra le rocce e le brume del valico del Gran San Bernardo… pura magia! Sì, ecco, come vivere una sorta di incantesimo… questo cerca il turista archeologico!

Ad ogni modo, un’ultima riflessione. Il turista archeologico (archeofilo) di certo non parte unicamente per quel certo sito e basta! Fa anch’egli parte della grande famiglia dei turisti culturali che, è noto, sono i più slow, i più “spirituali”, i più attenti al paesaggio e alle sue specificità! Sono anche quelli che amano le tradizioni enogastronomiche e vogliono scoprirle. Sono quelli che, stando alle ricerche, spendono in media di più! Quindi: invitare la gente a venire a visitare un’importante area archeologica non può prescindere da una progettualità territoriale più ampia che comprenda l’intero soggiorno, il viaggio e la sua preparazione (già da casa), le attrattive.. insomma: io visito quel monumento? Bene, e poi? E’ anch’esso un prodotto turistico che esige di essere attentamente costruito sul territorio a 360 gradi!

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E per restare in tema, non dimentichiamo la sezione #ArcheoKids (che è anche un blog che vi segnalo!): i bambini, grandi estimatori del genere! Con la loro fantasia sanno rivivere (e far rivivere) qualunque cosa. Li aveste visti, i più piccini, assolutamente a loro agio con il digitale, il virtuale, la realtà aumentata, i touch screen, ecc… con mamma e papà attoniti e fieri! Importante coinvolgerli, organizzare attività per loro, meglio ancora se in costume! Perché la storia va toccata, va simulata, va anche annusata e mangiata! #LivingHistory… per tutti! 

E l’#ArcheoFun? Quel lato lieve, divertente, dell’archeologia, che la rende simpatica e accattivante. Quel modo tutto particolare di raccontare le cose senza essere pedanti. Quindi ok anche a sapersi “prendere un pò in giro” a non fare i seriosi a tutti i costi, a non inorridire davanti all’ennesimo che ci parla di Indiana Jones e di Templari, ma riuscire a cavalcare l’onda, anche quella degli stereotipi!

L’archeologia è social! Deve esserlo! Soprattutto in un Paese come il nostro. La sfida consiste nel riuscire a modulare l’abituale linguaggio scientifico verso forme più piane, agili, fresche e divertenti. A tale proposito eventi come le Invasioni Digitali si rivelano assai importanti perché avvicinano la gente ai beni culturali proprio grazie alla forza pervasiva dello share, delle condivisioni social! Una semplice visita si trasforma in un prezioso momento di divertimento e di promozione, e questo senz’altro aiuta e favorisce l’attaccamento ad un luogo, la sua comprensione. Se quel luogo (antico o meno) io lo conosco e lo apprezzo, se per qualche ragione mi ci sento legato, allora sarò io il primo a consigliarlo agli amici e a volerlo tutelare e comunicare! #LiberalaCultura!

E sull’onda di un entusiasmo sempre più dirompente, arriva lei, Alessandra Cilio, giovane archeologa siciliana reinventatasi sceneggiatrice! Lavorando con la casa cinematografica FineArt Produzioni, ha redatto la storia, o meglio le storie di ” tà gunakèia – cose di donne”, film vincitore del premio speciale della Giuria degli Archeobloggers al Festival del Cinema Archeologico di Rovereto. Ne abbiamo visto solo un breve trailer, ma è bastato! Pelle d’oca, salivazione azzerata… emozione pura! Anche questo è archeologia! Qualcosa capace di prendere i racconti e i miti del più lontano passato e farceli rivivere come cose di oggi, di tutti i giorni!

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E ci sentivamo tutti come Lady Oscar: un’eroina appassionata ed indomabile, capace di grandi progetti e ambizioni! Eroi della comunicazione oltre ogni confine! Eroi di un’archeologia 3.0! Per favore, non fateci svegliare un bel giorno facendoci sentire come dei Don Chisciotte o, peggio ancora, come Fantozzi! Usateci, valorizzateci, non abbiate timore! Bisogna saper rischiare, azzardare! Non è detto che non funzioni… no? Altrimenti, diteci, altre soluzioni?

ArcheoSocial. Tutta la passione delle nuove generazioni di archeologi da comunicare (e vivere) in un “LIKE”! #FollowUs!

 

Stella